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omicidio

La vittima, Fatimi Hayat, aveva 46 anni. Aveva denunciato l’uomo per stalking Il rischio che Fatimi Hayat potesse essere vittima di femminicidio era stato denunciato alle forze dell’ordine il 16 giugno dal centro antiviolenza “Telefono donna”, a cui la 46enne di origini marocchine si era rivolta ad aprile scorso per chiedere aiuto. L’ex compagno, che si era già mostrato violento durante i mesi di relazione, la importunava seguendola e minacciandola. Le operatrici del centro l’avevano convinta a denunciarlo, cosa che è avvenuta a maggio, anche se la donna, nonostante le sollecitazioni delle operatrici del centro, avrebbe rifiutato di allontanarsi dalla città. Il 16 giugno l’invio alle forze dell’ordine di una valutazione di rischio alto con possibile femminicidio e fino al 23 luglio, giorno in cui la donna si era rivolta nuovamente al centro antiviolenza dicendo che l’uomo la pedinava, non era stata ancora emessa alcuna misura cautelare. L’uomo, suo connazionale regolare in Italia, ma senza fissa dimora, era destinatario di una misura cautelare. É attualmente ricercato dagli investigatori.

Sparatoria al quartiere Tamburi, morto Carmelo Nigro, 45 anni. Gravemente ferito il figlio Michael 20 e Pietro  Caforio, 24 anni Violento conflitto a fuoco in tarda serata a Taranto, in via Machiavelli, al quartiere Tamburi. Forse un regolamento di conti per la gestione di piazze di spaccio. Una lite tra bande degenerata in un conflitto a fuoco.

Sparatoria nella zona delle case parcheggio, ci sono anche tre feriti, due gravi È di un morto e tre feriti il bilancio di una sparatoria avvenuta in serata in via Machiavelli, nella zona delle cosiddette case parcheggio, al rione Tamburi di Taranto. Secondo fonti dell’Asl, un uomo è deceduto poco dopo il trasporto al pronto soccorso, un altro – colpito alla testa – è in gravissime condizioni ed è ricoverato in rianimazione. Una terza persona ha riportato ferite serie ed una quarta è stata ferita alla gamba destra ma non è grave. Sul posto polizia, carabinieri e polizia locale. Diversi i bossoli repertati dalla Scientifica. Tra i feriti ci sarebbe il figlio della persona deceduta.

Si tratta di Filippo Minaccia, esponente del clan Palermiti di Bari. I fatti risalgono a febbraio del 2016 È stato condannato a 15 anni di reclusione Filippo Mineccia, esponente del clan Palermiti di Bari, ritenuto responsabile di tentato omicidio per aver sparato all’uomo con il quale la madre aveva avuto una breve relazione. I fatti risalgono al febbraio 2016. Mineccia esplose un colpo all’indirizzo della vittima, colpevole a sua dire di aver offeso la reputazione dei genitori. Le accuse sono aggravate da futili motivi, premeditazione e metodo mafioso La Dda aveva invocato una condanna a 17 anni e mezzo di carcere. L’imputato aveva ammesso le proprie responsabilità, negando però di aver avuto intenzione di uccidere l’ex compagno della madre. L’uomo venne colpito all’addome ma Mineccia disse di aver mirato alle gambe. 

Paolo Natale Guglielmi è accusato di essere l’esecutore materiale dell’omicidio di un cittadino indiano all’esterno di un capannone di Ceglie del Campo la sera del 31 maggio dello scorso anno Inizierà il prossimo 7 ottobre davanti alla Corte d’Assise di Bari il processo bei confronti di Paolo Natale Guglielmi, 22enne barese accusato di essere l’esecutore materiale dell’omicidio di un cittadino indiano all’esterno di un capannone di Ceglie del Campo la sera del 31 maggio dello scorso anno. Il gup Gabriella Pede, così come chiesto dal pm, ha rigettato la richiesta di rito abbreviato avanzata dalla difesa. Secondo l’accusa, il 22enne, con la complicità di altri due soggetti all’epoca dei fatti minorenni, avrebbe sparato allo straniero per testare la pistola su un bersaglio umano. Determinanti ai fini dell’inchiesta, le rivelazioni del pentito Michele Guglielmi, nipote dell’imputato. 

La giovane fu arsa viva nel 1981 a Fasano, aveva solo 14 anni. Per le lacune sulle indagini non hanno portato all’individuazione dei responsabili Servizio di Linda Cappello Montaggio di Pasquale Realmonte

La Suprema Corte mette la parola fine alla vicenda giudiziaria della morte del 23enne albanese Qamil Hyrai, avvenuta nelle campagne fra Torre Lapillo e Torre Castiglione  Non fu omicidio volontario, ma una tragica fatalità. Dopo 11 anni la Corte di Cassazione mette la parola fine alla vicenda giudiziaria della morte del pastore albanese di 23 anni, Qamil Hyrai, avvenuta il 6 aprile 2014, nelle campagne fra Torre Lapillo e Torre Castiglione. La Suprema Corte ha respinto il ricorso del Procuratore generale contro la sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Taranto che aveva annullato la condanna a 21 anni e 4 mesi di reclusione a carico del datore della vittima, Giuseppe Roi, 42 anni di Copertino emessa dalla corte d’Assise d’Appello di Lecce. Roi era accusato di avere ucciso il pastore mentre sparava per divertimento contro un frigorifero incurante che il pastore stesse dietro il muro di cinta. Nel primo grado di giudizio Roi era stato condannato a 30 anni di reclusione.

L’inchiesta si chiude senza nessun colpevole Si chiude senza nessun colpevole l’inchiesta sull’omicidio della giovane Palmina Martinelli, la 14enne di Fasano bruciata viva nel 1981. Il gip del Tribunale di Bari ha accolto la richiesta di archiviazione che la Procura aveva avanzato nei confronti del cognato della vittima, unico indagato dopo tanti anni e accusato di omicidio volontario in concorso con ignoti e false informazioni al pm. Nonostante questo il gip scrive che la morte della giovane “maturò verosimilmente all’interno della cerchia familiare, una parte della quale ancor oggi reticente ed ostile alle indagini.” Nel provvedimento si dà atto che Antonio, il fratello di Palmina ormai deceduto, “ha portato i suoi segreti nella tomba”. Prima di morire avrebbe manifestato “in più di una occasione la volontà di parlare con un giudice, richiesta non considerata dalla famiglia nel timore, forse, che il contenuto delle rivelazioni avrebbe potuto esporli a responsabilità nell’omicidio”. 

Francesco Dogna fu assassinato nella sua abitazione il 6 gennaio scorso. Reo confesso dell’omicidio il 42enne barese Antonio Rizzi Servizio di Linda Cappello

Il 24enne scomparve da Barletta nella notte tra il 15 e il 16 gennaio del 2022 e il suo corpo non fu mai trovato. Dario Sarcina dovrà scontare 18 anni e otto mesi di reclusione per omicidio volontario. La Corte di Cassazione ha confermato le condanne inflitte in primo grado e in appello per l’omicidio di Michele Cilli, il 24enne di Barletta di cui si persero le tracce nella notte tra il 15 e il 16 gennaio del 2022 e il cui corpo non è stato mai trovato. Per Dario Sarcina i giudici hanno confermato la condanna a 18 anni e otto mesi di reclusione per omicidio volontario; per Cosimo Damiano Borraccino, accusato di soppressione di cadavere, ribadita la condanna a 5 anni e 8 mesi di reclusione. Secondo l’accusa il giovane, dopo aver trascorso la serata ad una festa, sarebbe stato condotto da Sarcina in un garage di via Ofanto, alla periferia della città, e successivamente ucciso. Il suo cadavere poi soppresso grazie alla complicità di Borraccino immortalato mentre riempie una tanica di benzina in un distributore di carburante. L’omicidio, stando alle motivazioni della sentenza di primo grado, si può collocare nell’ambito del controllo sulle piazze dello spaccio di stupefacenti.

La Corte d’assise d’Appello ha accettato il concordato tra procura e difesa e ha ridotto la pena a tutti gli altri coinvolti nel caso Bahtijari Annullato l’ergastolo per Vincenzo D’Amicis, nipote del boss Vincenzo Stranieri, accusato dell’omicidio del 21enne Natale Naser Bahtijari, ucciso nella notte tra il 22 e il 23 febbraio 2023 a Manduria. La Corte d’assise d’Appello ha accettato il concordato tra procura e difesa, infliggendo la pena di 29 anni a D’Amicis e riducendo le pene a tutti: Simone Dinoi e Domenico D’Oria Palma, accusati di concorso in omicidio, passano da 27 e 25 anni a 24 e 21 anni di reclusione. Vincenzo Stranieri sconterà 7 anni di carcere per rapina, anziché 10. La difesa è composta dagli avvocati Lorenzo Bullo, Armando Pasanisi, Franz Pesare, Michele Iaia e Massimo Chiusolo. Il 21enne fu ammazzato e gettato sotto un vecchio cavalcavia.

Il Decreto sicurezza del ministro Piantedosi prevede un rimborso che non può superare complessivamente 10mila euro per ciascuna fase del procedimento Il ministero dell’Interno ha già accreditato l’anticipo delle spese legali dei due poliziotti indagati per la morte di Michele Mastropietro. Il 59enne, ritenuto l’assassino del carabiniere Carlo Legrottaglie, morì il 12 giugno in seguito alla sparatoria ingaggiata con gli agenti. I due agenti sono rappresentati dall’avvocato Antonio La Scala. È stato lui a comunicarlo. Il Decreto sicurezza del ministro Piantedosi prevede il riconoscimento di un rimborso per le spese legali sostenute in procedimenti giudiziari relativi al servizio che non può superare complessivamente l’importo di 10.000 euro per ciascuna fase del procedimento. “Questo accreditamento – ha dichiarato La Scala – rappresenta non solo un sostegno pratico, ma anche un riconoscimento morale fondamentale per chi ogni giorno rischia la vita per garantire la sicurezza dei cittadini”.

Francesco Brandonisio non può essere l’assassino di Salvatore Dentamaro, meglio noto come Ambra Francesco Brandonisio non può essere l’assassino di Salvatore Dentamaro, meglio noto come Ambra, transessuale ucciso all’interno della sua Fiat Punto il 23 settembre 2018 in una stradina nei pressi della zona San Giorgio. Tanto per una serie di ragioni contenute nelle 75 pagine di motivazioni della sentenza con cui la Corte d’Assise ha assolto l’imputato.

Il 24enne è ritenuto colpevole dell’omicidio volontarioin concorso del 19enne di Francavilla Fontana Servizio di Stefania Congedo Montaggio di Donato Colazzo

Interrogatorio di garanzia per il 57enne di San Giorgio Ionico accusato di concorso in omicidio del brigadiere capo Carlo Legrottaglie Si è avvalso della facoltà di non rispondere Camillo Giannattasio, il 57enne di San Giorgio Ionico accusato di concorso in omicidio del brigadiere capo Carlo Legrottaglie. L’uomo nelle scorse ore è comparso davanti al giudice per le indagini preliminari del tribunale di Brindisi. Per il Gip la morte del carabiniere era un evento “ampiamente prevedibile e accettato da Giannattasio che nell’auto aveva armi cariche di munizioni pronte ad uccidere”. Secondo quanto ricostruito, il 12 giugno, mentre la gazzella dei carabinieri inseguiva i due malviventi, questi mostravano gesti di sfida contro i militari prima di schiantarsi contro un palo. Scesi dall’auto, Mastropietro sparò contro Legrottaglie, uccidendolo e Giannatasio partecipò attivamente alla pianificazione e all’azione con chiara volontà criminale. Avrebbe istigato e rafforzato la condotta violenta del complice. Non solo: tra casa e negozio nascondeva anche un arsenale clandestino. Giannattasio è indagato anche per il tentato omicidio dei due poliziotti che, nella seconda sparatoria, sono intervenuti per fermarli, sparatoria nella quale è morto Michele Mastorpietro.

Il movente sarebbe un debito di alcune centinaia di euro Prima l’appuntamento nell’auto della vittima, poi l’esplosione dei colpi d’arma da fuoco, uno dei quali – letale – andato a segno; tutto per un debito di alcune centinaia di euro, non è chiaro da parte di chi: sarebbero questi la dinamica e il movente dell’omicidio di Giovanni Mastropasqua, il 51enne ucciso giovedì mattina, a Foggia, in via Zuretti, in una zona semi centrale della città. Servizio di Pietro Loffredo

È accaduto a Racale, in provincia di Lecce. Al termine dell’interrogatorio in caserma ragazzo è stato sottoposto a fermo. Ha ammesso le proprie responsabilità riconducibili a contrasti crescenti con la vittima Ha ucciso la propria madre a colpi di accetta e poi si è dato alla fuga ma è stato individuato dai carabinieri, fermato e portato in caserma. Il terribile delitto si è consumato a Racale, in provincia di Lecce, in via Toscana 4. La vittima si chiamava Teresa Sommario, 53 anni, ex moglie dell’attuale assessore ai Lavori pubblici del Comune. La donna viveva con il figlio Filippo Manni, 21 anni, e due gemelli appena 18enni. L’omicidio si sarebbe consumato intorno alle 14.30 dopo un litigio. Sembra che l’arma sia un’accetta di quelle in dotazione ai boy scout e che il figlio utilizzava nelle missioni proprio perché era uno scout. È stato uno dei fratelli minori a sentire, dal piano di sopra, il trabusto, a scendere, a scoprire il corpo della madre riverso sul pavimento e a chiamare i soccorsi. Il 21enne intanto si era dato alla fuga, lo hanno trovato mentre percorreva a piedi la strada per Torre Suda. Al termine dell’interrogatorio in caserma Filippo Manni è stato sottoposto a fermo del Pm. Il 21 enne ha ammesso le proprie responsabilità riconducibili a contrasti crescenti con la madre. Il sindaco di Racale, Antonio Salsetti, non si spiega cosa possa essere accaduto. Ha raccontato di aver incontrato il 21enne lunedì sera, gli aveva raccontato di essere era tornato a casa da Roma dove frequentava l’università per qualche giorno. Voleva essere a Racale per la festa patronale in onore di San Sebastiano che si è celebrata sabato. 

Colpito alla testa, lotta tra la vita e la morte  Servizio di Pietro Loffredo;

L’intera scena è stata registrata dalle telecamere di vigilanza. La roulette nella quale si trovava Marino Tatoli è diventata una trappola Servizio di Matteo Spada

Si sono avvalsi della facoltà di non rispondere Si sono avvalsi della facoltà di non rispondere i due arrestati di Gravina, padre e figlia, accusati di tentato omicidio ai danni del 71enne Saverio Scalese. Nel corso dell’interrogatorio di garanzia, che si è svolto innanzi al gip Angela Paola De Santis, i due hanno scelto di rilasciare spontanee dichiarazioni, per chiarire la loro posizione. L’uomo intanto è uscito dalla terapia intensiva del Policlinico e le sue condizioni sono in miglioramento. La lite è avvenuta martedì mattina in via Casale: pare che fra i tre ci fossero vecchi rancori, sfociati in querele reciproche.

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