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omicidio

Altri due imputati sono stati condannati per favoreggiamento. Costituiti parte civile il comune di Molfetta, la Regione Puglia e il gestore della discoteca, che dopo l’omicidio ha ceduto l’attività. Diciotto anni di reclusione per Michele Lavopa, il giovane barese che la sera del 22 settembre 2024 sparò e uccise per errore la 19enne Antonella Lopez nella discoteca Bahia di Molfetta. Questa la condanna emessa dal gup Susanna De Felice, innanzi alla quale si è celebrato il processo con rito abbreviato. Il proiettile era destinato ad Eugenio Palermiti jr, nipote dell’omonimo boss di Japigia, anche lui agli arresti con l’accusa di essere entrato armato nel locale. Per lui una condanna a quattro anni e sei mesi di reclusione, che supera quella di tre anni e dieci mesi chiesta dai pubblici ministeri Fabio Buquicchio e Marco D’Agostino. Da tempo c’erano attriti tra Lavopa, ritenuto vicino al clan Strisciuglio e Palermiti. Altri due imputati sono stati condannati per favoreggiamento. Costituiti parte civile il comune di Molfetta, la Regione Puglia e il gestore della discoteca, che dopo l’omicidio ha ceduto l’attività.

Con la sua morte si estingue il processo: la Procura valuta se aprire un’inchiesta sul suicidio in carcere. È morto in ospedale Alberto Villani, 49 anni, dopo aver tentato il suicidio nel carcere di Bari. Era imputato per l’omicidio della madre Cosima D’Amato, trovata carbonizzata nel settembre 2023. Una perizia psichiatrica aveva escluso vizi di mente. Con la sua morte si estingue il processo: la Procura valuta se aprire un’inchiesta sul suicidio in carcere.

Secondo l’accusa, l’omicidio, avvenuto il 4 maggio 2002, maturò nel contesto di una rapina a mano armata ai danni di un fruitore di prestazioni sessuali a pagamento. A distanza di oltre 20 anni dall’omicidio di un 40enne originario di Brindisi, avvenuto il 4 maggio 2002 nei pressi dello stadio San Nicola, i Carabinieri hanno arrestato il presunto responsabile. L’uomo è destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia. Secondo l’accusa, l’omicidio maturò nel contesto di una rapina a mano armata ai danni di un fruitore di prestazioni sessuali a pagamento. La vittima, attirata in una zona isolata, tentò di fuggire ma venne colpita mortalmente da almeno quattro colpi di arma da fuoco. Dopo il delitto, i responsabili avrebbero spostato l’auto e successivamente incendiato il veicolo utilizzato per la rapina nel tentativo di cancellare le tracce. Determinanti per la riapertura del caso sono state le dichiarazioni di uno dei partecipanti alla rapina, diventato poi collaboratore di giustizia.

Secondo l’accusa si sarebbe trattato di un delitto maturato in ambito mafioso. Il pm della Dda Bruna Manganelli ha invocato la condanna all’ergastolo, con dieci mesi di isolamento diurno, per Davide Lepore, a processo perché ritenuto dagli inquirenti esecutore materiale dell’omicidio di Ivan Lopez. Il 31enne fu ucciso a settembre del 2021 mentre era a bordo di un monopattino sul lungomare di San Girolamo di Bari. Chiesti 20 anni, invece, il coimputato Giovanni Didonna, con l’esclusione dell’aggravante mafiosa. Quest’ultimo è accusato di aver rubato due auto necessarie per commettere l’omicidio.Secondo l’accusa si sarebbe trattato di un delitto maturato in ambito mafioso: Lopez sarebbe stato ucciso per ritorsione perché, insieme con suo fratello Francesco (ora collaboratore di giustizia e in passato vicino al clan Strisciuglio ), avrebbe compiuto alcune estorsioni nei confronti di Lepore, titolare di alcune autorimesse di Bari e vicino al clan Capriati della città vecchia. Il prossimo 27 febbraio prenderà la parola la difesa.

C’è la testimonianza di una persona, che ha riferito di averlo visto in volto con ancora in mano il coltello sporco di sangue. È stato convalidato il fermo di Maurizio Pastore, il 42enne barese accusato di aver ucciso a coltellate il 39enne Amleto Magellano sabato scorso in via Montegrappa, nel quartiere Carrassi. L’uomo, interrogato oggi dal gip, si è avvalso della facoltà di non rispondere: il giudice, in seguito alla convalida, ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare in carcere. L’accusa è quella di omicidio volontario, aggravato dalla premeditazione e dalla crudeltà . Contro Pastore c’è la testimonianza di una persona, che ha riferito di averlo visto in volto con ancora in mano il coltello sporco di sangue. Il movente, al momento, non è ancora chiaro, ma la moglie della vittima ha riferito che in passato Pastore avrebbe cercato di colpire il 39enne con un martello, per questioni legate alla ristrutturazione di un bagno. Magellano è stato colpito con più fendenti al torace, ed è deceduto poco dopo il suo arrivo al Policlinico. 

L’uomo, reo confesso, uccise la madre il 14 novembre del 2024 a Leporano Marina . Disposta la perizia psichiatrica per Salvatore Dettori, reo confesso dell’omicidio della madre, Silvana La Rocca, 73enne accoltellata e privata del cuore, il 14 novembre 2024 a Leporano Marina. La presidente della Corte d’Assise di Taranto, Fulvia Misserini ha nominato come perito psichiatrico la dottoressa Maria Nacci, direttore della Psichiatria di Lecce, chiamata a valutare la capacità di reggere il processo di Dettori, e anche la capacità di intendere e di volere dell’uomo quando è stato commesso il fatto. La valutazione psichiatrica è stata richiesta dall’amministrazione penitenziaria di Lecce, dove Dettori, difeso dagli avvocati Francesco D’Errico ed Emanuele Catapano, è attualmente recluso.

Determinati i racconti di alcuni testimoni oculari. C’è un fermo per l’omicidio di Amleto Magellano, il 39enne ucciso il 17 gennaio a Bari, in via Montegrappa, nel quartiere Carrassi. La Compagnia Carabinieri di Bari San Paolo ha dato esecuzione al provvedimento emesso dalla Procura di Bari. Si tratta di Maurizio Pastore, 42enne che risiede nella stessa zona in cui è avvenuto l’omicidio. La vittima era stata accoltellata con dieci fendenti ed era morta poco dopo l’arrivo al Policlinico di Bari. Sul posto per effettuare i rilevi del caso era intervenuta anche la Sezione Investigazioni Scientifiche del Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Bari. Determinanti ai fini delle indagini sono state le dichiarazioni fornite da più testimoni. Una persona avrebbe visto il presunto omicida in volto e lo avrebbe riconosciuto, aveva ancora tra le mani il coltello sporco di sangue. La moglie della vittima ha riferito che il marito circa un anno fa sarebbe stato minacciato da un uomo di nome Maurizio, che era arrivato addirittura a inseguirlo per strada impugnando un martello. Le minacce sarebbero state legate ad alcuni lavori di ristrutturazione. Sono in corso gli ulteriori approfondimenti per ricostruire la dinamica e le ragioni dell’accaduto.

Nelle prossime ore sarà eseguita l’autopsia nell’istituto di medicina legale del Policlinico. Sarà eseguita domani (martedì 20 gennaio), nell’istituto di medicina legale del Policlinico, l’autopsia sul corpo di Amleto Magellano, il 39enne accoltellato mortalmente sabato pomeriggio in via Montegrappa, nel quartiere Carrassi di Bari.L’incarico è stato conferito al prof. Biagio Solarino. I primi risultati potrebbero conoscersi già nel pomeriggio. L’esame dovrà chiarire le cause del decesso, se i fendenti abbiano colpito organi vitali, provocando uno shock emorragico, che avrebbe determinato la morte. L’arma non sarebbe stata ritrovata.L’omicidio è avvenuto in pochi istanti, tra la gente, non lontano dall’abitazione della vittima. Magellano, già noto alle forze dell’ordine, aveva ormai preso le distanze da un passato un po’ turbolento. Sposato, lavorava come operaio all’Amiu.Le indagini sono affidate ai carabinieri del comando provinciale di Bari, coordinati dalla Procura, che non escludono alcuna ipotesi. Si scava nel suo passato e tra i contatti più recenti per risalire all’assassino e al movente

Amleto Magellano, 39 anni, volto noto alle forze dell’ordine, lascia moglie e due bambini . Nottata di interrogatori e indagini serrate per dare un nome e un volto all’assassino di Amleto Magellano, 39 anni, già noto alle forze dell’ordine, morto sabato sera al pronto soccorso del Policlinico dopo essere stato accoltellato nel tardo pomeriggio in via Montegrappa, nel quartiere Carrassi. In queste ore i carabinieri del Nucleo Operativo e Radiomobile stanno cercando l’arma del delitto – probabilmente un coltello – e tentano di ricostruire le ultime ore di vita dell’uomo. Non sembrano esserci telecamere che possano aver immortalato il luogo dell’accoltellamento. Sono molti, invece, gli impianti di videosorveglianza delle strade vicine, come corso Benedetto Croce o via Giulio Petroni. I militari, coordinati dal pm di turno Maria Cristina De Tommasi, hanno sentito i residenti della zona – alcuni hanno riferito solo di aver sentito delle urla – e le persone più vicine alla vittima. Secondo quanto ricostruito fino ad ora, tutto si è svolto per strada: il 39enne – questa è la tesi più accreditata – pare abbia litigato con una persona che l’ha colpito al torace, raggiungendo probabilmente organi vitali. Nonostante la corsa verso il Policlinico, Magellano ha avuto un arresto cardiaco dopo essere arrivato al pronto soccorso. Pare che fosse già arrivato in condizioni disperate. In queste ore i carabinieri stanno lavorando per risalire al movente: al setaccio le sue frequentazioni e la cerchia delle sue conoscenze. Amelto Magellano lascia la moglie e due bambini.

L’agguato mortale è avvenuto in via Sant’Antonio, angolo via Ciano. La vittima era a bordo di uno scooter quando è stato ucciso a colpi di arma da fuoco. Inseguito e ucciso con almeno tre colpi d’arma da fuoco mentre guidava uno scooter in via Sant’Antonio, alla periferia di Foggia.Un agguato mafioso in piena regola quello costato la vita ad Alessandro Moretti, 34 anni, che aveva precedenti penali per droga ed estorsione, nipote del boss Rocco Moretti, 75 anni, uno dei capi storici della mafia foggiana attualmente detenuto al 41bis. Sull’accaduto indagano gli agenti della squadra mobile. Numerosi e pesanti i precedenti penali di Alessandro Moretti: con un altro affiliato fu fermato per aver minacciato il testimone dell’omicidio di Gianluca Tizzano, avvenuto quindici anni fa, affinché ritrattasse la sua testimonianza. In seguito, con un complice, avrebbe pianificato – senza concretizzare il progetto – l’omicidio di un poliziotto della squadra mobile. Pochi giorni prima dell’arresto, i due furono intercettati mentre organizzavano l’incendio dell’auto dell’ispettore capo e poi l’agguato.Per questa vicenda, Moretti fu condannato a tre anni e otto mesi. Il nipote del boss fu anche intercettato in carcere mentre raccontava di aver riconosciuto, in un video, il killer di Rocco Dedda, ucciso a Foggia dieci anni fa. Il timore degli investigatori è che l’omicidio possa scatenare una nuova guerra tra clan nel capoluogo dauno, dopo anni di relativa calma anche a seguito di numerosi arresti e sequestri di beni, anche grazie alle dichiarazioni dei numerosi collaboratori di giustizia.

La vittima era a Massafra da circa un anno. Da quanto si sa gli mancavano gli ultimi documenti per mettersi in regola. C’è un sospettato per l’omicidio di Jabar Khel, il 25enne afgano, accoltellato in contrada Le Forche, nella periferia di Massafra. Un concittadino di 26 anni si trova in caserma. Il giovane bracciante agricolo sarebbe stato colpito ripetutamente alla nuca, agli arti, allo stomaco con un machete o comunque con una grossa arma da taglio. L’esito di una lite maturata a quanto pare per futili motivi. I residenti della zona, periferica, ma non lontana dalla statale e da alcune abitazioni, hanno sentito le urla e hanno lanciato l’allarme. La vittima era a Massafra da circa un anno. Da quanto si sa gli mancavano gli ultimi documenti per mettersi in regola. In paese c’è una comunità folta di giovani braccianti, afgani e pakistani. Si accontentano anche di alloggi di fortuna, affittati a poco. Arrivano per lavorare nei campi, soprattutto agrumeti e vigneti. Nella zona del delitto due capannoni ospitano i giovani stranieri. Il Comune sta cercando di arginare il fenomeno.

Indagano i carabinieri sul brutale omicidio. È stato colpito ripetutamente alla nuca, agli arti, allo stomaco. Con un machete forse. O comunque con una grossa arma da taglio. Ferite mortali per Jabar Khel, 25 anni, afgano, ucciso in contrada Le Forche, nella periferia di Massafra. Il movente non è ancora chiaro. L’omicidio sarebbe l’epilogo di un litigio con un connazionale, nella tarda serata. Indagano i carabinieri sulla vicenda. Sarebbero già sulle tracce dell’autore del gesto. Potrebbe trattarsi di un connazionale della vittima, di poco più grande. Il 25enne ha perso molto sangue ma non è morto subito. È deceduto nella notte, in ospedale, al SS Annunziata di Taranto dov’è arrivato in ambulanza. Alcuni residenti avrebbero lanciato l’allarme. Non è ancora chiaro se i due avessero un appuntamento per chiarire qualcosa, o se si sono incontrati casualmente, all’incrocio, non lontano dalla statale. Una zona periferica, ma comunque abitata. Tanti afgani ma anche pakistani vivono qui. Arrivano per lavorare nei campi, soprattutto agrumeti e vigneti. Così anche il 25enne. Era nel Tarantino da circa un anno. Da quanto si sa gli mancavano gli ultimi documenti per mettersi in regola. In paese c’è una comunità folta di giovani braccianti. Un fenomeno che il Comune cerca di arginare per questioni di sicurezza. Ma i giovani stranieri si accontentano anche di alloggi di fortuna, affittati a poco. Sono ore di indagini per i carabinieri. Di raccolta di elementi per unire tutti i tasselli del brutale omicidio.

La vittima fu presa a calci e colpita con un coltello. Le misure sono state seguite all’alba dai Carabinieri, su ordinanza del gip Rita Alessandra Romano. Sono accusati di tentato omicidio in concorso tre giovani tarantini: Claudio Sambito, 33 anni; Gaetano Sambito, 20 anni e Mattia Giannetti di 18, arrestati all’alba dai Carabinieri, su ordinanza del gip Rita Alessandra Romano. Sarebbero gli autori dell’accoltellamento di un 40enne, il 20 dicembre scorso, nella zona del porto mercantile di Taranto. La vittima, stava passeggiando con la sua compagna, quando è stata affiancata da due giovani a bordo di uno scooter, che hanno prima insultato e poi colpito con calci e pugni l’uomo, per poi allontanarsi. Il 40enne ha cercato rifugio dietro alcune auto, ma i due sono tornati, questa volta accompagnati da una terza persona e armati di un coltello. Lo hanno ferito in pieno volto e al torace, lesionandogli un polmone, con l’intenzione, per gli inquirenti, di uccidere. Il 40enne è stato soccorso e traportato in ospedale, operato d’urgenza. I tre arresti fanno seguito a un’altra misura del 22 dicembre scorso, ai danni di Giuseppe Sambito. 

Sono state riconosciute tutte le aggravanti, inclusa la premeditazione, ad eccezione di aver agito ai danni di un soggetto con minorata difesa. Condanna all’ergastolo per Salvatore Vassalli, il carpentiere di Canosa accusato di aver ucciso il fisioterapista barese Mauro Di Giacomo. Nel video la lettura della sentenza I giudici della Corte d’Assise hanno letto il dispositivo dopo sette ore di camera di consiglio. Sono state riconosciute tutte le aggravanti, inclusa la premeditazione, ad eccezione di aver agito ai danni di un soggetto con minorata difesa.

La donna risponde di detenzione e porto illegale d’arma da fuoco con l’aggravante dell’agevolazione mafiosa. Il processo inizierà il 3 febbraio 2026. Andrà a giudizio Angela De Cosmo, la 36enne che era con il pregiudicato Raffaele Capriati, detto Lello, la sera in cui fu ucciso. Era il primo aprile del 2024 quando il nipote del boss Antonio Capriati fu freddato a colpi di pistola.  La donna risponde di detenzione e porto illegale d’arma da fuoco con l’aggravante dell’agevolazione mafiosa. Il processo inizierà il 3 febbraio 2026. Stando alle indagini della squadra mobile, quando Capriati fu colpito e ferito a morte, De Cosmo avrebbe nascosto la pistola che l’uomo aveva con sé e ne avrebbe fatto perdere le tracce: l’arma, che sarebbe stata notata da alcuni testimoni, non è più stata trovata. La donna era alla guida della Fiat 500 a bordo della quale, come passeggero, c’era Capriati. I due avevano trascorso la serata insieme nel quartiere Torre a Mare quando, in via Bari, furono avvicinati dai sicari che uccisero Capriati.

La vittima aveva 49 anni, agricoltore. É stato freddato con un colpo d’arma da fuoco appena arrivato nella sua abitazione. Ucciso a colpi d’arma da fuoco – forse di fucile – davanti al cancello della sua proprietà in campagna, forse sorpreso alle spalle dal killer, che non gli ha lasciato alcuna possibilità di fuga: sembra un agguato in piena regola quello costato la vita a Gaetano Cicerale, 49 anni, incensurato. L’omicidio è avvenuto ieri sera (venerdì 12 dicembre) nei pressi di San Severo, all’ingresso della masseria della vittima. Cicerale pare fosse appena arrivato; probabilmente chi ha fatto fuoco ha aspettato che l’uomo scendesse dall’auto per aprire il cancello; a quel punto, l’assassino ha sparato e lo ha ucciso all’istante con almeno un colpo d’arma da fuoco, pare di fucile. Il 49enne non avrebbe avuto nemmeno il tempo di reagire. Quando sono giunti sul posto, il corpo era riverso a terra. Sull’accaduto indagano i carabinieri, che stanno ricostruendo le ultime ore di vita di Cicerale. Secondo indiscrezioni, il movente dell’agguato mortale potrebbe essere legato a screzi con uno o più agricoltori della zona, in contrada ‘Casone’, a circa cinque chilometri da San Severo. (notizia in aggiornamento)

Era il complice di Michele Mastropietro, l’uomo che uccise il carabiniere durante un inseguimento. E’ stato rinviato a giudizio Camillo Giannattasio, 57 anni, accusato di aver contribuito all’omicidio del brigadiere Carlo Legrottaglie. Lo ha deciso la gup Gianna Martino del Tribunale di Brindisi, aprendo la strada al processo che partirà il 27 gennaio 2026. Nel corso dell’udienza preliminare è stata ammessa la costituzione delle parti civili: la moglie e le figlie del militare ucciso, insieme al brigadiere Costanzo Giuseppe Garibaldi, presente al momento dell’agguato. A completare il gruppo delle parti civili figurano anche i colleghi Giovanni Fiorino e Stefano Andriola. L’omicidio di Legrottaglie, 59 anni, avvenne la mattina del 12 giugno scorso nelle campagne di Francavilla Fontana. A sparare fu Michele Mastropietro, rimasto poi ucciso nelle ore successive durante un nuovo conflitto a fuoco nelle campagne di Grottaglie. Secondo la ricostruzione della procura Giannattasio avrebbe avuto un ruolo determinante quel giorno: avrebbe incitato Mastropietro alla violenza, spingendolo ad aprire il fuoco contro i carabinieri.

Determinanti ai fini dell’inchiesta, le rivelazioni del pentito Michele Guglielmi. Condanna a 17 anni di reclusione per i due ragazzi baresi accusati di concorso in omicidio volontario ai danni di Singh Nardev, cittadino indiano ucciso all’esterno di un capannone di Ceglie del Campo la sera del 31 maggio dello scorso anno. La condanna è stata emessa dal gup del Tribunale per i minorenni di Bari al termine del processo con rito abbreviato: l’accusa aveva chiesto per ciascuno una condanna a 20 anni. I due, all’epoca dei fatti non ancora maggiorenni, sono imputati in concorso con il 22enne Paolo Natale Guglielmi, che si trova invece a processo in Corte d’Assise. Secondo la ricostruzione dell’accusa, lo straniero sarebbe stato ucciso perché i tre volevano testare la pistola su un bersaglio umano. Determinanti ai fini dell’inchiesta, le rivelazioni del pentito Michele Guglielmi, nipote dell’imputato 22enne. È lui a raccontare agli investigatori della Squadra Mobile di aver parlato con il giovane dopo l’omicidio e di aver appreso quanto accaduto. I legali dei due ragazzi , gli avvocati Andrea Melpignano e Renato D’Erasmo, presenteranno appello non appena verranno depositate le motivazioni. Il processo nei confronti di Guglielmi, invece, inizierà il prossimo 9 dicembre.

La ragazza fu uccisa a settembre 2024 nel locale Bahia di Molfetta. La Dda di Bari ha chiesto 20 anni di reclusione nell’ambito del processo con rito abbreviato nei confronti del 22enne barese Michele Lavopa, in carcere per aver sparato e ucciso la 19enne barese Antonella Lopez la sera del 22 settembre 2024 nella discoteca Bahia di Molfetta. Il giovane confessò l’omicidio, specificando però di aver colpito la ragazza per errore. Il vero bersaglio sarebbe stato invece Eugenio Palermiti Junior, nipote dell’omonimo boss di Japigia, anche lui a processo per con l’accusa di essere entrato armato nel locale. La requisitoria è ancora in corso.

. Potrebbe non essere stata una rapina finita male. La modifica del capo d’imputazione è stata chiesta alla Corte d’Assise dal pm Alessio Marangelli Non un omicidio come conseguenza della rapina, bensì un delitto pianificato, dove il colpo a mano armata servì a nascondere il reale obiettivo dei mandanti, non ancora individuati: colpo di scena nel processo, a Foggia, per la morte violenta di Franca Marasco, la tabaccaia di 72 anni uccisa due anni fa nella sua rivendita nel capoluogo dauno.La modifica del capo d’imputazione è stata chiesta alla corte d’assise dal pm Alessio Marangelli.In attesa di giudizio c’è un marocchino di 45 anni, Redouane Mossli, che fece irruzione nella tabaccheria e colpì mortalmente con un coltello Franca Marasco.I suoi familiari hanno sempre sostenuto che la donna fu uccisa per motivi non ancora chiariti su richiesta di persone, al momento non identificate, che commissionarono l’omicidio al nordafricano.Il processo riprenderà il 23 gennaio con la requisitoria del pubblico ministero.

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