
Una nuova tecnica con la luce permette di studiare le cellule viventi senza rovinarle
MONITOR La scoperta dei ricercatori italiani apre nuove possibilità per lo studio del Dna e delle malattie Le cellule viventi sono gli elementi fondamentali di
La scoperta dei ricercatori italiani apre nuove possibilità per lo studio del Dna e delle malattie. Le cellule viventi sono gli elementi fondamentali di tutti gli esseri viventi, ma osservarle non è semplice. Sono estremamente piccole e quasi del tutto trasparenti, per questo anche con il microscopio ottico spesso risultano difficili da vedere. Per molti anni gli scienziati hanno dovuto usare coloranti o sostanze fluorescenti per renderle visibili, ma questi metodi possono modificare le cellule e influenzare il loro comportamento naturale. Per superare questo problema, tre ricercatori dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, coordinati da Alberto Diaspro, hanno sviluppato una nuova tecnica basata sulle proprietà della luce. Grazie a questo metodo è possibile osservare le cellule mentre sono vive e si trovano in condizioni naturali, senza alterarle. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista scientifica Optics Letters. La nuova tecnica nasce dall’unione di due metodi già conosciuti: la microscopia a polarizzazione, che utilizza la luce polarizzata per mettere in evidenza alcune strutture cellulari, e la microscopia in campo oscuro, che illumina solo i contorni del campione. Combinando queste due tecniche, i ricercatori sono riusciti a ottenere immagini più chiare e dettagliate, senza ricorrere alla fluorescenza e senza danneggiare le cellule. Questo risultato è molto importante perché permetterà di studiare meglio alcuni processi biologici fondamentali. In particolare, gli scienziati vogliono osservare come è organizzato il Dna all’interno del nucleo delle cellule. Il Dna, insieme alle proteine, forma la cromatina, una struttura che cambia nel tempo e che ha un ruolo fondamentale nel funzionamento delle cellule. Capire come la cromatina è organizzata aiuta a comprendere meglio l’origine di molte malattie, come i tumori e alcune malattie neurodegenerative, tra cui l’Alzheimer. Secondo i ricercatori, osservare questi cambiamenti senza alterare le cellule è essenziale per ottenere risultati più accurati. In futuro, il nuovo metodo potrà essere migliorato grazie all’uso dell’Intelligenza Artificiale, che aiuterà ad analizzare le immagini e a riconoscere meglio i dettagli più piccoli. Questa scoperta rappresenta un importante passo avanti per la ricerca scientifica, perché permette di studiare le cellule in modo più naturale e di avvicinarsi sempre di più alla comprensione dei meccanismi alla base della vita.
Un modello innovativo di presa in carico integrata per garantire continuità assistenziale, qualità della vita e supporto alle famiglie sul territorio. Dietro ogni numero di pazienti c’è una storia di vita, una famiglia e un bisogno di cure specialistiche che non può attendere. Da questa consapevolezza nasce il team multidisciplinare per le malattie rare della ASL Bari, protagonista dell’evento formativo svoltosi nella sala Arcobaleno dell’ex CTO di Bari. L’iniziativa rappresenta un passo concreto verso un’assistenza sanitaria integrata, coordinata e continua, con particolare attenzione alla popolazione pediatrica e ai pazienti più fragili. Il corso di formazione, promosso dal Centro Territoriale Malattie Rare della ASL Bari e dal Centro Epilessia ed Elettroencefalografia dell’età evolutiva, ha illustrato il modello organizzativo multidisciplinare e favorito il confronto tra i professionisti sanitari coinvolti. Dopo i saluti istituzionali della direzione strategica, sono intervenuti i rappresentanti della rete regionale per le malattie rare, tra cui la dottoressa Sonia Storelli, specialisti dell’area pediatrica e neurologica e i responsabili dei servizi aziendali, che hanno presentato il percorso di presa in carico multidisciplinare, già attivo e operativo sul territorio. Attualmente, nel territorio della ASL Bari, sono 12.284 le persone con malattia rara registrate. Per rispondere a bisogni assistenziali complessi, l’azienda sanitaria ha sviluppato una rete di cura composta da 10 nodi della rete regionale Malattie Rare, attivi negli ospedali di Altamura, Di Venere, San Paolo e Monopoli. «Un’organizzazione – spiega la dottoressa Alessandra Ancona, responsabile del Centro Territoriale Malattie Rare – pensata per superare percorsi frammentati e garantire risposte coordinate, riducendo gli spostamenti fuori territorio. Dalla sua attivazione, il team ha già realizzato oltre 70 prestazioni multidisciplinari, offrendo visite integrate e percorsi personalizzati ai pazienti». Un ruolo centrale è svolto dal Centro Epilessia ed Elettroencefalografia dell’età evolutiva, guidato dal dottor Vittorio Sciruicchio, che segue 130 bambini e ragazzi con malattie rare complesse. Al suo interno opera un team multidisciplinare composto da specialisti provenienti dagli ospedali San Paolo e Di Venere, con consolidata esperienza nella gestione delle malattie rare pediatriche. Il team include neurologi e neuropsichiatri infantili, medici del Centro Territoriale Malattie Rare, genetisti, pneumologi, cardiologi, fisiatri, endocrinologi, otorinolaringoiatri, ginecologi, neuroradiologi e oculisti, operando in stretta collaborazione con la rete intra ed extra-aziendale. Il modello di presa in carico multidisciplinare è rivolto a bambini e ragazzi con malattie rare complesse, tra cui Sindrome di Rett, Sindrome di Dravet, Sindrome di Landau-Kleffner, Sindrome di Lennox-Gastaut, Sindrome di West, Sclerosi Tuberosa, Sindrome di Angelman, e altre anomalie congenite multiple. L’esperienza clinica dimostra che l’approccio multidisciplinare può migliorare l’evoluzione della malattia. In alcuni casi, a fronte di prognosi severe, l’integrazione tra specialisti ha permesso di prolungare la vita dei pazienti, migliorando la qualità della vita e riducendo il carico assistenziale sulle famiglie. Il modello, inizialmente rivolto all’età evolutiva, sarà esteso anche alla popolazione adulta, garantendo continuità assistenziale nel passaggio dalla pediatria all’età adulta attraverso altri nodi della rete regionale. Per informazioni e accesso ai servizi, il Centro Epilessia ed Elettroencefalografia dell’età evolutiva della ASL Bari è consultabile sul sito istituzionale della ASL al seguente link: https://www.sanita.puglia.it/web/asl-bari/-/u-o-s-d-epilessia-ed-elettroencefalografia-eta-evolutiva.
Le minuscole particelle che trasportano endorfine spiegano i benefici dello sport. Nel nostro corpo circolano minuscole particelle chiamate vescicole extracellulari, presenti nel sangue umano. Anche se sono molto piccole, svolgono un compito fondamentale: aiutano a trasportare sostanze biologiche, tra cui gli ormoni, da una parte all’altra dell’organismo. Un recente studio scientifico ha scoperto che queste particelle facilitano il trasporto degli ormoni al cervello, soprattutto durante l’attività fisica. La ricerca è stata condotta da scienziati della Touro University Nevada ed è stata pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica PNAS. Lo studio contribuisce a spiegare perché l’esercizio fisico abbia benefici non solo sul corpo, ma anche sulla salute mentale. Le vescicole extracellulari nel sangue vengono prodotte dalle cellule e rilasciate nella circolazione. Agiscono come veri e propri messaggeri biologici, trasportando informazioni e molecole tra cellule, tessuti e organi diversi, permettendo una comunicazione efficace anche a distanza. I ricercatori si sono concentrati in particolare sulla proopiomelanocortina, una molecola da cui derivano ormoni fondamentali. Tra questi figurano le endorfine, responsabili della sensazione di benessere dopo l’attività sportiva, e altri ormoni coinvolti nella risposta allo stress. Lo studio ha evidenziato che durante un esercizio fisico intenso la quantità di proopiomelanocortina associata alle vescicole extracellulari aumenta di circa quattro volte. Questo consente all’ormone di muoversi più efficacemente nell’organismo rispetto alla forma libera nel sangue. Un risultato particolarmente rilevante riguarda il cervello umano. Gli esperimenti hanno dimostrato che gli ormoni trasportati dalle vescicole extracellulari riescono a superare con maggiore facilità la barriera emato-encefalica, il sistema di protezione che limita l’ingresso di molte sostanze nel cervello. Questa scoperta aiuta a comprendere meglio perché lo sport migliora l’umore, riduce lo stress e influisce positivamente sul metabolismo. In prospettiva futura, queste conoscenze potrebbero aprire la strada allo sviluppo di nuovi farmaci, capaci di sfruttare gli stessi meccanismi naturali di trasporto ormonale. In conclusione, lo studio conferma che l’attività fisica regolare non apporta benefici solo ai muscoli, ma ha effetti profondi e positivi anche sul cervello e sull’equilibrio generale dell’organismo, grazie a processi biologici sempre più chiari alla ricerca scientifica.
Uno studio internazionale spiega perché intervenire presto fa la differenza. Riportare la glicemia (cioè il livello di zucchero nel sangue) a valori normali quando una persona si trova in prediabete può ridurre di circa il 50% il rischio di infarto, scompenso cardiaco e morte prematura. È quanto emerge da un importante studio internazionale pubblicato sulla rivista scientifica The Lancet. La ricerca è stata coordinata da scienziati dell’University Hospital di Tubinga, dell’Helmholtz Munich e del Centro tedesco per la ricerca sul diabete. Gli studiosi hanno analizzato i dati di oltre 2.400 persone con prediabete, seguite per un periodo molto lungo: fino a 20 anni negli Stati Uniti e 30 anni in Cina. Il prediabete è una condizione in cui i livelli di zucchero nel sangue sono più alti del normale, ma non ancora sufficienti per parlare di diabete di tipo 2. Lo studio ha mostrato che le persone che sono riuscite a riportare e mantenere la glicemia entro valori normali hanno avuto molti meno problemi al cuore rispetto a chi è rimasto con livelli alti di zucchero nel sangue. Un aspetto importante è che il beneficio non dipende solo dal dimagrimento o dal cambiamento dello stile di vita in generale, ma dal fatto di raggiungere una vera e propria remissione del prediabete, cioè una normalizzazione stabile della glicemia. Anche quando la perdita di peso era simile, chi aveva la glicemia normale stava meglio dal punto di vista cardiovascolare. Durante il lungo periodo di osservazione, la mortalità per malattie cardiovascolari si è ridotta di circa la metà tra le persone che erano riuscite a uscire dalla condizione di prediabete. Secondo i ricercatori, questi risultati sono molto importanti perché dimostrano in modo chiaro che intervenire presto può proteggere il cuore nel lungo periodo. Gli studiosi hanno anche individuato un valore di riferimento semplice: una glicemia a digiuno pari o inferiore a 97 mg/dL è associata a un rischio più basso di problemi cardiovascolari, indipendentemente dall’età, dal peso o dall’origine delle persone. Questa scoperta è particolarmente rilevante per la salute pubblica, perché in molti Paesi le strategie di prevenzione non sono ancora applicate in modo efficace. Secondo gli autori dello studio, fare della remissione del prediabete un obiettivo principale nelle cure potrebbe aiutare a prevenire sia il diabete sia le malattie del cuore. In conclusione, lo studio dimostra che controllare per tempo la glicemia non serve solo a evitare il diabete, ma può anche salvare il cuore e allungare la vita.
Una piattaforma digitale e un videogioco educativo per promuovere stili di vita sani tra i giovani in Puglia, Basilicata e Grecia. Il professor Antonio Moschetta, direttore dell’unità operativa di Medicina Interna “Frugoni” del Policlinico di Bari, guida il progetto Shield (Sustainable Health Innovation and Engagement for Lifestyle Determinants), un’iniziativa internazionale volta a contrastare l’obesità e le malattie metaboliche fin dall’età scolare. Il progetto, finanziato dal programma Interreg VI-A Grecia-Italia 2021-2027, ha un budget complessivo di 2,1 milioni di euro, di cui circa 1,6 milioni provengono da fondi europei. L’iniziativa coinvolge diverse istituzioni e realtà sanitarie: il Policlinico di Bari, l’ospedale e l’università di Ioannina, l’ospedale generale di Corfù, l’ASL di Matera e il Centro di welfare sociale della Regione dell’Epiro in Grecia. L’obiettivo principale è rafforzare le azioni di prevenzione delle malattie metaboliche nelle aree del Sud Italia e della Grecia, regioni in cui i tassi di obesità e sovrappeso sono preoccupanti. Il progetto integra innovazione digitale, educazione alla salute e prevenzione. La creazione di una piattaforma digitale permetterà a medici, specialisti, medici di famiglia e famiglie di collaborare in tempo reale, favorendo la diagnosi precoce e il trattamento delle patologie metaboliche. La piattaforma sarà uno strumento chiave per monitorare la salute, condividere informazioni e offrire supporto in tempo reale a chi vive con malattie croniche. Accanto alla piattaforma, il progetto prevede anche la creazione di un videogioco educativo, Shield Edugame, progettato per sensibilizzare i più giovani sull’importanza di stili di vita sani. Il gioco trasmetterà i principi della dieta mediterranea e delle abitudini salutari in un formato coinvolgente e interattivo, con l’obiettivo di educare i ragazzi divertendoli e rendendo la prevenzione un obiettivo accessibile. Le regioni di Puglia e Basilicata sono particolarmente colpite dal fenomeno dell’obesità. Secondo le statistiche, la Puglia è la seconda regione italiana per incidenza di persone in sovrappeso, mentre in Basilicata il 34% della popolazione è in sovrappeso e il 12% è obesa. Questi dati pongono un serio rischio per la salute pubblica, con patologie come diabete, sindrome metabolica e malattie cardiovascolari in forte aumento. Il progetto Shield si propone di intervenire precocemente, migliorando la consapevolezza tra i giovani e le famiglie riguardo ai benefici di una dieta equilibrata e di uno stile di vita attivo. Il professor Moschetta sottolinea che la prevenzione è la chiave per contrastare l’aumento delle malattie croniche legate all’obesità. “Prevenire l’obesità e le sue complicazioni è un obiettivo fondamentale. Se iniziamo a educare i giovani già a partire dalla scuola, possiamo evitare che in futuro diventino adulti con gravi problemi di salute”, afferma. La strategia di Shield si basa quindi su una combinazione di educazione, monitoraggio e supporto medico, utilizzando anche le potenzialità offerte dalle nuove tecnologie digitali. Il progetto rappresenta un esempio di collaborazione transnazionale tra Italia e Grecia per affrontare una problematica comune. Unendo istituzioni sanitarie, università, esperti in medicina e tecnologie digitali, l’iniziativa intende costruire un modello di prevenzione che possa essere replicato anche in altre regioni, promuovendo la salute in modo innovativo e sostenibile. Con il progetto Shield, la Puglia, la Basilicata e la Grecia si preparano a fare un passo avanti nella lotta contro l’obesità, puntando sulla prevenzione come strumento principale di salute pubblica.
Dal 1° luglio 2026 entra in vigore un dazio di tre euro sui piccoli pacchi importati via e-commerce: una misura temporanea in attesa della riforma definitiva della franchigia doganale nell’UE. Il Consiglio Ecofin dell’Unione Europea ha approvato un dazio doganale fisso temporaneo di 3 euro sui piccoli pacchi che entrano nel mercato comunitario, principalmente tramite commercio elettronico, a partire dal 1° luglio 2026. La misura resterà in vigore fino all’adozione di una soluzione permanente destinata a eliminare la soglia di franchigia doganale, che finora permetteva di importare beni di basso valore senza pagare tasse. L’introduzione del dazio riflette la crescente esigenza dell’UE di regolamentare il flusso di pacchi provenienti da paesi extra-UE, fenomeno in forte espansione grazie al boom dell’e-commerce globale. La soglia di franchigia, pur agevolando i consumatori, aveva creato distorsioni di mercato e reso più difficili le condizioni competitive per le imprese locali, aumentando anche il rischio di evasione fiscale. Per i consumatori europei, il dazio di 3 euro rappresenta un costo aggiuntivo contenuto ma non trascurabile, soprattutto per chi effettua acquisti online frequenti di piccolo valore. In alcuni casi, questo piccolo onere potrebbe spingere i cittadini a privilegiare venditori locali o piattaforme e-commerce che includono già la tassazione nel prezzo finale. Le piattaforme internazionali di e-commerce extra-UE dovranno invece adattarsi ai nuovi adempimenti doganali, con possibili aumenti dei costi operativi o modifiche nella strategia di spedizione verso i paesi dell’UE. I venditori internazionali potrebbero dover rivedere prezzi e margini, oppure concentrare la logistica in hub europei per evitare l’applicazione del dazio. Dal punto di vista macroeconomico, la misura punta a creare maggiore equità tra consumatori e produttori locali, limitando la concorrenza sleale dei prodotti importati a basso costo. Un controllo più accurato dei pacchi consente inoltre alle autorità doganali di raccogliere dati più precisi sul commercio digitale, con possibili benefici per le politiche fiscali e il contrasto all’evasione. Il dazio di 3 euro è chiaramente transitorio, in attesa di un accordo definitivo che elimini la franchigia doganale, mentre la Commissione Europea e gli Stati membri valutano soluzioni per semplificare le procedure e armonizzare la gestione dei piccoli pacchi. La misura rappresenta un passo verso la modernizzazione del sistema doganale europeo e una risposta concreta alla rapida crescita dell’e-commerce internazionale. La sfida resta quella di bilanciare la protezione del mercato interno, la sostenibilità dei costi per i consumatori UE e la flessibilità operativa delle piattaforme digitali, in attesa dell’introduzione di una riforma doganale definitiva che renda più equo e trasparente il commercio digitale nell’Unione Europea.
Già 4 milioni di italiani colpiti dall’inizio della stagione, picco atteso tra fine dicembre e gennaio. L’ondata di influenza e di altre infezioni respiratorie acute sta aumentando in modo significativo in Italia e ha già messo a letto circa 4 milioni di persone dall’inizio della stagione. Nella settimana dall’1 al 7 dicembre l’incidenza è salita a 12,4 casi ogni mille assistiti, in aumento rispetto alla settimana precedente. Solo nell’ultima settimana si stimano circa 695mila nuovi casi, con la fascia di età 0‑4 anni tra le più colpite. A livello regionale, la situazione mostra differenze: alcune regioni del Nord e del Centro registrano livelli di circolazione influenzale di intensità media, mentre altre mostrano livelli più bassi. La Puglia figura tra le regioni con incidenza elevata rispetto alla media nazionale nelle settimane più intense della stagione, segnalata come area dove l’influenza circola in modo sostenuto. Per la Basilicata, invece, non risultano attivate ufficialmente le attività di sorveglianza epidemiologica nei bollettini disponibili finora, quindi non ci sono dati regionali aggiornati pubblicati per l’influenza stagionale come accade per le altre regioni monitorate. Secondo l’esperta dell’ISS, Anna Teresa Palamara, direttrice del Dipartimento di Malattie Infettive, la crescita dei casi è in linea con l’andamento atteso per questo periodo dell’anno. Il picco stagionale non è ancora raggiunto, ma è probabile tra fine dicembre e fine gennaio. Palamara ribadisce l’importanza di vaccinarsi ancora, lavarsi frequentemente le mani, rispettare l’etichetta respiratoria e limitare l’esposizione in luoghi affollati in caso di sintomi. I dati virologici mostrano che, oltre ai virus influenzali, circolano numerosi altri agenti respiratori come Rhinovirus, Adenovirus, virus Parainfluenzali e altri, confermando la complessità dell’epidemia stagionale in corso.
Uno studio su oltre un milione di persone rivela segnali genetici condivisi tra 13 disturbi psichiatrici, aprendo la strada a diagnosi più precise e nuovi trattamenti. Una scoperta rivoluzionaria potrebbe cambiare il modo in cui comprendiamo le malattie mentali. Depressione, ansia, schizofrenia e altre undici condizioni psichiatriche sembrano condividere segnali genetici comuni, secondo uno studio pubblicato su Nature dagli scienziati dell’Università del Colorado a Boulder. Il team guidato da Andrew Grotzinger ha analizzato i dati genetici di oltre 1.056.000 persone con disturbi psichiatrici, alla ricerca di pattern genetici nascosti che potessero collegare le diverse condizioni. Il risultato? Cinque fattori genetici chiave in grado di spiegare gran parte della variabilità tra i disturbi. Questi fattori, spiegano i ricercatori, collegano tra loro diverse serie di patologie: dai comportamenti compulsivi alla schizofrenia e al disturbo bipolare, dalle condizioni del neurosviluppo a quelle più “internalizzanti” come depressione e ansia, fino all’abuso di sostanze. “Molte malattie psichiatriche non si presentano mai da sole”, osserva Grotzinger. La loro concomitanza rende le diagnosi complesse, perché oggi i clinici si basano principalmente sui sintomi e non sulla biologia di base. Comprendere i legami genetici tra queste patologie, sottolineano gli autori, è fondamentale per sviluppare diagnosi più precise e trattamenti più mirati. Secondo lo studio, i fattori genetici individuati sembrano influenzare già le prime fasi dello sviluppo cerebrale, aprendo la strada a un approccio più biologico e personalizzato alla cura dei disturbi mentali. Gli esperti sottolineano che questi risultati potrebbero portare a nuovi farmaci e terapie capaci di agire su più condizioni contemporaneamente, anziché trattare solo i sintomi specifici di ciascuna. Gli autori precisano però che la ricerca si è concentrata principalmente su partecipanti di origine europea. Il prossimo passo sarà ampliare lo studio a popolazioni più diverse, per capire come queste scoperte possano essere applicate su scala globale e come possano influenzare lo sviluppo di nuovi trattamenti psichiatrici. In sostanza, questo studio getta una luce nuova sulle connessioni genetiche tra le malattie mentali, avvicinando la psichiatria a una visione più scientifica e meno frammentata, con l’obiettivo di migliorare la vita di milioni di persone affette da disturbi psichiatrici.
Un focolare di 400 millenni fa in GRan Bretagna cambia le idee sull’evoluzione e riecheggia nelle antiche presenze preistoriche del Sud Italia.. Immaginiamoli così: piccoli gruppi di Neanderthal seduti intorno a un fuoco, in una radura del Suffolk, mentre si scaldano, cucinano qualcosa e si tengono al sicuro. Una scena che finora avremmo considerato pura fantasia, perché si pensava che l’uomo avesse imparato ad accendere il fuoco solo 50.000 anni fa. E invece, una nuova scoperta cambia tutto: quel fuoco potrebbe essere stato acceso 400.000 anni fa. La svolta arriva da Barnham, un villaggio inglese dove gli archeologi hanno studiato un’antica cava d’argilla. Analizzando il terreno, hanno trovato un’area resa rossa da temperature altissime e strumenti di pietra rotti dal calore. Le analisi hanno mostrato che l’argilla è stata scaldata oltre i 700 gradi: molto più di quanto potrebbe fare un incendio naturale. Insomma, lì c’era un vero focolare, acceso di proposito. La prova più affascinante è arrivata da due minuscoli pezzetti di pirite, un minerale che produce scintille se colpito con una selce. In quella zona la pirite non si trova quasi mai, quindi deve essere stata portata da lontano. Secondo gli studiosi, serviva proprio per accendere il fuoco: una specie di accendino preistorico. Gli autori di questa impresa non erano Homo sapiens, ma probabilmente i primi Neanderthal, già presenti in Europa centinaia di migliaia di anni fa. L’idea che sapessero creare e controllare il fuoco così presto cambia il modo in cui vediamo molte tappe della nostra evoluzione. Il fuoco avrebbe permesso loro di cucinare, di proteggersi, di organizzarsi meglio e forse anche di raccontarsi storie mentre la notte scendeva. Ed è interessante pensare che, nello stesso periodo, anche altre zone d’Europa — e forse anche del nostro Sud — erano frequentate da gruppi umani capaci di abilità simili. In Puglia e Basilicata, per esempio, i siti preistorici come il Pulo di Altamura, la Grotta di Lamalunga o le aree del Materano raccontano di comunità molto antiche, adattate ai territori carsici e alle gravine, e probabilmente riunite anch’esse attorno ai loro focolari. Un fuoco acceso 400.000 anni fa, dunque, non è solo una scoperta scientifica: è una finestra sulle nostre origini. È lì, tra la luce tremolante delle fiamme, che hanno preso forma le prime tecnologie, le prime collaborazioni e forse anche i primi racconti che rendevano gli umani… umani.
Le facoltà di matematica, di economia, istituti di statistica, potrebbero aiutare la Regione a raccogliere, analizzare, e proporre soluzioni per il miglioramento della offerta. Abbiamo appreso dalla trasmissione Report quello che gli italiani già sanno da anni, e cioè che la risposta pubblica alla domanda di salute è carente. Io vivo in Puglia e personalmente ho verificato prenotazioni con codice zero 48 al 15 giugno 2026, prenotazioni ordinarie, non urgenti, al 2027, il sistema non funziona. Ma sarebbe opportuno che all’analisi deficitaria della domanda ci si ponga la questione della offerta e cioè la spesa di oltre 130 miliardi di euro crea un’offerta adeguata e quali i problemi che rendono questa offerta così deludente! Dagli anni 2000 esistono a decine di agenzie che formano i dirigenti delle Asl e degli assessorati, perché rendano il sistema sanitario efficiente (cioè che dia risposte rapide alle esigenze), efficace (cioè che dia risposte adeguate alle richieste) e di qualità (si parla di qualità percepita dall’utente). Ebbene, il sistema non è efficiente, non ha la validità richiesta e talvolta non è neanche efficace. Parlando della Puglia come operatore sanitario dopo 46 anni di lavoro posso affermare che l’offerta non è analizzata. Basterebbe poco a valutare, ad esempio degli ambulatori specialistici delle Asl, se i medici in servizio offrono un numero di prestazioni adeguate. Se le strutture radiologiche attrezzate anche con nuove apparecchiature fornite recentemente dalla nostra regione rispondano quantitativamente e qualitativamente adeguato alla domanda. Molti direttori sanitari e generali delle Asl Pugliesi conoscono la risposta perché hanno lavorato sul campo e analizzato i dati, alcuni sanno che ad esempio il sistema dell’Imagine lavora al 40% delle sue potenzialità, che gli ambulatori specialistici lavorano al 50-60% delle loro potenzialità, che il raccordo tra questi ambulatori è l’assistenza ospedaliera e assente. Delle università, le facoltà di matematica, di economia, istituti di statistica, potrebbero aiutare i sistemi sanitari regionali a raccogliere, analizzare, e proporre soluzioni per il miglioramento della offerta. La cinghia di trasmissione rappresentata dai CUP spesso non funziona, gli operatori di questi centri unici di prenotazione dovrebbero lavorare meglio direi non solo con la mente ma anche con il cuore per gli assistiti, al fine di conservare le loro posizioni. Infatti l’intelligenza artificiale è dietro l’angolo pronta a sostituirli, alcune grandi strutture sanitarie hanno già cominciato ad utilizzare questi mezzi, ci sono già eccellenze dell’Università di Bari che hanno messo appunto sistemi di prenotazione più efficaci e più efficienti, grazie all’IA. È lì il meccanismo per migliorare il sistema, riordinare l’offerta e dare una svolta ai sistemi di prenotazione. Anche chi afferma che nell’ultimo anno le prestazioni sono aumentate di 1 milione e mezzo, quasi 2 milioni, fornisce dati fantasiosi: abbiamo sentito il ministro della sanità affermare che la raccolta dati nel sistema Cruscotto ancora non è pronta. Come quindi poter affermare senza avere lo storico e senza avere i dati attuali che vi è stato un miglioramento di 1 milione e mezzo di prestazioni? E comunque sarebbe un incremento irrisorio, considerando che solo nella provincia di Bari e solo per il sistema Imagine le prestazioni pubbliche si aggirano intorno alle 50.000 per anno. Senza calcolare in alcun modo la domanda di visita specialistica. Sviluppando quel dato per tutto il territorio nazionale viene fuori che per le sole prestazioni di Imagine vi è una offerta soddisfatta di circa 2 milioni e mezzo di prestazioni. Qualsiasi dato statistico informativo che ci viene fornito presenta dei retroscena ingannevoli e strumentali. La richiesta dunque ai nuovi Governatori regionali è di analizzare i dati senza fermarsi a quanto già noto, cioè alla carenza in risposta alla domanda, sforzandosi di capire come poter migliorare l’offerta partendo dai dati storici dalle reali potenzialità del sistema finanziato. Per vincere la guerra contro la “malattia” è sì importante avere validi sistemi di difesa, ma è ancora più importante conoscere e potenziare l’efficacia, l’efficienza e la qualità della nostra potenza di fuoco messa in campo. Renato Laforgia, medico
Non va meglio per torroni e addobbi di Natale. Manca ormai davvero poco al Natale 2025 e c’è già chi, da giorni, sta facendo acquisti. Tra regali e addobbi, sulle tavole degli italiani anche quest’anno non potrà mancare il panettone. Il classico dolce, che conclude i pranzi delle festività, è diventato ormai un must anche in Puglia e Basilicata. Da quelli confezionati a quelli artigianali, c’è un grande imbarazzo della scelta. Ma quest’anno massima attenzione ai prezzi. Infatti, negli ultimi anni i dolci tipici del Natale hanno subito un rincaro. Oggi per acquistare un pandoro o un panettone industriale si spende in media il 42% in più rispetto al 2021. Se poi si scelgono prodotti a base di cioccolato i rincari raggiungono addirittura +89%. Questi dati, che emergono da uno studio condotto dal Centro di formazione e ricerca sui consumi(C.r.c.), mette in allarme le famiglie italiane che dovranno sopportare anche questo rincaro. Analizzando i listini delle principali catene della grande distribuzione. Oggi il prezzo di un panettone o di un pandoro classico industriale varia dai 5,5 euro di quelli a marchio della Gdo fino ai 17 euro per i prodotti di fascia più alta. Inoltre, se si analizza l’andamento dei dolci natalizi a base di cioccolato gli aumenti dei listini schizzano: infatti, sono più elevati e pari in media al +89% sul 2021.Iin alcuni casi i prezzi sono addirittura raddoppiati segnando incrementi superiori al 100%. I rincari, però, non riguardano soltanto pandori e panettoni. La stessa situazione si registra anche sui torroni con incrementi medi dei prezzi del +20,4% rispetto al 2021. I torroni al cioccolato vedono +56,5% in quattro anni. Aumenti anche per gli addobbi natalizi: i prezzi di palline, luci a Led e decorazioni sono aumentati del +30,7%. I motivi? A pesare su questi aumenti, la crescita delle quotazioni delle materie prime, i cambiamenti climatici, la guerra in Ucraina e le tensioni geopolitiche. “Ma ad incidere sui rincari – dicono i ricercatori – è anche il fatto che pandori e panettoni sono prodotti che non possono mancare sulle tavole degli italiani a Natale, la cui domanda poco elastica spinge i produttori a ritoccare di anno in anno i listini. Non a caso lo scorso anno ne sono state prodotte 90mila tonnellate per un controvalore che sfiora i 600 milioni di euro”. In generale, la spesa degli italiani per il Natale 2025 raggiungerà quest’anno i 28 miliardi di euro tra alimentari, viaggi, regali e ristorazione, con una spesa media da 1.085 euro a famiglia. A calcolarlo il Codacons. Per il tradizionale cenone della Vigilia e pranzo di Natale gli italiani spenderanno circa 3,1 miliardi di euro, e anche qui alcuni prodotti che registrano sensibili rincari: è il caso del cacao i cui prezzi salgono del +21,1% su anno, del caffè (+18,8%), del cioccolato (+9,3%), delle uova (+7,7%), mentre formaggi e latticini costano il 6,4% in più rispetto allo scorso anno, la carne il 5,8% in più.
Il problema dei ritardi: non sei l’unico. Ma non è un buon motivo per non reagire…. Quante volte hai detto “Arrivo tra cinque minuti” e quei cinque minuti diventano quindici? Se arrivi sempre in ritardo, non sei solo. Per molte persone il ritardo non è un’eccezione, ma una costante. Secondo psicologi e neuroscienziati, i ritardi cronici hanno radici molto più complesse della semplice disorganizzazione: entrano in gioco personalità, percezione del tempo e funzionamento del cervello. Perché alcune persone arrivano sempre in ritardo La scienza mostra che ognuno di noi ha un orologio interno diverso. Jeff Conte, psicologo della San Diego State University, spiega che la puntualità dipende da schemi individuali che spesso non percepiamo consapevolmente. Per questo, anche impegnandosi, alcune persone continuano a essere in ritardo. L’errore di pianificazione: il nemico numero uno Uno dei fattori chiave è il cosiddetto errore di pianificazione: tendi a immaginare che tutto andrà liscio e sottovaluti il tempo reale necessario per svolgere un’attività. Così parti tardi… e arrivi tardi.Allen Bluedorn, esperto nella gestione del tempo, suggerisce un metodo semplice per migliorare la gestione del tempo: raddoppiare le stime. Se pensi che un tragitto richieda 10 minuti, considerane 20. La personalità influenza la puntualità La coscienziosità, uno dei tratti della personalità, è strettamente legata alla puntualità. Chi è ordinato, disciplinato e attento tende a essere più puntuale.Chi invece ha livelli più bassi può essere facilmente disorganizzato. In questo caso, strumenti come sveglie, checklist, app per la pianificazione e una maggiore consapevolezza dell’impatto sui rapporti sociali possono fare la differenza. Multitasking e ritardi: il profilo policronico Esiste poi una categoria di persone chiamate policronici: amano il multitasking, gestiscono molte attività contemporaneamente e spesso perdono la percezione del tempo.In questi casi possono aiutare: sveglie e timer visibili promemoria piccoli sistemi di organizzazione quotidiana Questi strumenti permettono di essere più puntuali senza rinunciare al proprio stile di vita. Il ritmo biologico: nottambuli e puntualità Il ritmo circadiano influisce molto sulla puntualità. Chi è un vero nottambulo tende a soffrire gli impegni mattutini: svegliarsi presto è più difficile e il cervello impiega più tempo “a partire”.Per loro sono utili strategie come: preparare tutto la sera prima impostare più sveglie usare routine del mattino più semplici Quando la causa è neurobiologica In alcuni casi i ritardi cronici sono legati a condizioni come ADHD, autismo o dislessia, che influenzano la percezione del tempo e le funzioni esecutive.Strumenti come liste digitali, pianificazione dettagliata, app di promemoria e il supporto di persone vicine possono migliorare notevolmente la gestione degli orari. Come diventare più puntuali senza stravolgere la propria vita La buona notizia è che chi arriva sempre in ritardo può migliorare davvero. Le strategie più efficaci includono: preparare ciò che serve in anticipo calcolare tempi realistici lasciare margini extra usare timer, sveglie o app Allo stesso tempo, chi è sempre puntuale può ridurre conflitti e fraintendimenti ricordando che non tutti percepiscono il tempo allo stesso modo. Conclusione: il ritardo non è maleducazione Arrivare in ritardo non è un difetto morale, ma il risultato di biologia, psicologia e abitudini. Con consapevolezza e piccole strategie, è possibile migliorare la propria puntualità senza cambiare la propria identità.
Un nuovo sguardo sull’invecchiamento sano: ecco le principali regole da seguire. Un recente studio italiano sugli anziani mostra come l’invecchiamento sano favorisca la capacità di esprimere emozioni, desideri e intenzioni attraverso il linguaggio. La ricerca, condotta dall’Università di Udine e dall’Università di Torino e pubblicata su Scientific Reports, ha coinvolto 90 partecipanti suddivisi in tre gruppi d’età: giovani adulti, over 65 e anziani oltre i 75 anni. Linguaggio ed emozioni negli over 65: cosa hanno analizzato i ricercatori Il lavoro scientifico si concentra su aspetti fondamentali del linguaggio ed emozioni negli over 65, osservando: quantità e informatività delle parole, uso di marcatori di soggettività come aggettivi e avverbi emotivi, capacità di descrivere spontaneamente stati emotivi.Parallelamente, è stata valutata la Teoria della mente negli anziani, cioè la capacità di riconoscere e interpretare gli stati mentali propri e altrui. Capacità cognitive degli anziani: le differenze tra 65-74 anni e over 75 Secondo lo studio, gli adulti tra i 65 e i 74 anni utilizzano con maggiore frequenza i modalizzatori, termini che esprimono certezza o incertezza, segno di una narrazione consapevole e strutturata.Negli over 75 si osserva invece un calo nella spontanea descrizione delle emozioni. La capacità di esprimere desideri, intenzioni e sentimenti risulta collegata soprattutto alla produzione di parole informative e alla tendenza a descrivere emozioni, indicatori centrali delle capacità cognitive degli anziani. Empatia e comunicazione negli anziani: il commento degli esperti “Questi risultati offrono nuove evidenze sul rapporto tra linguaggio, espressività soggettiva e abilità socio-cognitive nelle diverse fasi dell’invecchiamento sano – spiega Andrea Marini, coordinatore dello studio –. Comprendere come cambiano le capacità narrative contribuisce a migliorare modelli di comunicazione, empatia e benessere cognitivo degli anziani”. Il ruolo della ricerca italiana su linguaggio e invecchiamento Lo studio, finanziato dal PNRR nell’ambito dei PRIN, è stato realizzato dal Language Lab dell’Università di Udine con la collaborazione dell’Università di Torino guidata da Francesca Marina Bosco.Questa ricerca contribuisce a definire nuovi percorsi di analisi per comprendere come l’invecchiamento sano influenzi le capacità cognitive degli anziani. Perché conoscere il potenziale cognitivo degli anziani è importante per il Sud Italia Il lavoro assume particolare importanza nelle regioni del Sud, dove la popolazione over 65 è in crescita costante. In Puglia gli over 65 rappresentano circa il 24% dei residenti, mentre in Basilicata l’invecchiamento è tra i più pronunciati.Promuovere empatia e comunicazione negli anziani, sostenere le abilità mentali e valorizzare il legame tra linguaggio ed emozioni negli over 65 è essenziale per migliorare la qualità della vita e favorire un vero invecchiamento sano.
I ricercatori hanno identificato un approccio innovativo basato su una glicoproteina naturalmente presente nelle articolazioni e sulla superficie oculare. Una recente scoperta dell’IRCCS “Saverio De Bellis” di Castellana Grotte potrebbe aprire nuovi scenari terapeutici per il carcinoma epatocellulare, la forma più diffusa di tumore al fegato. Dopo anni di lavoro, i ricercatori hanno identificato un approccio innovativo basato sull’utilizzo del Proteoglicano-4 (PRG4), una glicoproteina naturalmente presente nelle articolazioni e sulla superficie oculare, nota per la sua funzione lubrificante. Pur non essendo prodotta dal fegato, questa molecola sembra esercitare un ruolo sorprendente quando viene associata al regorafenib, uno dei farmaci attualmente impiegati nei pazienti con carcinoma epatico avanzato. Gli studiosi hanno infatti osservato che il PRG4 amplifica in modo significativo l’azione del regorafenib, rendendo più efficace il blocco dei processi che permettono al tumore di alimentarsi. La combinazione, secondo il direttore scientifico del De Bellis, professor Gianluigi Giannelli, ostacola la formazione di nuovi vasi sanguigni, privando così la massa tumorale dell’apporto necessario alla crescita e riducendone anche la capacità di sviluppare metastasi. Lo studio, finanziato dal Ministero della Salute, rappresenta il risultato di oltre quattro anni di ricerca avanzata condotta attraverso modelli preclinici ottenuti tramite tecniche di ingegnerizzazione molecolare, e ha ottenuto riconoscimento internazionale grazie alla pubblicazione su Journal of Experimental & Clinical Cancer Research. Primo autore del lavoro è il ricercatore Francesco Dituri. Parallelamente, il team scientifico sta sviluppando versioni più piccole e più facilmente utilizzabili del PRG4, frammenti dotati della stessa efficacia biologica ma più adatti all’impiego clinico e già tutelati da brevetti internazionali. Secondo gli studiosi, questa strategia potrebbe in futuro consentire di ridurre il dosaggio del regorafenib mantenendo o addirittura aumentando l’efficacia complessiva del trattamento, migliorare la tollerabilità della terapia e diminuire gli effetti collaterali che spesso portano alla sospensione del farmaco. Un aspetto particolarmente importante riguarda la sicurezza della molecola: essendo fisiologica, il PRG4 non risulta immunogenico e si comporta in modo simile, sotto questo profilo, ad altri composti naturali utilizzati in medicina come l’insulina. Il passo successivo sarà l’avvio delle sperimentazioni cliniche sui frammenti della molecola, necessarie per verificarne l’efficacia anche nei pazienti. Questa scoperta conferma il ruolo crescente del De Bellis nel panorama della ricerca italiana, specialmente in ambito brevettuale e nel trasferimento tecnologico. Come sottolineato dal presidente del CIV, Enzo Delvecchio, l’Istituto è capofila per il Sud Italia nel progetto nazionale PerfeTTO, dedicato alla valorizzazione dei risultati della ricerca in campo biomedico e supportato dal Ministero della Salute. Il De Bellis è inoltre l’unica struttura pugliese certificata da AIFA per condurre studi clinici di Fase 1, elemento che lo colloca tra i centri più avanzati del Paese. Il commissario straordinario, Luigi Fruscio, evidenzia che l’integrazione tra ricerca e attività clinica rappresenta il pilastro su cui costruire il futuro della sanità. Non sorprende quindi che i ricercatori dell’Istituto stiano guidando una ricerca multicentrica nazionale proprio sull’applicazione del PRG4 nel trattamento del tumore al fegato, confermando ancora una volta il ruolo di eccellenza dell’IRCCS De Bellis.
Lo studio americano evidenzia che nelle donne obese post-menopausa l’estrone accelera la crescita del carcinoma ER+. Attenzione a Bari, Lecce, Taranto, Foggia, Potenza e Matera. Uno studio pubblicato su Nature Reviews Endocrinology dal Cancer Host Interaction Program del Lombardi Comprehensive Cancer Center della Georgetown University suggerisce che nelle donne in post-menopausa con carcinoma mammario positivo ai recettori degli estrogeni (ER+) alti livelli di estrone, ormone prodotto dal tessuto adiposo, possano favorire una forma più aggressiva del tumore. Dopo la menopausa, la produzione ovarica di estrogeni come il 17-estradiolo diminuisce drasticamente, e l’estrone diventa l’estrogeno predominante nel sangue e nei tessuti, incluso il tessuto mammario. Nelle donne obese i livelli di estrone possono essere da due a quattro volte più elevati rispetto alle donne normopeso, stimolando processi infiammatori e geni legati alla proliferazione tumorale, e aumentando così il rischio di forme tumorali più aggressive e difficili da trattare. Lo studio evidenzia inoltre che interventi integrati — combinando modifiche dello stile di vita, esercizio fisico regolare e farmaci dimagranti come gli agonisti del recettore GLP-1 — potrebbero ridurre l’effetto cancerogeno dell’estrone, offrendo nuove prospettive terapeutiche oltre alle terapie tradizionali. Questo tema ha particolare rilevanza in Puglia e Basilicata, dove l’obesità femminile in età post-menopausale è significativa: in Puglia, secondo i dati PASSI 2022-2023, circa il 37% della popolazione adulta è in sovrappeso, l’11,7% obesa, con quasi il 49,1% in eccesso ponderale; in Basilicata circa il 38,9% degli adulti è in sovrappeso e il 13,6% obeso. Questi numeri indicano che le donne delle principali aree urbane come Bari, Lecce, Taranto e Foggia in Puglia, e Potenza e Matera in Basilicata, potrebbero essere particolarmente vulnerabili agli effetti dell’estrone sull’aggressività tumorale. L’alta densità demografica di questi centri rende strategico concentrare lì le attività di prevenzione e screening, campagne di sensibilizzazione su alimentazione e attività fisica, e interventi clinici personalizzati che integrino la gestione del peso corporeo con la cura oncologica. Lo studio suggerisce inoltre di rafforzare i registri regionali dei tumori e i sistemi di sorveglianza sanitaria per monitorare l’incidenza di carcinoma mammario correlato a obesità e fattori ormonali, valutando l’efficacia delle strategie preventive nel tempo.In questo contesto, le donne di Bari, Lecce, Taranto, Foggia, Potenza e Matera rappresentano una popolazione chiave per interventi mirati, perché la combinazione di obesità, menopausa e carcinoma ER+ può aumentare la probabilità di forme più aggressive.
. In Puglia esplode la tensione tra agricoltori e Consorzi di Bonifica dopo l’arrivo, nelle ultime settimane, di una lunga serie di fatture a conguaglio che stanno colpendo aziende agricole grandi e piccole. Si tratta di richieste di pagamento inviate dal Consorzio Stornara e Tara e dal Consorzio Terre d’Apulia, con importi che in molti casi risultano più che raddoppiati e che si riferiscono addirittura ai consumi del 2021 e del 2022. Una circostanza che ha provocato la dura reazione di Coldiretti Puglia, che definisce le notifiche “totalmente illegittime” e mette in guardia: se i Consorzi non ritireranno immediatamente le fatture, partirà una mobilitazione senza precedenti. Al centro della polemica ci sono le Deliberazioni Commissariali approvate nel dicembre 2022, che prevedono aumenti tariffari legati ai costi energetici e alla minore compartecipazione della Regione. Nonostante siano in vigore da oltre due anni, gli agricoltori affermano di non aver ricevuto comunicazioni chiare, né aggiornamenti tempestivi. Così oggi si ritrovano bollette retroattive, arrivate in alcuni casi senza dettagli sufficienti e con cifre che incidono pesantemente sui bilanci delle aziende. Emblematico il caso delle utenze zootecniche, costrette a fare i conti con un prezzo dell’acqua lievitato da 2 a 3,70 euro al metro cubo, un aumento superiore all’80% che ora viene richiesto in un’unica soluzione per annualità passate. Coldiretti denuncia una gestione amministrativa “inaccettabile”, accusando i Consorzi di scaricare sugli agricoltori ritardi, inefficienze e mancanza di trasparenza. “Si tratta di un colpo basso per imprese che già oggi fanno fatica a sostenere i costi di produzione”, afferma il presidente regionale Alfonso Cavallo, secondo cui “non è tollerabile attribuire ai produttori rurali la responsabilità delle criticità gestionali di chi eroga un servizio essenziale come quello idrico”. Cavallo avverte che l’organizzazione agricola non resterà a guardare e chiede un confronto immediato, altrimenti scatteranno forme di protesta diffuse. Preoccupato anche il direttore regionale di Coldiretti, Pietro Piccioni, che parla di “forzatura amministrativa priva di fondamento”, annunciando che sono già in corso verifiche legali e che l’associazione è pronta a difendere gli agricoltori anche sul piano giudiziario. Piccioni chiede inoltre alla Regione un intervento urgente per fare chiarezza, stabilire regole certe e porre fine a una situazione che definisce “ai limiti dell’assurdo”.Nel frattempo continuano ad arrivare segnalazioni da parte dei produttori, che lamentano calcoli poco chiari, comunicazioni inviate a distanza di anni e un impatto economico difficilmente sostenibile in un periodo in cui il settore è già logorato dalla crisi dei mercati, dalla siccità e dai costi energetici. L’acqua, elemento fondamentale per la sopravvivenza delle aziende agricole, rischia così di trasformarsi in un ulteriore fattore di stress per un comparto già fragile. Coldiretti avverte che, senza una rapida soluzione, la vicenda potrebbe degenerare in un problema sociale di ampia portata, coinvolgendo non solo gli agricoltori ma l’intero sistema economico regionale. L’associazione si dice pronta a rendere pubblica ogni evoluzione della situazione e a mettere in campo tutte le azioni necessarie affinché, dopo anni di difficoltà, non siano ancora una volta gli agricoltori a pagare il prezzo di errori amministrativi che non hanno contribuito a generare.
“Quest’anno riuscirò a tornare a casa?” È una domanda che pesa sul cuore prima ancora che sul portafoglio. Natale al Sud. Ogni dicembre, quando il freddo si infila tra le strade di Milano, Torino o Bologna, per chi è lontano dalla Puglia e dalla Basilicata si riaccende lo stesso pensiero: “Quest’anno riuscirò a tornare a casa?”. È una domanda che pesa sul cuore prima ancora che sul portafoglio, perché tornare a Bari, Lecce, Taranto, Foggia o Brindisi, oppure in città lucane come Potenza e Matera, non è solo uno spostamento, ma un viaggio verso i propri affetti, verso la propria storia. Eppure quel viaggio, che dovrebbe essere naturale e semplice, diventa ogni anno un percorso ad ostacoli fatto di prezzi che salgono, posti che spariscono, coincidenze impossibili e attese infinite. Le associazioni dei consumatori raccontano che i voli verso la Puglia, soprattutto quelli diretti agli aeroporti di Bari e Brindisi, hanno registrato aumenti che fanno tremare migliaia di persone: tratte come Milano–Bari, Torino–Bari o Verona–Bari che d’inverno costano come una cena fuori, a Natale arrivano a cifre che assomigliano più a un biglietto intercontinentale. Molti raccontano di aver visto il prezzo del volo cambiare nel giro di pochi minuti, come se qualcuno giocasse col desiderio di tornare a casa. Chi deve raggiungere il Salento affronta una sfida ancora maggiore: Brindisi è più piccolo, più affollato, più vulnerabile alle oscillazioni dei prezzi e trovare un posto per tornare a Lecce, Gallipoli, Nardò o Maglie somiglia a una lotteria. E non va meglio ai tanti che vivono nell’area della Grecia Salentina o nell’entroterra, da Calimera a Martano, da Zollino a Soleto: oltre al volo, bisogna calcolare navette, treni delle FSE, bus stracolmi, orari che non coincidono. Per i lucani, poi, la situazione è un misto di rassegnazione e testardaggine: Matera non ha un aeroporto e dipende da Bari, così chi deve rientrare a Montescaglioso, Ferrandina, Pisticci o Bernalda sa che il costo del viaggio sarà sempre superiore alla media, sempre un po’ più ingiusto del dovuto. Potenza vive lo stesso destino a Natale, solo con strade più tortuose: chi atterra a Bari o Napoli deve affrontare ancora due ore di pullman verso Avigliano, Rionero, Muro Lucano o Tito, spesso con valigie incastrate ovunque e posti prenotati settimane prima. Il treno, che dovrebbe essere l’unica certezza, diventa invece un campo di battaglia: trovare un biglietto Milano–Bari per il 23 dicembre a meno di 150 euro è quasi un’utopia; e lo stesso vale per Bologna–Foggia, Firenze–Bari, Torino–Taranto. Molti studenti fuori sede raccontano di viaggi in piedi, valigie ammassate tra i sedili, stazioni come Bari Centrale o Foggia piene di ragazzi che aspettano autobus per Vieste, Manfredonia, San Severo o Monte Sant’Angelo, tutti con la stessa speranza negli occhi e lo stesso timore di non arrivare in tempo. Chi per Natale deve raggiungere la Murgia vive un’odissea che conosce bene: le linee Bari–Altamura–Matera e Bari–Gravina–Potenza esplodono di passeggeri proprio tra il 22 e il 24 dicembre, quando chi è lontano da paesi come Altamura, Gravina, Poggiorsini, Santeramo o Laterza prova a rientrare anche con treni che sembrano non bastare mai. Nei paesi della Valle d’Itria — Martina Franca, Locorotondo, Cisternino, Ostuni — la situazione è simile: arrivi continui negli aeroporti, coincidenze che saltano, autobus che non riescono a caricare tutti i passeggeri. Persino raggiungere Fasano o Monopoli a Natale, pur essendo servite dalla linea adriatica, diventa complicato: i regionali sono colmi e i ritardi si sommano fino a far perdere quell’ultima corsa di bus verso casa che significa, a volte, aspettare un’ora al freddo con una valigia e una busta di dolci da portare ai parenti. L’auto, ultimo rifugio per chi non trova voli o treni, si trasforma in un viaggio lungo e costoso: i prezzi dei carburanti sono saliti ancora, e chi parte da Torino verso Bari, da Milano verso Lecce o da Verona verso Potenza sa che tra pedaggi e rifornimenti spenderà quasi quanto un biglietto aereo. Eppure, nonostante la fatica e i costi, ogni anno quella fila interminabile di auto percorre la A14 e la Basentana, perché nessun prezzo può cancellare il bisogno di rivedere la casa dei nonni a Melfi, la piazza illuminata di Ruvo, il presepe vivente a Tricase, il profumo dei taralli appena sfornati a Andria o l’odore della legna nei vicoli di Pietragalla. Le associazioni dei consumatori denunciano questi aumenti come una ferita aperta: un sistema che penalizza sempre gli stessi e che trasforma il ritorno a casa in un lusso. Nei paesi più piccoli, da Accettura a Turi, da Ginosa a Rionero, da Scanzano Jonico fino a Otranto, sindaci e comitati parlano di famiglie che rinunciano a riabbracciarsi perché il costo del viaggio supera quello di un mese di affitto. È una ferita che riguarda tutti: perché senza quei rientri, senza quei figli che tornano per pochi giorni, molte comunità già svuotate cadono in un silenzio ancora più pesante. Eppure ogni anno, nonostante tutto, i pugliesi e i lucani sparsi nel mondo fanno i conti, studiano le combinazioni, caricano l’auto, si incastrano nei vagoni, aspettano ore negli aeroporti, pur di tornare anche solo per una cena, per una vigilia, per un abbraccio. Perché alla fine, anche se la strada verso casa costa sempre un po’ di più, quel momento in cui si rivede il mare di Bari, le luminarie di Lecce, le gravine intorno a Matera, il profilo del Vulture o gli oliveti infiniti della Murgia ripaga, almeno per un attimo, tutti i sacrifici. Ma resta un’amara verità: nessuno dovrebbe pagare così tanto solo per tornare da chi ama.
Annata straordinaria per l’olio extravergine d’oliva italiano, con la Puglia che torna sul trono della qualità e della quantità, imponendosi come faro del Mediterraneo nonostante una stagione segnata da siccità, caldo estremo e piogge irregolari. Nei mercati contadini la festa dell’olio nuovo ha il sapore della riscossa: gli oli DOP pugliesi raggiungono un valore di 82 milioni di euro e il DOP Terra di Bari registra un’esplosione delle esportazioni con un +62%, risultato che incorona la regione primo polo nazionale per l’export di eccellenze certificate. La Puglia si conferma così il cuore verde dell’olivicoltura italiana, con 370mila ettari coltivati, 148mila aziende, 60 milioni di alberi — quasi un terzo dell’intero patrimonio olivicolo nazionale — e una PLV che vola a 1 miliardo di euro, un colosso agricolo e ambientale che continua a crescere. Mentre l’olio extravergine di oliva nuovo scorre, anche la scienza contribuisce a rafforzarne il mito: una review firmata Università del Molise e Harvard, pubblicata su Nutritional Neuroscience, svela il ruolo sorprendente dei polifenoli dell’extravergine — idrossitirosolo, oleuropeina e oleocantale — nel proteggere il cervello da infiammazioni, stress ossidativo e neurodegenerazione. I ricercatori spiegano che queste molecole dell’olio extravergine di oliva agiscono migliorando la funzione mitocondriale e bloccando citochine dannose, aprendo la strada a nuove strategie nutraceutiche contro Alzheimer, Parkinson e declino cognitivo. Lo conferma anche il celebre studio Predimed: una dieta mediterranea arricchita con un litro di EVO ricco di polifenoli a settimana riduce del 40% il rischio di sviluppare demenza, un dato che ridefinisce il ruolo dell’olio extravergine nella salute pubblica. Accanto alla Puglia emerge una protagonista forse inattesa ma sempre più convincente: la Basilicata. Quest’anno la regione registra una produzione dell’olio extravergine di oliva in moderata ripresa e una qualità che sorprende per intensità aromatica e ricchezza fenolica, soprattutto nelle aree vocate del Vulture e della Collina Materana. Qui l’olio racconta un territorio integro, fatto di agricoltura eroica, piccoli frantoi e tradizioni che resistono. Non mancano le difficoltà — dalla frammentazione aziendale alla cronica carenza d’acqua — ma la risposta del comparto lucano è esemplare: una filiera coesa, capace di trasformare la fragilità in valore, sostenuta dall’apprezzamento crescente delle DOP locali sui mercati italiani e internazionali. A oscurare l’entusiasmo per la straordinaria qualità del nuovo raccolto finalizzato alla produzione dell’olio extravergine di oliva è però l’impennata senza precedenti delle importazioni di olio straniero. Nei primi otto mesi del 2025 l’Italia ha visto arrivare 427 milioni di chili di prodotto estero, +67% rispetto al 2024, con una spinta record ad agosto (+93%) proprio alla vigilia dell’avvio della campagna olearia. Il risultato è un crollo delle quotazioni dell’EVO italiano: un -20% in poche settimane che spinge molti produttori sotto la soglia dei costi di produzione, minacciando redditività, investimenti e futuro delle aziende. Coldiretti e Unaprol lanciano l’allarme e chiedono una Cabina di Regia straordinaria, controlli serrati nei porti e un monitoraggio rigoroso dei contratti futures sulle Borse Merci per smascherare manovre speculative e bloccare frodi sull’origine.
Nel 2024 in Europa sono stati registrati 24.164 nuovi casi di infezione da Hiv, un tasso di 5,3 diagnosi ogni 100.000 abitanti. Ti ricordi l’Aids? Quella parola che negli anni ’80 e ’90 faceva paura solo a sentirla nominare, che riempiva i telegiornali e scuoteva le coscienze, oggi sembra quasi scomparsa dal discorso pubblico, ma non dalla realtà. Nel 2024 in Europa sono stati registrati 24.164 nuovi casi di infezione da Hiv, un tasso di 5,3 diagnosi ogni 100.000 abitanti: numeri che appaiono in calo rispetto al passato, ma che secondo il report dell’Oms e dell’Ecdc devono essere letti con prudenza, perché la diminuzione potrebbe riflettere ritardi nelle segnalazioni e non una reale frenata del contagio. E mentre l’Europa osserva questi dati con preoccupazione, uno sguardo al Sud Italia, soprattutto a Puglia e Basilicata, mostra un mosaico fatto di progressi, fragilità e nuove consapevolezze che avanzano lentamente ma con forza. In Puglia la situazione si muove su due velocità: nelle città più grandi, come Bari, Lecce e Taranto, il test è più accessibile, le campagne informative più diffuse, la PrEP comincia a entrare nei comportamenti preventivi di giovani e adulti, e la normalizzazione del tema avanza grazie al lavoro delle associazioni. Ma basta uscire dai centri principali per scivolare in una realtà diversa, dove lo stigma pesa di più, il test viene percepito ancora come qualcosa “per altri”, e molte persone scoprono la positività quando compaiono i sintomi avanzati. Non è raro che la diagnosi arrivi in pronto soccorso o durante un ricovero per patologie correlate, quando ormai l’infezione ha compromesso il sistema immunitario. Eppure proprio in queste aree si sta muovendo un vento nuovo: screening nelle scuole, test rapidi durante gli eventi pubblici, sportelli universitari, piccoli gruppi di attivisti che lavorano nell’ombra e cambiano il territorio una conversazione alla volta. In Basilicata, regione meno popolosa e più dispersa, la sfida principale è la distanza. Potenza e Matera sono i due poli specialistici, ma per chi vive nei comuni interni il test diventa un viaggio, quasi un ostacolo logistico oltre che culturale. Gli operatori sanitari raccontano che molte diagnosi emergono tra adulti o persone di mezza età che non hanno mai considerato l’idea di controllarsi e arrivano alla verità solo quando compaiono segnali clinici importanti. Tuttavia anche qui si sta aprendo un nuovo scenario: campagne nei consultori, iniziative dedicate ai giovani, distribuzione di autotest, formazione nelle scuole. In un territorio segnato dallo spopolamento, l’educazione alla salute diventa una strategia di resistenza comunitaria, un modo per colmare distanze fisiche e culturali. Nel resto d’Europa il quadro resta complesso: più della metà delle diagnosi avviene troppo tardi e nell’Ue/See il 48% dei nuovi casi presenta una conta dei linfociti CD4 sotto le 350 cellule/mm³, un terzo addirittura sotto le 200, cioè in fase già avanzata. La diagnosi tardiva colpisce soprattutto uomini eterosessuali, consumatori di droghe iniettive e persone anziane, con forti differenze territoriali. Il direttore regionale dell’Oms per l’Europa, Hans Henri P. Kluge, parla di una “crisi silenziosa”: sempre più persone convivono con l’Hiv senza saperlo, alimentando inconsapevolmente la trasmissione. La paura del test, lo stigma, la sensazione di non essere a rischio continuano a essere barriere più forti del virus stesso. Eppure qualcosa sta cambiando: la terapia antiretrovirale è sempre più diffusa, il principio “U=U” è ormai solido, la PrEP si sta espandendo, i test diventano più frequenti nelle popolazioni chiave e i servizi di prevenzione hanno ripreso vigore dopo la pandemia. L’Oms e l’Ecdc chiedono però di fare di più: rendere il test un gesto ordinario, facilitare l’autotest, raggiungere chi vive ai margini o lontano dai centri sanitari. Perché il vero nemico, oggi, non è più la malattia, ma il silenzio. In un’Europa che sembra parlare meno di Hiv ma che continua a conviverci, il Sud Italia mostra una verità semplice: la prevenzione funziona quando la comunità si mette in movimento. E mentre Puglia e Basilicata provano a trasformare il test in un gesto normale, la sfida più grande resta sempre la stessa: ricordare che l’Hiv non è un fantasma del passato, ma una realtà che si può controllare, curare e prevenire, a patto che nessuno scelga di voltarsi dall’altra parte.
La regione resta una delle capitali italiane dell’apicoltura: 1.070 aziende producono mieli diversissimi tra loro. Il miele d’importazione, soprattutto da Paesi extra UE, viene venduto in media a 2,14 euro al chilo. Una cifra che non copre neppure i costi di produzione italiani. In Puglia, proteggere quasi 32.000 alveari e oltre 13.000 sciami non è più soltanto una questione agricola: è una corsa contro il tempo per salvare un pezzo di futuro. In una regione dove la siccità si fa sentire come un macigno, gli eventi climatici estremi diventano sempre più frequenti e l’abbandono dei terreni – conseguenza indiretta della Xylella – compromette le fioriture, le api vivono in uno stato di allerta permanente. Ogni stagione è una scommessa, ogni fioritura un’incognita. Per questo Coldiretti Puglia accoglie con favore l’attivazione, da parte dell’Autorità di Gestione del Complemento di Sviluppo Rurale 2023/2027, di un nuovo sostegno alle aziende apistiche impegnate nella tutela della biodiversità e della sostenibilità ambientale. Il contributo entrerà in vigore nel 2026, ma il segnale politico e sociale arriva già oggi, forte e chiaro: salvare le api significa salvare l’equilibrio stesso del territorio. Le api non sono soltanto piccole operaie in volo tra i campi: sono un pilastro invisibile della vita quotidiana. Coldiretti ricorda che api domestiche e selvatiche permettono la riproduzione del 70% delle specie vegetali e rappresentano un termometro ambientale capace di raccontare, con sorprendente precisione, lo stato di salute dei nostri ecosistemi. Tre colture su quattro, in Italia, dipendono da loro. Frutti simbolo della Puglia – dalle ciliegie ai meloni, dalle fragole ai cocomeri – ma anche mele, pere, agrumi, prodotti che finiscono ogni giorno sulle nostre tavole, esistono grazie a un esercito silenzioso che lavora nei campi senza chiedere nulla in cambio. E se l’impollinazione si ferma, tutto il resto si ferma con lei. I dati Ispra confermano un quadro che non può lasciare indifferenti: quasi il 90% delle piante selvatiche da fiore e il 75% delle colture agrarie mondiali richiedono, in tutto o in parte, l’impollinazione animale. E in Puglia questo processo è oggi un gigante fragile, minacciato da siccità, temperature anomale e crisi idriche che alterano i cicli delle fioriture. Nonostante ciò, la regione resta una delle capitali italiane dell’apicoltura: 1.070 aziende producono mieli diversissimi tra loro, specchio della ricchezza botanica e climatica del territorio. Dal profumato miele di mandorlo a quello di agrumi, dal rosmarino e timo ai mieli più rari come fiordaliso, sulla, eucalipto, coriandolo, trifoglio, millefiori. Un mosaico di qualità che attira l’interesse crescente di donne e giovani, protagonisti della nuova apicoltura pugliese, più innovativa e sempre più attenta alla sostenibilità. Eppure il nemico non vola: arriva dall’estero, spesso nascosto dentro vasetti dal prezzo troppo basso per essere vero. Il miele d’importazione, soprattutto da Paesi extra UE, viene venduto in media a 2,14 euro al chilo. Una cifra che non copre neppure i costi di produzione italiani. La Commissione europea, in una sua recente indagine, ha rilevato irregolarità nel 46% dei campioni analizzati: percentuali inquietanti che raccontano un mercato distorto, dove sciroppi zuccherini, coloranti e additivi vengono utilizzati per adulterare il miele e aumentarne il volume, mascherandone origine e qualità. Le partite più sospette arrivano dalla Cina, da cui proviene il 74% dei campioni irregolari, mentre la Turchia detiene il primato percentuale con il 93% dei casi fuori norma. Numeri che accendono un faro su un fenomeno non marginale: concorrenza sleale che penalizza i produttori onesti e confonde i consumatori. In questo scenario, l’etichettatura di origine obbligatoria diventa la bussola indispensabile per orientarsi. Coldiretti lo ripete da anni: solo controllando la provenienza si può distinguere il vero miele Made in Italy. La legge è chiara. Se il prodotto è interamente italiano, la parola “Italia” deve comparire in etichetta in modo esplicito e leggibile. Se proviene da più Paesi europei, deve essere indicata la dicitura “miscela di mieli originari della Ue”, con il dettaglio dei singoli Stati. Lo stesso vale per le miscele di mieli extra UE o per quelle miste, europee e non. Trasparenza totale per difendere i produttori, ma anche per garantire ai consumatori ciò che acquistano. Per non cadere nelle trappole del mercato e per sostenere davvero un settore che custodisce la biodiversità, Coldiretti Puglia invita i cittadini a un gesto semplice ma decisivo: leggere con attenzione l’etichetta o, meglio ancora, acquistare il miele direttamente dai produttori locali, nelle aziende agricole, negli agriturismi o nei mercati di Campagna Amica. È un modo concreto per difendere le api, tutelare l’ambiente e garantire un futuro a un mestiere che conosce la fatica del sole e la delicatezza del volo. In un mondo che corre e consuma, scegliere un miele vero diventa un piccolo atto di resistenza: un modo per proteggere ciò che non può parlare ma da cui dipende, silenziosamente, la vita di tutti.

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