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La soluzione che la quasi totalità delle aziende ha proposto, è l’estensione degli orari di apertura degli ambulatori nelle ore serali e nei weekend. Tutte le Asl Pugliesi hanno trasmesso i piani aziendali sperimentali per l’abbattimento dei tempi di attesa. La soluzione che la quasi totalità delle aziende ha proposto, è l’estensione degli orari di apertura degli ambulatori nelle ore serali e nei weekend. Ogni azienda, esaminando i dati specifici, ha inoltre previsto percorsi di tutela, in particolare per i pazienti oncologici e fragili, riportando anche le attività che saranno potenziate per la verifica dell’appropriatezza prescrittiva e per il monitoraggio delle attività descritte nei piani sperimentali. I documenti saranno valutati dall’assessorato dal dipartimento alla Salute e dall’Aress: terminata la fase di validazione, entro venerdì i piani saranno approvati con un provvedimento di Giunta, in modo che le attività di recupero possano partire, come stabilito, dal prossimo primo febbraio.

Per ogni medico che va in pensione ci sono migliaia di pazienti che rischiano di rimanere scoperti. Questo fa confluire l’utenza al pronto soccorso. Sanità a Taranto, lettera disperata di un cittadino al presidente Decaro: “Non c’è solo la piaga delle liste d’attesa. Qui siamo senza medici di famiglia con migliaia di utenti che rischiano di rimanere scoperti”. 106 i medici in elenco sul portale PugliaSalute. Di questi però solo 2, già con 1300 pazienti ciascuno, sono disponibili ad accettare nuovi iscritti.

Mater Dei Hospital, Hospice Santa Rita e il più grande polo dialisi del Sud Italia entrano a far parte di uno dei principali operatori della sanità privata in Italia. Con l’acquisizione entrano a far parte del Gruppo Giomi tutte le strutture di CBH Spa: il Mater Dei Hospital di Bari, con 565 posti letto, 26 discipline specialistiche, terapia intensiva, un centro di radioterapia avanzata con tecnologia CyberKnife e la sede universitaria della LUM; l’Hospice Santa Rita di Bari, con 19 posti letto; e il più grande polo dialitico del Sud Italia, che comprende i centri Santa Rita di Bari, Villa Luce a Santo Spirito e Città di Bisceglie. La guida della struttura resta affidata al dottor Massimo Miraglia, legale rappresentante, che proseguirà nel solco tracciato dal compianto presidente dottor Emmanuel Miraglia. Al centro del progetto rimangono la cura e la centralità del paziente, la costruzione di rapporti di fiducia, l’integrazione tra i professionisti e il coinvolgimento dei collaboratori, in un equilibrio costante tra efficienza, etica e relazione. Il Gruppo Giomi, attivo nella sanità privata da 76 anni, è presente in Italia nelle regioni Toscana, Lazio, Puglia, Calabria e Sicilia, oltre a operare anche all’estero, in Germania.

Uno strumento digitale potrebbe aiutare medici e pazienti a intervenire prima del danno irreversibile. Anche lievi alterazioni della funzione renale possono aiutare a individuare precocemente le persone a rischio di sviluppare una malattia renale cronica. È quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista Kidney International e condotto dai ricercatori del Karolinska Institutet di Stoccolma. Il team, guidato da Yuanhang Yang e Juan Jesús Carrero, ha messo a punto uno strumento online pensato per supportare la diagnosi precoce e la prevenzione primaria della malattia renale cronica, una condizione che rappresenta un problema sanitario globale in forte crescita. Secondo le stime, colpisce oggi tra il 10 e il 15 per cento degli adulti nel mondo e potrebbe diventare entro il 2040 una delle prime cinque cause di anni di vita persi. In assenza di programmi di screening efficaci, spiegano gli autori, la diagnosi avviene spesso in fase avanzata, quando oltre la metà della funzionalità renale è già compromessa. Per affrontare questa criticità, i ricercatori hanno sviluppato distribuzioni di riferimento basate sulla popolazione per la velocità di filtrazione glomerulare stimata (eGFR), il parametro più utilizzato per valutare la funzione dei reni. L’obiettivo è offrire ai medici uno strumento in grado di contestualizzare il valore di eGFR di un paziente rispetto alla sua età e al sesso, facilitando l’identificazione dei soggetti a rischio e permettendo interventi preventivi più tempestivi. I grafici di distribuzione sono stati resi accessibili pubblicamente attraverso un calcolatore web, pensato come supporto pratico per il personale sanitario. Lo studio ha coinvolto oltre 1,1 milioni di adulti nella regione di Stoccolma, pari a circa l’80 per cento della popolazione tra i 40 e i 100 anni. Analizzando sette milioni di test raccolti tra il 2006 e il 2021, i ricercatori hanno costruito distribuzioni specifiche per età e genere. I risultati mostrano che gli scostamenti dai valori mediani di eGFR sono associati a esiti clinici peggiori. In particolare, le persone con un valore di eGFR inferiore al 25° percentile presentavano un rischio significativamente più elevato di sviluppare insufficienza renale avanzata, tale da richiedere dialisi o trapianto. Tuttavia, tra i pazienti con un eGFR apparentemente nella norma – superiore a 60 ml/min/1,73 m² ma comunque sotto il 25° percentile – solo un quarto era stato sottoposto a ulteriori esami, come il test per l’albumina urinaria, fondamentale per la diagnosi precoce del danno renale. «Una donna di 55 anni con un eGFR pari a 80 – spiega Carrero – verrebbe generalmente considerata nella norma secondo le linee guida attuali e difficilmente indurrebbe il medico a intervenire. I nostri dati mostrano però che questo valore corrisponde al 10° percentile per le donne di quell’età e che la paziente presenta un rischio triplicato di dover ricorrere alla dialisi in futuro». «Il nostro strumento – conclude – offre una valutazione più precisa del rischio di malattia renale cronica e può aiutare a sviluppare strategie mirate di intervento precoce, con potenziali benefici rilevanti per la salute pubblica».

Via libera in Conferenza Stato-Regioni: aumento salariale e integrazione nelle Case di Comunità per rafforzare la sanità territoriale. Il contratto collettivo nazionale della medicina generale per il triennio 2022-2024 è stato ufficialmente rinnovato. Il via libera definitivo è arrivato oggi dalla Conferenza Stato-Regioni, dopo l’approvazione dell’ipotesi di accordo il 5 novembre in Sisac e il benestare della Corte dei Conti. Aumento salariale per 60mila medici di famiglia Il nuovo contratto per i medici di famiglia prevede un incremento medio del 5,78% sullo stipendio nel triennio 2022-2024. Questo adeguamento salariale rappresenta un passo importante per valorizzare i medici di prossimità, punto di riferimento fondamentale per il sistema sanitario nazionale. Integrazione nelle Case di Comunità Il rinnovo del contratto segna anche un avanzamento verso l’integrazione del personale convenzionato nelle Case di Comunità, in linea con il nuovo modello della sanità territoriale. L’obiettivo è creare un modello multiprofessionale e multidisciplinare, capace di rispondere ai nuovi bisogni di salute dei cittadini. Dichiarazioni del presidente Marco Alparone “Ci eravamo ripromessi di chiudere rapidamente questo rinnovo contrattuale e lo abbiamo fatto”, ha dichiarato Marco Alparone, presidente del Comitato di settore Regioni-Sanità. “La priorità era dare una risposta concreta ai medici di famiglia che attendevano un adeguamento salariale, per poi concentrarci sulla tornata contrattuale 2025-2027, già in fase di preparazione”. Alparone ha aggiunto: “Siamo consapevoli che i medici di famiglia sono un punto di accesso fondamentale alla cura. Con l’intesa di oggi rafforziamo il modello di assistenza territoriale e valorizziamo il ruolo dei professionisti nella nuova organizzazione sanitaria”. Trattativa rapida e collaborativa La conclusione veloce della trattativa è stata resa possibile da una cornice negoziale snella, focalizzata sull’adeguamento economico e sul miglioramento di alcuni istituti contrattuali, aggiornati secondo le variazioni normative. “Ringrazio tutte le parti per lo spirito di collaborazione con cui abbiamo portato a termine questa tornata”, ha concluso Alparone.

Nel ddl in Consiglio dei ministri 250 milioni nel 2027 e tutele su lavoro, università e welfare per chi assiste familiari non autosufficienti. Il governo punta a riconoscere e tutelare in modo organico la figura del caregiver familiare, valorizzandone il ruolo sociale ed economico. È questo l’obiettivo del disegno di legge che approda sul tavolo del Consiglio dei ministri e che prevede uno stanziamento di 250 milioni di euro per il 2027 e di 253,32 milioni di euro annui a partire dal 2028. Il provvedimento mira a garantire adeguati sostegni a chi assiste in modo continuativo il coniuge, il partner dell’unione civile o il convivente di fatto, nonché un parente o affine entro il secondo grado (e, in alcuni casi, entro il terzo), assicurando al caregiver la migliore qualità di vita possibile e un pieno coinvolgimento nella rete dei servizi sociosanitari e nella loro pianificazione. La norma individua il caregiver familiare sulla base di due criteri fondamentali: il legame di parentela o affinità con la persona assistita e le specifiche esigenze della persona che riceve assistenza. Si tratta di un’attività di cura non professionale, svolta prevalentemente in ambito domestico o nei luoghi di vita dell’assistito, che comprende il supporto nella mobilità, nella vita di relazione e nelle attività quotidiane, sia di base (come l’igiene personale e l’alimentazione) sia strumentali (preparazione dei pasti, gestione dei farmaci, uso dei trasporti, amministrazione del denaro). Uno dei punti centrali del ddl è l’introduzione di un contributo economico trimestrale posticipato, previsto dall’articolo 13, destinato ai caregiver familiari con reddito da lavoro non superiore a 3.000 euro annui e con un Isee inferiore a 15.000 euro. Il contributo, determinato dall’Inps, potrà arrivare fino a un massimo di 1.200 euro a trimestre per ciascun assistito ed è riservato alle situazioni di maggiore gravosità, in particolare ai caregiver conviventi con persone non autosufficienti che prestano oltre 91 ore settimanali di assistenza. La scelta di subordinare l’erogazione del sostegno a requisiti economici è finalizzata a concentrare le risorse sui profili più fragili, dove il carico assistenziale si accompagna spesso a condizioni di emarginazione economica e lavorativa. Il disegno di legge riconosce infatti il caregiver come figura centrale del welfare familiare, non solo come fornitore di cure, ma come attore fondamentale nel sistema di tutela della persona assistita. Il testo prevede la possibilità che il caregiver svolga anche un’attività assistenziale retribuita nei confronti della stessa persona assistita — ad esempio attraverso risorse per la vita indipendente — ma stabilisce che, durante il periodo di contrattualizzazione, non sia cumulabile il contributo economico previsto dal ddl. È inoltre ammessa la presenza di più caregiver familiari per la stessa persona, purché conviventi. Vengono individuati diversi profili in base al carico assistenziale: due riservati ai caregiver conviventi (oltre 91 ore settimanali e tra 30 e 90 ore), uno per i caregiver non conviventi con almeno 30 ore settimanali e un ulteriore profilo comune, per carichi tra le 10 e le 29 ore settimanali. Particolare attenzione è dedicata anche alla formazione e al percorso universitario dei caregiver. Il ddl prevede il riconoscimento di crediti formativi universitari extracurriculari per le competenze acquisite durante l’attività di cura, nonché misure di flessibilità nella frequenza dei corsi e il possibile riconoscimento dello status di studente lavoratore. È inoltre estesa l’esenzione dalle tasse universitarie agli studenti caregiver familiari. Il provvedimento tutela la libertà di scelta della persona assistita, che potrà in ogni momento sostituire o revocare il proprio caregiver. La procedura di riconoscimento avverrà tramite autodichiarazione e dovrà concludersi entro 30 giorni dalla presentazione dell’istanza, con il rilascio di una certificazione ufficiale. Per la realizzazione del sistema informativo e il rafforzamento del personale Inps sono previsti specifici stanziamenti a partire dal 2026. Sul fronte lavorativo, al caregiver che svolge un’attività subordinata viene riconosciuto il diritto alla rimodulazione dell’orario di lavoro, anche attraverso forme di lavoro agile o la trasformazione del rapporto da tempo pieno a part-time, compatibilmente con le esigenze organizzative dell’azienda. Le tutele sono proporzionate all’impegno assistenziale, tenendo conto del carico di cura e delle condizioni personali.

Uno studio pubblicato su Nature Cancer svela come il dialogo tra sistema immunitario e cellule tumorali possa indicare l’aggressività della malattia e aprire la strada a terapie sempre più personalizzate. Le cellule infiammatorie possono diventare una chiave preziosa per prevedere la sopravvivenza e il rischio di recidiva nel mieloma multiplo. È quanto emerge da un importante studio scientifico pubblicato sulla rivista Nature Cancer, condotto dai ricercatori della Washington University School of Medicine di St. Louis in collaborazione con la Multiple Myeloma Research Foundation (MMRF). Il mieloma multiplo è una rara forma di tumore del sangue che colpisce le plasmacellule del midollo osseo e, ad oggi, non ha una cura definitiva. Il team di ricerca, guidato da Li Ding, ha realizzato una mappatura senza precedenti del sistema immunitario nel midollo osseo dei pazienti, con l’obiettivo di comprendere meglio come il cancro interagisce con le difese dell’organismo. Grazie a un’analisi genetica altamente innovativa basata sul sequenziamento dell’RNA a singola cellula, gli scienziati hanno esaminato quasi 1,4 milioni di cellule — tra cellule tumorali e cellule immunitarie — prelevate dal midollo osseo di 337 pazienti affetti da mieloma multiplo. Questa tecnologia consente di osservare il comportamento delle singole cellule, rivelando quando il sistema immunitario funziona correttamente e quando invece diventa disfunzionale. I risultati hanno permesso di individuare specifici modelli di comunicazione e segnalazione cellulare tra le cellule tumorali e quelle immunitarie, in grado di alimentare processi di infiammazione cronica. Secondo gli autori, questi meccanismi possono favorire la crescita del tumore e sono più evidenti nei pazienti con forme aggressive di mieloma. L’atlante immunitario ottenuto dallo studio fornisce informazioni senza precedenti su come il sistema immunitario interagisce con le plasmacellule cancerose e potrebbe diventare uno strumento fondamentale per valutare l’aggressività della malattia, stimare la probabilità di sopravvivenza e orientare le scelte terapeutiche. «Il nostro obiettivo – spiega Li Ding – è individuare strategie per attivare il sistema immunitario e colpire in modo più efficace le cellule maligne. Questa mappa rappresenta una risorsa cruciale per chi studia il mieloma e lavora allo sviluppo di terapie più mirate». Sebbene venga considerato un tumore raro, il mieloma multiplo è in realtà il secondo tumore del sangue più diffuso dopo la leucemia. La malattia si manifesta quando le plasmacellule crescono in modo incontrollato, soppiantando le cellule sane del sangue. Attualmente il tasso di sopravvivenza a cinque anni è di circa 60 per cento, ma la recidiva si verifica nella maggior parte dei casi dopo periodi di remissione. Secondo Ravi Vij, altra firma dello studio, «questo lavoro fornisce una tabella di marcia preziosa per la prossima generazione di cure. Con l’espansione delle immunoterapie, come le cellule CAR-T e gli anticorpi bispecifici, diventa essenziale comprendere il contesto immunitario in cui questi trattamenti agiscono». In prospettiva, i ricercatori puntano allo sviluppo di esami del sangue basati sull’immunità, capaci di aiutare i medici a identificare precocemente i casi più aggressivi e a personalizzare le terapie. «L’atlante – conclude Ding – colma una lacuna fondamentale per trasformare queste conoscenze in strumenti clinici concreti».

Dal 17 al 23 dicembre, il distretto socio-sanitario neretino ha riorganizzato le agende e attivato sedute aggiuntive, anche pomeridiane e festive, con turni estesi dalle 8 del mattino alle 8 di sera. Una risposta concreta alle attese che pesano sui cittadini. A Nardò, nel presidio territoriale dell’ex ospedale Sambiasi, la sanità accelera e mette il turbo sulle liste d’attesa: in una sola settimana sono state erogate circa 160 prestazioni di Tac, con e senza contrasto. Un risultato reso possibile grazie all’attivazione della nuova apparecchiatura di radiologia e a un’iniziativa straordinaria messa in campo dalla Asl di Lecce. Dal 17 al 23 dicembre, il distretto socio-sanitario neretino ha riorganizzato le agende e attivato sedute aggiuntive, anche pomeridiane e festive, con turni estesi dalle 8 del mattino alle 8 di sera. Un lavoro intenso, che ha coinvolto medici, tecnici e personale sanitario, con l’obiettivo di recuperare esami programmati da tempo e garantire risposte più rapide ai pazienti in attesa di completare il proprio percorso diagnostico. L’obiettivo non è solo aumentare i numeri, ma anche garantire qualità e appropriatezza delle prestazioni. Dalla Asl sottolineano che l’esperienza di Nardò dimostra come una buona programmazione e lavoro integrato tra distretto, Cup e ospedale possano migliorare l’accesso ai servizi sanitari. C’è però un dato che fa riflettere: nonostante le chiamate attive, nessun paziente ha accettato di sottoporsi alla Tac con mezzo di contrasto nelle sedute straordinarie del 21 e del 23 dicembre. Un elemento che riporta al centro il tema dell’appropriatezza prescrittiva e dell’uso responsabile delle risorse sanitarie. In una regione che ancora fa i conti con liste d’attesa lunghe e ritardi diffusi, l’esempio di Nardò rappresenta un positivo segnale di efficienza e programmazione concreta.

Per accelerare lo smaltimento delle prestazioni, gli ambulatori specialistici che effettuano esami diagnostici, potranno prolungare l’apertura anche nei fine settimana e, durante tutta la settimana, sino alle 23. Pronto il primo provvedimento del presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro. Come ampiamente annunciato dallo stesso neo Governatore, verterà sull’abbattimento delle liste d’attesa in sanità. Il documento, che sarà approvato nelle prossime ore, è stato messo a punto al termine di una riunione tenuta oggi in presidenza. Entro l’1 febbraio sarà avviato un piano sperimentale  che le Asl pugliesi dovranno presentare al governatore entro 15 giorni dall’approvazione del provvedimento. Per accelerare lo smaltimento delle prestazioni, gli ambulatori specialistici che effettuano esami diagnostici, potranno prolungare l’apertura anche nei fine settimana e, durante tutta la settimana, sino alle 23. Le Asl avranno il compito di monitorare le attività professionali istituzionali e quelle in regime di intramoenia laddove emergano violazioni, scatteranno sanzioni e nei casi più gravi la sospensione dell’attività intramuraria. Sarà inoltre monitorata l’eventuale inappropriatezza delle prescrizioni effettuate dai medici

Questo ha consentito di attivare i Servizi di Igiene e Sanità Pubblica per la bonifica delle reti interessate e successivi ricampionamenti e controlli finalizzati ad eliminare il rischio. La legionella è un batterio che prolifera nelle reti idriche ed è in grado di causare un’infezione respiratoria anche molto grave. Per prevenirne la diffusione, la Asl Bari ha avviato un progetto di prevenzione e contrasto rivolto a 1400 strutture ricettive e di accoglienza. E su 15 strutture sottoposte ad analisi, 12 sono risultate positive ai test antilegionella.  Sono stati coinvolti Hotel, b&b ed Rsa. Da luglio a dicembre, il personale Asl Bari ha contattato, informato e controllato centinaia di strutture della provincia di Bari, con l’obiettivo di tutelare la salute di ospiti, pazienti e operatori con ispezioni e campionamento. Su 1.399 strutture contattate, solo 333 hanno aderito trasmettendo i questionari: Rsa (91,1%), Hotel (70%) e B&B (15,16%). Tra queste sono state individuate e sottoposte a controlli 15 strutture (6 RSA, 3 Hotel, 6 B&B). L’esito delle analisi ha fatto emergere valori di concentrazione oltre i limiti in 12 strutture su 15. Questo ha consentito di attivare i Servizi di Igiene e Sanità Pubblica territorialmente competenti per i provvedimenti previsti per legge: bonifica delle reti interessate e successivi ricampionamenti e controlli finalizzati ad eliminare il rischio. Il progetto, fortemente voluto dal Direttore generale Luigi Fruscio, in accordo con il Direttore del Dipartimento di Prevenzione Nicolò De Pasquale, è stato organizzato dal Coordinatore del Servizio Igiene e Sanità Pubblica (SISP) Francesco Nardulli e dal responsabile della U.O.S.V.D. Igiene Industriale arch. Massimiliano Giuliano.

In Europa sono 1200 i territori che fanno parte della rete. Martina Franca entra a far parte della Rete italiana delle città sane dell’Organizzazione mondiale della sanità. Il progetto è nato 25 anni fa e interessa, solo in Europa, 1200 città. Il Comune assume così diversi impegni, come promuovere politiche e programmi sanitari a tutela della salute pubblica; svolgere attività di prevenzione e di attenzione alla persona; incentivare la partecipazione ad iniziative salutari per i cittadini, tutelandone in ogni modo la salute, fisica e soprattutto mentale, come spiegato nel libro Scusate il disturbo, presentato nell’occasione.

La scoperta dei ricercatori italiani apre nuove possibilità per lo studio del Dna e delle malattie. Le cellule viventi sono gli elementi fondamentali di tutti gli esseri viventi, ma osservarle non è semplice. Sono estremamente piccole e quasi del tutto trasparenti, per questo anche con il microscopio ottico spesso risultano difficili da vedere. Per molti anni gli scienziati hanno dovuto usare coloranti o sostanze fluorescenti per renderle visibili, ma questi metodi possono modificare le cellule e influenzare il loro comportamento naturale. Per superare questo problema, tre ricercatori dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, coordinati da Alberto Diaspro, hanno sviluppato una nuova tecnica basata sulle proprietà della luce. Grazie a questo metodo è possibile osservare le cellule mentre sono vive e si trovano in condizioni naturali, senza alterarle. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista scientifica Optics Letters. La nuova tecnica nasce dall’unione di due metodi già conosciuti: la microscopia a polarizzazione, che utilizza la luce polarizzata per mettere in evidenza alcune strutture cellulari, e la microscopia in campo oscuro, che illumina solo i contorni del campione. Combinando queste due tecniche, i ricercatori sono riusciti a ottenere immagini più chiare e dettagliate, senza ricorrere alla fluorescenza e senza danneggiare le cellule. Questo risultato è molto importante perché permetterà di studiare meglio alcuni processi biologici fondamentali. In particolare, gli scienziati vogliono osservare come è organizzato il Dna all’interno del nucleo delle cellule. Il Dna, insieme alle proteine, forma la cromatina, una struttura che cambia nel tempo e che ha un ruolo fondamentale nel funzionamento delle cellule. Capire come la cromatina è organizzata aiuta a comprendere meglio l’origine di molte malattie, come i tumori e alcune malattie neurodegenerative, tra cui l’Alzheimer. Secondo i ricercatori, osservare questi cambiamenti senza alterare le cellule è essenziale per ottenere risultati più accurati. In futuro, il nuovo metodo potrà essere migliorato grazie all’uso dell’Intelligenza Artificiale, che aiuterà ad analizzare le immagini e a riconoscere meglio i dettagli più piccoli. Questa scoperta rappresenta un importante passo avanti per la ricerca scientifica, perché permette di studiare le cellule in modo più naturale e di avvicinarsi sempre di più alla comprensione dei meccanismi alla base della vita.

Un Natale di speranza al SS. Annunziata di Taranto dove l’arcivescovo Ciro Miniero ha celebrato la Santa Messa. Interviste a mons. Ciro Miniero, Arcivescovo di Taranto, e Gregorio Colacicco, commissario Asl

Il Dossier “Indifesa 2025” di Terre des Hommes evidenzia la necessità di una legge nazionale sull’educazione alla salute e di maggiore collaborazione tra scuole, famiglie e servizi sanitari.

Una piattaforma digitale e un videogioco educativo per promuovere stili di vita sani tra i giovani in Puglia, Basilicata e Grecia. Il professor Antonio Moschetta, direttore dell’unità operativa di Medicina Interna “Frugoni” del Policlinico di Bari, guida il progetto Shield (Sustainable Health Innovation and Engagement for Lifestyle Determinants), un’iniziativa internazionale volta a contrastare l’obesità e le malattie metaboliche fin dall’età scolare. Il progetto, finanziato dal programma Interreg VI-A Grecia-Italia 2021-2027, ha un budget complessivo di 2,1 milioni di euro, di cui circa 1,6 milioni provengono da fondi europei. L’iniziativa coinvolge diverse istituzioni e realtà sanitarie: il Policlinico di Bari, l’ospedale e l’università di Ioannina, l’ospedale generale di Corfù, l’ASL di Matera e il Centro di welfare sociale della Regione dell’Epiro in Grecia. L’obiettivo principale è rafforzare le azioni di prevenzione delle malattie metaboliche nelle aree del Sud Italia e della Grecia, regioni in cui i tassi di obesità e sovrappeso sono preoccupanti. Il progetto integra innovazione digitale, educazione alla salute e prevenzione. La creazione di una piattaforma digitale permetterà a medici, specialisti, medici di famiglia e famiglie di collaborare in tempo reale, favorendo la diagnosi precoce e il trattamento delle patologie metaboliche. La piattaforma sarà uno strumento chiave per monitorare la salute, condividere informazioni e offrire supporto in tempo reale a chi vive con malattie croniche. Accanto alla piattaforma, il progetto prevede anche la creazione di un videogioco educativo, Shield Edugame, progettato per sensibilizzare i più giovani sull’importanza di stili di vita sani. Il gioco trasmetterà i principi della dieta mediterranea e delle abitudini salutari in un formato coinvolgente e interattivo, con l’obiettivo di educare i ragazzi divertendoli e rendendo la prevenzione un obiettivo accessibile. Le regioni di Puglia e Basilicata sono particolarmente colpite dal fenomeno dell’obesità. Secondo le statistiche, la Puglia è la seconda regione italiana per incidenza di persone in sovrappeso, mentre in Basilicata il 34% della popolazione è in sovrappeso e il 12% è obesa. Questi dati pongono un serio rischio per la salute pubblica, con patologie come diabete, sindrome metabolica e malattie cardiovascolari in forte aumento. Il progetto Shield si propone di intervenire precocemente, migliorando la consapevolezza tra i giovani e le famiglie riguardo ai benefici di una dieta equilibrata e di uno stile di vita attivo. Il professor Moschetta sottolinea che la prevenzione è la chiave per contrastare l’aumento delle malattie croniche legate all’obesità. “Prevenire l’obesità e le sue complicazioni è un obiettivo fondamentale. Se iniziamo a educare i giovani già a partire dalla scuola, possiamo evitare che in futuro diventino adulti con gravi problemi di salute”, afferma. La strategia di Shield si basa quindi su una combinazione di educazione, monitoraggio e supporto medico, utilizzando anche le potenzialità offerte dalle nuove tecnologie digitali. Il progetto rappresenta un esempio di collaborazione transnazionale tra Italia e Grecia per affrontare una problematica comune. Unendo istituzioni sanitarie, università, esperti in medicina e tecnologie digitali, l’iniziativa intende costruire un modello di prevenzione che possa essere replicato anche in altre regioni, promuovendo la salute in modo innovativo e sostenibile. Con il progetto Shield, la Puglia, la Basilicata e la Grecia si preparano a fare un passo avanti nella lotta contro l’obesità, puntando sulla prevenzione come strumento principale di salute pubblica.

Il primario del pronto soccorso del SS Annunziata smentisce la fila di mezzi con pazienti a bordo. L’autore della denuncia social rimuove il post, ammette l’errore e chiede scusa. . Dopo l’allarme social sull’intasamento al pronto soccorso di Taranto, arriva la ricostruzione dei fatti: il direttore del reparto smentisce la presenza di 13 ambulanze in attesa con pazienti a bordo e chiarisce che le immagini diffuse non sarebbero attuali. Anche l’autore del post ha rimosso la denuncia, ha ammesso l’errore e si è scusato. Nella relazione del medico di turno si riconosce l’affollamento, ma si precisa che i pazienti sono stati tutti accolti e soccorsi.

Il primario: “Trattamento sicuro ed efficace anche in età molto avanzata”. Un uomo di cento anni è tornato avedere grazie a un intervento di cataratta eseguitonell’ospedale Di Venere. Il paziente, in buono stato di salutegenerale, era seguito da tempo per problematiche visive, manell’ultimo periodo la cataratta aveva peggiorato in modosignificativo la qualità della sua vita. Da qui la decisione diintervenire chirurgicamente. La procedura è stata eseguitasull’occhio sinistro, dal dottor Antonio Acquaviva, direttoredel reparto di oculistica del Di Venere e del dipartimentoNeurosensoriale della Asl Bari. L’anziano paziente ha recuperatole capacità visive proprio nel giorno di Santa Lucia, patronadella vista. “La chirurgia della cataratta oggi è un trattamento sicuro edefficace anche in età molto avanzata – ha spiegato Acquaviva –l’età non deve scoraggiare dal ricorrere alle cure quando questepossono migliorare autonomia e benessere. È importante nontrascurare i segnali di difficoltà visiva e rivolgersi aiservizi sanitari per una valutazione.” Nel reparto di oculistica del Di Venere vengono eseguiti oltre7.000 interventi ogni anno, con due sale operatorie dedicate ecirca 100 procedure di cataratta a settimana, effettuate quasitutte in day surgery.

Ci sono però molti reparti d’eccellenza nel nuovo studio dell’Agenas. Non c’è nessuno ospedale pugliese tra i primi quindici in Italia per qualità delle prestazioni. Lo rivela la classifica dello studio esiti di cura dell’Agenzia sanitaria nazionale basato su 218 indicatori che misurano le performance ospedaliere in otto aree cliniche. Tra le note positive il calo degli ospedali pubblici e privati pugliesi da sottoporre a verifica, scesi da 24 a 19. Brilla soprattutto l’Ircs De Bellis di Castellana, un’eccellenza nella cura dei tumori dell’apparato digerente. In pochi anni l’istituto ha triplicato gli interventi per il tumore al colon, è terzo in Italia e raddoppiato quelli per il retto e lo stomaco. È uno dei 17 ospedali italiani a superare la soglia dei 50 interventi l’anno per resezione del pancreas. Bene anche l’Oncologico di Bari che eccelle nella chirurgia della mammella con ben 341 interventi chirurgici effettuati, il 74% de quali con diagnosi precoce. Mentre nel tumore al polmone la mortalità a 30 giorni è tra le più basse del Paese. Capitolo cardiologia. Tre sole le note positive: Miulli di Acquaviva, Riuniti di Foggia e Casa di cura città di Lecce. Il resto degli ospedali è insufficiente. La mortalità dopo l’installazione di bypass coronarico arriva al 6%, oltre il limite prestabilito del 4%. Promossa l’ortopedia con il 60% delle fratture del femore operate entro una settimana. Sette i reparti modello: San Paolo, Policlinico, Monopoli, Francavilla, Copertino e due cliniche private tra Lecce e Taranto. Infine, su Brindisi il Perrino si distingue nella chirurgia oncologica del sistema nervoso, ambito in cui emergono buoni risultati anche all’ospedale di Tricase.

Le facoltà di matematica, di economia, istituti di statistica, potrebbero aiutare la Regione a raccogliere, analizzare, e proporre soluzioni per il miglioramento della offerta. Abbiamo appreso dalla trasmissione Report quello che gli italiani già sanno da anni, e cioè che la risposta pubblica alla domanda di salute è carente. Io vivo in Puglia e personalmente ho verificato prenotazioni con codice zero 48 al 15 giugno 2026, prenotazioni ordinarie, non urgenti, al 2027, il sistema non funziona. Ma sarebbe opportuno che all’analisi deficitaria della domanda ci si ponga la questione della offerta e cioè la spesa di oltre 130 miliardi di euro crea un’offerta adeguata e quali i problemi che rendono questa offerta così deludente! Dagli anni 2000 esistono a decine di agenzie che formano i dirigenti delle Asl e degli assessorati, perché rendano il sistema sanitario efficiente (cioè che dia risposte rapide alle esigenze), efficace (cioè che dia risposte adeguate alle richieste) e di qualità (si parla di qualità percepita dall’utente). Ebbene, il sistema non è efficiente, non ha la validità richiesta e talvolta non è neanche efficace. Parlando della Puglia come operatore sanitario dopo 46 anni di lavoro posso affermare che l’offerta non è analizzata. Basterebbe poco a valutare, ad esempio degli ambulatori specialistici delle Asl, se i medici in servizio offrono un numero di prestazioni adeguate. Se le strutture radiologiche attrezzate anche con nuove apparecchiature fornite recentemente dalla nostra regione rispondano quantitativamente e qualitativamente adeguato alla domanda. Molti direttori sanitari e generali delle Asl Pugliesi conoscono la risposta perché hanno lavorato sul campo e analizzato i dati, alcuni sanno che ad esempio il sistema dell’Imagine lavora al 40% delle sue potenzialità, che gli ambulatori specialistici lavorano al 50-60% delle loro potenzialità, che il raccordo tra questi ambulatori è l’assistenza ospedaliera e assente. Delle università, le facoltà di matematica, di economia, istituti di statistica, potrebbero aiutare i sistemi sanitari regionali a raccogliere, analizzare, e proporre soluzioni per il miglioramento della offerta. La cinghia di trasmissione rappresentata dai CUP spesso non funziona, gli operatori di questi centri unici di prenotazione dovrebbero lavorare meglio direi non solo con la mente ma anche con il cuore per gli assistiti, al fine di conservare le loro posizioni. Infatti l’intelligenza artificiale è dietro l’angolo pronta a sostituirli, alcune grandi strutture sanitarie hanno già cominciato ad utilizzare questi mezzi, ci sono già eccellenze dell’Università di Bari che hanno messo appunto sistemi di prenotazione più efficaci e più efficienti, grazie all’IA. È lì il meccanismo per migliorare il sistema, riordinare l’offerta e dare una svolta ai sistemi di prenotazione. Anche chi afferma che nell’ultimo anno le prestazioni sono aumentate di 1 milione e mezzo, quasi 2 milioni, fornisce dati fantasiosi: abbiamo sentito il ministro della sanità affermare che la raccolta dati nel sistema Cruscotto ancora non è pronta. Come quindi poter affermare senza avere lo storico e senza avere i dati attuali che vi è stato un miglioramento di 1 milione e mezzo di prestazioni? E comunque sarebbe un incremento irrisorio, considerando che solo nella provincia di Bari e solo per il sistema Imagine le prestazioni pubbliche si aggirano intorno alle 50.000 per anno. Senza calcolare in alcun modo la domanda di visita specialistica. Sviluppando quel dato per tutto il territorio nazionale viene fuori che per le sole prestazioni di Imagine vi è una offerta soddisfatta di circa 2 milioni e mezzo di prestazioni. Qualsiasi dato statistico informativo che ci viene fornito presenta dei retroscena ingannevoli e strumentali. La richiesta dunque ai nuovi Governatori regionali è di analizzare i dati senza fermarsi a quanto già noto, cioè alla carenza in risposta alla domanda, sforzandosi di capire come poter migliorare l’offerta partendo dai dati storici dalle reali potenzialità del sistema finanziato. Per vincere la guerra contro la “malattia” è sì importante avere validi sistemi di difesa, ma è ancora più importante conoscere e potenziare l’efficacia, l’efficienza e la qualità della nostra potenza di fuoco messa in campo. Renato Laforgia, medico

LA POLITICA A Ostuni e Brindisi il leader del M5S rilancia su turismo, sanità pubblica e transizione energetica: “la Puglia può correre”

Taranto, messa di Natale in ospedale

Natale Un Natale di speranza al SS. Annunziata di Taranto dove l’arcivescovo Ciro Miniero ha celebrato la Santa Messa Interviste a mons. Ciro Miniero, Arcivescovo di Taranto,

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