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Studio della University of Sheffield svela che sopprimere lo stress molecolare ISR allunga la durata della vita. Una nuova frontiera nella ricerca sulla longevità suggerisce che il segreto per vivere più a lungo non risieda nell’attivare le difese cellulari, bensì nel sopprimerle. Secondo uno studio rivoluzionario pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS) e coordinato da Mirre Simons della University of Sheffield, l’inibizione di un particolare segnale cellulare di stress, denominato Integrated Stress Response (ISR), potrebbe estendere significativamente la durata della vita. L’ISR è un sistema molecolare complesso che funge da centrale per la gestione delle emergenze nelle cellule, attivandosi in risposta a minacce come infezioni virali o carenze nutrizionali. Sebbene in passato si ipotizzasse che una moderata stimolazione di questo stress potesse “temprare” l’organismo (concetto noto come ormesi), i test condotti su decine di migliaia di moscerini della frutta hanno dimostrato l’esatto contrario: la soppressione del segnale ISR prolunga la vita, mentre la sua attivazione artificiale la accorcia drasticamente. I risultati ottenuti dal team di ricerca, che ha visto il contributo fondamentale di Miriam Gotz, sfidano le precedenti evidenze scientifiche osservate in organismi più semplici come lieviti e nematodi, dove lo stress sembrava avere un ruolo positivo. I ricercatori hanno osservato che i moscerini con il segnale ISR inibito riuscivano a vivere più a lungo anche se sottoposti a sfide ambientali o variazioni della dieta. Questa scoperta è di cruciale importanza perché l’invecchiamento della popolazione rappresenta una delle sfide socio-economiche più urgenti del nostro tempo. L’obiettivo degli esperti non è più soltanto curare le singole patologie legate all’età, ma intervenire direttamente sui meccanismi biologici che regolano il decadimento cellulare. Attualmente, il percorso molecolare ISR è già oggetto di studi approfonditi nei campi dell’oncologia e dell’immunologia. La possibilità di manipolare questo sistema apre strade terapeutiche inedite: il prossimo passo del team sarà verificare se farmaci già esistenti e approvati possano replicare l’effetto di soppressione osservato in laboratorio. Se confermato, questo approccio potrebbe portare allo sviluppo di trattamenti anti-invecchiamento in grado di rallentare i processi biologici degenerativi, migliorando non solo la durata, ma anche la qualità della vita umana.

Una combinazione di tre farmaci riduce il rischio di recidiva del 39% e semplifica la vita ai pazienti. Prevenire un secondo ictus dopo un’emorragia cerebrale oggi è più semplice, grazie a una strategia che punta tutto sulla semplicità. Lo studio clinico TRIDENT, appena pubblicato sul New England Journal of Medicine, porta ottime notizie per chi deve tenere sotto controllo la pressione. La novità: la “Tripletta” in una sola compressa Invece di assumere diversi farmaci in momenti diversi della giornata, i ricercatori hanno testato una singola pillola (chiamata GMRx2) che contiene tre principi attivi a basso dosaggio: telmisartan, amlodipina e indapamide. I risultati sono davvero incoraggianti: -39% di rischio di avere un nuovo ictus. -33% di eventi cardiovascolari gravi (come infarti o decessi). Migliore controllo pressorio: la pressione massima (sistolica) è scesa mediamente di 9 mmHg in più rispetto a chi riceveva le cure standard. In numeri: Per ogni 35 pazienti trattati con questa combinazione, è stato evitato un nuovo ictus. Perché questa scoperta è importante? Spesso, il problema principale non è la mancanza di farmaci, ma la difficoltà di seguire terapie complicate. Come spiega il coordinatore dello studio, Craig Anderson: “Abbassare la pressione è l’unico modo certo per evitare un secondo ictus, ma prendere tante pillole diverse è difficile. Questa combinazione semplifica tutto e aiuta i pazienti a raggiungere i loro obiettivi di salute.” Sicurezza e accessibilità Una soluzione globale: Ogni anno ci sono 3 milioni di nuovi casi di emorragia cerebrale. Questa strategia “tutto in uno” è economica e facile da distribuire anche nei Paesi dove l’accesso alle cure è più complicato. Pochi effetti collaterali: Gli eventi avversi seri sono stati pochissimi e simili a chi prendeva un placebo. Stanchezza o vertigini sono stati rari.

Non tutti i grassi hanno impatto negativo sull’organismo. Lo studio epidemiologico Moli-sani nel 2024 ha dimostrato che i grassi “buoni” sono centrali nella prevenzione della nostra salute, per esempio il consumo quotidiano di olio extravergine d’oliva riduce del 23% il rischio di mortalità. L’AIFO, Associazione Italiana Frantoi Oleari, parte proprio da questo dato per far comprendere ai consumatori l’importanza dell’alimento. L’olio EVO difatti si differenzia da altri oli raffinati per la forte presenza di acido oleico, che garantisce equilibrio e protezione del sistema cardiovascolare. Ad oggi l‘offerta alimentare, seppur ampia, è spesso poco chiara, pertanto è fondamentale per il consumatore saper orientare le proprie scelte verso una dieta equilibrata e consapevole.

Carenza sanità Puglia: dal 2025 mancano già 279 medici di base. L’indagine di Gimbe parla chiaro: entro il 2028 ben 702 medici in Puglia lasceranno l’incarico perché ormai arrivati alla pensione. La carenza di personale medico è un problema reale: secondo la fondazione il numero medio di assistiti dal primo gennaio 2025 a oggi è di un medico per 1.331 assistiti mentre tra il 2019 e il 2024 i medici di Medicina generale in Puglia sono diminuiti del 26,3%, percentuale quasi doppia rispetto alla media nazionale che è pari 14,1%. Nel 2025 i partecipanti al concorso nazionale per il corso di formazione specifica in Medicina generale sono stati il 27% in più rispetto ai posti disponibili.

Uno studio su oltre 23mila adulti individua in 7 ore e 18 minuti la durata ideale del sonno per ridurre il rischio di insulino-resistenza e mette in guardia sugli effetti del recupero eccessivo nel weekend. Dormire in media 7 ore e 18 minuti per notte potrebbe rappresentare la durata ideale per ridurre il rischio di insulino-resistenza, una condizione che spesso precede il diabete di tipo 2. È quanto emerge da un ampio studio osservazionale pubblicato su BMJ Open Diabetes Research & Care. La ricerca suggerisce che non solo dormire troppo poco, ma anche dormire troppo, potrebbe influire negativamente sul metabolismo del glucosio. Lo studio: oltre 23mila adulti analizzati I ricercatori hanno esaminato i dati di 23.475 persone tra i 20 e gli 80 anni, raccolti tra il 2009 e il 2023 nell’ambito del National Health and Nutrition Examination Survey (NHANES). Per oltre 10mila partecipanti erano disponibili anche informazioni dettagliate sul sonno nel weekend. Per valutare il rischio metabolico è stato utilizzato l’Estimated Glucose Disposal Rate (eGDR), un indicatore dell’insulino-resistenza calcolato in base a: Circonferenza vita Glicemia a digiuno Pressione arteriosa Valori inferiori a 6-7 mg/kg/min indicano un rischio più elevato, mentre valori superiori a 10 mg/kg/min sono associati a un rischio più basso. Nel campione analizzato, il valore medio era pari a 8,23. La relazione tra durata del sonno e metabolismo L’analisi ha evidenziato una relazione a U rovesciata tra durata del sonno nei giorni feriali e rischio metabolico. Sotto le 7 ore e 18 minuti: aumentare il sonno migliorava l’eGDR Oltre le 7 ore e 18 minuti: l’eGDR tendeva a peggiorare L’effetto risultava particolarmente evidente nelle donne e nelle persone tra i 40 e i 59 anni. Recuperare sonno nel weekend: aiuta o peggiora? Un altro aspetto chiave riguarda il cosiddetto “sonno compensatorio” del fine settimana. Chi dormiva meno della soglia ottimale durante la settimana e recuperava 1-2 ore nel weekend mostrava un miglioramento dell’eGDR. Chi invece già superava la soglia ideale nei giorni feriali e aggiungeva più di 2 ore nel fine settimana presentava un peggioramento dell’indicatore metabolico. Quasi il 48% dei partecipanti ha dichiarato di recuperare ore di sonno nel weekend. Sonno e diabete: una relazione bidirezionale Secondo gli autori, esiste una relazione bidirezionale tra sonno e metabolismo. Un controllo glicemico non ottimale è associato sia a una durata troppo breve sia eccessiva del sonno, oltre che a disturbi del riposo. Questo può generare un circolo vizioso: La disfunzione metabolica altera il sonno Un sonno irregolare peggiora ulteriormente la salute metabolica Limiti dello studio Trattandosi di uno studio osservazionale, non è possibile stabilire un rapporto diretto di causa-effetto. Inoltre, la durata del sonno è stata auto-riferita, elemento che potrebbe influire sull’accuratezza dei dati. Quante ore dormire per la salute metabolica? Alla luce dei risultati, dormire circa 7 ore e 18 minuti a notte potrebbe rappresentare un punto di equilibrio per ridurre il rischio di insulino-resistenza e diabete di tipo 2. Anche la gestione del recupero di sonno nel weekend potrebbe avere un ruolo importante nella regolazione metabolica e nella prevenzione delle malattie croniche.

Decorso post-operatorio positivo e fisioterapia già avviata grazie all’alta professionalità dell’équipe medica”. Un intervento riuscito per Annarosa, 100 anni, paziente di Pisticci, sottoposta nei giorni scorsi a una protesi d’anca all’ospedale “Papa Giovanni Paolo II” di Policoro, a seguito di una caduta che le aveva provocato la frattura del femore sinistro. L’operazione ortopedica, di media entità ma resa delicata dall’età avanzata e dalla severa osteoporosi, è stata eseguita in anestesia locale, è durata circa 45 minuti ed è terminata con esito positivo. “Le condizioni generali sono buone – spiega Pietro Gianfreda, Direttore dell’Unità Operativa di Ortopedia e Traumatologia –. La paziente ha già iniziato il percorso di fisioterapia e, se il decorso post-operatorio proseguirà senza complicazioni, sarà dimessa nei prossimi giorni. Nonostante l’età e la fragilità ossea, Annarosa ha reagito bene all’anestesia e all’intervento. Il rapido avvio della fisioterapia è un segnale positivo per il recupero funzionale”. Il Direttore Generale dell’Azienda Sanitaria Locale di Matera, Maurizio Friolo, ha sottolineato come l’intervento dimostri “l’elevato livello professionale delle nostre strutture sanitarie e la capacità del personale medico di garantire cure efficaci anche nei casi più complessi”. L’équipe chirurgica che ha seguito l’intervento era composta dagli ortopedici Pietro Gianfreda e Pasquale Dramissino, dall’anestesista Paolo Salomone e dagli infermieri Roberto Rizzi e Andrea Errico. L’Assessore alla Salute, Cosimo Latronico, ha espresso i suoi complimenti: “Un risultato che conferma la qualità delle nostre strutture sanitarie e la capacità della sanità territoriale di dare risposte efficaci anche nel trattamento di fratture complesse in pazienti molto anziani”.

Chi ha il peso in eccesso rischia il 70% in più di ricovero o morte. Un nuovo studio internazionale su oltre 540.000 pazienti, pubblicato sulla prestigiosa rivista The Lancet, ha messo in luce un legame allarmante tra obesità e malattie infettive. Secondo i dati, vivere con un eccesso di peso aumenta di oltre il 70% il rischio di ricovero o morte per patologie come influenza, Covid-19, polmonite, gastroenterite, e infezioni delle vie respiratorie e urinarie. I ricercatori stimano che circa una morte su dieci legata alle infezioni nel mondo possa essere attribuita direttamente all’obesità. Lo studio: dati, durata e metodologia La ricerca è stata condotta da scienziati britannici e finlandesi, utilizzando dati di 67.766 adulti provenienti da due studi finlandesi e 479.498 partecipanti dalla biobanca britannica. Sono state analizzate 925 malattie infettive di origine batterica, virale, parassitaria e fungina, monitorando i pazienti per una media di 13-14 anni. L’indice di massa corporea (BMI) dei partecipanti è stato valutato all’inizio dello studio. Chi presentava un BMI tra 18,5 e 24,9, considerato peso sano, aveva un rischio annuo di infezione grave dell’1,1%, mentre chi era obeso (BMI ≥ 30) aveva un rischio dell’1,8%, con un aumento progressivo proporzionale all’incremento di peso. I pazienti con obesità grave (BMI ≥ 40) avevano tre volte più probabilità di ricovero o morte rispetto a chi aveva un peso sano. Malattie più colpite Tra le infezioni più comuni, le persone con obesità hanno mostrato un rischio significativamente maggiore di sviluppare forme gravi di: Influenza Covid-19 Polmonite Gastroenterite Infezioni delle vie respiratorie e urinarie Sorprendentemente, lo studio non ha trovato un aumento del rischio per infezioni come HIV o tubercolosi, suggerendo che l’obesità impatti in modo selettivo sul sistema immunitario. Il ruolo dell’obesità sul sistema immunitario Secondo Mika Kivimaki dell’University College London, l’obesità potrebbe indebolire la capacità del sistema immunitario di difendersi da batteri, virus, parassiti o funghi, causando infezioni più gravi. Solja Nyberg dell’Università di Helsinki aggiunge: “Con l’aumento globale dell’obesità, crescerà anche il numero di ricoveri e decessi legati alle malattie infettive.” Cosa fare per ridurre i rischi Gli esperti sottolineano l’urgenza di politiche sanitarie efficaci: Promuovere stili di vita sani e perdita di peso Garantire accesso a cibi sani e convenienti Offrire opportunità di attività fisica Mantenere aggiornati i vaccini raccomandati La ricerca evidenzia che intervenire sull’obesità non significa solo prevenire malattie croniche come diabete o cardiopatie, ma anche ridurre il rischio di infezioni gravi e complicazioni durante epidemie o pandemie.

Lenticchie, ceci, fagioli e soia: tutte le proprietà dei legumi e perché inserirli nella dieta almeno 3 volte a settimana. Dall’aumento del senso di sazietà al controllo della glicemia, dalla riduzione del rischio cardiovascolare al miglioramento della funzionalità intestinale, fino alla promozione di un’alimentazione sostenibile per il pianeta: sono molteplici i benefici derivanti dall’inserimento dei legumi nella dieta, almeno tre volte a settimana, come indicato dalle Linee guida per una sana alimentazione. A sottolinearlo è l’Istituto superiore di sanità (ISS), in vista della Giornata mondiale dei legumi, che si celebra domani. “I legumi rappresentano una componente fondamentale di un’alimentazione sana, equilibrata e sostenibile”, spiega l’ISS. “Sono una fonte preziosa di proteine vegetali, ricchi di fibre, poveri di grassi e naturalmente privi di colesterolo, presente solo negli alimenti di origine animale”. Tra i legumi più noti, le lenticchie si distinguono per il loro contenuto di ferro, potassio, fosforo e acido folico, nutrienti fondamentali per la produzione di globuli rossi, soprattutto nelle donne in età fertile, nei bambini e durante la gravidanza. Oltre a questo, forniscono una buona quantità di proteine vegetali e fibre, utili per la regolarità intestinale e il controllo della glicemia. Dal punto di vista ambientale, i legumi sono un alimento virtuoso: la loro coltivazione sostenibile e la lunga conservabilità li rendono ideali anche per ridurre lo spreco alimentare. I ceci, ad esempio, contengono fibre solubili che contribuiscono a controllare il colesterolo LDL e a regolare la glicemia post-prandiale, supportando la prevenzione delle malattie cardiovascolari e del diabete di tipo 2. Sono inoltre ricchi di acido folico e vitamine del gruppo B, fondamentali durante i periodi di crescita e la gravidanza. Grazie al loro elevato potere saziante, i ceci sono ideali nei regimi alimentari controllati e rappresentano una scelta sana e sostenibile anche dal punto di vista climatico. Tra i legumi più proteici ci sono i fagioli, ricchi di zinco, potassio e magnesio, minerali essenziali per il sistema immunitario, la funzione muscolare e l’equilibrio elettrolitico. La buccia dei fagioli, ricca di fibre insolubili, favorisce la regolarità intestinale e aiuta a prevenire disturbi come stitichezza e malattie diverticolari. I piselli, invece, contengono più zuccheri semplici rispetto ad altri legumi, ma sono una buona fonte di proteine, vitamina A e acido folico. Delicati e facilmente digeribili, apportano fibre utili al benessere intestinale. Le fave, legume primaverile, offrono ferro non-eme, vitamina B1 (tiamina), fibre e proteine vegetali, insieme a discreti livelli di potassio. Sono naturalmente povere di grassi e contribuiscono al senso di sazietà e alla buona funzionalità intestinale. È importante ricordare, tuttavia, che chi soffre di favismo, una rara malattia genetica, deve evitarle completamente. Anche il lupino, meno diffuso nella dieta quotidiana, è un legume ricco di nutrienti: ha un contenuto proteico elevato, molte fibre e pochi zuccheri, rendendolo adatto a chi deve controllare la glicemia. È inoltre fonte di calcio, ferro e potassio. Contiene composti bioattivi (alcaloidi) che, se non correttamente trattati, possono risultare amari o tossici: per questo va consumato solo dopo adeguata lavorazione industriale o preparazione domestica corretta. La cicerchia è un legume particolarmente saziante e nutriente, ricco di proteine, fibre, calcio e fosforo. L’ISS raccomanda però di consumarla con moderazione e dopo un adeguato ammollo e cottura, poiché contiene una neurotossina responsabile del latirismo, una malattia neurodegenerativa che può causare paralisi, convulsioni e atrofia muscolare se il legume viene assunto in grandi quantità per periodi prolungati. Infine, la soia è il legume con il più alto contenuto proteico e una delle poche fonti vegetali a fornire tutti gli amminoacidi essenziali, rendendola una proteina “completa” comparabile a quella animale. È inoltre ricca di grassi insaturi, omega-3 e omega-6, fitosteroli e isoflavoni, noti per i potenziali benefici su sistema cardiovascolare e salute ormonale.

In poco più di dieci giorni raccolte 18mila firme per la proposta di legge che punta a ridurre il tabagismo e finanziare il Servizio Sanitario Nazionale. È in questo contesto che nasce la campagna “5 euro contro il fumo”, una proposta di legge di iniziativa popolare che punta ad aumentare di 5 euro il costo di sigarette e prodotti da inalazione di nicotina. L’obiettivo è duplice: ridurre il tabagismo e reperire nuove risorse per il Servizio Sanitario Nazionale. In poco più di dieci giorni sono state raccolte 18mila firme, pari al 35% delle 50mila necessarie per portare la proposta in Parlamento. Tutti i cittadini maggiorenni possono firmare online tramite la piattaforma del Ministero della Giustizia, utilizzando SPID, CIE o CNS. Una campagna senza precedenti in Italia Si tratta della prima iniziativa di questo tipo mai realizzata nel Paese, promossa da AIOM, Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro, Fondazione Umberto Veronesi e Fondazione AIOM. Hanno già aderito circa 30 società scientifiche e oltre 15 associazioni di pazienti, che nella Giornata mondiale contro il cancro rilanciano l’appello a firmare per raggiungere rapidamente la soglia delle 50mila firme. Prevenzione oncologica e stili di vita: i numeri Il fumo resta il principale fattore di rischio oncologico, ma non è l’unico. Secondo le stime, oltre il 40% dei decessi per cancro è legato a fattori di rischio modificabili, come: fumo consumo di alcol dieta scorretta sovrappeso e obesità sedentarietà Nonostante ciò, l’Italia investe nella prevenzione sanitaria solo il 4,6% della spesa sanitaria complessiva, una quota inferiore a quella di Regno Unito (5,6%), Olanda (5,2%) e Germania (4,8%). L’appello dell’AIOM: “Serve uno sforzo in più” «La campagna “5 euro contro il fumo” è pienamente in linea con gli obiettivi della Giornata mondiale contro il cancro, a partire dall’informazione sui fattori di rischio», spiega Massimo Di Maio, presidente AIOM. «In pochi giorni migliaia di cittadini hanno già firmato, ma serve uno sforzo ulteriore per arrivare alle 50mila firme». I dati sugli stili di vita degli italiani confermano l’urgenza: il 24% degli adulti fuma, il 33% è in sovrappeso, il 10% è obeso, il 58% consuma alcol e il 27% è sedentario.

Alto il rischio di cronicizzazione e iperuso di farmaci analgesici . L’emicrania, spesso sottovalutata e sottodiagnosticata, colpisce oggi in Italia oltre 6 milioni di persone, di cui circa il 70% costituito da donne. La difficoltà nel percorso della presa in carico è dovuta a diversi fattori, in primis i tempi d’attesa variabili tra i due e i sei mesi per una prima visita o per accertamenti. Il rischio che ne consegue è di cronicizzazione (circa 2,3 milioni di persone soffrono di cefalee croniche) e di iperuso di farmaci analgesici (l’1,4% della popolazione generale). A ciò si aggiungono stigma, disomogeneità territoriali, percorsi assistenziali frammentati e un forte sovraccarico dei centri specializzati (centri cefalee). Tra le possibili direttrici di evoluzione individuate dagli esperti, raccolte nel documento “Emicrania: evoluzione dei modelli di presa in carico e cura”, cruciale è il potenziamento del ruolo della medicina generale e della neurologia territoriale nell’intercettare precocemente i pazienti, per garantire continuità assistenziale, favorire un accesso più equo e tempestivo ai farmaci innovativi e alleggerire la pressione sui centri cefalee, che devono poter concentrare le proprie competenze sui casi ad alta complessità. Necessario, inoltre, sviluppare percorsi di presa in carico multidisciplinari e personalizzati, capaci di integrare prevenzione e trattamento secondo un approccio bio-psico-sociale e di tenere conto delle specificità di sesso e genere e delle diverse fasi della vita, in particolare per la donna. Nicoletta Orthmann, direttrice medico-scientifica di Fondazione Onda ETS, commenta: “I dati epidemiologici e l’impatto sociale dell’emicrania ci dicono con chiarezza che non siamo di fronte a un disturbo minore, ma a una vera e propria patologia cronica ad alta complessità. Oggi disponiamo di terapie che hanno cambiato radicalmente la cura della malattia, ma senza un’evoluzione dei modelli organizzativi rischiamo di non sfruttarne pienamente il potenziale”.

Le cellule nasali regolano la risposta al rinovirus, determinando gravità dei sintomi e diffusione dell’infezione, aprendo la strada a nuove strategie terapeutiche. Quando il rinovirus, il principale responsabile del raffreddore, infetta le vie nasali, non è solo il virus a determinare l’andamento dell’infezione: a giocare un ruolo decisivo è la risposta delle cellule che rivestono il naso. È quanto emerge da uno studio della Yale School of Medicine, pubblicato su Cell Press Blue, che mostra come le difese innate dell’epitelio nasale siano in grado di controllare la diffusione del virus e di influenzare in modo significativo la comparsa e la gravità dei sintomi. I ricercatori hanno analizzato nel dettaglio il comportamento delle cellule nasali durante l’infezione da rinovirus, dimostrando che una risposta antivirale rapida ed efficace può impedire al virus di replicarsi e diffondersi. Per osservare questi meccanismi, il team ha sviluppato un modello di tessuto nasale umano coltivato in laboratorio a partire da cellule staminali. Dopo quattro settimane, queste cellule si organizzano in un epitelio simile a quello delle vie respiratorie umane, completo di cellule produttrici di muco e cellule ciliate in grado di spostarlo. Secondo gli autori, questo modello riproduce le risposte dell’organismo umano in modo più fedele rispetto alle tradizionali linee cellulari, risultando particolarmente adatto allo studio del rinovirus, che provoca malattia solo nell’uomo. In condizioni normali, quando le cellule nasali rilevano il virus, producono interferoni, proteine che attivano una risposta antivirale coordinata nelle cellule infette e in quelle vicine, creando un ambiente ostile alla replicazione virale. Se la risposta è abbastanza rapida, il virus non riesce a diffondersi. Quando invece i ricercatori hanno bloccato sperimentalmente il segnale degli interferoni, il rinovirus ha infettato rapidamente un numero maggiore di cellule, causando danni estesi e, in alcuni casi, la morte del tessuto. «I nostri esperimenti dimostrano quanto sia cruciale ed efficace una risposta rapida agli interferoni nel controllare l’infezione da rinovirus, anche in assenza di cellule del sistema immunitario», spiega Bao Wang, primo autore dello studio. La ricerca ha inoltre evidenziato che, quando la replicazione virale aumenta, si attivano risposte alternative: il rinovirus stimola un diverso sistema di rilevamento, che induce cellule infette e non infette a produrre grandi quantità di muco e mediatori infiammatori. Questo contribuisce ai sintomi respiratori e, in alcuni soggetti, può provocare difficoltà respiratorie, soprattutto nelle persone con asma o altre malattie polmonari croniche. Secondo gli autori, questi meccanismi potrebbero diventare nuovi bersagli terapeutici, permettendo di stimolare una risposta antivirale efficace senza scatenare un’infiammazione eccessiva. Grazie al modello sviluppato in laboratorio, i ricercatori hanno potuto osservare simultaneamente le risposte coordinate di migliaia di cellule e valutare cosa accade quando i sensori cellulari che riconoscono il virus vengono bloccati. Lo studio conferma quindi che la gravità del raffreddore dipende in larga misura dalla risposta dell’organismo al virus, più che dalle caratteristiche intrinseche del patogeno. «Il nostro lavoro sposta l’attenzione dal virus alle difese dell’ospite», conclude Ellen Foxman, autrice senior dello studio. «Capire come modulare queste risposte apre la strada a nuove strategie terapeutiche, che puntano a rafforzare le difese naturali dell’organismo invece di colpire direttamente il virus». In sintesi, più che la presenza del rinovirus, a determinare se il raffreddore sarà lieve o intenso è la rapidità e l’efficacia delle difese delle nostre cellule nasali. Conoscere questi meccanismi potrebbe aprire la strada a trattamenti futuri che stimolino le difese naturali senza scatenare infiammazione, riducendo sintomi e complicanze respiratorie.

La scienza spiega perché trattenere le risate è una missione impossibile e svela il trucco mentale più efficace per evitare figuracce in riunioni, cerimonie e funerali. Chi non ha mai provato l’irrefrenabile impulso di ridere proprio nel momento meno opportuno? Un funerale, una riunione di lavoro importante, una cerimonia solenne: basta un pensiero storto o una battuta involontaria per scatenare una lotta interiore degna di un film comico. Ora la scienza spiega perché trattenere una risata è così difficile — e come evitarne gli effetti collaterali più imbarazzanti. A indagare il fenomeno è stato un team di ricercatori dell’Università di Gottinga, che ha studiato il controllo delle risate e delle emozioni sociali. I risultati, pubblicati sulla rivista Communications Psychology, mettono in guardia: forzarsi a non ridere può trasformarsi in una vera e propria “pentola a pressione emotiva”, aumentando lo stress e rendendo lo scoppio finale ancora più rumoroso. Per capire cosa succede davvero sul nostro viso — anche quando crediamo di essere impassibili — gli scienziati hanno monitorato 121 partecipanti tramite elettromiografia facciale, una tecnica capace di rilevare micromovimenti muscolari invisibili a occhio nudo. Il tutto mentre i volontari ascoltavano barzellette (un lavoro duro, ma qualcuno doveva pur farlo). Tre le strategie anti-risata messe alla prova. La prima è la distrazione, come fissare un punto neutro — ad esempio una carta da parati. La seconda è la soppressione, cioè il tentativo disperato di bloccare i muscoli del viso. La terza, la più sofisticata, è la riconsiderazione cognitiva: trasformare la battuta in qualcosa di razionale, analitico e per nulla divertente. I risultati sono chiari. Soppressione e distrazione funzionano solo nell’immediato, ma crollano appena l’umorismo diventa più intenso. Il metodo davvero efficace è la riconsiderazione cognitiva, che agisce alla radice: smonta la battuta, la trasforma in un puzzle mentale e spegne l’ilarità prima ancora che esploda. Attenzione però: tutto diventa più difficile quando entra in gioco un fattore micidiale. Sentire un’altra persona ridere.«Ascoltare qualcuno che ride rende molto più complicato controllare le proprie reazioni», spiega Anna Schacht, tra le autrici dello studio. «Questo dimostra quanto le nostre emozioni siano contagiose e quanto l’essere umano sia profondamente sociale». Il consiglio finale degli esperti, soprattutto in situazioni ad alto rischio reputazionale o professionale, è semplice ma controintuitivo: non mordetevi le labbra, non irrigiditevi. Cambiate approccio mentale. Analizzate la battuta, smontatene il meccanismo, toglietele la magia. È l’unico modo per raffreddare davvero la temperatura emotiva — e salvare la faccia.

Una ricerca internazionale dimostra che coltivare il tempo libero in modo consapevole aumenta creatività, benessere e soddisfazione professionale, soprattutto tra i lavoratori più maturi. Coltivare un hobby nel tempo libero non migliora solo la vita personale, ma può rendere le persone più creative, coinvolte e soddisfatte anche sul lavoro. È quanto emerge da un nuovo studio scientifico condotto dai ricercatori della University of East Anglia e della Erasmus University Rotterdam, pubblicato sulla rivista Human Relations. La ricerca analizza il concetto di “leisure crafting”, ovvero l’uso intenzionale e consapevole del tempo libero attraverso obiettivi personali, apprendimento di nuove competenze e relazioni sociali. Secondo gli studiosi, i benefici di questo approccio “traboccano” dalla sfera privata a quella professionale, migliorando il benessere lavorativo e la qualità delle prestazioni, soprattutto tra i lavoratori più maturi. Lo studio ha coinvolto quasi 200 adulti occupati, con un’età media di 46 anni, invitati a ripensare il modo di vivere i propri hobby rendendoli più significativi: fissando obiettivi chiari, imparando nuove abilità e condividendo le attività con altre persone. Nel corso di cinque settimane, i partecipanti che hanno adottato questo approccio hanno registrato un maggiore senso di significato nel lavoro e comportamenti più creativi rispetto a un gruppo di controllo. L’effetto è risultato particolarmente evidente tra gli over 60, che hanno dichiarato anche un aumento delle emozioni positive. Secondo gli autori, gli hobby non sono solo strumenti di relax, ma vere e proprie occasioni di crescita personale, in grado di rafforzare autonomia, competenze e connessioni sociali. Tutti elementi che si riflettono direttamente sulla motivazione, sulla creatività e sulla qualità del lavoro. I risultati dello studio suggeriscono infine che le organizzazioni e le aziende potrebbero trarre vantaggio dal sostenere le attività extra-lavorative dei dipendenti, riconoscendole come parte integrante del benessere, dello sviluppo umano e della produttività.

Uno studio internazionale rivela che l’esercizio fisico può ridurre i sintomi depressivi come la psicoterapia, con benefici accessibili a tutti. C’è una buona notizia che arriva dal mondo della ricerca scientifica e riguarda un gesto semplice e quotidiano: l’esercizio fisico. Secondo uno studio pubblicato sulla Cochrane Database of Systematic Reviews, l’attività fisica può contribuire a ridurre i sintomi della depressione in misura simile alla terapia psicologica. La ricerca è stata condotta dagli scienziati dell’Università di Lancashire, guidati da Andrew Clegg, che hanno analizzato 73 studi scientifici coinvolgendo quasi 5.000 adulti con depressione. L’obiettivo era confrontare l’efficacia dell’attività fisica con altri interventi, come farmaci antidepressivi, terapie psicologiche e trattamenti di controllo. I risultati mostrano che lo sport produce un effetto positivo moderato sui sintomi depressivi, confermandosi come una soluzione concreta e accessibile. La depressione, spiegano gli esperti, è una delle principali cause di cattiva salute e disabilità e colpisce oltre 280 milioni di persone nel mondo. In questo scenario, l’esercizio fisico si distingue come un intervento semplice, economico e ampiamente disponibile, già noto per i suoi numerosi benefici per la salute fisica e mentale. Lo studio evidenzia inoltre che gli effetti collaterali dell’attività fisica sono rari e generalmente lievi, come occasionali lesioni muscoloscheletriche, mentre la terapia farmacologica può provocare disturbi come stanchezza o problemi gastrointestinali. Restano tuttavia alcuni aspetti da chiarire. Gli effetti a lungo termine dell’esercizio fisico sulla depressione non sono ancora del tutto definiti, poiché pochi studi hanno previsto un follow-up prolungato. Inoltre, non è emerso un tipo di attività nettamente superiore alle altre, anche se i programmi di allenamento misti e quelli di resistenza muscolare sembrano più efficaci rispetto al solo esercizio aerobico. Discipline come yoga, qigong e stretching non sono state incluse e potrebbero essere oggetto di future ricerche. «I nostri risultati – afferma Andrew Clegg – suggeriscono che l’esercizio fisico è un’opzione sicura e accessibile per la gestione della depressione. Trovare approcci sostenibili e personalizzati è fondamentale». Il ricercatore conclude sottolineando l’importanza di studi più ampi e di alta qualità, capaci di chiarire quali attività fisiche funzionano meglio, per chi e se i benefici durano nel tempo.

Una ricerca americana mostra che il mal di schiena cronico negli uomini anziani aumenta il rischio di insonnia e riposo insoddisfacente. Se pensavate che il mal di schiena cronico fosse solo una questione di cuscini sbagliati, posture improbabili sul divano e imprecazioni mattutine, è il momento di ricredersi. Negli uomini over 65, quel dolore sordo che accompagna le giornate potrebbe essere molto più di un fastidio fisico: è un campanello d’allarme per futuri guai notturni. Altro che contare le pecore. A lanciare l’avvertimento è uno studio della Penn State University, pubblicato sulla rivista Innovation and Aging, che ha deciso di ribaltare una convinzione diffusa: non è (solo) dormire male a peggiorare il dolore, ma è il mal di schiena cronico a sabotare il sonno… con largo anticipo. Secondo i ricercatori, chi soffre di dolore alla schiena ha una probabilità più alta dal 12 al 25% di sviluppare insonnia o una scarsa qualità del sonno addirittura sei anni dopo. Una sorta di profezia lombare. Lo studio ha seguito per anni oltre 1.000 uomini anziani, analizzando il rapporto tra dolore e riposo notturno. E qui arriva la sorpresa: il legame non è bidirezionale. In altre parole, se il mal di schiena predice un futuro di notti agitate, non è altrettanto vero che dormire male porti automaticamente a peggiorare il dolore alla schiena nel tempo. Insomma, la colpa non è sempre del materasso. Gli uomini con problemi alla schiena, infatti, mostrano un curioso talento per il caos notturno: tendono ad addormentarsi a orari improbabili – troppo presto o troppo tardi – e convivono con una costante insoddisfazione per la qualità del sonno. Il risultato? Notti lunghe, sonno corto e risvegli decisamente poco eroici. “Il dolore alla schiena deve essere considerato un vero e proprio segnale d’allarme”, spiega Soomi Lee, scienziata della Penn State University e autrice dello studio. Ignorarlo non significa solo stringere i denti: una gestione tardiva del dolore può innescare una reazione a catena fatta di privazione del sonno, problemi di memoria, depressione, ansia e persino un aumento del rischio di cadute. Altro che semplice mal di schiena. Il messaggio per caregiver e familiari è chiaro: intervenire per tempo sul dolore non serve soltanto a migliorare la mobilità, ma può letteralmente salvare il sonno – e con esso l’equilibrio fisico e mentale – degli uomini più anziani. Perché, alla fine, dormire bene è una cosa seria. E la schiena, a quanto pare, lo sa benissimo.

Camminare o svolgere le faccende domestiche, riduce significativamente il rischio di morte, soprattutto per chi soffre di sindrome cardiovascolare-renale-metabolica. Anche una leggera attività fisica quotidiana, come camminare o svolgere le faccende domestiche, può avere un impatto significativo sulla salute cardiovascolare e sul rischio di morte, soprattutto per le persone con condizioni di salute multiple. A ribadirlo è uno studio pubblicato sul Journal of the American Heart Association, condotto dagli esperti della Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health di Baltimora, guidati dai ricercatori Michael Fang e Joseph Sartini. Il team ha coinvolto circa 7.200 adulti, sia con che senza sindrome cardiovascolare-renale-metabolica (CKM), una condizione complessa che include malattie cardiache, disturbi renali, diabete e obesità. L’obiettivo era valutare gli effetti di un incremento di attività fisica leggera sul rischio di mortalità a lungo termine. I risultati dello studio sono chiari: un’ora di esercizio leggero al giorno è associata a un rischio di morte ridotto dal 14 al 20%. La correlazione è risultata particolarmente significativa tra le persone con sindrome CKM in stadio avanzato, indicando come anche attività a bassa intensità possano avere un impatto concreto sulle prospettive di vita. Gli autori sottolineano che quasi il 90% degli adulti negli Stati Uniti presenta almeno una componente della sindrome CKM, come ipertensione, colesterolo alto, glicemia elevata, sovrappeso o ridotta funzionalità renale. Questi fattori aumentano il rischio di infarto, ictus e insufficienza cardiaca, e il rischio cresce con il progredire degli stadi della CKM, che vanno da 0 a 4, in base alla probabilità di esiti di salute negativi. “È sempre più evidente che l’attività fisica leggera sia benefica per la salute del cuore”, osserva Michael Fang, sottolineando come fino a oggi non fosse stato studiato in dettaglio l’impatto a lungo termine nelle persone con malattie cardiache. Per la ricerca, i ricercatori hanno analizzato informazioni provenienti da esami fisici, campioni di sangue e dati raccolti tramite accelerometri, monitorando il movimento dei partecipanti fino a sette giorni consecutivi. Lo studio evidenzia anche che aumentare l’attività da 90 a 120 minuti al giorno comporta ulteriori benefici: tra i pazienti con CKM allo stadio 2, il rischio di decesso si riduce del 2,2%, mentre per coloro allo stadio 4 la riduzione raggiunge il 4,4%. “Le attività a bassa intensità offrono un’ottima opportunità per promuovere il movimento quotidiano, stimolare la circolazione e incrementare il dispendio energetico”, spiegano gli autori. Gli esperti precisano però che, essendo uno studio osservazionale, la ricerca mostra associazioni e non stabilisce un rapporto di causa-effetto. Saranno quindi necessari ulteriori approfondimenti scientifici per confermare e contestualizzare questi risultati, ma il messaggio principale è chiaro: anche piccoli gesti di movimento quotidiano possono fare una grande differenza per la salute del cuore e la longevità, soprattutto nelle persone con condizioni cliniche complesse.

Le minuscole particelle che trasportano endorfine spiegano i benefici dello sport. Nel nostro corpo circolano minuscole particelle chiamate vescicole extracellulari, presenti nel sangue umano. Anche se sono molto piccole, svolgono un compito fondamentale: aiutano a trasportare sostanze biologiche, tra cui gli ormoni, da una parte all’altra dell’organismo. Un recente studio scientifico ha scoperto che queste particelle facilitano il trasporto degli ormoni al cervello, soprattutto durante l’attività fisica. La ricerca è stata condotta da scienziati della Touro University Nevada ed è stata pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica PNAS. Lo studio contribuisce a spiegare perché l’esercizio fisico abbia benefici non solo sul corpo, ma anche sulla salute mentale. Le vescicole extracellulari nel sangue vengono prodotte dalle cellule e rilasciate nella circolazione. Agiscono come veri e propri messaggeri biologici, trasportando informazioni e molecole tra cellule, tessuti e organi diversi, permettendo una comunicazione efficace anche a distanza. I ricercatori si sono concentrati in particolare sulla proopiomelanocortina, una molecola da cui derivano ormoni fondamentali. Tra questi figurano le endorfine, responsabili della sensazione di benessere dopo l’attività sportiva, e altri ormoni coinvolti nella risposta allo stress. Lo studio ha evidenziato che durante un esercizio fisico intenso la quantità di proopiomelanocortina associata alle vescicole extracellulari aumenta di circa quattro volte. Questo consente all’ormone di muoversi più efficacemente nell’organismo rispetto alla forma libera nel sangue. Un risultato particolarmente rilevante riguarda il cervello umano. Gli esperimenti hanno dimostrato che gli ormoni trasportati dalle vescicole extracellulari riescono a superare con maggiore facilità la barriera emato-encefalica, il sistema di protezione che limita l’ingresso di molte sostanze nel cervello. Questa scoperta aiuta a comprendere meglio perché lo sport migliora l’umore, riduce lo stress e influisce positivamente sul metabolismo. In prospettiva futura, queste conoscenze potrebbero aprire la strada allo sviluppo di nuovi farmaci, capaci di sfruttare gli stessi meccanismi naturali di trasporto ormonale. In conclusione, lo studio conferma che l’attività fisica regolare non apporta benefici solo ai muscoli, ma ha effetti profondi e positivi anche sul cervello e sull’equilibrio generale dell’organismo, grazie a processi biologici sempre più chiari alla ricerca scientifica.

Grazie alla “Cranio Tech Solution” presentata a Taranto, sensori e Intelligenza artificiale puntano a rilevare i micro-movimenti del cranio per velocizzare le diagnosi e prevenire patologie neurologiche, come Parkinson e sclerosi multipla.. Il dispositivo “Cranio Tech Solution”, presentato a Taranto, utilizza sensori e intelligenza artificiale per rilevare i micro-movimenti del cranio e trasformarli in dati utili ad accelerare le diagnosi e a prevenire disturbi e patologie neurologiche.

La kermesse è dedicata a salute, cultura e innovazione, a supporto della candidatura a patrimonio culturale immateriale dell’Unesco. Tra gli obiettivi della X edizione della “Settimana della cucina Italiana nel Mondo”, quest’anno c’è in primo luogo il sostegno alla candidatura della cucina italiana come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità. Ma la rassegna, che è promossa dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, punta tradizionalmente alla valorizzazione del modello produttivo italiano, che è il perfetto connubio tra salute, cultura e innovazione. Intervista: Lucia Forte – Ad Oropan

Durante l’incontro sono stati consegnati premi ad atleti, dirigenti, tecnici e società che si sono distinti per impegno e professionalità Servizio di Anna De FeoInterviste a Franco De Lucia, presidente Ansmes Bari; Nicola Lomuscio, atleta

Taranto, IA per diagnosi neurologiche precoci

Grazie alla “Cranio Tech Solution” presentata a Taranto, sensori e Intelligenza artificiale puntano a rilevare i micro-movimenti del cranio per velocizzare le diagnosi e prevenire

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