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Come Psa, risonanza magnetica e test Stockholm3 stanno trasformando la diagnosi precoce e riducendo trattamenti inutili. Lo screening del tumore della prostata continua a evolversi grazie a studi a lungo termine e nuove tecnologie. Risultati del follow-up a lungo termine Uno studio ha invitato metà dei partecipanti a sottoporsi a test PSA ogni due anni fino ai 70 anni. I risultati principali: Dopo 15 anni, un decesso ogni 311 uomini invitati è stato evitato. Dopo 30 anni, il rapporto scende a uno ogni 161. Tra gli uomini diagnosticati, lo screening ha evitato un decesso ogni 13 casi dopo 15 anni e uno ogni 6 dopo 30 anni. Il follow-up più lungo mai realizzato dimostra che i benefici dello screening aumentano nel tempo. Ridurre sovradiagnosi e trattamenti inutili Lo screening aumenta la diagnosi di tumori che potrebbero non creare problemi clinici. Per questo, la ricerca si concentra su: Risonanza magnetica (MRI) per individuare tumori clinicamente significativi. Linee guida PRISM, con oltre 300 indicazioni su quando usare la risonanza e quando procedere alla biopsia. Programmi su larga scala come TRANSFORM, con risonanze rapide di 10 minuti. Stratificazione del rischio, per ridurre gli esami inutili fino al 60%. Test Stockholm3, che integra biomarcatori proteici e genetici, riducendo del 67% le risonanze e del 40% le biopsie necessarie. Impatto psicologico contenuto Gli studi mostrano che lo screening provoca ansia moderata o grave solo in pochi casi (3-5%), confermando che i programmi moderni sono sicuri anche dal punto di vista psicologico. Conclusione Lo screening personalizzato della prostata permette di salvare vite, ridurre diagnosi e procedure non necessarie e ottimizzare le risorse sanitarie. L’uso combinato di PSA, MRI e test avanzati come Stockholm3 rappresenta il futuro dei programmi di prevenzione.

Lo dice uno studio americano. Anche una sola sessione di esercizio fisico può aumentare l’attività di specifiche onde cerebrali associate ai processi di memoria e apprendimento. Lo indica uno studio guidato da Michelle Voss del Dipartimento di Psychological and Brain Sciences dell’University of Iowa. Dopo un breve allenamento si verifica un aumento di onde cerebrali ad alta generate nell’ippocampo, unastruttura cerebrale fondamentale per la formazione dei ricordi. Queste onde si propagano verso altre aree corticali coinvolte nei processi cognitivi, rafforzando le connessioni neurali che supportano apprendimento e richiamo delle informazioni. L’analisi è stata condotta su 14 pazienti con epilessia di età compresa tra 17 e 50 anni. Per 20 minuti hanno effettuato un breve riscaldamento e poi hanno fatto esercizio su una cyclette. L’attività celebrare è stata analizzata attraverso l’elettroencefalografia intracranica (tecnica che sfrutta elettrodi impiantati nel cervello per misurare direttamente l’attività neurale). Le registrazioni hanno mostrato un aumento significativo delle ripples (onde cerebrali ad alta frequenza) originate nell’ippocampo, insieme a un rafforzamento delle connessioni con regioni corticali coinvolte nei processi di memoria. Lo studio dimostra per la prima volta negli esseri umani che anche una singola sessione di esercizio può modificare rapidamente i ritmi neurali e le reti cerebrali coinvolte nella memoria. Infatti, in passato gli scienziati avevano osservato fenomeni simili negli animali da laboratorio, come topi e ratti, ma non erano riusciti a dimostrarli direttamente negli esseri umani. Inoltre, secondo i ricercatori, i risultati non sono limitati ai pazienti con epilessia coinvolti nello studio, ma i risultati dopo l’esercizio sono molto simili a quelli osservati negli adulti sani.

Bando della Fondazione Megamark in Puglia per il terzo settore: 300mila euro a sostegno di progetti sociali, culturali e ambientali. Continuità e impegno nel sociale sono i valori chiave della 14ª edizione di “Orizzonti Solidali”, il bando promosso dalla Fondazione Megamark di Trani destinato agli enti del terzo settore in Puglia che vogliono realizzare progetti sociali e culturali a beneficio delle comunità locali. Il concorso, realizzato in collaborazione con i supermercati A&O, Dok, Famila, Sole365 e Ottimo, mette a disposizione 300mila euro per sostenere iniziative nei settori dell’assistenza sociale, della sanità, dell’ambiente, della cultura e del contrasto all’abbandono scolastico. Il bando è aperto alle organizzazioni iscritte al Registro Unico Nazionale del Terzo Settore (RUNTS), che possono inviare i progetti entro il 20 aprile 2026, con una data intermedia il 30 marzo per ottenere una premialità di cinque punti. La valutazione dei progetti sarà effettuata da una commissione di esperti della Fondazione e di sostenibilità, seguita dai colloqui conoscitivi con le associazioni. I vincitori saranno annunciati entro il 26 giugno 2026. Dal 2012, anno della prima edizione, Orizzonti Solidali ha finanziato 161 progetti in Puglia con oltre 3 milioni di euro, sostenendo concretamente le organizzazioni del terzo settore locali. Il modulo di partecipazione è disponibile sul sito ufficiale della Fondazione Megamark (www.fondazionemegamark.it) e l’invio dei progetti avviene esclusivamente online. Per informazioni è possibile contattare la Fondazione via email ([email protected]), tramite la pagina Facebook ufficiale o WhatsApp al numero 340/7060524. «Forte del successo delle tredici edizioni precedenti, Orizzonti Solidali continua a essere un punto di incontro tra i bisogni delle comunità e il lavoro prezioso di associazioni e volontari», afferma Giovanni Pomarico, presidente della Fondazione Megamark. «Il nostro obiettivo è valorizzare chi opera in prima linea e diffondere la cultura del bene sul territorio». La Fondazione Megamark, parte del Gruppo Megamark con oltre 50 anni di storia e circa 600 punti vendita nel Sud Italia, promuove progetti e iniziative culturali e sociali, tra cui il Premio Letterario Nazionale “Fondazione Megamark – Incontri di Dialoghi”, dedicato a scrittori esordienti e alla promozione della lettura.

Il risultato è stato pubblicato su Nature Nanotechnology. Tra gli autori figurano infatti, i proff. Mario Carpentieri e Riccardo Tomasello. Pacemaker e sensori senza batterie completamente integrati nei microchip: è questo lo scenario tecnologico reso possibile dalla spintronica, la branca dell’elettronica che sfrutta non solo la carica dell’elettrone ma anche il suo “spin”, una proprietà magnetica che consente di realizzare dispositivi più piccoli, più efficienti e a bassissimo consumo energetico. In questa direzione si inserisce il risultato pubblicato su Nature Nanotechnology (doi: s41565-026-02129-w), frutto della collaborazione internazionale che vede coinvolto il gruppo di ricerca “PETASPIN”, composto da ricercatori del Politecnico di Bari e dell’Università di Messina, con il Suzhou Institute of Nano-tech and Nano-bionics (SINANO) in Cina ed il KAUST in Arabia Saudita. Tra gli autori figurano infatti, i proff. Mario Carpentieri e Riccardo Tomasello del Politecnico di Bari, insieme al prof. Giovanni Finocchio dell’Università di Messina, che hanno avuto un ruolo centrale nella progettazione e sviluppo del dispositivo. Il prof. Carpentieri, ordinario di elettrotecnica, è Prorettore alla ricerca. Il prof. Tomasello è associato dello stesso ramo scientifico. Il team ha realizzato un rivelatore di microonde grande meno di mezzo millimetro quadrato, pienamente compatibile con la tecnologia CMOS. Tale tecnologia è utilizzata nell’industria dei microprocessori. Il dispositivo integra in un’unica architettura un’antenna magnetoelettrica e una giunzione tunnel magnetica (MTJ), elemento chiave della spintronica già impiegato nelle memorie magnetiche di nuova generazione. L’integrazione elimina la necessità di antenne esterne ingombranti, superando uno dei principali limiti alla miniaturizzazione dei rivelatori a microonde. Il risultato è un sensore wireless ultrasensibile, con una sensibilità superiore a 90.000 volt per watt e capace di rilevare segnali nell’ordine dei nanowatt. Inoltre, integrando più giunzioni magnetiche sullo stesso dispositivo, la sensibilità può superare i 400.000 volt per watt senza aumentare significativamente le dimensioni.

I nuovi dati dell’Indice realizzato dal Sole 24 Ore . La temperatura media annua in Italia è aumentata di 1,8 gradi negli ultimi 15 anni. A nord il termometro è salito in media di 2,3 gradi tra il 2015 e il 2025, mentre nei capoluoghi del Centro Italia è stato di 1,9 gradui, in quelli del Mezzogiorno di 1,3 gradi. Questi sono i nuovi dati dell’Indice realizzato dal Sole 24 Ore con 3bmeteo. Per il terzo anno consecutivo Bari primeggia per qualità del clima: seguono il capoluogo pugliese diverse località della costa adriatica come Barletta-Andria-Trani, Pescara, Ancona e Chieti. La classifica Tra i primi dieci figurano per lo più territori costieri (tra cui anche Livorno, Trieste e Imperia), ma anche alcune città in altura (Pesaro e Urbino, come media dei valori rilevati in entrambe i centri urbani, ed Enna). In chiusura c’è la città di Carbonia (Sud Sardegna), tra le più colpite dai picchi di caldo estremo, dall’indice di calore e dall’umidità relativa. Il capoluogo sardo è preceduto da Terni, Belluno e Caserta. Belluno, in particolare, è ultima in tre dei quindici indicatori: ha il minor numero di ore di sole al giorno, registra il maggior numero medio di giorni freddi all’anno, è penalizzata poi dall’umidità relativa, con ben 263 giorni all’anno fuori dal comfort climatico, cioè sotto il 30% oppure sopra il 70% di umidità. Lacittà veneta, però, vanta anche il minor numero di notti tropicali, solo 15. Terni, invece, è penalizzata dalla performance peggiore tra i capoluoghi per ondate di calore e picchi di caldo estremo: nell’entroterra questi fenomeni non sono mitigati dalla brezza marina, che invece premia città come Savona, Pescara, Imperia, Genova, tra le prime in questi indicatori.

Il primo paziente sottoposto a Tare è stato dimesso in buone condizioni e sarà seguito dal team multidisciplinare per i controlli successivi. Microsfere radioattive in grado di colpire in modo selettivo le cellule tumorali, preservando quanto più possibile il fegato sano. Al Policlinico di Bari è stato eseguito per la prima volta un trattamento di radioembolizzazione epatica Tare, una procedura mini-invasiva e ad alta specializzazione eseguita dall’Unità operativa di medicina nucleare diretta da Giuseppe Rubini. “È un’opzione terapeutica indicata quando l’asportazione chirurgica del tumore non è tecnicamente fattibile o quando l’intervento chirurgico risulta controindicato per le condizioni cliniche del paziente. – spiega Rubini – La radioembolizzazione è un intervento che assomiglia più a un lavoro di precisione che a un’azione d’urto: le microsfere, trasportate dal flusso sanguigno, arrivano nel cuore del tumore e lì rilasciano la loro forza con una penetrazione limitata, proteggendo quanto più possibile il tessuto sano. Questa opzione può inoltre consentire, in casi selezionati, di riportare il tumore entro criteri compatibili con la candidabilità al trapianto di fegato, di cui il Policlinico di Bari è centro di riferimento regionale”. L’esecuzione della Tare prevede una fase preliminare di simulazione: uno studio angiografico super-selettivo associato all’iniezione di un radiofarmaco diagnostico che ‘simula’ la distribuzione di quello terapeutico. La dose terapeutica viene calcolata attraverso specifici software. Il primo paziente sottoposto a Tare al Policlinico è stato dimesso in buone condizioni e sarà seguito dal team multidisciplinare per i controlli successivi. “L’obiettivo è rendere questi trattamenti un’attività stabile e programmata, – dice il direttore generale, Antonio Sanguedolce – così da ampliare in modo concreto le possibilità di cura delle persone con tumore al fegato”.

Bilancio in linea con le due stagioni precedenti. L’ultimo bollettino del sistema di sorveglianza dell‘Istituto Superiore di Sanità pubblicato oggi, 6 marzo, ci dice che la scorsa settimana sono stati censiti 406mila nuovi casi infettivi e di pochi di questi si tratta di virus influenzali. In totale sono 12,6 milioni i casi, in linea con le due stagioni precedenti. Anna Teresa Palamara, dirigente del Dipartimento di Malattie infettive dell’Iss, afferma che bisogna preservare i più piccoli essendo più vulnerabili a questo tipo di virus ma invita a non allarmarsi poiché nell’ultimo periodo la curva sarebbe leggermente scesa e i ricoveri diminuiti. La “variante K” ha probabilmente portato a un anticipo del picco, ma questo non avrebbe comportato effetti sulla gravità dei sintomi. In ogni caso il vaccino si conferma un valido alleato, in quanto a livello statistico i non vaccinati hanno riscontrato sintomi più gravi.

La ricerca è stata coordinata da John Spencer della University of East Anglia, insieme a colleghi di Lancaster University e Durham University. Cosa sono le funzioni esecutive e perché sono importanti Le funzioni esecutive comprendono: Autoregolazione Controllo degli impulsi Capacità di concentrazione Flessibilità cognitiva Adattamento a nuove situazioni Queste competenze si sviluppano rapidamente durante la scuola dell’infanzia, fase cruciale per la socializzazione e l’apprendimento delle regole. Lo studio: 139 bambini seguiti per anni Lo studio ha monitorato 139 bambini tra i 2 anni e mezzo e i 6 anni e mezzo. Di questi, 94 erano già stati valutati prima della pandemia, permettendo ai ricercatori di confrontare lo sviluppo cognitivo prima e dopo i lockdown. Per misurare le competenze è stata utilizzata la Minnesota Executive Function Scale, uno strumento standardizzato che analizza il controllo degli impulsi e la capacità di cambiare strategia o attività. I risultati: progressi più lenti dopo il lockdown I bambini che frequentavano la scuola dell’infanzia quando sono iniziate le restrizioni hanno mostrato: Crescita più lenta dell’autoregolazione Maggiori difficoltà nel controllo degli impulsi Minore flessibilità nel passare da un compito all’altro Secondo i ricercatori, la chiusura delle scuole e la riduzione delle interazioni sociali hanno limitato un periodo chiave per lo sviluppo socio-emotivo. Il ruolo del contesto familiare Lo studio conferma inoltre che: Le differenze individuali nelle funzioni esecutive tendono a restare stabili nel tempo I bambini provenienti da famiglie con livello socioeconomico più basso ottengono punteggi mediamente inferiori Tuttavia, anche tenendo conto di età e background familiare, l’impatto della pandemia rimane evidente. Quali conseguenze per il futuro? Secondo gli autori, una parte della generazione che ha iniziato la scuola nel 2020 potrebbe aver bisogno di supporto aggiuntivo nei prossimi anni da parte di scuole, insegnanti e servizi sanitari. Lo studio solleva infine una questione cruciale: come proteggere lo sviluppo cognitivo e socio-emotivo dei bambini in caso di future emergenze nazionali . I lockdown durante la pandemia di Covid-19 hanno avuto un impatto significativo sullo sviluppo cognitivo dei bambini più piccoli. Secondo uno studio pubblicato su Child Development, le restrizioni hanno rallentato la crescita delle funzioni esecutive, abilità fondamentali per l’apprendimento e la regolazione del comportamento. La ricerca è stata coordinata da John Spencer della University of East Anglia, insieme a colleghi di Lancaster University e Durham University. Cosa sono le funzioni esecutive e perché sono importanti Le funzioni esecutive comprendono: Autoregolazione Controllo degli impulsi Capacità di concentrazione Flessibilità cognitiva Adattamento a nuove situazioni Queste competenze si sviluppano rapidamente durante la scuola dell’infanzia, fase cruciale per la socializzazione e l’apprendimento delle regole. Lo studio: 139 bambini seguiti per anni Lo studio ha monitorato 139 bambini tra i 2 anni e mezzo e i 6 anni e mezzo. Di questi, 94 erano già stati valutati prima della pandemia, permettendo ai ricercatori di confrontare lo sviluppo cognitivo prima e dopo i lockdown. Per misurare le competenze è stata utilizzata la Minnesota Executive Function Scale, uno strumento standardizzato che analizza il controllo degli impulsi e la capacità di cambiare strategia o attività. I risultati: progressi più lenti dopo il lockdown I bambini che frequentavano la scuola dell’infanzia quando sono iniziate le restrizioni hanno mostrato: Crescita più lenta dell’autoregolazione Maggiori difficoltà nel controllo degli impulsi Minore flessibilità nel passare da un compito all’altro Secondo i ricercatori, la chiusura delle scuole e la riduzione delle interazioni sociali hanno limitato un periodo chiave per lo sviluppo socio-emotivo. Il ruolo del contesto familiare Lo studio conferma inoltre che: Le differenze individuali nelle funzioni esecutive tendono a restare stabili nel tempo I bambini provenienti da famiglie con livello socioeconomico più basso ottengono punteggi mediamente inferiori Tuttavia, anche tenendo conto di età e background familiare, l’impatto della pandemia rimane evidente. Quali conseguenze per il futuro? Secondo gli autori, una parte della generazione che ha iniziato la scuola nel 2020 potrebbe aver bisogno di supporto aggiuntivo nei prossimi anni da parte di scuole, insegnanti e servizi sanitari. Lo studio solleva infine una questione cruciale: come proteggere lo sviluppo cognitivo e socio-emotivo dei bambini in caso di future emergenze nazionali

“Sempre meno una scelta e sempre più necessità”. Gli italiani che decidono di curarsi fuori dalla propria Regione di residenza non è mai stato tanto abbondante. Nel 2023, la mobilità sanitaria interregionale, ha raggiunto la cifra record di 5,15 miliardi di euro, il livello più alto di sempre, in aumento del 2,3% rispetto al 2022 quando era stata pari a 5,04 miliardi. Gli spostamenti sono soprattutto dal Sud verso il Nord, ma sempre più spesso si assiste a fortispostamenti anche tra Regioni settentrionali. Questi dati emergono dal Report sulla mobilità sanitaria della Fondazione Gimbe. Per il Meridione si assiste a una fuga di pazienti senza che si registri alcuna attrattività. “La migrazione sanitaria tra Regioni è tra gli indicatori più sensibili delle diseguaglianze del servizio sanitario regionale:rileva dove i cittadini trovano risposte adeguate e dove, invece, sono costretti a spostarsi per curarsi”, afferma il presidente Gimbe Nino Cartabellotta. Tuttavia, “esiste anche una mobilità di prossimità tra Regioni del Nord confinanti dotate di servizi di elevata qualità”. È guardando ai saldi tra mobilità attiva e passiva che emerge con forza lo svantaggio del Sud. Se la Lombardia, nonostante la cospicua spesa per le cure nelle Regioni limitrofe ha un saldo positivo di 645,8 milioni, la Calabria ha un passivo di 326,9 milioni, la Campania di 306,3, la Puglia di 253,2, laSicilia di 246,7. “Questi numeri indicano che la mobilità sanitaria è sempre meno una scelta e sempre più una necessità”, precisa Cartabellotta. “Quando miliardi di euro e centinaia di migliaia di pazienti convergono verso poche Regioni, significa che l’offerta dei servizi non è omogenea e che il diritto alla tutela della salute non è garantito in maniera equa su tutto il territorio nazionale”, conclude il presidente Gimbe.

Uno studio su oltre 23mila adulti individua in 7 ore e 18 minuti la durata ideale del sonno per ridurre il rischio di insulino-resistenza e mette in guardia sugli effetti del recupero eccessivo nel weekend. Dormire in media 7 ore e 18 minuti per notte potrebbe rappresentare la durata ideale per ridurre il rischio di insulino-resistenza, una condizione che spesso precede il diabete di tipo 2. È quanto emerge da un ampio studio osservazionale pubblicato su BMJ Open Diabetes Research & Care. La ricerca suggerisce che non solo dormire troppo poco, ma anche dormire troppo, potrebbe influire negativamente sul metabolismo del glucosio. Lo studio: oltre 23mila adulti analizzati I ricercatori hanno esaminato i dati di 23.475 persone tra i 20 e gli 80 anni, raccolti tra il 2009 e il 2023 nell’ambito del National Health and Nutrition Examination Survey (NHANES). Per oltre 10mila partecipanti erano disponibili anche informazioni dettagliate sul sonno nel weekend. Per valutare il rischio metabolico è stato utilizzato l’Estimated Glucose Disposal Rate (eGDR), un indicatore dell’insulino-resistenza calcolato in base a: Circonferenza vita Glicemia a digiuno Pressione arteriosa Valori inferiori a 6-7 mg/kg/min indicano un rischio più elevato, mentre valori superiori a 10 mg/kg/min sono associati a un rischio più basso. Nel campione analizzato, il valore medio era pari a 8,23. La relazione tra durata del sonno e metabolismo L’analisi ha evidenziato una relazione a U rovesciata tra durata del sonno nei giorni feriali e rischio metabolico. Sotto le 7 ore e 18 minuti: aumentare il sonno migliorava l’eGDR Oltre le 7 ore e 18 minuti: l’eGDR tendeva a peggiorare L’effetto risultava particolarmente evidente nelle donne e nelle persone tra i 40 e i 59 anni. Recuperare sonno nel weekend: aiuta o peggiora? Un altro aspetto chiave riguarda il cosiddetto “sonno compensatorio” del fine settimana. Chi dormiva meno della soglia ottimale durante la settimana e recuperava 1-2 ore nel weekend mostrava un miglioramento dell’eGDR. Chi invece già superava la soglia ideale nei giorni feriali e aggiungeva più di 2 ore nel fine settimana presentava un peggioramento dell’indicatore metabolico. Quasi il 48% dei partecipanti ha dichiarato di recuperare ore di sonno nel weekend. Sonno e diabete: una relazione bidirezionale Secondo gli autori, esiste una relazione bidirezionale tra sonno e metabolismo. Un controllo glicemico non ottimale è associato sia a una durata troppo breve sia eccessiva del sonno, oltre che a disturbi del riposo. Questo può generare un circolo vizioso: La disfunzione metabolica altera il sonno Un sonno irregolare peggiora ulteriormente la salute metabolica Limiti dello studio Trattandosi di uno studio osservazionale, non è possibile stabilire un rapporto diretto di causa-effetto. Inoltre, la durata del sonno è stata auto-riferita, elemento che potrebbe influire sull’accuratezza dei dati. Quante ore dormire per la salute metabolica? Alla luce dei risultati, dormire circa 7 ore e 18 minuti a notte potrebbe rappresentare un punto di equilibrio per ridurre il rischio di insulino-resistenza e diabete di tipo 2. Anche la gestione del recupero di sonno nel weekend potrebbe avere un ruolo importante nella regolazione metabolica e nella prevenzione delle malattie croniche.

I consumatori escono meno spesso ma scelgono con maggiore attenzione, privilegiando la qualità e l’esperienza. I dati parlano chiaro: in Puglia dopo la pandemia la gente esce meno ma sceglie con maggiore attenzione dove andare a mangiare. Coldiretti Puglia afferma che 1 euro su 3 viene impiegato per ristoranti, bar e pizzerie, sulla base dei dati Circana di fine 2025 e inizio 2026. Ciò significa che i consumatori escono meno spesso ma scelgono con maggiore attenzione, privilegiando la qualità e l’esperienza. Si predilige quindi una domanda interna più prudente alla quale si affianca un turismo internazionale in crescita. “Il mercato regionale procede così lungo due direttrici – insiste Coldiretti Puglia – dove da un lato la domanda interna più prudente, dall’altro un turismo internazionale in forte crescita”. La rete pugliese può diventare il primo ambasciatore del vero Made in Puglia oppure l’anello debole in cui si insinuano pratiche ingannevoli legate al cosiddetto “fake in Italy”, con materie prime estere presentate come italiane attraverso il principio dell’ultima trasformazione sostanziale. Il settore DOP e IGP pugliese vale ben 711 milioni di euro e sono presenti più di 100mila aziende agricole sul territorio. Coldiretti Puglia afferma che per continuare a garantire qualità e identità è importante rafforzare rapporti fra agricoltori e ristoratori, ad esempio inserendo prezzi equi senza scendere sotto costi di produzione.

La dieta mediterranea si aggiorna al modello 3D: oltre a cosa mangiare, ora conta anche quando mangiare, sincronizzando nutrienti, ormoni e ritmi biologici per prevenire obesità e malattie metaboliche. La dieta mediterranea, da sempre modello di longevità ammirato in tutto il mondo, si aggiorna e si trasforma in versione 3D. Per la prima volta, oltre alla quantità e qualità dei nutrienti, si considera anche la loro collocazione temporale, sincronizzata con i ritmi biologici, ormonali e metabolici nell’arco delle 24 ore. Questo nuovo approccio, sviluppato dalla Società Italiana di Endocrinologia (SIE) in collaborazione con l’Associazione Italiana di Dietetica e Nutrizione Clinica (ADI) e pubblicato sulla rivista Current Nutrition Reports, ridisegna la classica piramide della dieta mediterranea. Il risultato? Una strategia concreta per prevenire obesità e malattie metaboliche, armonizzando le raccomandazioni alimentari con l’orologio biologico e le oscillazioni di insulina, cortisolo e melatonina. “La dieta mediterranea non è più solo una questione di cosa si mangia, ma soprattutto di quando lo si fa”, spiega Diego Ferone, presidente SIE e docente di Endocrinologia all’Università di Genova. “Il metabolismo segue ritmi circadiani e gli ormoni chiave modulano l’appetito, il dispendio energetico e persino la qualità del sonno. Mangiare gli stessi alimenti in momenti diversi può avere effetti metabolici molto diversi, con implicazioni su peso, diabete e funzionalità endocrina”. Sole e Luna: la nuova dimensione temporale della piramide Il modello introduce simboli intuitivi: il Sole per la colazione e il pranzo, la Luna per i pasti serali. Simbolo del Sole: indica i momenti migliori per consumare carboidrati complessi (pane, pasta, cereali integrali), legumi, frutta e verdura, sfruttando la massima sensibilità all’insulina nelle ore diurne. Simbolo della Luna: orienta i pasti serali verso proteine magre, verdure e alimenti “amici del sonno” come noci, semi e latticini, ricchi di triptofano e melatonina, favorendo il riposo e la rigenerazione muscolare notturna. Studi mostrano che assumere 40 grammi di proteine prima di dormire può aumentare la sintesi proteica muscolare del 33%, mentre spostare il 5% dell’energia dai grassi ai carboidrati a colazione riduce significativamente il rischio di sindrome metabolica. L’olio extravergine d’oliva: il protagonista indiscusso Secondo Massimiliano Caprio, ordinario di Endocrinologia all’Università Telematica San Raffaele di Roma, l’olio extravergine d’oliva (EVOO) resta il cuore della dieta mediterranea. Le sue proprietà antinfiammatorie e antiossidanti sono universali e flessibili: consumato di giorno o di sera, riduce il rischio cardiovascolare fino al 39% e dimezza la mortalità complessiva. Un incremento di soli 10 g al giorno può ridurre ulteriormente il rischio del 10%. Cronotipo e metabolismo: gufi e allodole La vera innovazione della nuova piramide è l’attenzione al cronotipo individuale. I “gufi” tendono a concentrare i pasti nelle ore serali, con ridotta sensibilità insulinica e potenziali conseguenze metaboliche negative. La piramide li aiuta a riallinearsi, distribuendo meglio il carico calorico durante le ore di luce. Le “allodole”, mattinieri, beneficiano naturalmente di colazione abbondante, pranzo sostanzioso e cena leggera, in linea con la fisiologia circadiana. Non solo cibo: uno stile di vita integrato Come sottolinea Cannavò, presidente eletto SIE, la nuova piramide non è solo guida alimentare, ma manifesto dello stile di vita mediterraneo. Include: attività fisica alla luce del sole sonno di qualità convivialità rispetto della stagionalità e della biodiversità Tutti elementi che contribuiscono in modo integrato alla salute endocrino-metabolica, valorizzando tradizione, sostenibilità e innovazione scientifica. “Integrare la dimensione temporale e ormonale aggiorna un patrimonio culturale straordinario”, conclude Ferone. “Questa nuova piramide è uno strumento utile non solo per la prevenzione, ma anche per la pratica clinica, verso una nutrizione sempre più personalizzata e fisiologicamente fondata”.

Scopri come percorsi personalizzati e il dispositivo medico Plenity aiutano a perdere peso in modo sostenibile, garantendo continuità terapeutica e risultati duraturi nella gestione dell’obesità cronica. Nella gestione del peso, il vero ostacolo non è iniziare un percorso, ma riuscire a proseguire nel tempo. Una persona su due abbandona le cure nel primo anno, rendendo cruciale la capacità degli strumenti disponibili – farmacologici e non – di integrarsi nella vita quotidiana senza frustrazione o interruzioni. “Se oggi l’obesità è riconosciuta come patologia cronica, dobbiamo affrontarla con una logica di lungo periodo”, spiega Mikiko Watanabe, endocrinologa e docente alla Sapienza Università di Roma. Perché la continuità terapeutica è fondamentale La gestione del peso non si misura solo sui chili persi inizialmente, ma sulla capacità di stabilizzare i risultati nel tempo. Una risposta progressiva e ben tollerata aumenta la probabilità di aderenza ai trattamenti, trasformando un cambiamento iniziale in un beneficio clinico duraturo. Disporre di opzioni terapeutiche diversificate, integrate e personalizzabili, è essenziale per costruire percorsi sostenibili nelle malattie croniche come l’obesità. Obesità in Italia: numeri e criticità Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, il 43% degli adulti italiani è in eccesso ponderale, e oltre il 10% presenta obesità. L’interruzione precoce dei trattamenti rimane uno dei principali ostacoli alla stabilizzazione dei risultati, soprattutto nei primi mesi, quando motivazione e tollerabilità diventano determinanti. Plenity: tecnologia non sistemica per una perdita di peso efficace Il dispositivo medico Plenity ha dimostrato nel trial GLOW risultati clinicamente rilevanti: 6 persone su 10 hanno ottenuto una riduzione significativa del peso 1 persona su 4 ha superato il 10% di perdita di peso L’elevata tollerabilità favorisce la continuità terapeutica Plenity è un idrogel superassorbente composto da un polimero derivato dalla cellulosa e acido citrico, con approvazione FDA e marcatura CE. Indicato per soggetti con BMI tra 25 e 40 kg/m², si assume in capsule prima dei pasti. Nel tratto gastrointestinale si espande formando una matrice tridimensionale che simula le fibre vegetali, favorendo una sazietà naturale e riducendo la quantità di cibo ingerita senza interferire con la routine quotidiana. Percorsi personalizzati e sostenibili nella gestione dell’obesità La gestione dell’obesità richiede strategie personalizzate e flessibili, integrate nella vita quotidiana. Disporre di strumenti diversi permette di costruire percorsi più sostenibili nel tempo, aumentando le probabilità di successo clinico a lungo termine.

Secondo i dati InfoCamere 2023, il tessuto imprenditoriale pugliese si trasforma: calano i negozi di prossimità a Bari, mentre aumentano imprese nei settori servizi, turismo e consulenza. Il tessuto imprenditoriale pugliese mostra segnali di crescita, ma il commercio tradizionale continua a registrare un calo significativo, con impatti evidenti soprattutto sul territorio di Bari. Lo confermano i dati di InfoCamere sull’evoluzione delle imprese negli ultimi dieci anni, che evidenziano una trasformazione strutturale del sistema economico regionale (fonte InfoCamere). Secondo l’analisi, mentre aumentano le imprese nei settori dei servizi, del turismo e della consulenza, il commercio al dettaglio, in particolare quello di prossimità, continua a contrarsi. “Il sistema economico pugliese sta cambiando profondamente – afferma Raffaella Altamura, presidente di Confesercenti Bari – se da un lato cresce il numero complessivo delle imprese, dall’altro si riducono i negozi di vicinato, fondamentali non solo dal punto di vista economico, ma anche sociale. Questa contrazione rischia di impoverire i quartieri e ridurre i servizi locali rivolti ai cittadini”. Le cause della contrazione del commercio tradizionale Secondo un’indagine di Confesercenti Bari, le principali cause del calo dei negozi tradizionali sono: Riduzione del potere d’acquisto delle famiglie Aumento dei costi di gestione Concorrenza delle grandi catene e dell’e-commerce Trasformazione delle abitudini di consumo, con acquisti più pianificati e meno impulsivi “Non si tratta di una crisi del sistema imprenditoriale, ma di una sua riconfigurazione – aggiunge Altamura – che impatta soprattutto sul commercio indipendente e può portare allo svuotamento commerciale di interi quartieri. Per invertire questa tendenza servono politiche di sostegno alle micro e piccole imprese, incentivi alla nascita di nuove attività e il rafforzamento dei distretti urbani del commercio. Difendere i negozi sotto casa significa proteggere l’identità e la vitalità delle nostre comunità”.

Secondo i dati Istat 2023, nel Mezzogiorno il lavoro da remoto resta sotto la media nazionale (13,8%), con poche eccezioni regionali e un gap strutturale rispetto al Centro-Nord e all’Europa. Lo smart working in Italia nel 2023 conferma forti differenze tra Nord e Sud e una diffusione ancora inferiore rispetto alla media europea. Secondo i dati ufficiali dell’Istat, il lavoro da remoto continua a rappresentare una trasformazione strutturale del mercato del lavoro italiano, avviata durante la pandemia ma oggi stabilizzata. Quanti sono gli smart worker in Italia nel 2023? Nel 2023 sono circa 3,4 milioni gli occupati che hanno lavorato da remoto almeno in parte, pari al 13,8% del totale. Nel dettaglio: 1 milione e 436 mila lavoratori (5,9%) hanno svolto l’attività da casa per almeno metà dei giorni lavorativi. 1,9 milioni (7,9%) hanno adottato modalità di lavoro agile in forma più occasionale. Il dato resta stabile rispetto al 2022, ma è nettamente superiore al periodo pre-pandemico 2018-2019, quando gli smart worker erano appena il 4,8%. Il picco si era registrato nel 2021 con il 15,1%. Smart working in Italia: differenze tra Nord, Centro e Sud Le differenze territoriali sono tra gli elementi più evidenti emersi dal report Istat. Nord-Est e Centro in testa Nord-Est: 17,1% di occupati in lavoro da remoto Centro: circa 16% Nord-Ovest: 11,9% Sud: 10,2% Isole: 9,7% Le regioni del Centro-Nord mostrano una maggiore diffusione grazie alla presenza di settori terziari avanzati, grandi aziende e infrastrutture digitali più sviluppate. Le regioni dove lo smart working è più diffuso A livello regionale, la classifica vede: Lazio: 21,5% (prima in Italia) Lombardia: 18,6% Piemonte: 14,5% Liguria: 14% Nel Mezzogiorno, quasi tutte le regioni restano sotto il 10%, con alcune eccezioni: Campania (11,1%) Abruzzo (10,3%) Sardegna (10,2%) Valle d’Aosta e Basilicata si fermano all’8,8%. Le città italiane con più lavoratori da remoto Tra i Comuni con oltre 150 mila abitanti, le percentuali più alte si registrano nelle grandi aree metropolitane come: Milano Roma Bologna Torino Qui incidono la forte presenza di grandi imprese, pubbliche amministrazioni strutturate e un’economia orientata ai servizi avanzati. Smart working in Italia vs Europa: il confronto 2023 Nel confronto europeo, l’Italia resta indietro. Secondo i dati di Eurostat, nel 2023 solo il 5,9% degli italiani lavora abitualmente da casa, contro una media UE del 9,1%. I Paesi più avanzati sono: Finlandia (22,2%) Irlanda (21,8%) Svezia (15,3%) Belgio (14,6%) Anche Germania e Francia superano il 10%. Perché lo smart working è meno diffuso nel Sud? La minore diffusione del lavoro agile nel Mezzogiorno è legata a: Struttura produttiva meno orientata ai servizi avanzati Minore presenza di grandi aziende Infrastrutture digitali meno sviluppate

Dopo oltre vent’anni da The Passion of the Christ, Mel Gibson torna a Matera con un progetto cinematografico ambizioso. Le riprese, concentrate nella suggestiva Murgia Materana, vedranno Mariela Garriga e Riccardo Scamarcio nei ruoli di Maria Maddalena e Ponzio Pilato. Il 20 aprile, la città dei Sassi tornerà sotto i riflettori internazionali grazie alle riprese di The Resurrection of the Christ, il nuovo atteso progetto cinematografico del regista premio Oscar Mel Gibson, che ritorna a Matera dopo il successo planetario di The Passion of the Christ, uscito oltre vent’anni fa. Tra i principali protagonisti ci saranno Mariela Garriga, attrice cubano-statunitense, e l’attore italiano Riccardo Scamarcio, originario di Andria, che interpreteranno rispettivamente Maria Maddalena e Ponzio Pilato. La produzione, curata da Tea Time Film S.r.l. per conto della Panorama Films Srl, ha già effettuato le prime riprese della seconda unità il 18 e 19 febbraio, immersa nei paesaggi mozzafiato della Murgia Materana, un set naturale che aggiunge autenticità e suggestione alle scene senza bisogno di scenografie invasive. Secondo quanto indicato nella delibera della giunta comunale, le riprese successive, previste ad aprile, interesseranno esclusivamente le aree murgiane, con location selezionate come il Belvedere di Murgia Timone e altre zone panoramiche individuate durante la fase preparatoria. L’obiettivo è mantenere la naturalità del paesaggio, valorizzando le caratteristiche uniche del territorio materano senza alterarne l’aspetto originario. Il film, della durata stimata di circa 150 minuti, racconterà le ore successive alla crocifissione di Cristo fino alla Resurrezione, offrendo una prospettiva nuova su uno dei momenti più significativi della storia cristiana. La produzione punta a una distribuzione internazionale nelle sale cinematografiche in occasione della Pasqua 2027, offrendo così un appuntamento cinematografico che unisce spiritualità, drammaticità e fascino paesaggistico. Per gli appassionati di cinema e per la città di Matera, il ritorno di Mel Gibson rappresenta non solo un evento culturale di rilievo, ma anche un’opportunità di visibilità globale, consolidando ancora una volta il ruolo della città lucana come set naturale d’eccellenza per produzioni cinematografiche di respiro internazionale. La combinazione tra interpreti di fama mondiale, regia premiata e scenari unici promette di rendere The Resurrection of the Christ un progetto memorabile, capace di richiamare l’attenzione di critica e pubblico internazionale.

Il Rapporto della Fondazione per la Sussidiarietà denuncia le criticità del Servizio Sanitario Nazionale e propone modelli di collaborazione tra Stato, territori e comunità per garantire equità e sostenibilità. Il Rapporto “Sussidiarietà e Salute”, presentato oggi dalla Fondazione per la Sussidiarietà nella Sala della Regina alla Camera dei Deputati, evidenzia criticità nel Servizio Sanitario Nazionale (SSN) e propone un modello di collaborazione tra Stato, territori e comunità per migliorare equità, sostenibilità e qualità delle cure. All’evento sono intervenuti il presidente della Camera Lorenzo Fontana, il ministro della Salute Orazio Schillaci e il presidente dell’intergruppo parlamentare per la sussidiarietà Maurizio Lupi. Il rapporto è stato redatto con il contributo di accademici e ricercatori di università italiane e internazionali, tra cui Bicocca, Bocconi, Brunel University, Ca’ Foscari, York, Università Cattolica, Parma, Pavia, Sant’Anna di Pisa e Verona. Dati chiave sulla sanità italiana Il Rapporto mostra una crescente perdita di universalismo ed equità nel SSN: 9-10% della popolazione rinuncia o rinvia cure per motivi economici o lunghe attese; oltre il 20% tra i più svantaggiati. Tasso di mortalità evitabile correlato al titolo di studio: 39,6/10.000 per chi ha licenza elementare, 20,3/10.000 per laureati. Circa 4 milioni di over65 non autosufficienti e oltre 5,5 milioni di anziani vivono soli; il 14% degli over65 è a rischio isolamento sociale. L’Assistenza domiciliare integrata (ADI) copre solo il 30,6% degli anziani non autosufficienti, mentre gran parte della cura ricade sulle famiglie. La spesa sanitaria out-of-pocket italiana è tra le più alte d’Europa: 24% della spesa totale, contro il 15% della media UE, con un aumento costante dal 2010. Criticità strutturali del SSN Secondo il Rapporto, i principali problemi del sistema pubblico sono: Sottofinanziamento cronico (circa 37 miliardi di euro di tagli 2010-2019) Risorse allocate per prestazioni e non per integrazione dei percorsi assistenziali Mancanza di continuità e integrazione tra sanitario e sociosanitario Carenza di personale, in particolare medici di medicina generale I pazienti cronici e fragili subiscono maggiormente questi limiti, spesso attraversando più setting di cura senza responsabilità unitaria. Modelli efficaci e proposte di riforma Il Rapporto sottolinea l’efficacia dei modelli basati su collaborazioni strutturate tra enti sanitari, come le Botteghe di Comunità della ASL di Salerno, coinvolgendo 29 comuni e oltre 28.000 cittadini. Le principali proposte includono: Incremento della spesa sanitaria e introduzione di budget di cura per pazienti fragili Rafforzamento dell’assistenza territoriale con cabine di regia distrettuali, Case della Comunità e Ospedali di Comunità Istituzione di un Servizio nazionale per la non autosufficienza Piani pluriennali per assunzione e valorizzazione del personale sanitario, con retribuzioni in linea con la media UE Migliore regolazione del privato accreditato, orientato a ridurre disuguaglianze e inefficienze Sussidiarietà come chiave per equità e sostenibilità Per Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, il rapporto indica che l’alternativa non è tra pubblico e privato, ma tra un Paese che garantisce cure per tutti e uno dove si cura solo chi può permetterselo. La sussidiarietà diventa così l’architettura istituzionale dell’universalismo, rendendo il diritto alla salute effettivo, misurabile e sostenibile nel tempo.

Scopri il nuovo ecosistema digitale: Assegno Unico, bonus asilo nido, congedi parentali e oltre 300 servizi pubblici a portata di app, per semplificare la vita delle famiglie italiane. A Roma, a Palazzo Chigi, l’INPS e il Governo hanno lanciato il Portale della Famiglia e della Genitorialità, un nuovo strumento digitale pensato per semplificare la vita di genitori e famiglie. Dietro il progetto ci sono il presidente dell’INPS, Gabriele Fava, e il ministro per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità, Eugenia Roccella. Si tratta di un vero e proprio ecosistema online, accessibile anche da app, che mette insieme in un unico spazio 40 prestazioni INPS dedicate a famiglie e genitori e circa 300 servizi offerti da altre Pubbliche Amministrazioni. In pratica, tutti i bonus, i congedi e le agevolazioni diventano più facili da trovare e utilizzare, senza la burocrazia complicata di una volta. La piattaforma è organizzata in sette sezioni: Servizi INPS, Diventare genitori, Crescita bambina/bambino, Disabilità, Centri per la famiglia, Servizi di prossimità e altri strumenti utili. L’accesso avviene con SPID o CIE e la home page mette subito in evidenza i servizi più rilevanti, organizzati in base ai momenti chiave della vita familiare. Tra le prestazioni disponibili ci sono: Assegno Unico Universale, bonus nuovi nati, bonus asilo nido, bonus mamme, congedi parentali, carte dedicate, bonus sociali, prestazioni per figli con disabilità, sostegno a lavoratori domestici e molto altro. Insomma, un vero “tutto in uno” per la famiglia italiana. Oggi queste misure riguardano oltre 10 milioni di ragazzi e 6,5 milioni di famiglie, ma ogni anno moltissime altre persone entrano in contatto con l’INPS. Il portale nasce proprio per mettere al centro le esigenze dei genitori, offrendo un punto unico di accesso per ogni fase della crescita dei figli, adattato alla situazione familiare e al territorio di residenza. Una delle novità più importanti è la gestione interistituzionale e interoperabile: per la prima volta in Italia, INPS e altre amministrazioni pubbliche collaborano all’interno dello stesso sistema. Così si possono trovare informazioni, linee guida e servizi non solo nazionali ma anche regionali, dal registro dell’anagrafe alla scelta del pediatra, dalle vaccinazioni obbligatorie agli asili nido e scuole, fino al supporto sociale per famiglie e caregiver. Per il ministro Eugenia Roccella, “Avere strumenti chiari e accessibili per la famiglia è fondamentale. Il portale INPS è pensato per semplificare la vita dei genitori, rendendo lo Stato più vicino e concreto. Sostenere famiglie e figli non è una spesa, è l’investimento più importante per il futuro del Paese.” Il presidente Gabriele Fava aggiunge: “Il Portale della Famiglia non crea nuovi bonus né cambia la normativa: organizza e semplifica le prestazioni esistenti, riducendo il tempo perso tra procedure e modulistica. È un passo concreto per costruire servizi affidabili e vicini alle persone, in grado di accompagnare le famiglie nella crescita dei loro figli.” In sintesi, con questo portale tutto diventa più chiaro: dai bonus per i neonati ai congedi parentali, dalle carte dedicate ai servizi per figli con disabilità. Un unico clic, un unico accesso, tutto quello che serve per vivere meglio la genitorialità oggi in Italia.

Lo studio SELECT conferma che la perdita di peso con semaglutide abbassa del 20% il rischio di eventi cardiovascolari gravi in pazienti con obesità, migliorando salute e qualità di vita.. L’obesità aumenta significativamente il rischio di problemi cardiovascolari. Le persone con obesità hanno tra il 67% e l’85% di probabilità di sviluppare eventi cardiovascolari gravi (MACE), contro il 21-32% delle persone in sovrappeso. Preoccupa anche il rischio di riospedalizzazione: entro un mese dal primo ricovero per MACE, le persone con obesità vengono ricoverate di nuovo 1,4 volte più spesso rispetto ai pazienti in sovrappeso. Questi dati emergono dallo studio del Ceis (Centre for Economic and International Studies) dell’Università di Roma Tor Vergata, presentato oggi a Roma. L’analisi si basa sul trial SELECT, il primo studio CVOT a dimostrare il legame tra perdita di peso e riduzione del rischio cardiovascolare. Lo studio ha mostrato che il farmaco semaglutide è più efficace e sicuro rispetto alle terapie tradizionali nelle persone con sovrappeso o obesità e malattia cardiovascolare, anche senza diabete. Il trattamento con semaglutide riduce il rischio di eventi cardiovascolari gravi del 20%. Secondo Pasquale Perrone Filardi, direttore di cardiologia all’AOU “Federico II” di Napoli, “semaglutide protegge cuore e reni e può migliorare significativamente la vita dei pazienti”. Paolo Sbraccia, direttore del Centro medico dell’obesità del Policlinico Tor Vergata, ricorda che l’obesità è una malattia cronica legata a numerose altre patologie, come tumori, diabete, ipertensione e malattie cardiovascolari, principale causa di morte in Italia. Farmaci come semaglutide non solo aiutano a perdere peso, ma riducono ospedalizzazioni, migliorano gli esiti clinici e limitano eventi fatali in chi è ad alto rischio.

Uno studio su 65.000 giovani rivela che oltre 16 ore a settimana sui social aumentano significativamente il senso di solitudine e i rischi per la salute mentale. Più della metà degli studenti universitari statunitensi si sente sola, e chi trascorre molte ore sui social media ha una probabilità significativamente più alta di provare isolamento. Lo rivela uno studio nazionale pubblicato sul Journal of American College Health, basato su quasi 65.000 giovani tra i 18 e i 24 anni iscritti a oltre 120 college negli Stati Uniti. Già con circa 16 ore settimanali di utilizzo dei social – poco più di due ore al giorno – aumenta la probabilità di sentirsi soli. Gli studenti che usano i social 16-20 ore a settimana risultano il 19% più propensi alla solitudine, cifra che sale al 23% per 21-25 ore e al 34% per 26-30 ore. Chi supera le 30 ore settimanali, i cosiddetti “heavy users”, ha il 38% di probabilità in più di sentirsi isolato. Lo studio, guidato da Madelyn Hill (Ohio University), mostra che il 54% degli studenti si sente solo, confermando dati recenti sugli effetti della solitudine nella giovane età adulta. Le studentesse e gli studenti afroamericani riportano livelli più alti di isolamento, mentre chi frequenta corsi ibridi segnala meno solitudine rispetto a chi partecipa solo in presenza. Gli studenti membri di confraternite e sororities risultano tra i più connessi, mentre chi vive ancora a casa con la famiglia mostra più isolamento rispetto a chi risiede nel campus universitario. La solitudine è stata misurata chiedendo con quale frequenza gli studenti si sentissero esclusi, privi di compagnia o isolati. “Chi si sente solo ha un rischio maggiore di depressione e di mortalità precoce,” spiega Hill. “La giovane età adulta è una fase delicata: è fondamentale che college e università aiutino gli studenti a costruire relazioni e connessioni significative.” Gli autori chiariscono che non è possibile stabilire un nesso di causa-effetto: un uso eccessivo dei social potrebbe ridurre le interazioni faccia a faccia, ma anche chi è già solo potrebbe cercare supporto online. Tuttavia, intervenire sull’uso intensivo dei social media potrebbe contribuire a ridurre la solitudine universitaria. “I risultati evidenziano quanto la solitudine sia diffusa e come un uso eccessivo dei social possa sostituire interazioni reali, fondamentali per la salute mentale,” aggiunge Ashley L. Merianos (University of Cincinnati). Gli autori invitano le istituzioni accademiche a informare gli studenti sui possibili effetti negativi dei social e a promuovere attività in presenza per creare legami reali e duraturi.

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