
Il mondo degli industriali a Taranto: decarbonizzazione unica strada possibile
Gozzi, Federacciai: “La decarbonizzazione è l’eliminazione della Co2, e fino a oggi la Co2 non ha mai ammazzato nessuno” Taranto può diventare modello di rinascita
Gozzi, Federacciai: “La decarbonizzazione è l’eliminazione della Co2, e fino a oggi la Co2 non ha mai ammazzato nessuno” . Taranto può diventare modello di rinascita industriale e di transizione giusta, purché lo voglia e lo lasci fare. É in sintesi il messaggio lanciato dagli industriali durante l’evento di Comes, “organizzato per restiture ottimismo e speranza nel futuro”, ha detto l’amministratore delegato Vincenzo Cesareo, presidente della Camera di Commercio di Taranto Brindisi. Messaggio rivolto soprattutto ai decisori politici che, per Federacciai, non possono non accogliere la decarbonizzazione per l’ex Ilva che intanto ha confermato l’arrivo delle due offerte per l’acquisizione del gruppo, da Flacks Group e Bedrock. Tra gli ospiti anche Antonio Gozzi, presidente Federacciai: “Quando leggo che ci sono ancora dissensi profondi, anche all’interno della maggioranza che regge il Comune di Taranto, e leggo che ci sono ancora alcuni che chiedono la chiusura dell’area a caldo, allora dico che bisogna fare chiarezza” ha affermato Gozzi, “Non bisogna confondere ambientalizzazione e decarbonizzazione. L’impianto ex Ilva di Taranto è completamente ambientalizzato. La decarbonizzazione è l’eliminazione della Co2, e fino a oggi la Co2 non ha mai ammazzato nessuno”
Privilegi speciali, deroghe e incentivi per creare l’auto elettrica urbana più economica d’Europa. Bruxelles si prepara a rivoluzionare il mercato europeo con una nuova categoria di auto elettriche piccole “Made in Europe”, pensata per contrastare l’avanzata delle auto elettriche cinesi a basso costo e rilanciare la competitività dell’industria continentale. La Commissione vuole introdurre una classe di mini-elettriche ultracompatte dotate di privilegi esclusivi come parcheggi dedicati, accesso prioritario alle colonnine di ricarica e una esenzione di dieci anni dalle future normative europee, incluse quelle di sicurezza e gli standard Euro 7, così da garantire prezzi più bassi, produzione più rapida e una vera alternativa europea ai modelli asiatici più economici. Questa nuova categoria, chiamata provvisoriamente “Sejournette” in riferimento al commissario Stéphane Séjourné, sarà riservata a veicoli costruiti in Europa e con un peso inferiore a 1,5 tonnellate, una soglia pensata per rendere la produzione più efficiente e favorire le auto elettriche leggere, oggi considerate l’unico segmento in cui i produttori europei mantengono un chiaro vantaggio competitivo. Case come Renault, Stellantis e Volkswagen spingono da mesi per norme più flessibili che permettano di lanciare citycar elettriche economiche, capaci di competere davvero nella fascia di prezzo più sensibile del mercato. Tra i modelli che potrebbero beneficiare delle nuove regole figurano la Renault Twingo elettrica, la Citroën e-C3 e alcune versioni leggere della Volkswagen Golf, trasformandosi di fatto nelle potenziali protagoniste delle auto elettriche economiche europee. Il concept si ispira evidentemente alle celebri Kei Car giapponesi, piccole, agili e super convenienti, che dominano la mobilità urbana del Giappone: Bruxelles punta a importare quel successo creando una nuova generazione di auto elettriche urbane low-cost progettate per l’Europa. La proposta arriverà insieme alla revisione del controverso stop ai motori termici dal 2035, un passaggio critico del Green Deal: si valuta la possibilità di prolungare l’uso di ibridi plug-in e range extender per altri cinque anni o di introdurre un target di riduzione delle emissioni del 90% entro il 2035, lasciando un piccolo margine ai motori a combustione. Tutto sarà rivelato il 16 dicembre, una data che potrebbe ridefinire il futuro delle auto elettriche europee, della mobilità sostenibile e dell’intera strategia industriale dell’Unione.
Bedrock ha già una esperienza nell’acciaio. Anche il fondo americano Bedrock ha presentato la sua offerta per acquisire l’intero gruppo di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, l’ex Ilva. Bedrock ha formalizzato la sua offerta poco prima dellamezzanotte di ieri. Prima di Bedrock, era stato un altro fondo americano, Flacks Group, a consegnare l’offerta. Bedrock ha già una esperienza nell’acciaio: ha gestito la canadese Stelco che poi nel 2024 ha ceduto ai siderurgici americani di Cleveland Cliffs. Al contrario di Flacks Group che si è presentato alla gara solo aseguito del secondo bando lanciato ad agosto scorso, Bedrock, invece, ha partecipato anche alla gara partita con il primo bando di fine luglio 2024 e il deposito della sua offerta c’è stato a gennaio 2025 insieme a quelle di Jindal International e Baku Steel, due gruppi, quest’ultimi, poi ritiratisi. A confermarlo in una nota i Commissari Straordinari di Acciaierie d’Italia e di ILVA: “Entro il termine fissato alla mezzanotte dell’11 dicembre 2025 – scrivono in una nota – sono pervenute due offerte per l’acquisizione dei complessi aziendali facenti capo agli stabilimenti ex Ilva. Le proposte, entrambe relative all’acquisto di tutti i complessi aziendali, provengono da Bedrock Industries e Flacks Group. Le due offerte sono state regolarmente depositate secondo quanto previsto dalle procedure e i Commissari Straordinari procederanno ora all’esame delle proposte per valutarne la completezza e la conformità ai requisiti indicati nel bando. La procedura di gara rimane comunque aperta: come previsto dal bando, eventuali ulteriori soggetti interessati potranno presentare una propria offerta purché migliorativa rispetto a quelle già pervenute”.
È il fondo che ha offerto solo un euro per l’acquisto del gruppo dell’acciaio: ha stimato in circa 5 miliardi di euro il costo complessivo del risanamento e dichiara di aver già ottenuto l’appoggio finanziario di un gruppo di istituti italiani e statunitensi. A poche ore dalla scadenza dei termini per la presentazione delle offerte per l’acquisizione dell’ex Ilva – alle 24 di oggi – uno dei due gruppi in gara, il fondo americano Flacks Group con sede a Miami, spiega i contenuti della proposta già formalizzata ai commissari di Acciaierie d’Italia. E lo fa attraverso un’intervista che Michael Flacks, fondatore del gruppo, che è un fondo di investimento, ha rilasciato a Bloomberg. “Noi vogliamo farlo crescere – ha detto Flacks in relazione al polo dell’ex Ilva – Il nostro piano prevede 8.500 lavoratori”. Flacks, che è anche il fondo che ha offerto solo un euro per l’acquisto del gruppo dell’acciaio, dice di aver stimato in circa 5 miliardi di euro il costo complessivo del risanamento dell’ex Ilva e dichiara di aver già ottenuto l’appoggio finanziario di un gruppo di istituti italiani e statunitensi. Flacks prevede investimenti per portare la produzione di acciaio ed è a favore della presenza pubblica nell’azienda. Lo Stato manterrebbe una quota del 40% nell’ex Ilva che poi Flacks acquisterebbe in futuro per una cifra compresa tra 500 milioni e un miliardo di euro. Per Michael Flacks, “non si può costruire un’acciaieria di queste dimensioni da zero. A fine novembre i rappresentanti di Flacks sono stati a Tarantoe hanno visto gli impianti. Loro consulente per l’operazione sull’ex Ilva è Steel Business Europe. L’altra realtà da cui si attende oggi l’offerta è il fondo americano Bedrock, anch’esso interessato a tutta l’ex Ilva.
Il prossimo 18 dicembre, a Bruxelles, la manifestazione contro la politica agricola comune. L’accordo raggiunto sul prezzo del latte è l’esempio di quello che si può fare quando le parti si siedono ad un tavolo e si confrontano. Ad Atreju, la manifestazione organizzata da Fratelli d’Italia, a Roma le principali associazioni agricole si sono confrontate su quelle che sono le criticità del settore e le azioni comuni da intraprendere, a cominciare dalla manifestazione, il prossimo 18 dicembre, a Bruxelles contro la Politica agricola comune. Interviste a Francesco Lollobrigida, Ministro dell’Agricoltura; Ettore Prandini, Presidente Coldiretti; Tommaso Battista, Presidente Copagri
Ha espresso vicinanza alla comunità: “L’obiettivo è quello di garantire continuità produttiva, tutela dell’occupazione e valorizzazione delle competenze presenti sul territorio”. “La notizia della manifestazione di interesse formale per il sito Hiab di Statte, in provincia di Taranto, rappresenta un primo, importante passo verso una soluzione industriale concreta e radicata nel territorio. Ringrazio il ministro Adolfo Urso per l’impegno e la determinazione con cui sta seguendo questa vertenza, dimostrando ancora una volta come il Governo Meloni sia vicino ai territori e alle lavoratrici e ai lavoratori in difficoltà”. Lo dichiara la Senatrice pugliese di Fratelli d’Italia Maria Nocco, che ha partecipato come uditrice al tavolo convocato oggi presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, dove è stata annunciata la manifestazione di interesse da parte di un’azienda pugliese in espansione, interessata all’acquisizione e al rilancio del sito di Statte nel comparto metalmeccanico. “Ho voluto essere presente al tavolo per testimoniare la vicinanza concreta di Fratelli d’Italia a una comunità che merita rispetto e attenzione. L’obiettivo – prosegue la Senatrice Maria Nocco – è quello di garantire continuità produttiva, tutela dell’occupazione e valorizzazione delle competenze presenti sul territorio. Le prossime settimane saranno decisive per verificare la sostenibilità del progetto industriale e per definire i passaggi successivi, ma la strada tracciata dal MIMIT è quella giusta. Statte e il territorio di Taranto hanno già pagato un prezzo altissimo sul piano industriale, occupazionale e ambientale. Serve ora una visione strategica che valorizzi le energie migliori del Sud, rilanci l’industria sana e sostenibile, e restituisca prospettive reali ai lavoratori. Con il Governo Meloni – conclude Nocco – questa visione sta finalmente diventando realtà”.
Valori fondiari in aumento: +1,7% oltre l’inflazione, spiega la Coldiretti. Nel 2024 i valori dei terreni agricoli in Puglia tornano a crescere, segnando un aumento dell’1,7% che supera l’inflazione. Lo rileva Coldiretti Puglia sulla base dei dati del CREA Bari, evidenziando come il mercato fondiario regionale resti dinamico soprattutto nelle aree più produttive, tra cui il Tavoliere, le colline cerealicole e gli oliveti del Barese-Foggiano. In calo invece i vigneti da vino e le autorizzazioni al reimpianto, un settore che registra una fase di rallentamento. La situazione degli oliveti mostra un forte divario territoriale: nel nord della Puglia i valori crescono grazie all’ottima performance dell’olio, mentre nel Salento, ancora segnato dalla Xylella, i prezzi rimangono bassi nonostante l’avvio dei reimpianti e la lenta ripresa produttiva. I fondi pubblici destinati al settore risultano ad oggi insufficienti rispetto alle necessità reali del territorio. L’aumento delle compravendite è guidato principalmente dagli agricoltori professionali, che puntano ad ampliare le superfici aziendali e migliorare la redditività. A questi si affiancano investitori non agricoli sempre più interessati alla terra come alternativa ai mercati finanziari. I bandi del PSR hanno ulteriormente rafforzato il movimento del mercato.Il CREA sottolinea come il capitale fondiario si confermi un asset stabile anche nei periodi di crisi economica. I terreni più meccanizzabili e destinati a produzioni di qualità vedono una crescita dei valori, mentre le superfici marginali continuano a perdere attrattività. Avviare una nuova azienda agricola resta però impegnativo: la superficie media per azienda supera gli 11 ettari e l’accesso alla terra rappresenta l’ostacolo principale per i giovani under 35, spesso privi di terreni familiari. A complicare il quadro interviene il cambiamento climatico, che rende i terreni più vulnerabili ad alluvioni, frane ed eventi estremi; allo stesso tempo, cresce la richiesta di terreni irrigabili e aumenta l’impatto della diffusione di impianti per energie rinnovabili.Tra gli acquirenti prevalgono gli agricoltori, ma cresce anche il numero di privati interessati alla vita rurale; tra i venditori, invece, sono frequenti gli ex agricoltori o chi ha ereditato terreni senza volerli coltivare. Un ruolo importante per il 2024 lo svolge anche l’ottava edizione della Banca Nazionale delle Terre Agricole di ISMEA, che in Puglia mette in vendita 1.019 ettari con agevolazioni dedicate ai giovani agricoltori. L’iniziativa mira a sostenere il ricambio generazionale, promuovere l’innovazione e contrastare la fuga dei giovani verso altri settori.Secondo Coldiretti Puglia è indispensabile facilitare il ritorno alla terra, ridurre gli ostacoli burocratici e valorizzare il ruolo dell’agricoltura come motore di occupazione, sviluppo e sostenibilità ambientale.
Lo ha detto il presidente uscente della Regione Puglia, Michele Emiliano dopo il vertice al Ministero delle Imprese e del Made in Italy. “Il piano della chiusura e della cassa integrazione è stato completamente ritirato, e soprattutto ci è stata data assicurazione che lo stabilimento ex Ilva di Taranto continuerà a rifornire di coils l’impianto di Genova. Allo stato degli atti, questo tranquillizza sia il sindacato che i lavoratori, e anche un po’ tutti noi come Regione Puglia ed enti locali”. Lo dice Michele Emiliano, presidente uscente della Regione Puglia, dopo il vertice al Mimit sull’ex Ilva presenti anche le altre istituzioni del territorio.“Ci è stato confermato che il piano di decarbonizzazione va avanti in vista dell’individuazione di un acquirente. Sullo sfondo resta la questione posta da tutti noi: nel caso in cui non si dovesse trovare un acquirente privato, nelle modalità consentite dalla legge, lo Stato deve assumere la responsabilità della gestione dello stabilimento – rileva Emiliano -. Inoltre, è stata presentata una serie di ipotesi diinvestimento, alcuni dei quali conoscevamo già, altri sono cose nuove, che offrono la possibilità di riallocare alcune centinaia di eventuali esuberi nel corso del tempo. Si tratta di progetti che hanno una concretezza abbastanza relativa, ma che comunque appaiono dotati di una certa serietà dato il prestigioe la reputazione delle imprese che si sono fatte avanti”, conclude Emiliano.
Il Sottosegretario, Tullio Ferrante, assicura che i lavori avanzano secondo il cronoprogramma. Procedono secondo cronoprogramma gli interventi per la realizzazione della cassa di colmata nel porto di Brindisi, opera considerata strategica dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti per lo sviluppo dello scalo e per il rafforzamento del ruolo logistico del Mezzogiorno. Lo ha confermato il Sottosegretario al Mit, Tullio Ferrante, di Forza Italia, al termine di un incontro con il commissario straordinario dell’intervento, Ugo Patroni Griffi. Ferrante ha ribadito che “gli interventi relativi al lotto I procedono con continuità grazie al costante coordinamento delle strutture coinvolte” e che l’obiettivo è concludere i lavori entro giugno 2027. Parallelamente, proseguono le attività preparatorie del lotto II, la cui fase realizzativa potrà partire solo in un momento successivo, con l’intento – sottolinea il Sottosegretario – di accelerare le procedure autorizzative.Secondo Ferrante, la cassa di colmata rappresenta un’infrastruttura in grado di coniugare “sostenibilità ambientale e crescita del territorio”, dopo anni di rallentamenti burocratici. L’opera, sostenuta da Forza Italia e in particolare dal deputato brindisino Mauro D’Attis, è destinata – osserva il Mit – a rigenerare il tessuto urbano, aumentare attrattività e investimenti, creare nuove opportunità occupazionali e rafforzare la posizione del Sud nelle rotte del Mediterraneo.
In primo piano il futuro del porto. La crescita economica della Puglia, passa anche dal buon funzionamento dei porti, dalla creazione di posti di lavoro legati alle risorse del mare che vano nel contempo preservate. Investimenti e prospettive al centro del forum sulla blue economy, che ha fatto tappa a Bari. Riprese di Roberto cofanoMontaggio Maria Cristina Quintale
La proclamazione durante la prima assemblea pubblica del nuovo presidente Bari-Bat Mario Aprile, alla presenza del presidente nazionale Emanuele Orsini. Semplificazione e tempi certi per chi investe sono le priorità per le imprese che in Puglia hanno opportunità enormi vantando alta qualità e potendo sfruttare digitale e intelligenza artificiale, senza dimenticare il rinnovo delle Zes. I circa t miliardi degli anni scorsi si sono tradotti in 28 miliardi di investimenti e 35mila posti di lavoro. È questa la via. Parola del presidente nazionale di Confindustria Emanuele Orsini, intervenuto all’assemblea generale di Bari-Bat, la prima del presidente degli industriali baresi. Intervistato Mario Aprile, presidente Confindustria Bari-Bat
Ha dichiarato che per il siderurgico serve un piano che garantisca al tempo stesso continuità produttiva e processo di carbonizzazione. Si è concluso con un nulla di fatto l’incontro che si è svolto ieri a Toma sull’Ex ilva al Mimit tra ministro Adolfo Urso, alcune rappresentanze sindacali territoriali, sindaco di Taranto Piero Bitetti e governatore pugliese uscente Michele Emiliano. Il ministro Urso ha dichiarato che serve un piano che garantisca al tempo stesso continuità produttiva e processo di carbonizzazione. Ma ha anche affermato che, ove fosse necessario e richiesto, non si esclude la possibilità di un soggetto pubblico che possa contribuire a rendere più significativo e strutturato un investimento privato. “Conforta anche il fatto” – ha concluso Urso – “che gli enti locali vogliano cooperare per creare le migliori condizioni per il rilancio del siderurgico”.
Apre i battenti la terza edizione di Mecspe. Oltre 350 aziende partecipanti, un programma ricco di eventi per favorire la crescita delle imprese del Centro-Sud e del Mediterraneo. Tutto questo è Mecspe Bari 2025, la più importante fiera del settore manifatturiero del Mezzogiorno, organizzata da Senaf, e giunta oggi ormai alla terza edizione. Intervista a Ivo Nardella, pres. Senaf Gruppo Tecniche Nuove Riprese e montaggio di Roberto Cofano
La crescita economica convive con problemi strutturali: se da un lato l’occupazione aumenta, dall’altro l’esodo dei giovani e la scarsità di lavoro qualificato mettono a rischio il futuro. Ti ricordi il Sud che arrancava? Quello che sembrava sempre in ritardo, con cantieri fermi e giovani in fuga? Oggi la fotografia cambia. Il rapporto Svimez 2025 racconta un Mezzogiorno in crescita, più veloce del Centro‑Nord: tra il 2021 e il 2024 il PIL è aumentato dell’8,5% contro il 5,8% del resto del Paese, spinto dal Pnrr e da due settori chiave, costruzioni e manifattura. Le costruzioni segnano un +32,1%, la manifattura un +13,6%. Gli investimenti pubblici dei Comuni raddoppiano, passando da 4,2 a 8 miliardi tra 2022 e 2025. L’effetto è tangibile: cantieri che ripartono, strade rinnovate, opere pubbliche realizzate. La Puglia è l’esempio più vivido di questa dinamica. Le città principali crescono, aprono imprese, attraggono investimenti e sviluppano servizi. Nel 2024 il tasso di occupazione è salito al 50,8% e la disoccupazione è scesa all’11,2%. Il PIL regionale è in aumento e molte imprese, soprattutto nelle costruzioni, nella logistica e nel turismo, registrano un’espansione costante. Ma dietro le luci dei centri urbani ci sono ancora ombre: nelle zone interne e rurali la fuga dei giovani non si arresta. Laureati e talenti continuano a cercare opportunità al Centro‑Nord o all’estero, lasciando vuoti difficili da colmare. Il rischio è creare un Sud a due velocità: un’area urbana che corre e una periferia che resta indietro. La Basilicata mostra segnali simili. Il PIL cresce, +0,8% nel 2024, e gli investimenti pubblici comunali raddoppiano. Le città come Potenza e Matera guadagnano vitalità grazie a infrastrutture rinnovate, progetti culturali e piccole imprese. Ma nei comuni minori e nelle zone montane la situazione è più fragile: la perdita di occupati nel settore industriale è stata del 4% nei primi nove mesi del 2024 e la fuga dei giovani pesa sul tessuto sociale ed economico. Anche qui il rischio è quello di uno sviluppo a macchia di leopardo, con alcune aree virtuose e altre che rimangono indietro. Il Sud però non è solo numeri. La crescita economica convive con problemi strutturali: se da un lato l’occupazione aumenta, dall’altro l’esodo dei giovani e la scarsità di lavoro qualificato mettono a rischio il futuro. Tra il 2022 e il 2024 175mila 25‑34enni hanno lasciato il Meridione, di cui molti laureati. Questo fenomeno sottrae ogni anno al Sud oltre 6,7 miliardi di euro in formazione e competenze, più 1,2 miliardi verso l’estero. La sfida è chiara: trasformare la crescita in sviluppo stabile. Servono lavoro qualificato, infrastrutture sociali, sanità, scuole, trasporti e servizi culturali che rendano il territorio vivibile e attrattivo. La Puglia e la Basilicata mostrano oggi che la ripresa è possibile, ma senza politiche di coesione, reti di servizi e attenzione al capitale umano il rischio è che il Mezzogiorno cresca a macchia di leopardo, lasciando indietro chi vive nelle aree interne. Il futuro del Sud si gioca qui: trattenere i giovani, creare opportunità, attrarre investimenti, migliorare servizi e infrastrutture, garantire salari dignitosi. Se il Sud saprà gestire questa fase con visione e lungimiranza, potrà diventare un motore stabile di sviluppo per l’Italia intera. La Puglia e la Basilicata sono il laboratorio di questa sfida: mostrano che la ripresa non è un miraggio, ma una possibilità concreta, a patto che le persone restino al centro delle politiche e delle scelte economiche.
La prima parte dell’anno aveva mostrato segnali positivi, ma nel secondo trimestre la ripresa si è praticamente fermata. La crescita dell’economia pugliese nel primo semestre del 2025 è stata debole: il Pil è aumentato solo dello 0,3%, meno della media nazionale e del Mezzogiorno, e leggermente sotto le previsioni del 2024. La prima parte dell’anno aveva mostrato segnali positivi, ma nel secondo trimestre la ripresa si è praticamente fermata, frenata dalla scarsa spesa delle famiglie e dal calo della domanda estera, influenzata da mercati internazionali turbolenti e tensioni geopolitiche. L’industria ha faticato: il comparto dei trasporti e quello siderurgico, in particolare, hanno registrato cali significativi, quest’ultimo segnato dalla crisi di Acciaierie d’Italia a Taranto. Buone notizie arrivano invece dall’alimentare, dagli investimenti in ripresa e dalle costruzioni, spinte dalle opere pubbliche del Pnrr, così come dal mercato immobiliare. Nel terziario l’attività cresce lentamente: il turismo sostiene il settore, ma i consumi delle famiglie restano stagnanti. Le imprese mantengono una buona redditività e liquidità elevata, mentre i prestiti al settore produttivo, dopo due anni di contrazione, hanno cominciato a riprendersi grazie al costo del credito più basso. Sul fronte del lavoro, gli occupati calano lievemente, interrompendo quattro anni di crescita, con un saldo negativo soprattutto nei contratti a termine e richieste di ammortizzatori sociali ancora alte, in particolare nel siderurgico. Il reddito delle famiglie cresce poco e il potere d’acquisto resta frenato dall’inflazione, ma i mutui abitativi spingono i prestiti, mentre il credito al consumo mantiene livelli simili al 2024. La qualità del credito rimane elevata, con minori ritardi nei rimborsi, mentre la raccolta bancaria cresce grazie ai depositi in aumento e al rialzo del valore dei titoli custoditi presso le banche.
La regione resta una delle capitali italiane dell’apicoltura: 1.070 aziende producono mieli diversissimi tra loro. Il miele d’importazione, soprattutto da Paesi extra UE, viene venduto in media a 2,14 euro al chilo. Una cifra che non copre neppure i costi di produzione italiani. In Puglia, proteggere quasi 32.000 alveari e oltre 13.000 sciami non è più soltanto una questione agricola: è una corsa contro il tempo per salvare un pezzo di futuro. In una regione dove la siccità si fa sentire come un macigno, gli eventi climatici estremi diventano sempre più frequenti e l’abbandono dei terreni – conseguenza indiretta della Xylella – compromette le fioriture, le api vivono in uno stato di allerta permanente. Ogni stagione è una scommessa, ogni fioritura un’incognita. Per questo Coldiretti Puglia accoglie con favore l’attivazione, da parte dell’Autorità di Gestione del Complemento di Sviluppo Rurale 2023/2027, di un nuovo sostegno alle aziende apistiche impegnate nella tutela della biodiversità e della sostenibilità ambientale. Il contributo entrerà in vigore nel 2026, ma il segnale politico e sociale arriva già oggi, forte e chiaro: salvare le api significa salvare l’equilibrio stesso del territorio. Le api non sono soltanto piccole operaie in volo tra i campi: sono un pilastro invisibile della vita quotidiana. Coldiretti ricorda che api domestiche e selvatiche permettono la riproduzione del 70% delle specie vegetali e rappresentano un termometro ambientale capace di raccontare, con sorprendente precisione, lo stato di salute dei nostri ecosistemi. Tre colture su quattro, in Italia, dipendono da loro. Frutti simbolo della Puglia – dalle ciliegie ai meloni, dalle fragole ai cocomeri – ma anche mele, pere, agrumi, prodotti che finiscono ogni giorno sulle nostre tavole, esistono grazie a un esercito silenzioso che lavora nei campi senza chiedere nulla in cambio. E se l’impollinazione si ferma, tutto il resto si ferma con lei. I dati Ispra confermano un quadro che non può lasciare indifferenti: quasi il 90% delle piante selvatiche da fiore e il 75% delle colture agrarie mondiali richiedono, in tutto o in parte, l’impollinazione animale. E in Puglia questo processo è oggi un gigante fragile, minacciato da siccità, temperature anomale e crisi idriche che alterano i cicli delle fioriture. Nonostante ciò, la regione resta una delle capitali italiane dell’apicoltura: 1.070 aziende producono mieli diversissimi tra loro, specchio della ricchezza botanica e climatica del territorio. Dal profumato miele di mandorlo a quello di agrumi, dal rosmarino e timo ai mieli più rari come fiordaliso, sulla, eucalipto, coriandolo, trifoglio, millefiori. Un mosaico di qualità che attira l’interesse crescente di donne e giovani, protagonisti della nuova apicoltura pugliese, più innovativa e sempre più attenta alla sostenibilità. Eppure il nemico non vola: arriva dall’estero, spesso nascosto dentro vasetti dal prezzo troppo basso per essere vero. Il miele d’importazione, soprattutto da Paesi extra UE, viene venduto in media a 2,14 euro al chilo. Una cifra che non copre neppure i costi di produzione italiani. La Commissione europea, in una sua recente indagine, ha rilevato irregolarità nel 46% dei campioni analizzati: percentuali inquietanti che raccontano un mercato distorto, dove sciroppi zuccherini, coloranti e additivi vengono utilizzati per adulterare il miele e aumentarne il volume, mascherandone origine e qualità. Le partite più sospette arrivano dalla Cina, da cui proviene il 74% dei campioni irregolari, mentre la Turchia detiene il primato percentuale con il 93% dei casi fuori norma. Numeri che accendono un faro su un fenomeno non marginale: concorrenza sleale che penalizza i produttori onesti e confonde i consumatori. In questo scenario, l’etichettatura di origine obbligatoria diventa la bussola indispensabile per orientarsi. Coldiretti lo ripete da anni: solo controllando la provenienza si può distinguere il vero miele Made in Italy. La legge è chiara. Se il prodotto è interamente italiano, la parola “Italia” deve comparire in etichetta in modo esplicito e leggibile. Se proviene da più Paesi europei, deve essere indicata la dicitura “miscela di mieli originari della Ue”, con il dettaglio dei singoli Stati. Lo stesso vale per le miscele di mieli extra UE o per quelle miste, europee e non. Trasparenza totale per difendere i produttori, ma anche per garantire ai consumatori ciò che acquistano. Per non cadere nelle trappole del mercato e per sostenere davvero un settore che custodisce la biodiversità, Coldiretti Puglia invita i cittadini a un gesto semplice ma decisivo: leggere con attenzione l’etichetta o, meglio ancora, acquistare il miele direttamente dai produttori locali, nelle aziende agricole, negli agriturismi o nei mercati di Campagna Amica. È un modo concreto per difendere le api, tutelare l’ambiente e garantire un futuro a un mestiere che conosce la fatica del sole e la delicatezza del volo. In un mondo che corre e consuma, scegliere un miele vero diventa un piccolo atto di resistenza: un modo per proteggere ciò che non può parlare ma da cui dipende, silenziosamente, la vita di tutti.
Presentata la XV edizione di “Olio di famiglia”. Torna l’appuntamento con l’iniziativa della Copagri “Olio di famiglia”, un concorso dedicato ai piccoli e piccolissimi produttori di olio extravergine di oliva. Coinvolti quindi anche gli studenti di alcuni istituti agrari pugliesi. Riprese e Montaggio Massimo D’OlimpioIntervista ad Angelinda Griseta, Dir. Sc. IISS Basile Caramia Locorotondo- Alberobello
E’ uno dei due fondi americani che si e’ presentato alla gara per la vendita dell’azienda. Saranno domani e dopodomani in visita all’ex Ilva di Taranto, con una delegazione tecnica, irappresentanti di Flacks Group, uno dei due fondi americani che si e’ presentato alla gara per la venditadell’azienda, dichiarando di essere interessato ad acquisire l’intero gruppo ex Ilva. L’altro fondo e’ invece Bedrock, che si era gia’ presentato alla gara precedente chiusa a gennaio. Flacks non e’ mai venuto a vedere gli impianti di Taranto, come non e’ mai venuto Bedrock, al contrario degli azeri di BakuSteel e degli indiani di Jindal, presenti alla precedente gara ma non all’attuale, che invece gli impianti gli hanno visti. Ci sarebbero poi altri due gruppi extrauropei interessati, che hanno chiesto al Mimit chesia per ora mantenuta riservatezza sulla loro identita’. Circola l’ipotesi che uno dei due nuovi soggetti presentatisi per acquisire l’ex Ilva possa essere EM Steel, azienda siderurgica degli Emirati Arabi.
L’Agcom invita a non abbassare la guardia: lo spoofing si sta progressivamente spostando verso chiamate dall’estero con numeri internazionali. Il secondo filtro anti-spoofing dell’Agcom, entrato in funzione il 19 novembre, ha subito mostrato la sua efficacia: circa 7,5 milioni di chiamate dall’estero con numeri italiani vengono bloccate ogni giorno, dimostrando quanto fosse ampia la diffusione di questa pratica illegale. Lo spoofing è una tecnica con cui il chiamante maschera il proprio numero reale facendolo apparire come un numero italiano, spesso molto simile a quelli usati dai servizi clienti o dagli operatori telefonici, per aumentare la credibilità della chiamata. Un esempio tipico è quello della telefonata apparentemente proveniente da un prefisso mobile italiano — per esempio un “+39 347…” — quando in realtà parte da un call center all’estero che tenta di ottenere dati personali o di proporre contratti non richiesti. L’Autorità, nel tracciare un primo bilancio provvisorio, ha raccolto i dati dei principali operatori, TIM, Vodafone-Fastweb, WindTre e Iliad. Le percentuali di chiamate illecite provenienti da numeri mobili bloccate oscillano tra il 50% e il 90%, numeri che parlano chiaro sulla portata del fenomeno. La delibera prevede il blocco delle chiamate mobili provenienti dall’estero con numeri italiani, con l’esclusione dei clienti effettivamente in roaming. Si tratta della seconda fase: la prima, avviata il 19 agosto, riguardava le chiamate dall’estero con numerazione fissa. I dati riferiti al periodo 19-21 novembre mostrano già che le chiamate bloccate dai numeri mobili sono circa sei volte superiori a quelle della prima fase, che registrava 1,3 milioni di blocchi al giorno. Nonostante il provvedimento stia funzionando, l’Agcom invita a non abbassare la guardia: lo spoofing si sta progressivamente spostando verso chiamate dall’estero con numeri internazionali, che non possono essere bloccate con l’attuale normativa. L’Autorità raccomanda quindi ai cittadini di prestare attenzione a telefonate sospette, in particolare quando vengono proposti contratti o servizi di varia natura. Si prevede inoltre un aumento dello spoofing originato direttamente in Italia. L’Agcom continuerà a vigilare e a irrogare sanzioni, grazie a un quadro regolamentare ormai chiaro e consolidato che consente di risalire facilmente ai responsabili delle chiamate illecite. Parallelamente, associazioni come Consumerismo no profit chiedono un’indagine parlamentare sul telemarketing invasivo, mentre il Codacons sottolinea che il filtro ha ridotto le telefonate illecite ma non le ha eliminate del tutto. Continuano infatti ad arrivare chiamate legali da call center italiani, numeri esteri non italiani, falsi numeri italiani originati in Italia e numeri fissi stranieri realmente esistenti. I dati dei gestori confermano la potenza dello strumento. Un primo operatore ha bloccato dal 19 al 21 novembre 8,1 milioni di chiamate da mobile, una media di 2,7 milioni al giorno. Un secondo gestore, dal 19 al 23 novembre, ha bloccato 8,3 milioni di chiamate su 17 milioni ricevute, pari al 50%, con una media giornaliera di 1,7 milioni di blocchi. Il terzo gestore, nella sola giornata del 21 novembre, ha richiesto il blocco di 2,9 milioni di chiamate su 3,15 milioni totali, pari a circa il 90%. Un quarto operatore, nel periodo 20-23 novembre, ha fermato 650.000 chiamate su circa 940.000 totali, pari al 70%, con una media di 162.000 blocchi al giorno. Il messaggio è chiaro: il filtro funziona e riduce drasticamente le chiamate illecite, ma non può fermare del tutto lo spoofing e il telemarketing molesto. Il fenomeno evolve, si sposta sui numeri internazionali o si origina dall’interno del territorio nazionale, e richiede quindi attenzione costante da parte dei cittadini e vigilanza attiva da parte delle autorità. Solo così sarà possibile proteggere chi riceve telefonate indesiderate e mantenere alto il livello di controllo sulle pratiche abusive dei call center, italiani e stranieri.
In frenata il pil del mezzogiorno stimato per il 2025 e il 2026 . L’economia del Sud Italia guarda al 2026 con un misto di speranze e sfide importanti, e in particolare le regioni di Puglia e Basilicata rappresentano casi emblematici di questa complessità: da un lato registrano segnali incoraggianti, dall’altro evidenziano disuguaglianze strutturali che richiedono politiche mirate per consolidare la crescita e trasformarla in sviluppo sostenibile. Secondo gli ultimi rapporti, il Sud ha registrato una crescita del PIL pari a +0,9% nel 2024, superando la media del Centro‑Nord (+0,7%). Gran parte di questa performance è riconducibile agli investimenti in costruzioni (+4,9% al Sud), fortemente trainati dalle opere pubbliche del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Tuttavia, le previsioni per il biennio 2025‑2026 indicano che il Meridione tornerà a crescere più lentamente rispetto al Centro‑Nord: +0,7% di PIL stimato per il 2025 e +0,8% per il 2026, contro l’1,0% e l’1,1% del resto del Paese. Questa frenata appare legata a fattori sia esterni che interni. Da un lato, il contesto europeo rimane debole, con vincoli di bilancio e pressioni sui costi dell’energia; dall’altro, l’effetto stimolo degli anni passati legato al PNRR tende a esaurirsi, con tre quarti della crescita del Mezzogiorno nel triennio 2024‑2026 derivante proprio dai fondi del Piano. Inoltre, il potere d’acquisto delle famiglie meridionali è previsto in aumento nel 2026 (+1,1%) grazie a una decelerazione nell’inflazione interna al Sud, ma il Centro‑Nord manterrà un vantaggio nella spesa per servizi, in particolare grazie al turismo. Uno degli aspetti critici resta il mercato del lavoro. Nonostante una “ripresa occupazionale”, il Mezzogiorno continua a fare i conti con salari reali in calo: tra la fine del 2019 e la prima metà del 2024, i salari reali al Sud si sono ridotti di circa il 5,7%. Al tempo stesso, ci sono ancora circa tre milioni di lavoratori “non lavoro” (cioè sottoutilizzati o inattivi) nelle regioni meridionali, sebbene la quota sia diminuita rispetto agli anni precedenti. A questa complessità si aggiunge il “sommerso”: nel Mezzogiorno l’economia non osservata rappresenta il 16,5% del valore aggiunto, un’incidenza molto più alta rispetto ad altre aree del Paese. Questo fenomeno limita la piena emersione del potenziale economico del Sud e influisce negativamente su entrate fiscali, qualità del lavoro e capacità di investimento. D’altro canto, ci sono motivi di ottimismo strategico. Il Centro Studi SRM sottolinea che il Mezzogiorno ha recuperato terreno in termini di PIL: nel 2023 il PIL del Sud ha superato del +6,7% il livello pre‑pandemico (2019), mentre la media nazionale ha registrato un +4,8%. Gli investimenti innovativi nel settore industriale meridionale sono cresciuti: circa il 65% delle imprese manifatturiere ha investito nell’ultimo triennio, e il 40% degli investimenti è “innovativo” contro il 33,1% della media nazionale. Questo è un segnale di maggiore propensione delle aziende del Sud a modernizzarsi e ad agganciarsi alle catene del valore più avanzate. Infrastrutture grandi e strategiche giocano un ruolo chiave nelle prospettive per il 2026. La realizzazione di una nuova linea ferroviaria ad alta velocità fra Napoli e Bari, ad esempio, collegherà due mari, ridurrà i tempi di viaggio e potenzialmente favorirà il rilancio delle aree interne, tra cui molte zone della Puglia e Basilicata. Solo nella fase costruttiva, il progetto potrebbe generare oltre 62.000 posti di lavoro e 4 miliardi di euro di business. Una citazione significativa arriva da Adriano Giannola, presidente di Svimez: “Le nostre previsioni per il meridione nel 2025‑2026 sono meno rosee rispetto al passato: si riapre la forbice del divario” tra Sud e Centro-Nord. Giannola richiama la necessità di non dipendere solo dal PNRR, ma di costruire una crescita strutturale che duri nel tempo, sostenuta da riforme, infrastrutture e politiche industriali. Dal punto di vista della Banca d’Italia, il governatore Fabio Panetta ha sottolineato come vi siano “segni incoraggianti” nel Sud: in alcuni recenti indicatori, l’espansione economica meridionale sta procedendo con una certa solidità, ma per consolidarla servono investimenti infrastrutturali e riforme strutturali. Panetta ha indicato la necessità di potenziare la rete ferroviaria, le infrastrutture portuali e la gestione delle risorse idriche, condizioni essenziali per sostenere un’economia moderna e resiliente. Un’altra riflessione riguarda il capitale umano. L’emigrazione giovanile è sempre stata un grande limite per il Sud, ma i flussi potrebbero invertire tendenza se le opportunità di lavoro e di vita migliorano. Alcuni segnali indicano già un ritorno di lavoratori, attratti da progetti infrastrutturali, da una qualità della vita migliore e da costi più bassi rispetto al Nord. Se questo trend si stabilizza, può contribuire a una rigenerazione demografica ed economica significativa. Tuttavia, il percorso non è privo di rischi. La dipendenza dagli investimenti pubblici — in particolare dal PNRR — è un’arma a doppio taglio: se le risorse esterne diminuissero o se l’efficienza nella spesa diminuisse, il Mezzogiorno potrebbe tornare a soffrire. In più, la persistente informalità economica rende più fragile la base fiscale e imprenditoriale della regione. Senza riforme profonde in materia di governance locale, capitale umano e infrastrutture sociali (scuole, sanità, servizi), la crescita prevista rischia di restare parzialmente “di superficie”. Le prospettive per il 2026 dunque sono ambivalenti: da un lato, ci sono segnali positivi reali — investimenti pubblici, modernizzazione industriale, ritorno di popolazione, progetti infrastrutturali strategici — dall’altro, restano grandi nodi irrisolti: il sommerso, i salari reali bassi, la dipendenza da finanziamenti esterni e una struttura produttiva ancora fragile. Per far sì che il Mezzogiorno non solo cresca ma si trasformi in un motore stabile e autonomo dell’economia italiana, servirà un mix di strategie. Occorrerà consolidare gli investimenti in infrastrutture materiali e sociali, rendere più efficiente la spesa, incentivare la formalizzazione dell’economia, rafforzare le imprese meridionali con politiche di innovazione, e soprattutto puntare sul capitale umano, trattenendo giovani talenti e rendendo le regioni del Sud, in particolare Puglia e Basilicata, mete attrattive non solo per lavoro ma anche per una vita sostenibile. Se questi elementi verranno combinati con coerenza e visione di lungo termine, il 2026 potrebbe segnare una tappa importante nella riduzione del divario Nord‑Sud e nell’emergere di un Mezzogiorno più competitivo e integrato nel sistema nazionale ed europeo. In caso contrario treni e aerei continueranno a partire sempre dal Sud con destinazione il Nord.

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