
Salute mentale: il 30% italiani non si informa da professionisti, ecco le altre fonti
Tra le malattie più temute ci sono l’Alzheimer e le demenze I temi riguardanti la salute mentale, negli ultimi anni, stanno avendo un peso specifico
Tra le malattie più temute ci sono l’Alzheimer e le demenze. I temi riguardanti la salute mentale, negli ultimi anni, stanno avendo un peso specifico maggiore rispetto al passato. Certamente, c’è una maggiore consapevolezza tra gli italiani e una crescente necessità di informarsi. Resta da capire, però, quali sono le fonti di informazione sulla salute mentale. Infatti, secondo una ricerca le fonti di informazione tra gli italiani non vedono una prevalenza netta di quelle di tipo professionale (dal medico curante allo psichiatra) rispetto a quelle non professionali e ai media. Infatti, il 30% degli italiani cita solo fonti non professionali, il 24,1% solo fonti professionali, mentre il 45,9% afferma di utilizzarle entrambe. I risultati sono stati presentati dall’indagine “Salute mentale e salute del cervello nella concezione della salute degli italiani” realizzata dal Censis su un campione rappresentativo di 1.000 adulti. A proposito di informazione, c’è la tendenza a distinguere tra quella sulla salute mentale e quella relativa al cervello: il 62,8% pensa che salute mentale e salute del cervello non coincidano e tende quindi a distinguere tra le malattie neurologiche e del neurosviluppo (salute del cervello) e le malattie psichiatriche (salute mentale). Per il Censis si tratta di una concezione in cui è poco presente la consapevolezza di una interdipendenza tra salute mentale e salute del cervello e delle sovrapposizioni tra i disturbi cerebrali e il fatto che entrambe dipendano dalla salute del cervello. Ma quali sono le tipologie di malattie più temute? Ecco qui un elenco: Alzheimer e le demenze (49,5%) tumori del cervello (32,7%) depressione (24,1%). Come anticipato, negli ultimi sta aumentando la centralità della dimensione del benessere psicologico nella concezione della salute. Per il 31,3% degli italiani la salute coincide con l’equilibrio psicofisico e il benessere mentale, quota che sale al 44,0% tra i giovani. Quasi uno su due (46,7%) ritiene che il benessere fisico dipenda da quello psicologico, mentre il 45,8% ritiene che si tratta di due aspetti ugualmente rilevanti. Solo il 7,5% lo considera secondario.
Un nuovo studio rivela come il cervello regoli attivamente l’amnesia infantile, offrendo nuove chiavi per capire memoria e oblio. Dimenticare quasi completamente i primi anni di vita è un’esperienza comune a gran parte degli esseri umani e di molte altre specie: un fenomeno noto come amnesia infantile. Un nuovo studio pubblicato su PLOS Biology dai ricercatori del Trinity College Dublin rivela che questo tipo di oblio non è un processo passivo, ma è attivamente regolato da specifiche cellule immunitarie del cervello, le microglia. Nei modelli murini, bloccare l’attività delle microglia impedisce l’amnesia infantile, migliorando la capacità di ricordare esperienze vissute nelle primissime fasi della vita. Le microglia, infatti, sono le principali cellule immunitarie del sistema nervoso centrale e giocano un ruolo essenziale nel modellare le connessioni cerebrali durante lo sviluppo. Fino a oggi, però, il loro coinvolgimento diretto nei processi di memoria e dimenticanza era poco chiaro. Per indagare i meccanismi alla base dell’amnesia infantile, i ricercatori hanno inibito l’attività delle microglia in topi molto giovani e valutato la loro capacità di ricordare esperienze associate alla paura. Parallelamente, hanno analizzato i marcatori di attività microgliale in due aree cerebrali fondamentali per la memoria: il giro dentato dell’ippocampo e l’amigdala. I risultati sono chiari: quando l’attività delle microglia viene soppressa, queste aree mostrano una ridotta attivazione microgliale e i giovani topi manifestano una memoria significativamente migliore dell’esperienza vissuta. Gli scienziati hanno anche utilizzato marcatori fluorescenti per identificare le cosiddette cellule engramma, i neuroni che conservano fisicamente le tracce dei ricordi nel cervello. Nei topi in cui le microglia erano inattive, le cellule engramma risultavano più attive, fornendo una spiegazione funzionale al miglioramento della memoria osservato. In precedenti lavori, lo stesso gruppo aveva dimostrato che i topi nati da madri con un sistema immunitario attivato non sviluppano amnesia infantile. In questo nuovo studio, modulando l’attività delle microglia subito dopo la nascita in questi animali, i ricercatori sono riusciti a ripristinare il normale processo di dimenticanza infantile, rafforzando l’ipotesi di un ruolo causale delle microglia. «Le microglia possono essere considerate come vere e proprie “gestori della memoria” nel cervello», spiega Erika Stewart, prima autrice dello studio. «Il nostro lavoro indica che esistono meccanismi comuni tra l’amnesia infantile e altre forme di dimenticanza, sia nella vita quotidiana sia nelle malattie». Secondo il senior author Thomas Ryan, l’amnesia infantile è probabilmente la forma di perdita di memoria più diffusa nella popolazione umana, ma a lungo trascurata dalla ricerca perché universalmente considerata inevitabile. «Sempre più studi suggeriscono che dimenticare non è un difetto del cervello, ma una sua caratteristica funzionale», osserva Ryan. In questa prospettiva, i ricordi della prima infanzia non scompaiono del tutto, ma vengono archiviati in modo da non essere facilmente accessibili, con le microglia che contribuiscono a organizzare quando e come gli engrammi vengono espressi nel corso della vita. Comprendere la biologia dell’amnesia infantile potrebbe quindi offrire nuove chiavi di lettura sui meccanismi generali della memoria e dell’oblio, aprendo prospettive inedite su come il cervello apprende e dimentica nelle fasi più precoci dello sviluppo.
Le cellule nasali regolano la risposta al rinovirus, determinando gravità dei sintomi e diffusione dell’infezione, aprendo la strada a nuove strategie terapeutiche. Quando il rinovirus, il principale responsabile del raffreddore, infetta le vie nasali, non è solo il virus a determinare l’andamento dell’infezione: a giocare un ruolo decisivo è la risposta delle cellule che rivestono il naso. È quanto emerge da uno studio della Yale School of Medicine, pubblicato su Cell Press Blue, che mostra come le difese innate dell’epitelio nasale siano in grado di controllare la diffusione del virus e di influenzare in modo significativo la comparsa e la gravità dei sintomi. I ricercatori hanno analizzato nel dettaglio il comportamento delle cellule nasali durante l’infezione da rinovirus, dimostrando che una risposta antivirale rapida ed efficace può impedire al virus di replicarsi e diffondersi. Per osservare questi meccanismi, il team ha sviluppato un modello di tessuto nasale umano coltivato in laboratorio a partire da cellule staminali. Dopo quattro settimane, queste cellule si organizzano in un epitelio simile a quello delle vie respiratorie umane, completo di cellule produttrici di muco e cellule ciliate in grado di spostarlo. Secondo gli autori, questo modello riproduce le risposte dell’organismo umano in modo più fedele rispetto alle tradizionali linee cellulari, risultando particolarmente adatto allo studio del rinovirus, che provoca malattia solo nell’uomo. In condizioni normali, quando le cellule nasali rilevano il virus, producono interferoni, proteine che attivano una risposta antivirale coordinata nelle cellule infette e in quelle vicine, creando un ambiente ostile alla replicazione virale. Se la risposta è abbastanza rapida, il virus non riesce a diffondersi. Quando invece i ricercatori hanno bloccato sperimentalmente il segnale degli interferoni, il rinovirus ha infettato rapidamente un numero maggiore di cellule, causando danni estesi e, in alcuni casi, la morte del tessuto. «I nostri esperimenti dimostrano quanto sia cruciale ed efficace una risposta rapida agli interferoni nel controllare l’infezione da rinovirus, anche in assenza di cellule del sistema immunitario», spiega Bao Wang, primo autore dello studio. La ricerca ha inoltre evidenziato che, quando la replicazione virale aumenta, si attivano risposte alternative: il rinovirus stimola un diverso sistema di rilevamento, che induce cellule infette e non infette a produrre grandi quantità di muco e mediatori infiammatori. Questo contribuisce ai sintomi respiratori e, in alcuni soggetti, può provocare difficoltà respiratorie, soprattutto nelle persone con asma o altre malattie polmonari croniche. Secondo gli autori, questi meccanismi potrebbero diventare nuovi bersagli terapeutici, permettendo di stimolare una risposta antivirale efficace senza scatenare un’infiammazione eccessiva. Grazie al modello sviluppato in laboratorio, i ricercatori hanno potuto osservare simultaneamente le risposte coordinate di migliaia di cellule e valutare cosa accade quando i sensori cellulari che riconoscono il virus vengono bloccati. Lo studio conferma quindi che la gravità del raffreddore dipende in larga misura dalla risposta dell’organismo al virus, più che dalle caratteristiche intrinseche del patogeno. «Il nostro lavoro sposta l’attenzione dal virus alle difese dell’ospite», conclude Ellen Foxman, autrice senior dello studio. «Capire come modulare queste risposte apre la strada a nuove strategie terapeutiche, che puntano a rafforzare le difese naturali dell’organismo invece di colpire direttamente il virus». In sintesi, più che la presenza del rinovirus, a determinare se il raffreddore sarà lieve o intenso è la rapidità e l’efficacia delle difese delle nostre cellule nasali. Conoscere questi meccanismi potrebbe aprire la strada a trattamenti futuri che stimolino le difese naturali senza scatenare infiammazione, riducendo sintomi e complicanze respiratorie.
Pisticci e Matera guidano la classifica dei comuni più richiesti, mentre la regione si conferma irresistibile per chi cerca uno stile di vita italiano vero. Nel 2025 la Basilicata continua a farsi notare nel mercato immobiliare internazionale e lo fa con numeri che raccontano una storia sempre più chiara: le richieste dall’estero crescono del +10,25% rispetto al 2024, dopo il già significativo +13,2% dell’anno precedente. Un segnale evidente di come la regione stia diventando una scelta consapevole per chi guarda all’Italia non solo come meta turistica, ma come luogo in cui vivere davvero, lontano dal turismo di massa e vicino a paesaggi autentici, ritmi lenti e prezzi accessibili. A catalizzare l’attenzione sono soprattutto la provincia di Matera e comuni simbolo come Pisticci e Matera città, sempre più centrali nelle preferenze degli acquirenti internazionali. Quella del 2025 non è una sorpresa, ma la naturale evoluzione di un percorso che si consolida nel tempo. L’analisi di Gate-away.com, portale immobiliare dedicato agli acquirenti esteri, mostra come negli ultimi due anni la Basilicata abbia intercettato una domanda internazionale sempre più orientata verso territori meno affollati, capaci di offrire uno stile di vita autentico, un forte legame con il territorio e un mercato immobiliare ancora competitivo. Matera si conferma il fulcro di questo interesse, concentrando il 79,81% delle richieste, in crescita del +16,36% rispetto al 2024. La provincia di Potenza, pur registrando una flessione (-8,7%), continua a mantenere una quota significativa della domanda, soprattutto nelle aree costiere e interne dal forte valore paesaggistico. Tra i comuni più desiderati emerge con forza Pisticci, che da sola raccoglie il 59,94% delle richieste, con una crescita del +26,35% rispetto all’anno precedente. Un risultato che riflette perfettamente il nuovo immaginario lucano: borghi storici, campagna, mare a pochi chilometri e prezzi ancora accessibili. Matera segue con il 10,58% delle richieste, ma con una crescita particolarmente marcata (+57,14%), a conferma di un fascino che va oltre il turismo e si traduce sempre più spesso in scelte di vita o di investimento. Accanto a queste, realtà come Trecchina, Maratea, Gallicchio e San Giorgio Lucano intercettano una domanda più selettiva, attenta alla natura e alla qualità della vita. Anche la mappa delle nazionalità racconta un interesse in evoluzione. Gli Stati Uniti restano il primo mercato con il 28,53% delle richieste, confermando un legame ormai consolidato con la regione. Ma il 2025 segna una maggiore diversificazione: il Regno Unito raggiunge il 13,14%, con una crescita sorprendente del +86,36%, seguito da Germania (11,22%) e Italia (9,94%, richieste inviate da cittadini stranieri presenti nel Paese), in aumento del +55%. Anche Francia e Belgio mostrano segnali di rafforzamento, contribuendo a rendere la domanda più distribuita e matura rispetto al passato. Le tipologie di immobili ricercate parlano chiaro: la Basilicata è scelta da chi sogna spazio, privacy e contatto con il territorio. Le case di campagna rappresentano il 44,87% delle richieste, seguite dalle ville con il 21,79% e dagli appartamenti con l’8,65%. Non sorprende che oltre il 68% delle richieste riguardi immobili già ristrutturati, segno di una clientela internazionale che privilegia soluzioni pronte da vivere, pensate per una residenza stabile o per lunghi periodi di permanenza. Dal punto di vista dei prezzi, il valore medio degli immobili richiesti nel 2025 si attesta sui 367.824 euro, sostanzialmente stabile rispetto al 2024 (+1,09%). La distribuzione delle fasce di prezzo conferma uno dei principali punti di forza della regione: il 46,15% delle richieste si concentra tra i 100 e i 250 mila euro, mentre il 29,81% riguarda immobili sotto i 100 mila euro. Solo una quota residuale (5,45%) supera il milione di euro, rendendo la Basilicata una delle regioni italiane più accessibili per gli acquirenti esteri. «La Basilicata rappresenta in modo emblematico il cambiamento in atto nella domanda immobiliare internazionale», commenta Simone Rossi, cofondatore di Gate-away.com. «Gli acquirenti stranieri sono sempre più attratti da territori autentici, lontani dal turismo di massa, dove è possibile vivere un’esperienza italiana vera, fatta di relazioni, paesaggio e tradizioni.» «Il successo di comuni come Pisticci e la crescita costante di Matera dimostrano come la regione sia riuscita a trasformare il proprio valore culturale e territoriale in un’opportunità concreta anche sul piano immobiliare. Prezzi accessibili e qualità della vita elevata rendono la Basilicata particolarmente competitiva per chi guarda all’Italia come luogo in cui vivere o investire nel medio-lungo periodo.» Un interesse che, come confermano i dati del 2025, non appare affatto passeggero, ma destinato a crescere e consolidarsi negli anni a venire.
Uno strumento digitale potrebbe aiutare medici e pazienti a intervenire prima del danno irreversibile. Anche lievi alterazioni della funzione renale possono aiutare a individuare precocemente le persone a rischio di sviluppare una malattia renale cronica. È quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista Kidney International e condotto dai ricercatori del Karolinska Institutet di Stoccolma. Il team, guidato da Yuanhang Yang e Juan Jesús Carrero, ha messo a punto uno strumento online pensato per supportare la diagnosi precoce e la prevenzione primaria della malattia renale cronica, una condizione che rappresenta un problema sanitario globale in forte crescita. Secondo le stime, colpisce oggi tra il 10 e il 15 per cento degli adulti nel mondo e potrebbe diventare entro il 2040 una delle prime cinque cause di anni di vita persi. In assenza di programmi di screening efficaci, spiegano gli autori, la diagnosi avviene spesso in fase avanzata, quando oltre la metà della funzionalità renale è già compromessa. Per affrontare questa criticità, i ricercatori hanno sviluppato distribuzioni di riferimento basate sulla popolazione per la velocità di filtrazione glomerulare stimata (eGFR), il parametro più utilizzato per valutare la funzione dei reni. L’obiettivo è offrire ai medici uno strumento in grado di contestualizzare il valore di eGFR di un paziente rispetto alla sua età e al sesso, facilitando l’identificazione dei soggetti a rischio e permettendo interventi preventivi più tempestivi. I grafici di distribuzione sono stati resi accessibili pubblicamente attraverso un calcolatore web, pensato come supporto pratico per il personale sanitario. Lo studio ha coinvolto oltre 1,1 milioni di adulti nella regione di Stoccolma, pari a circa l’80 per cento della popolazione tra i 40 e i 100 anni. Analizzando sette milioni di test raccolti tra il 2006 e il 2021, i ricercatori hanno costruito distribuzioni specifiche per età e genere. I risultati mostrano che gli scostamenti dai valori mediani di eGFR sono associati a esiti clinici peggiori. In particolare, le persone con un valore di eGFR inferiore al 25° percentile presentavano un rischio significativamente più elevato di sviluppare insufficienza renale avanzata, tale da richiedere dialisi o trapianto. Tuttavia, tra i pazienti con un eGFR apparentemente nella norma – superiore a 60 ml/min/1,73 m² ma comunque sotto il 25° percentile – solo un quarto era stato sottoposto a ulteriori esami, come il test per l’albumina urinaria, fondamentale per la diagnosi precoce del danno renale. «Una donna di 55 anni con un eGFR pari a 80 – spiega Carrero – verrebbe generalmente considerata nella norma secondo le linee guida attuali e difficilmente indurrebbe il medico a intervenire. I nostri dati mostrano però che questo valore corrisponde al 10° percentile per le donne di quell’età e che la paziente presenta un rischio triplicato di dover ricorrere alla dialisi in futuro». «Il nostro strumento – conclude – offre una valutazione più precisa del rischio di malattia renale cronica e può aiutare a sviluppare strategie mirate di intervento precoce, con potenziali benefici rilevanti per la salute pubblica».
La denuncia di Coldiretti Puglia. Cattive notizie per l’agricoltura pugliese. Si registra un calo della produzione per le clementine stimato tra il 50 e il 60%. La denuncia arriva da Coldiretti Puglia. La campagna delle clementine è ormai nella fase conclusiva ed è per questo che il bilancio finale assume un peso ancora maggiore. Ma quali sono le cause del crollo? Tra le cause ci sono la siccità, il freddo tardivo e soprattutto i prezzi bassi riconosciuti agli agricoltori che non riescono a coprire neppure i costi di produzione. “Una situazione che rende urgente – ritengono da Coldiretti – l’attivazione di un Piano agrumicolo regionale capace di sostenere il comparto e tutelare un patrimonio produttivo strategico. È un’annata complicata, dopo una lunga serie di anni da dimenticare, in cui il settore agrumicolo in provincia di Taranto ha perso la metà della produzione, oltre ad aver dovuto rigenerare lo stesso patrimonio arboreo. I prezzi al momento risultano accettabili, anche se la produzione ha subìto una riduzione drastica a causa della siccità”. Le imprese agricole impegnate nella produzione di agrumi in provincia di Taranto sono 1.041, pari al 9% del totale dell’imprenditoria agroalimentare jonica, con una produzione complessiva di clementine, arance e mandarini che raggiunge 1,9 milioni di quintali. In provincia di Foggia si producono inoltre 103mila quintali di arance e limoni, in un’area ad alto rischio di dissesto idrogeologico, caratterizzata da agrumeti storici. “All’aumento dei costi di produzione si sommano gli effetti della concorrenza sleale, con prodotti importati che non rispettano le stesse regole imposte ai nostri agricoltori”, denuncia Pietro Piccioni, direttore di Coldiretti Puglia.
Con la fine delle deroghe entrano in vigore i nuovi limiti sui “forever chemicals” e il monitoraggio diventa vincolante in tutti gli Stati membri. L’Europa rafforza la tutela sulla qualità dell’acqua potabile e alza il livello di attenzione sui Pfas, le cosiddette “sostanze chimiche eterne”. Da oggi, con la fine delle scadenze transitorie previste dalla direttiva europea sulle acque potabili, gli Stati membri sono obbligati a monitorare sistematicamente la presenza di Pfas nell’acqua destinata al consumo umano e a intervenire immediatamente in caso di superamento dei limiti di sicurezza. È la prima volta che l’Unione europea introduce un controllo strutturato su queste sostanze, al centro di crescenti preoccupazioni sanitarie e ambientali. I Pfas (sostanze perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche) costituiscono un vasto gruppo di composti chimici utilizzati soprattutto per le loro proprietà di resistenza all’acqua, al grasso e alle macchie. La direttiva stabilisce due parametri fondamentali: un limite di 500 nanogrammi per litro per il parametro “Pfas totale”, che misura la concentrazione complessiva di tutte le sostanze Pfas presenti, e un limite di 100 nanogrammi per litro per la “somma di Pfas”, riferita a una lista di 20 composti indicati nelle linee guida della Commissione europea. Secondo l’esecutivo Ue, in tutta l’Unione si registra un numero crescente di casi di elevate concentrazioni di Pfas nelle acque dolci, inclusa l’acqua potabile. Per questo la Commissione invita gli Stati membri ad agire rapidamente, accelerando il monitoraggio e adottando misure efficaci per garantire il rispetto dei parametri fissati dalla normativa. I Pfas sono ampiamente diffusi in numerosi prodotti di uso quotidiano e industriale: pentole antiaderenti, imballaggi alimentari, tessuti idrorepellenti, schiume antincendio, ma anche plastiche, pneumatici, farmaci, cosmetici, pesticidi e vernici. La loro caratteristica principale è l’estrema resistenza alla degradazione: una volta rilasciati nell’ambiente, persistono per tempi molto lunghi, da cui il soprannome di forever chemicals. Questa elevata persistenza aumenta la probabilità di contaminazione di acqua e alimenti e alimenta le preoccupazioni sugli effetti a lungo termine per la salute umana e gli ecosistemi. L’esposizione dell’uomo ai Pfas avviene principalmente attraverso acqua e cibo, ma anche tramite beni di consumo e l’ambiente. Le sostanze possono essere rilasciate da impianti industriali, discariche e sistemi di trattamento delle acque reflue, che spesso non sono in grado di eliminarle completamente. Come spiega l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), uno dei principali meccanismi di contaminazione degli alimenti è il progressivo accumulo di Pfas in acqua, pesci, crostacei, piante e animali. Un contributo minore all’esposizione deriva invece dalla migrazione dei Pfas dai materiali a contatto con gli alimenti. Sul fronte sanitario, l’Efsa ha individuato come effetto più rilevante sulla salute umana la riduzione della risposta del sistema immunitario, in particolare in relazione all’efficacia delle vaccinazioni. Nel 2020 l’Autorità ha stabilito come sicura un’esposizione settimanale ai quattro Pfas più diffusi — Pfoa, Pfos, Pfna e PFHxS — entro il limite di 4,4 nanogrammi per chilogrammo di peso corporeo. Il superamento di questa soglia può compromettere la funzionalità del sistema immunitario. Secondo l’Associazione italiana per la ricerca sul cancro (Airc), i Pfas possono inoltre interferire con altri meccanismi biologici, alterando il sistema endocrino, il metabolismo dei lipidi e favorendo stress ossidativo e infiammazioni croniche. Questi effetti possono contribuire allo sviluppo di patologie come infertilità, osteoporosi, diabete e alcuni tipi di tumore, in particolare a carico di testicoli e reni. L’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) ha classificato il Pfoa come cancerogeno certo per l’uomo (gruppo 1) e il Pfos come possibile cancerogeno (gruppo 2B). Con l’entrata in vigore dei nuovi obblighi, l’Unione europea compie un passo decisivo verso una maggiore protezione della salute pubblica, imponendo controlli più rigorosi su una delle forme di contaminazione chimica più persistenti e complesse da affrontare.
Uno studio basato su milioni di dati di navigazione analizza il legame tra abitudini digitali e benessere psicologico. Fare shopping online, utilizzare i social media o dedicarsi al gaming digitale — attività spesso considerate un modo per rilassarsi — sono in realtà associate a livelli di stress più elevati rispetto ad altre pratiche online, come la lettura delle notizie, il controllo delle e-mail o la fruizione di contenuti per adulti. È quanto emerge da uno studio dell’Università di Aalto, in Finlandia, pubblicato sul Journal of Medical Internet Research, che analizza in modo longitudinale il rapporto tra uso di Internet e stress percepito. La ricerca scientifica ha seguito per sette mesi quasi 1.500 adulti, monitorandone il comportamento online attraverso dati oggettivi di tracciamento — circa 47 milioni di visite web e 14 milioni di utilizzi di app — affiancati da questionari sullo stress auto-riferito. Ne risulta uno dei quadri più dettagliati finora disponibili sull’impatto delle abitudini digitali sul benessere psicologico. Secondo Mohammed Belal, dottorando e primo autore dello studio, sebbene social media e shopping online siano spesso utilizzati come strategie di coping, un aumento del tempo dedicato a queste attività è costantemente associato a un incremento dello stress, indipendentemente dal tipo di utente o dal dispositivo utilizzato. Un dato che riapre il classico dilemma causale tra stress e comportamento online. I risultati mostrano che anche l’uso delle piattaforme di streaming e il gaming digitale sono correlati a livelli di stress più elevati. In particolare, tra le persone già molto stressate, il tempo trascorso sui social media ha una probabilità doppia di essere associato allo stress rispetto a quello dedicato ai videogiochi. Al contrario, in diversi gruppi di utenti, un maggiore utilizzo di e-mail, siti di informazione e contenuti per adulti risulta associato a livelli di stress più bassi, sebbene gli autori precisino che l’analisi considera esclusivamente il tempo di esposizione e non la natura dei contenuti. Nel complesso, lo studio evidenzia una forte associazione tra uso intensivo di Internet e aumento dello stress, soprattutto tra chi già sperimenta pressioni elevate nella vita quotidiana. Le donne riportano livelli di stress più alti rispetto agli uomini, mentre età e reddito più elevati risultano correlati a una minore percezione dello stress. Un elemento distintivo della ricerca è l’impiego di dati comportamentali reali raccolti tramite software di monitoraggio, anziché il solo ricorso ad autovalutazioni. Come sottolinea la coautrice Juhi Kulshrestha, ciò rafforza la solidità dei risultati, pur rendendo necessaria cautela nell’interpretazione causale e ulteriori studi per chiarire la relazione bidirezionale tra stress e comportamenti digitali. Secondo i ricercatori, comprendere meglio queste dinamiche è cruciale in un contesto di crescente attenzione agli effetti del digitale sul benessere e potrebbe favorire lo sviluppo di strumenti e servizi digitali capaci di aiutare gli utenti a regolare consapevolmente la navigazione online, mantenendo un equilibrio più sano tra vita online e offline.
Al contrario, un maggiore utilizzo di e-mail, siti di informazione e contenuti per adulti e risultato associato a livelli di stress più bassi. Fare shopping online, usare i social media o dedicarsi al gaming digitale sono associate a livelli più elevati di stress rispetto ad altre pratiche online come la lettura delle notizie, il controllo delle e-mail o lavisione di contenuti per adulti. E quanto emerge da uno studio dell’Universita Aalto, in Finlandia, pubblicato sul Journal of Medical Internet Research. Secondo i ricercatori, l’aumento del tempo dedicato a queste attività risulta coerentemente associato a un incremento dello stress in diversi gruppi di utenti e su tutti i dispositivi. Anche l’uso di piattaforme distreaming e il gaming sono correlati a livelli più elevati di stress, mentre tra le persone già molto stressate il tempo trascorso sui social media ha una probabilità doppia di essere associato allo stress rispetto al tempo passato a giocare. Al contrario, un maggiore utilizzo di e-mail, siti di informazione e contenuti per adulti e risultato associato a livelli di stress più bassi. Nel complesso, lo studio evidenzia una forte associazione tra uso intensivo di Internet e aumento dello stress, soprattutto tra chi già sperimenta pressioni elevate nella vita quotidiana. Le donne riportano livelli di stress più alti degli uomini, mentre età e reddito più elevati risultano associati a una minore percezione dello stress. Secondo i ricercatori, comprendere meglio queste dinamiche potrebbe favorire lo sviluppo di strumenti e servizi capaci di aiutare gli utenti a regolare in modo più consapevole la propria navigazione e mantenere un equilibrio più sano tra vita online e offline.
Rimane confermata la sismicità dell’Italia, seppur con un numero inferiore di eventi e con magnitudo mediamente basse. Sono 15.759 i terremoti localizzati nel 2025 dalle Sale Operative dell’Istituto Nazionale di Geofisica eVulcanologia (INGV): in media poco più di 43 eventi al giorno (tre in meno rispetto al 2024), circa uno ogni 33 minuti. La tendenza generale si mantiene stabile: dal 2019, infatti, il numero di eventi localizzati in Italia si è aggirato tra i 16.000 e i 17.000 terremoti annui, in calo rispetto al biennio 2016-2017 quando l’Italia centrale venne interessata dalla sequenza sismica iniziata il 24 agosto 2016 con il terremoto diAccumoli (RI). Questa sequenza contribuisce ancora in maniera significativa alla sismicità del Paese, seppur con un numero inferiore di eventi e con magnitudo mediamente basse. Il più forte terremoto del 2025, di magnitudo Mw 4.8, è stato localizzato il 14 marzo al largo della costa della provincia di Foggia (la foto di copertina si riferisce a questo episodio): questo evento rientra nella sequenza sismica attiva nell’area a nord del Promontorio del Gargano (zona del Lago di Lesina). Gli eventi di magnitudo compresa tra 4.0 e 4.9 sono stati 21, di cui 16 registrati sul territorio italiano o nei mari circostanti e i restanti 5 tra Croazia e Albania. A differenza degli anni precedenti, non ci sono stati terremoti di magnitudo uguale o superiore a 5.0. Nel 2025 si sono verificate delle sequenze sismiche, con valori di magnitudo non elevati. A tal proposito, è proseguita l’attività sismica nell’area dei Campi Flegrei, dove il 13 marzo e il 30 giugno sono statilocalizzati i due terremoti con le piu’ elevate magnitudo della crisi bradisismica in atto (Md 4.6). Sono stati numerosi anche gli eventi sismici localizzati nel Mar Tirreno meridionale: i più forti, di magnitudo ML 4.7, sono stati registrati il 7 febbraio nei pressi dell’arcipelago delle Isole Eolie e il 26 agosto al largo delle Isole Egadi. Una delle ultime scosse che ha interessato la Puglia si è avvertita lo scorso 23 dicembre 2025 nel Foggiano: per fortuna non ci sono stati danni.
La scienza spiega perché trattenere le risate è una missione impossibile e svela il trucco mentale più efficace per evitare figuracce in riunioni, cerimonie e funerali. Chi non ha mai provato l’irrefrenabile impulso di ridere proprio nel momento meno opportuno? Un funerale, una riunione di lavoro importante, una cerimonia solenne: basta un pensiero storto o una battuta involontaria per scatenare una lotta interiore degna di un film comico. Ora la scienza spiega perché trattenere una risata è così difficile — e come evitarne gli effetti collaterali più imbarazzanti. A indagare il fenomeno è stato un team di ricercatori dell’Università di Gottinga, che ha studiato il controllo delle risate e delle emozioni sociali. I risultati, pubblicati sulla rivista Communications Psychology, mettono in guardia: forzarsi a non ridere può trasformarsi in una vera e propria “pentola a pressione emotiva”, aumentando lo stress e rendendo lo scoppio finale ancora più rumoroso. Per capire cosa succede davvero sul nostro viso — anche quando crediamo di essere impassibili — gli scienziati hanno monitorato 121 partecipanti tramite elettromiografia facciale, una tecnica capace di rilevare micromovimenti muscolari invisibili a occhio nudo. Il tutto mentre i volontari ascoltavano barzellette (un lavoro duro, ma qualcuno doveva pur farlo). Tre le strategie anti-risata messe alla prova. La prima è la distrazione, come fissare un punto neutro — ad esempio una carta da parati. La seconda è la soppressione, cioè il tentativo disperato di bloccare i muscoli del viso. La terza, la più sofisticata, è la riconsiderazione cognitiva: trasformare la battuta in qualcosa di razionale, analitico e per nulla divertente. I risultati sono chiari. Soppressione e distrazione funzionano solo nell’immediato, ma crollano appena l’umorismo diventa più intenso. Il metodo davvero efficace è la riconsiderazione cognitiva, che agisce alla radice: smonta la battuta, la trasforma in un puzzle mentale e spegne l’ilarità prima ancora che esploda. Attenzione però: tutto diventa più difficile quando entra in gioco un fattore micidiale. Sentire un’altra persona ridere.«Ascoltare qualcuno che ride rende molto più complicato controllare le proprie reazioni», spiega Anna Schacht, tra le autrici dello studio. «Questo dimostra quanto le nostre emozioni siano contagiose e quanto l’essere umano sia profondamente sociale». Il consiglio finale degli esperti, soprattutto in situazioni ad alto rischio reputazionale o professionale, è semplice ma controintuitivo: non mordetevi le labbra, non irrigiditevi. Cambiate approccio mentale. Analizzate la battuta, smontatene il meccanismo, toglietele la magia. È l’unico modo per raffreddare davvero la temperatura emotiva — e salvare la faccia.
Una ricerca internazionale dimostra che coltivare il tempo libero in modo consapevole aumenta creatività, benessere e soddisfazione professionale, soprattutto tra i lavoratori più maturi. Coltivare un hobby nel tempo libero non migliora solo la vita personale, ma può rendere le persone più creative, coinvolte e soddisfatte anche sul lavoro. È quanto emerge da un nuovo studio scientifico condotto dai ricercatori della University of East Anglia e della Erasmus University Rotterdam, pubblicato sulla rivista Human Relations. La ricerca analizza il concetto di “leisure crafting”, ovvero l’uso intenzionale e consapevole del tempo libero attraverso obiettivi personali, apprendimento di nuove competenze e relazioni sociali. Secondo gli studiosi, i benefici di questo approccio “traboccano” dalla sfera privata a quella professionale, migliorando il benessere lavorativo e la qualità delle prestazioni, soprattutto tra i lavoratori più maturi. Lo studio ha coinvolto quasi 200 adulti occupati, con un’età media di 46 anni, invitati a ripensare il modo di vivere i propri hobby rendendoli più significativi: fissando obiettivi chiari, imparando nuove abilità e condividendo le attività con altre persone. Nel corso di cinque settimane, i partecipanti che hanno adottato questo approccio hanno registrato un maggiore senso di significato nel lavoro e comportamenti più creativi rispetto a un gruppo di controllo. L’effetto è risultato particolarmente evidente tra gli over 60, che hanno dichiarato anche un aumento delle emozioni positive. Secondo gli autori, gli hobby non sono solo strumenti di relax, ma vere e proprie occasioni di crescita personale, in grado di rafforzare autonomia, competenze e connessioni sociali. Tutti elementi che si riflettono direttamente sulla motivazione, sulla creatività e sulla qualità del lavoro. I risultati dello studio suggeriscono infine che le organizzazioni e le aziende potrebbero trarre vantaggio dal sostenere le attività extra-lavorative dei dipendenti, riconoscendole come parte integrante del benessere, dello sviluppo umano e della produttività.
Riunisce delegati cattolici, ortodossi, evangelici, anglicani e protestanti per promuovere ecumenismo. Si terrà a Bari il 23 e 24 gennaio 2026 il 1° Simposio delle Chiese Cristiane in Italia, un evento che segna un momento storico per il dialogo tra le diverse confessioni cristiane presenti nel Paese. Dopo tre anni di incontri del Tavolo istituito presso la Segreteria Generale della CEI, circa 100 delegati provenienti da tutta Italia si ritroveranno per individuare i percorsi ecumenici da seguire nel prossimo biennio, sia all’interno delle proprie comunità sia nelle relazioni reciproche sui territori, a servizio del bene comune e della coesione sociale. In un clima di fraternità cristiana, i responsabili e i delegati delle Chiese cattolica, anglicana, evangeliche, ortodosse e protestanti rifletteranno sulla cosiddetta “Via italiana del dialogo”, confrontandosi sull’ecumenismo come grammatica di pace, come dono per lo spazio pubblico, come cura della spiritualità e come sapienza delle differenze. “Il nostro tempo, segnato da conflittualità e violenza, chiede ai cristiani un rinnovato impegno per promuovere una cultura di pace. Si tratta di una responsabilità a cui non possiamo sottrarci: vogliamo dare un contributo significativo, non mettendo da parte la nostra identità, ma sviluppandone ogni possibile declinazione. Le differenze non sono un ostacolo, ma un patrimonio da valorizzare per il bene delle Chiese e di una società che ha bisogno di comunione e riconciliazione”, sottolinea monsignor Derio Olivero, vescovo di Pinerolo e Presidente della Commissione Episcopale per l’ecumenismo e il dialogo. “L’incontro di Bari rappresenta un nuovo passo nel cammino ecumenico che abbiamo intrapreso da tre anni, perché questo primo Simposio delle Chiese Cristiane in Italia vedrà la partecipazione di delegati delle varie Chiese, e non dei soli esponenti ufficiali. Si costituirà così una vera e propria assemblea ecumenica nazionale. Come protestanti, ci sentiamo a casa in un ecumenismo che mette al centro la dimensione assembleare, per individuare e percorrere la ‘via italiana al dialogo’, partendo dalle nostre realtà e storie diverse. L’obiettivo è diventare insieme ‘i cristiani che ancora non siamo’”, afferma il professor Daniele Garrone, Presidente della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI). “Il Simposio di Bari rappresenta un’importante occasione di incontro e di riflessione comune, nella fedeltà alla Tradizione della Chiesa e nello spirito di responsabilità verso la vita e il futuro della Penisola italiana”, osserva Dionisio Papavasileiou, vescovo di Kotyeon, aggiungendo che la partecipazione ortodossa al Simposio nasce dal desiderio di testimoniare, nel rispetto delle identità ecclesiali, la fede comune in Cristo Signore, e di promuovere una collaborazione pacifica a servizio del bene comune della società italiana. “In un tempo segnato da sfide sociali, culturali e spirituali, la Chiesa Ortodossa intende contribuire alla coesione sociale, al dialogo responsabile e alla promozione della dignità della persona umana”, conclude il vescovo. L’appuntamento di Bari prevede diverse sessioni aperte a tutti, coinvolgendo le comunità locali e chiunque sia interessato ai temi del dialogo ecumenico. Il 23 gennaio, alle 18, nella Chiesa Maria Assunta e San Sabino, si terranno i saluti istituzionali e l’introduzione, mentre alle 21, nella Basilica di San Nicola, è previsto un concerto-meditazione a cura della Fondazione “Frammenti di luce”. Il 24 gennaio, dalle 8:15 alle 8:45, ogni confessione proporrà la preghiera secondo la propria tradizione in luoghi significativi della città, tra cui il Centro pastorale ortodosso romeno Santissima Trinità, la Chiesa Cristiana Evangelica Battista e la parrocchia San Ferdinando. Alle 17, nella Cattedrale di Bari, si terrà la conclusione del Simposio, seguita alle 18:30, nella Basilica di San Nicola, dalla Celebrazione ecumenica nazionale della Parola. Il 1° Simposio delle Chiese Cristiane in Italia a Bari rappresenta quindi un momento unico per promuovere ecumenismo, dialogo interconfessionale, cultura di pace e coesione sociale, valorizzando le differenze come patrimonio comune e rafforzando la presenza delle Chiese cristiane nella società italiana.
Campi allagati e danni alle coltivazioni, aggravati dalla mancata pulizia di reti e canali dei consorzi di bonifica. La Puglia affronta un inverno imprevedibile: mimose in fiore a dicembre convivono con campi allagati dai nubifragi e con gelate improvvise. Dopo un autunno mite, la regione è scivolata in una sorta di “trappola climatica”, con sbalzi repentini di temperatura che mettono a rischio sia le coltivazioni agricole sia le produzioni anticipate. Lo rilevano i tecnici di Coldiretti Puglia, che segnalano una situazione di forte emergenza soprattutto nel Brindisino, dove il maltempo in Puglia ha provocato danni ingenti, accentuati dalla mancata manutenzione dei canali di scolo. Campi allagati e alberi già in fiore esposti al gelo rappresentano un cortocircuito climatico senza precedenti. Coldiretti Puglia sottolinea l’urgenza di interventi sulle opere di bonifica: la pulizia di fossi e canali, la gestione corretta di dighe e impianti irrigui non possono essere trascurate. La mancata manutenzione genera costi e danni agricoli, e per questo è necessario programmare lavori ordinari e straordinari per proteggere le coltivazioni e il territorio. I dati climatici confermano il trend di un autunno e inverno più caldi della media: a novembre 2025 la temperatura massima media in Puglia ha raggiunto 18,6°C (contro una media storica di 19,1°C), mentre a dicembre si è attestata a 16,1°C (superiore alla media storica di 15,4°C). Tuttavia, il gelo invernale può colpire le coltivazioni invernali come cavoli, verze, cicorie e broccoli. Anche se alcune specie resistono a temperature sotto lo zero, gelate prolungate o improvvise possono causare danni significativi alle colture. La gestione agricola è già impegnativa a causa dei rincari dei costi operativi fino al 50%, e richiede un uso razionale dell’acqua, lo sviluppo di sistemi di irrigazione a basso impatto e colture meno idro-esigenti. Coldiretti ricorda che l’agricoltura pugliese è il settore più esposto agli effetti dei cambiamenti climatici, ma anche il più attivo nel contrastare il climate change, garantendo la produzione alimentare e la sostenibilità del territorio. Per far fronte alla tropicalizzazione del clima e alla maggiore variabilità delle precipitazioni, Coldiretti Puglia invita a organizzare la raccolta e conservazione dell’acqua nei periodi più piovosi. Interventi di manutenzione, risparmio, recupero e riciclo delle acque, potenziamento della rete di invasi e bacini, così come il riuso di ex cave, sono strumenti fondamentali per garantire la disponibilità idrica, proteggere le coltivazioni agricole pugliesi e tutelare l’agricoltura regionale.
Per l’ultima festa si prediligono piccoli pensieri, soprattutto per i più piccoli. “L’Epifania tutte le feste porta via” recita un vecchio detto, ma fino all’ultima festività gli italiani regalano ancora doni. Dopo Natale, nel giorno della Befana ritorna la tradizione delle calze, sentita soprattutto al Mezzogiorno. Ed ecco che tanti italiani non rinunciano a fare acquisti anche in quest’ultima festività. Il 66% degli italiani farà trovare ai bimbi la calza, mentre il 34% quest’anno non farà regali. Tuttavia, al Centro e al Sud la percentuale di chi prepara la calza sale rispettivamente al 71 e al 70%, contro il 61% del Nord. A fotografare la situazione è il sondaggio IPSOS per Confesercenti. Ma gli italiani quanto spenderanno all’Epifania? La spesa complessiva stimata è pari a 64,05 euro in media, ma l’importo “tipico” è più basso: la mediana si ferma a 40 euro, a conferma di un’Epifania fattasoprattutto di piccoli pensieri. A Mezzogiorno invece ci sono i valori più alti (media 75,65 euro; mediana 50), nettamente sopra il Nord (media 57,30; mediana 30) e il Centro (media 57 euro circa; mediana 40). Ecco di seguito cosa si regalerà: la calza (il 94% delle preferenze) piccoli giocattoli giochi tascabili, libri e albi illustrati articoli di cartoleria, gadget e oggettistica calze e pigiami buoni regalo o ricariche. L’Epifania è l’ultimo appuntamento delle festività e premia acquisti rapidi e su misura, dai dolciumi, piccoli giocattoli fino agli articoli per la persona. Allora, tutti a caccia della calza della befana (e non solo) per salutare al meglio queste festività.
Scattano gli aumenti anche per le autostrade, assicurazioni e tassa di soggiorno. Invariate le multe. Il 2026 non si apre nel migliore dei modi per gli italiani, con una serie di aumenti che peserà non poco sulle tasche di tutti. Il nuovo anno, infatti, si apre con diversi rincari che riguardano settori diversi, dalle assicurazioni alle sigarette, dal diesel fino alla tassa di soggiorno. Ci sono, però, delle note positive. Vediamo nel dettaglio quali sono gli aumenti del 2026 e cosa invece resta invariato. AUTOSTRADE: Per i pedaggi arriva l’adeguamento tariffario all’inflazione: è pari all’1,5% e viene applicato per la quasi totalità della concessioni autostradali. SIGARETTE: La legge di bilancio introduce l’aumento progressivo nel triennio 2026-2028 dell’importo minimo fisso delle accise su sigarette, sigaretti e tabacco trinciato. Per le sigarette ci sarà un aumento in media di circa 15 centesimi a pacchetto per il 2026, circa 25 centesimi a pacchetto per il2027 e circa 40 dal 2028. Gli aumenti scatteranno anche per le sigarette elettroniche. DIESEL: Da gennaio 2026 scatta una riduzione dell’accisa sulla benzina di 4,05 centesimi di euro per litro e un corrispondente aumento di quella sul gasolio impiegato come carburante. Considerando anche l’Iva l’impatto sui prezzi sarà di circa cinque centesimi al litro, portando la benzina a 1,73 euro al litro e il gasolio a 1,784 euro al litro. IMPOSTA DI SOGGIORNO: I comuni potranno aumentare l’imposta di soggiorno a carico di coloro che alloggiano nelle strutture ricettive nel proprio territorio, fino a 2 euro per notte. ASSICURAZIONI: Sale al 12,5% l’aliquota sulle polizze accessorie per rischi di infortunio al conducente e rischio di assistenza stradale per i contratti nuovi o rinnovati. MULTE: Restano invariate, invece, le multe: il decreto Milleproroghe sospende per tutto il 2026 l’aggiornamento biennale delle sanzioni previste dal codice della strada.
Saranno 16 milioni le famiglie che si dedicheranno allo shopping scontato. È tutto pronto, anche in Puglia, per l’avvio dei saldi invernali 2026. Sabato 3 gennaio si parte con gli sconti nelle attività commerciali: in tanti andranno a caccia delle offerte e degli affari. I commercianti, dal canto loro sperano, di incrementare gli affari anche se non sarà facile considerando il Black Friday, gli acquisti per Natale e i pre-sale. Nonostante questo contesto non facile, l’appuntamento è fortemente atteso dal settore del commercio, che spera in un rilancio dei consumi, con un giro d’affari stimato intorno ai 5-6 miliardi. Gli italiani si dicono interessati, anche se uno su due è pronto ad aprire il portafogli solo di fronte al vero affare. Saranno 16 milioni, secondo le stime dell’Ufficio Studi Confcommercio, le famiglie che si dedicheranno allo shopping scontato: ogni persona spenderà circa 137 euro (303 euro a famiglia), per un giro di affari di 4,9 miliardi di euro. Gli incassi potrebbero arrivare fino a 6 miliardi, stima invece Confesercenti, che in un sondaggio condotto da Ipsos, traccia il sentiment degli italiani. Il 92% è interessato ad approfittare degli sconti, ma non è detto che questo si tradurrà in un acquisto vero e proprio: prevale infatti la ricerca dell’occasione, con il 40% degli intervistati che ha già deciso cosa comprare, ma più di uno su due (il 53%) che concluderà l’acquisto solo se troverà l’offerta giusta. Il negozio fisico resta la prima scelta, con l’87% degli interessati ai saldi che progetta di acquistarvi almeno un prodotto, il 54% che comprerà anche sul web.
Il conto alla rovescia entra ora nel vivo. Qui i dati del sondaggio Ipsos realizzato per Confesercenti. È ormai partito il conto alla rovescia per i saldi invernali 2026. Tra attività commerciali che si preparano agli sconti e clienti a caccia dell’affare, cresce l’attesa per questo atteso appuntamento. Le vendite in saldo inizieranno il 2 gennaio in Valle d’Aosta, mentre in altre regioni, come la Puglia, si parte dal 3 gennaio. Tuttavia, come spesso è accaduto anche negli anni passati, gli sconti sono già iniziati all’interno dei negozi: secondo le stime di Confesercenti, quasi 2 milioni di consumatori hanno già effettuato acquisti in offerta durante i “pre-saldi” partiti subito dopo Natale. Questo è quanto emerge da un sondaggio Ipsos realizzato proprio per Confesercenti. Infatti, offerte e ribassi compaiono in anticipo, spesso attraverso formule riservate alla clientela come “saldi privati”, “pre-saldi”, “winter pre-sale”, “exclusive sales” che di fatto anticipano la data ufficiale di avvio delle vendite di fine stagione. Il trimestre novembre-gennaio si è trasformato in una stagione di promozione continua, sotto la spinta degli outlet e dei canali online, con i negozi tradizionali trascinati nella competizione per non perdereflussi e clientela. In questo contesto, gli acquisti di Natale – in particolare nel settore moda – risultano sempre più schiacciati tra due pressioni contrapposte: da un lato il Black Friday dall’altro i saldi anticipati e le formule di pre-saldo. Per l’associazione di categoria, diventa decisivo riportare al centro trasparenza e concorrenza leale. Prezzi e sconti, viene sottolineato, devono essere “devono essere chiari, verificabili e comparabili”. Ilrischio, avverte l’associazione, è che i saldi perdano progressivamente la loro funzione, trasformandosi in un semplice episodio all’interno di una promozione continua, con effetti di confusione per i consumatori e penalizzazioni per le imprese che rispettano le regole.
Sarà inferiore rispetto a quello impiegato nel 2024. I motivi? Economici. Dopo la maratona natalizia, è ormai tempo di pensare all’ultimo dell’anno. Tra spumante e cotechino, tutti sono già pronti per i preparativi del menù di Capodanno. Ma quanto spenderanno gli italiani per il cenone di Capodanno? Secondo l’indagine che Facile.it ha commissionato all’istituto di ricerca Emg Different, quest’anno gli italiani metteranno a budget per il cenone di Capodanno oltre 2 miliardi di euro, ovvero 49 euro a testa, valore in calo del 32% rispetto al 2024. Ma non mancano le differenze anagrafiche e territoriali. Infatti, a mettere a budget l’importo maggiore saranno i 55-64enni e i residenti del Sud e delle Isole, con una spesa media di 59 euro; sotto la media nazionale la cifra prevista dai 25-34enni (42 euro), dagli abitanti del Nord Ovest (41 euro) e del Nord Est (40 euro). Il 14% di chi ha risposto all’indagine, percentuale equivalente a 2,2 milioni di italiani, ha dichiarato che il budget per il cenone di Capodanno sarà inferiore rispetto a quello impiegato nel 2024. I motivi? Principalmente di natura economica: il 58% ha dichiarato che sono aumentate altre spese e quindi preferisce tagliare questi costi, mentre il 41% ha ammesso di trovarsi in un periodo di difficoltà economica. Consumi ridotti anche a causa dell’aumento generale dei prezzi e, in particolare, del caro-alimenti. Va infatti evidenziato che, negli ultimi 5 anni, secondo i dati Consumerismo il costo degli alimentari è aumentato in media del 25%. Se da un lato c’è chi spenderà di meno, dall’altro un rispondente su quattro (25%) ha ammesso che spenderà di più. In totale si tratta di 4.000.000 di individui con picchi percentuali più alti tra gli abitanti del Centro Italia, dove la percentuale arriva al 30,7%, e tra i rispondenti con un’età compresa tra i 35-54 anni (32,5%). Tutto pronto, quindi, per salutare il 2025 e dare il benvenuto al 2025. Ovviamente a tavola.
Famiglie, lavoro e reddito in crescita: il Sud mostra segnali concreti di ripresa e nuove opportunità. Il Sud Italia mostra segnali concreti di crescita economica e sociale. Secondo i dati dell’Istat, il reddito disponibile delle famiglie nel Mezzogiorno è aumentato più che in qualsiasi altra area del Paese, evidenziando un recupero importante rispetto al Centro-nord. Questo incremento rappresenta non solo un dato economico, ma anche una speranza concreta per le famiglie, che vedono migliorare il proprio potere d’acquisto e le possibilità di investire nel futuro. Anche i consumi delle famiglie registrano una crescita, segnale di fiducia e di ritrovata stabilità, mentre il mercato del lavoro conferma l’andamento positivo: il numero di occupati nel Sud è aumentato in misura significativa, con contributi importanti dai Servizi, dalle Costruzioni e dall’Agricoltura, silvicoltura e pesca. Questa dinamica positiva mostra come il Mezzogiorno stia diventando un terreno fertile per opportunità professionali e sviluppo sostenibile. Il divario con il Centro-nord, pur esistente, non impedisce al Sud di mostrare nuove prospettive di crescita. La combinazione di maggiore reddito, aumento dell’occupazione e recupero dei consumi indica un percorso verso una rinascita economica e sociale, che può tradursi in un reale miglioramento della qualità della vita delle famiglie. Questa fase di crescita dimostra quanto sia importante continuare a investire in politiche territoriali mirate, infrastrutture, formazione e sviluppo delle imprese locali, per trasformare il potenziale del Mezzogiorno in sviluppo concreto e duraturo.

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