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Maurizio Marangelli

Feste, tredicesime e tradizione accendono la spesa, tra rincari delle materie prime e tenuta delle imprese artigiane. A dicembre i consumi di alimenti e bevande in Puglia raggiungono un valore stimato di 2,1 miliardi di euro. A rilevarlo è il Centro Studi di Confartigianato Imprese Puglia, che evidenzia come il comparto dell’artigianato alimentare continui a mostrare segnali di vitalità, distinguendosi positivamente rispetto ad altri settori del commercio. Il quadro economico generale resta fragile, condizionato dalle tensioni geopolitiche internazionali e dall’impatto dei dazi statunitensi. Tuttavia, il periodo delle festività rappresenta un momento chiave per i consumi: tra Natale e fine anno si assiste a un deciso incremento degli acquisti, con una concentrazione che supera il 10 per cento delle vendite annuali al dettaglio (10,5%). A favorire la spesa contribuisce anche l’erogazione delle tredicesime, che consente alle famiglie di destinare maggiori risorse a prodotti alimentari e regali. In questo contesto, l’artigianato si conferma sinonimo di qualità e tradizione. Il patrimonio agroalimentare pugliese può contare su un’ampia varietà di prodotti certificati Dop, Igp e Stg, oltre a vini a denominazione e ai Prodotti Agroalimentari Tradizionali (P.A.T.), realizzati secondo tecniche di lavorazione e conservazione tramandate nel tempo. Dai prodotti da forno e dolciari ai cereali, dai formaggi all’ortofrutta fino all’olio, la Puglia esprime una ricchezza enogastronomica che si traduce in 379 P.A.T., contribuendo al primato del Mezzogiorno per numero di specialità tradizionali. Il peso dell’artigianato nel settore alimentare regionale è rilevante: su 4.832 imprese attive, 2.554 sono artigiane. Ma il valore dell’artigianato durante il periodo natalizio va oltre il solo comparto alimentare. Accanto ad esso opera l’artigianato artistico, che con ceramiche, tessuti e luminarie contribuisce a creare l’atmosfera tipica del Natale pugliese, generando un intreccio virtuoso tra economia, cultura e identità locale. Sul versante dei prezzi alla produzione, nei primi nove mesi del 2025 i prodotti alimentari registrano un aumento medio del 2,1%, superiore alla crescita della manifattura (+0,4%), mentre le bevande segnano una flessione dello 0,6%. All’interno del comparto alimentare si rilevano incrementi particolarmente significativi per la lavorazione di tè e caffè (+16,4%), la produzione di cacao, cioccolato e confetteria (+15,4%), la lavorazione e conservazione delle carni (+5,8%) e il settore lattiero-caseario (+5,3%). Crescono anche i prezzi di margarina e grassi similari (+4,0%) e dei succhi di frutta e ortaggi (+2,7%). Tra le bevande, l’unico aumento riguarda le altre bevande fermentate non distillate, con un +2,0%. Le tensioni si riflettono anche sui prezzi al consumo. A ottobre 2025, i prodotti alimentari e le bevande analcoliche registrano un incremento del 2,5% su base annua, valore doppio rispetto all’inflazione media dell’1,2%, seppur in rallentamento rispetto al 3,7% del mese precedente. Spiccano gli aumenti a doppia cifra per cacao e cioccolato in polvere (+21,9%), caffè (+20,6%) e cioccolato (+10,1%), tutti in lieve decelerazione rispetto ai mesi precedenti. «Da tempo le imprese sono alle prese con forti rincari delle materie prime – spiega Nicola Giotti, presidente della categoria dolciario di Confartigianato Puglia – e questo incide inevitabilmente sui prezzi finali. A ciò si aggiunge il peso dei costi energetici, fondamentali per le produzioni alimentari che richiedono un utilizzo intensivo di forni, frigoriferi e impianti di conservazione». Giotti sottolinea come, nonostante il crescente apprezzamento dei consumatori per la qualità delle produzioni artigiane, i margini delle imprese si stiano riducendo: «Il caso del cioccolato è emblematico: dopo il crollo produttivo in Africa Occidentale nel 2023, i costi sono triplicati. Lo stesso vale per uova, nocciole e persino per materiali accessori come carta e imballaggi». Da qui l’invito ai consumatori a considerare questi fattori al momento dell’acquisto, nella consapevolezza che gli aumenti non derivano da scelte speculative, ma da esigenze di sostenibilità economica. Un messaggio condiviso anche dal presidente di Confartigianato Imprese Puglia, Michele Dituri: «Scegliere prodotti e servizi degli artigiani e delle imprese locali significa investire in qualità, autenticità e identità territoriale. Ogni prodotto artigianale racchiude una storia di lavoro, competenza e passione che rafforza il tessuto economico, sociale e culturale delle comunità». In quest’ottica, Confartigianato rilancia anche quest’anno la campagna “AcquistiAmo locale”, invitando cittadini e famiglie a regalare e a regalarsi prodotti artigianali made in Italy, espressione della creatività e delle tradizioni dei territori.

Piani di prevenzione ed educazione alimentare fondamentali per ridurre gli sprechi nelle regioni meridionali. Il Sud Italia registra i valori più alti di spreco alimentare domestico, con una media settimanale pro capite di 628,6 grammi, circa il 13% in più rispetto alla media nazionale, secondo l’analisi di Ener2Crowd, piattaforma italiana per investimenti ESG, basata su dati di Waste Watcher International, International Center for Social Research ed Eurostat. Nello specifico, Puglia e Basilicata figurano tra le regioni più critiche: il livello di spreco alimentare domestico nella Puglia supera la media del Sud, con stime che si aggirano intorno a 640 grammi a settimana per persona, mentre in Basilicata si registrano valori simili, intorno ai 630 grammi, evidenziando come le disuguaglianze economiche e infrastrutturali contribuiscano significativamente a questa problematica. Nel Nord Italia, invece, lo spreco medio settimanale è di 515,2 grammi pro capite, con una riduzione del 7% rispetto alla media nazionale, mentre al Centro scende a 490,6 grammi, circa 12% in meno della media nazionale. Questa frattura geografica non è solo numerica: riflette disuguaglianze economiche, carenze infrastrutturali e un accesso più limitato a servizi efficienti per la gestione dei rifiuti. «Dove il reddito è più basso e i servizi meno efficienti, lo spreco tende ad aumentare», sottolineano gli analisti di Ener2Crowd. Il Natale 2025 porta con sé un calo dello spreco alimentare previsto su tutto il territorio nazionale, ma il divario tra Nord e Sud rimane significativo, rappresentando un ostacolo per una reale economia circolare. Per esempio, durante le festività natalizie (dal 24 dicembre 2025 al 6 gennaio 2026), lo spreco domestico stimato a Roma è di 551,9 grammi pro capite, pari a un totale di 40.525 tonnellate, mentre Milano registra lo stesso dato pro capite, ma uno spreco complessivo inferiore, 34.043 tonnellate, per via della diversa popolazione. In Puglia e Basilicata, le stime per le festività non sono ancora pubbliche con precisione, ma considerando il trend regionale e la popolazione, gli esperti prevedono valori superiori ai 600 grammi a persona, confermando la necessità di interventi mirati per la prevenzione dello spreco e per promuovere pratiche di consumo sostenibile. Le cause dello spreco alimentare sono molteplici: acquisti eccessivi, cattiva conservazione degli alimenti, scarsa pianificazione dei pasti e difficoltà nel riutilizzo delle eccedenze. In regioni come Puglia e Basilicata, si aggiungono criticità legate ai servizi di raccolta e smaltimento dei rifiuti, insieme a una minore cultura della prevenzione domestica dello spreco. Gli esperti invitano quindi a strategie mirate: campagne di sensibilizzazione, educazione alimentare nelle scuole e incentivi per le famiglie che riducono gli sprechi. Solo così, secondo Ener2Crowd, sarà possibile ridurre concretamente le differenze tra Nord e Sud e rendere l’Italia più vicina a un’economia circolare davvero sostenibile.

Privilegi speciali, deroghe e incentivi per creare l’auto elettrica urbana più economica d’Europa. Bruxelles si prepara a rivoluzionare il mercato europeo con una nuova categoria di auto elettriche piccole “Made in Europe”, pensata per contrastare l’avanzata delle auto elettriche cinesi a basso costo e rilanciare la competitività dell’industria continentale. La Commissione vuole introdurre una classe di mini-elettriche ultracompatte dotate di privilegi esclusivi come parcheggi dedicati, accesso prioritario alle colonnine di ricarica e una esenzione di dieci anni dalle future normative europee, incluse quelle di sicurezza e gli standard Euro 7, così da garantire prezzi più bassi, produzione più rapida e una vera alternativa europea ai modelli asiatici più economici. Questa nuova categoria, chiamata provvisoriamente “Sejournette” in riferimento al commissario Stéphane Séjourné, sarà riservata a veicoli costruiti in Europa e con un peso inferiore a 1,5 tonnellate, una soglia pensata per rendere la produzione più efficiente e favorire le auto elettriche leggere, oggi considerate l’unico segmento in cui i produttori europei mantengono un chiaro vantaggio competitivo. Case come Renault, Stellantis e Volkswagen spingono da mesi per norme più flessibili che permettano di lanciare citycar elettriche economiche, capaci di competere davvero nella fascia di prezzo più sensibile del mercato. Tra i modelli che potrebbero beneficiare delle nuove regole figurano la Renault Twingo elettrica, la Citroën e-C3 e alcune versioni leggere della Volkswagen Golf, trasformandosi di fatto nelle potenziali protagoniste delle auto elettriche economiche europee. Il concept si ispira evidentemente alle celebri Kei Car giapponesi, piccole, agili e super convenienti, che dominano la mobilità urbana del Giappone: Bruxelles punta a importare quel successo creando una nuova generazione di auto elettriche urbane low-cost progettate per l’Europa. La proposta arriverà insieme alla revisione del controverso stop ai motori termici dal 2035, un passaggio critico del Green Deal: si valuta la possibilità di prolungare l’uso di ibridi plug-in e range extender per altri cinque anni o di introdurre un target di riduzione delle emissioni del 90% entro il 2035, lasciando un piccolo margine ai motori a combustione. Tutto sarà rivelato il 16 dicembre, una data che potrebbe ridefinire il futuro delle auto elettriche europee, della mobilità sostenibile e dell’intera strategia industriale dell’Unione.

L’Istat: -45 mila occupati sul trimestre, tasso stabile al 62,5%. Aumentano ore lavorate e costo del lavoro, crescita più marcata nel Mezzogiorno. Il mercato del lavoro italiano presenta segnali contrastanti tra occupazione in lieve calo, aumento delle ore lavorate e crescita del costo del lavoro, con differenze significative tra Nord e Sud. Secondo gli ultimi dati dell’Istat, il numero degli occupati – depurato dagli effetti stagionali – scende di 45 mila unità rispetto al trimestre precedente, attestandosi a 24 milioni 102 mila (-0,2%). Su base annua, dopo diciassette trimestri di crescita ininterrotta, il numero di occupati resta sostanzialmente stabile (24 milioni 123 mila, -7 mila). Il tasso di occupazione tra i 15 e i 64 anni si conferma al 62,5%, invariato rispetto al terzo trimestre 2024. Dietro questa media, però, si registrano forti differenze territoriali: aumento nel Mezzogiorno, grazie soprattutto a regioni come Puglia e Basilicata, mentre si osserva un lieve calo nel Centro-Nord. Questo trend evidenzia come il Sud continui a giocare un ruolo chiave nel consolidamento dell’occupazione nazionale. Le ore lavorate per dipendente crescono dell’1,0% rispetto al trimestre precedente e dell’1,3% su base annua. Le ore di cassa integrazione (Cig) diminuiscono di 1,5 ore ogni mille ore lavorate, mentre prosegue, seppur a ritmi più lenti, il calo delle posizioni in somministrazione (-0,1% sul trimestre; -1,9% su base annua). Il lavoro intermittente, invece, continua a espandersi da dodici trimestri consecutivi: +0,5% congiunturale e +6,0% annuo. Cresce anche il costo del lavoro per ULA (+0,8% sul trimestre). ULA significa “Unità di Lavoro Annua”, un indicatore che misura il lavoro equivalente a tempo pieno: in pratica, un ULA corrisponde al lavoro di un dipendente a tempo pieno per un anno. L’aumento del costo del lavoro per ULA riflette la crescita sia delle retribuzioni (+0,7%) sia dei contributi sociali (+1,2%). Su base annua, il costo del lavoro sale complessivamente del 3,3%, con un incremento marcato dei contributi sociali (+4,8%) e delle retribuzioni (+2,8%). Questi dati riflettono una dinamica significativa anche per il Sud Italia, dove le aziende delle regioni meridionali, incluse Puglia e Basilicata, stanno affrontando un aumento dei costi del lavoro. Il tasso di posti vacanti si attesta all’1,8%, in aumento di 0,1 punti sul trimestre precedente e in diminuzione di 0,2 punti rispetto allo stesso trimestre 2024. La presenza di posti vacanti nel Sud, e in particolare nelle province pugliesi e lucane, evidenzia la difficoltà di alcune imprese locali nel reperire figure qualificate, nonostante la crescita complessiva dell’occupazione. Nella Nota metodologica sono riportati gli intervalli di confidenza delle stime campionarie dei principali indicatori non destagionalizzati, sia sull’offerta di lavoro sia su alcuni aspetti della domanda di lavoro, fornendo così un quadro completo e affidabile della situazione occupazionale in Italia e nelle regioni del Sud.

Medici specialisti saranno in più punti della città per comunicare ai cittadini i vantaggi dei vaccini come forma di prevenzione. Il progetto “Vacciniamo il futuro” è stato avviato da comune e ASL di bari con il sostegno della Regione. Il trend della campagna vaccinale anti influenzale è positivo: finora sono state somministrate 267mila dosi di cui 151mila a over65. Per evitare altre patologie occorre però estendere i vaccini oltre il periodo influenzale Intervistato Filippo Anelli – Presidente Federazione Nazionale Ordini dei medici

Gli inquirenti sono convinti che quello di Tatiana è stato un allontanamento volontario. Dovrebbe essere ascoltata dalle forze dell’ordine nei prossimi giorni insieme a Dragos. Ieri le prime parole di lui e di Vladimir. Un caso chiuso che va verso l’archiviazione. Per la Procura di Lecce non c’è alcun reato ipotizzabile. Gli inquirenti sono convinti che quello di Tatiana è stato un allontanamento volontario. Un’avventura di comune accordo per il forte sentimento reciproco con il 30enne rumeno Dragos che l’ha nascosta nella mansarda della sua abitazione per 11 interminabili giorni. Tatiana è tornata a casa dopo gli accertamenti in ospedale, sta bene, ha bisogno di riposo e serenità. Quando vorrà racconterà i motivi del gesto, soprattutto perchè abbia voluto isolarsi inducendo tutti a pensare al peggio. Dovrebbe essere ascoltata dalle forze dell’ordine nei prossimi giorni insieme all’amico. Fondamentali per le indagini sono state le immagini delle telecamere che ritraevano Tatiana e Dragos allontanarsi dal parco e poi entrare in casa di lui. Da quel luogo, come hanno rivelato le immagini dei giorni successivi, Tatiana non è più uscita. per questo si è temuto che le fosse accaduto qualcosa.

Il Paese iberico cresce più dell’Europa: le ragioni di un boom. In Europa c’è un paese che corre più veloce degli altri: la Spagna. Nel 2024 il PIL spagnolo crescerà del 2,9%, più del doppio della media europea e molto sopra la crescita italiana, ferma allo 0,4%, e quella tedesca, appena dello 0,2%. Vite quotidiane a confronto: Spagna stabile vs Italia incerta A Valencia, Ana apre il suo bar alle sette del mattino e saluta il collega Javier. Ha un contratto stabile, accumula anzianità e il salario minimo di 1.184 euro lordi le permette di vivere dignitosamente.A Siviglia, Miguel lavora in un cantiere con un contratto “fijo discontinuo”: lavora solo quando serve, ma il rapporto con l’azienda è continuativo, con tutele, formazione e possibilità di pianificazione. In Italia la realtà è ben diversa.A Bari, Luca apre il suo bar con l’incertezza di chi non sa se il giorno successivo avrà ancora un reddito sufficiente.A Foggia, Martina lavora part-time: “Vorrei lavorare di più, ma non ci sono opportunità.”A Potenza, Marco cerca lavoro da mesi senza risultati. Le riforme che hanno trasformato il mercato del lavoro spagnolo La differenza tra le due realtà non è casuale. Negli ultimi dieci anni la Spagna ha dimezzato la disoccupazione, scesa all’11,4%, e portato il tasso di occupazione all’80% grazie a riforme strutturali, tra cui: la riforma del lavoro del 2021, che ha limitato l’uso dei contratti temporanei; il rafforzamento dei fijos discontinuos, diventati un pilastro di stabilità; 6,8 miliardi di euro investiti in politiche attive, formazione, incentivi all’assunzione e programmi per l’autoimpiego; una rete di 715 centri per l’impiego coordinati dal SEPE, capace di creare un circuito virtuoso tra formazione, occupazione e consumi. Le criticità che restano in Spagna Pur con risultati positivi, la Spagna mantiene alcune sfide aperte: disoccupazione più alta in regioni come Andalusia ed Estremadura; part-time involontario tra i più elevati in Europa; difficoltà dei giovani nell’ingresso stabile nel mercato del lavoro. Nonostante ciò, per Ana e Miguel le prospettive restano concrete e positive. Il divario italiano: soprattutto nel Sud Nei quartieri di Bari, Foggia e Potenza, invece, i giovani affrontano contratti precari, salari bassi e poche opportunità, frenando consumi e crescita economica. In un bar di Valencia, Ana commenta: “Più persone lavorano, più la città gira.”A Bari, Luca sospira: “Vorrei vedere lo stesso qui, ma non ci sono le stesse regole né opportunità.” Due Paesi, due direzioni Le città raccontano due storie parallele: a Valencia e Siviglia, i giovani costruiscono carriere, pianificano il futuro e sostengono l’economia; a Bari, Foggia e Potenza, prevalgono incertezza, bassi consumi e instabilità. La lezione della Spagna per il Sud Italia La conclusione è chiara: il Sud Italia ha turismo, risorse e potenziale, ma senza mercati del lavoro stabili, politiche attive efficaci e formazione continua, non potrà trasformare lavoro e salari in crescita reale. La Spagna dimostra ogni giorno, attraverso le storie di Ana, Miguel e milioni di giovani, che creare un circuito virtuoso tra lavoro, reddito e consumi è possibile e può rendere un Paese davvero competitivo nel Mediterraneo.

Il nuovo rapporto Svimez scatta una fotografia impietosa: in Italia le donne continuano a essere tra le meno occupate d’Europa. Il nuovo rapporto Svimez scatta una fotografia impietosa: in Italia le donne continuano a essere tra le meno occupate d’Europa, e nel Mezzogiorno la situazione diventa drammatica. Le donne studiano più degli uomini, si laureano prima e con risultati migliori, ma quando si affacciano al mercato del lavoro vengono frenate da ostacoli vecchi e nuovi. Tra le 25-34enni con titolo terziario, il 31% resta fuori dal mondo del lavoro, contro il 21% degli uomini: un divario che racconta un Paese che forma le donne, ma poi non le valorizza. Il Sud resta il punto più fragile. Tra le donne senza figli il tasso di occupazione nazionale è del 63,6%, ma al Nord vola al 71% mentre nel Mezzogiorno precipita al 45,8%. È quando arrivano i figli che il baratro si apre del tutto: nel Sud le madri con uno o due figli lavorano poco, con tassi che non superano il 43%, e per chi ha tre o più figli l’occupazione crolla al 30,8%. Una percentuale che racconta più di mille pagine: senza servizi, senza asili, senza un welfare adeguato, lavorare diventa quasi impossibile. L’Europa corre, l’Italia arranca. Nei Paesi nordici le madri lavorano quanto le donne senza figli, grazie a servizi capillari e welfare robusti. In Italia, invece, la maternità diventa un freno, spesso un muro. E il Sud paga il prezzo più alto. Dentro questo scenario, Puglia e Basilicata si muovono nello stesso solco del Mezzogiorno: la Puglia prova a crescere, ma resta zavorrata da tassi femminili bassi e da servizi insufficienti, soprattutto fuori dai grandi centri; la Basilicata non sta meglio: mercato del lavoro ristretto, poche opportunità, pochi asili e scarsa continuità occupazionale per le donne. Eppure — e questo è un dato che merita attenzione — la Puglia nel 2024 ha raggiunto 1,304 milioni di occupati, il numero più alto dal 2018, con un tasso di occupazione complessivo al 51,2% e un tasso di disoccupazione sceso per la prima volta al 9,3%. Nel complesso un segnale positivo: ma non basta a cancellare le disuguaglianze di genere, perché secondo un bilancio regionale la partecipazione femminile resta bassa, le imprese al femminile sono circa 77.000, e il part-time «involontario» — spesso sinonimo di precarietà — è al 17,2%. Nel frattempo in Basilicata, stando a dati 2023, il tasso di occupazione complessivo era del 41%, con un tasso femminile solo del 30,4% contro il 52,1% degli uomini. Anche qui emerge pluridimensionalmente il divario di genere: la donna lavora molto meno dell’uomo e spesso in condizioni fragili. In entrambe le regioni — come nel resto del Mezzogiorno — la maternità continua a rappresentare uno dei principali fattori di esclusione dal mercato del lavoro.

. Nel 2024 in Italia sono presenti 4.611.267 cittadini stranieri, comunitari e non comunitari, secondo l’Osservatorio Inps sugli stranieri. Di questi, 3.980.609, pari all’86,3%, sono lavoratori attivi, 378.645 (8,2%) sono pensionati e 252.013 (5,5%) ricevono prestazioni a sostegno del reddito, come indennità di disoccupazione o mobilità. La maggior parte degli stranieri proviene da Paesi non comunitari: circa 3,5 milioni di persone, il 75,4% del totale. Il 6,2% proviene dai Paesi comunitari dell’Ue15, mentre il 18,4% dai restanti Paesi dell’Unione Europea. Tra le nazionalità più rappresentate figurano Romania (697.000 persone, 15,1%), Albania (quasi 446.000, 9,7%), Marocco (366.000, 7,9%), Cina (229.000, 5,0%) e Ucraina (225.000, 4,9%). Per quanto riguarda la distribuzione territoriale, il 61,8% degli stranieri vive o lavora nel Nord Italia, il 23,1% nel Centro e il 15,1% nel Mezzogiorno, comprendente naturalmente Puglia e Basilicata. In queste regioni, gli stranieri costituiscono una presenza importante in settori chiave come l’agricoltura, l’edilizia, il lavoro domestico e i servizi alle persone. In Puglia, il loro contributo è determinante nelle coltivazioni intensive di ortaggi e nella raccolta della frutta, mentre in Basilicata la loro presenza è significativa sia nel settore agricolo sia nei servizi turistici e urbani. La maggior parte dei lavoratori stranieri è impiegata nel settore privato, con circa 3,5 milioni di persone, il 58,3% uomini, e una retribuzione media annua di 16.700 euro. Circa 2,7 milioni lavorano in settori diversi dall’agricoltura, con il 65,1% uomini, guadagnando mediamente 18.800 euro l’anno. Nel settore agricolo operano circa 314.000 persone, il 75,4% uomini, con una retribuzione media di 9.700 euro. Infine, quasi 500.000 stranieri lavorano come domestici, l’11% uomini, con una retribuzione media di 9.800 euro. In Puglia e Basilicata, gli stranieri rappresentano una risorsa fondamentale non solo per l’agricoltura, ma anche per settori strategici come il turismo, il commercio e i servizi alle famiglie. La loro presenza contribuisce a creare comunità più dinamiche e a sostenere l’economia locale, anche se permangono sfide legate all’inclusione sociale, alla regolarizzazione e alla sicurezza sul lavoro. Secondo gli esperti dell’Osservatorio Inps, il ruolo degli stranieri in Italia continuerà a crescere. La loro partecipazione al mercato del lavoro aiuta a compensare il calo demografico e la carenza di manodopera in alcuni settori strategici, fornendo un contributo concreto alla sostenibilità del sistema previdenziale e all’economia locale. Per regioni come Puglia e Basilicata, dove le aree interne soffrono di spopolamento, gli stranieri rappresentano una risorsa preziosa sia in termini occupazionali sia per la vitalità sociale e culturale.

Annata straordinaria per l’olio extravergine d’oliva italiano, con la Puglia che torna sul trono della qualità e della quantità, imponendosi come faro del Mediterraneo nonostante una stagione segnata da siccità, caldo estremo e piogge irregolari. Nei mercati contadini la festa dell’olio nuovo ha il sapore della riscossa: gli oli DOP pugliesi raggiungono un valore di 82 milioni di euro e il DOP Terra di Bari registra un’esplosione delle esportazioni con un +62%, risultato che incorona la regione primo polo nazionale per l’export di eccellenze certificate. La Puglia si conferma così il cuore verde dell’olivicoltura italiana, con 370mila ettari coltivati, 148mila aziende, 60 milioni di alberi — quasi un terzo dell’intero patrimonio olivicolo nazionale — e una PLV che vola a 1 miliardo di euro, un colosso agricolo e ambientale che continua a crescere. Mentre l’olio extravergine di oliva nuovo scorre, anche la scienza contribuisce a rafforzarne il mito: una review firmata Università del Molise e Harvard, pubblicata su Nutritional Neuroscience, svela il ruolo sorprendente dei polifenoli dell’extravergine — idrossitirosolo, oleuropeina e oleocantale — nel proteggere il cervello da infiammazioni, stress ossidativo e neurodegenerazione. I ricercatori spiegano che queste molecole dell’olio extravergine di oliva agiscono migliorando la funzione mitocondriale e bloccando citochine dannose, aprendo la strada a nuove strategie nutraceutiche contro Alzheimer, Parkinson e declino cognitivo. Lo conferma anche il celebre studio Predimed: una dieta mediterranea arricchita con un litro di EVO ricco di polifenoli a settimana riduce del 40% il rischio di sviluppare demenza, un dato che ridefinisce il ruolo dell’olio extravergine nella salute pubblica. Accanto alla Puglia emerge una protagonista forse inattesa ma sempre più convincente: la Basilicata. Quest’anno la regione registra una produzione dell’olio extravergine di oliva in moderata ripresa e una qualità che sorprende per intensità aromatica e ricchezza fenolica, soprattutto nelle aree vocate del Vulture e della Collina Materana. Qui l’olio racconta un territorio integro, fatto di agricoltura eroica, piccoli frantoi e tradizioni che resistono. Non mancano le difficoltà — dalla frammentazione aziendale alla cronica carenza d’acqua — ma la risposta del comparto lucano è esemplare: una filiera coesa, capace di trasformare la fragilità in valore, sostenuta dall’apprezzamento crescente delle DOP locali sui mercati italiani e internazionali. A oscurare l’entusiasmo per la straordinaria qualità del nuovo raccolto finalizzato alla produzione dell’olio extravergine di oliva è però l’impennata senza precedenti delle importazioni di olio straniero. Nei primi otto mesi del 2025 l’Italia ha visto arrivare 427 milioni di chili di prodotto estero, +67% rispetto al 2024, con una spinta record ad agosto (+93%) proprio alla vigilia dell’avvio della campagna olearia. Il risultato è un crollo delle quotazioni dell’EVO italiano: un -20% in poche settimane che spinge molti produttori sotto la soglia dei costi di produzione, minacciando redditività, investimenti e futuro delle aziende. Coldiretti e Unaprol lanciano l’allarme e chiedono una Cabina di Regia straordinaria, controlli serrati nei porti e un monitoraggio rigoroso dei contratti futures sulle Borse Merci per smascherare manovre speculative e bloccare frodi sull’origine.

La crescita economica convive con problemi strutturali: se da un lato l’occupazione aumenta, dall’altro l’esodo dei giovani e la scarsità di lavoro qualificato mettono a rischio il futuro. Ti ricordi il Sud che arrancava? Quello che sembrava sempre in ritardo, con cantieri fermi e giovani in fuga? Oggi la fotografia cambia. Il rapporto Svimez 2025 racconta un Mezzogiorno in crescita, più veloce del Centro‑Nord: tra il 2021 e il 2024 il PIL è aumentato dell’8,5% contro il 5,8% del resto del Paese, spinto dal Pnrr e da due settori chiave, costruzioni e manifattura. Le costruzioni segnano un +32,1%, la manifattura un +13,6%. Gli investimenti pubblici dei Comuni raddoppiano, passando da 4,2 a 8 miliardi tra 2022 e 2025. L’effetto è tangibile: cantieri che ripartono, strade rinnovate, opere pubbliche realizzate. La Puglia è l’esempio più vivido di questa dinamica. Le città principali crescono, aprono imprese, attraggono investimenti e sviluppano servizi. Nel 2024 il tasso di occupazione è salito al 50,8% e la disoccupazione è scesa all’11,2%. Il PIL regionale è in aumento e molte imprese, soprattutto nelle costruzioni, nella logistica e nel turismo, registrano un’espansione costante. Ma dietro le luci dei centri urbani ci sono ancora ombre: nelle zone interne e rurali la fuga dei giovani non si arresta. Laureati e talenti continuano a cercare opportunità al Centro‑Nord o all’estero, lasciando vuoti difficili da colmare. Il rischio è creare un Sud a due velocità: un’area urbana che corre e una periferia che resta indietro. La Basilicata mostra segnali simili. Il PIL cresce, +0,8% nel 2024, e gli investimenti pubblici comunali raddoppiano. Le città come Potenza e Matera guadagnano vitalità grazie a infrastrutture rinnovate, progetti culturali e piccole imprese. Ma nei comuni minori e nelle zone montane la situazione è più fragile: la perdita di occupati nel settore industriale è stata del 4% nei primi nove mesi del 2024 e la fuga dei giovani pesa sul tessuto sociale ed economico. Anche qui il rischio è quello di uno sviluppo a macchia di leopardo, con alcune aree virtuose e altre che rimangono indietro. Il Sud però non è solo numeri. La crescita economica convive con problemi strutturali: se da un lato l’occupazione aumenta, dall’altro l’esodo dei giovani e la scarsità di lavoro qualificato mettono a rischio il futuro. Tra il 2022 e il 2024 175mila 25‑34enni hanno lasciato il Meridione, di cui molti laureati. Questo fenomeno sottrae ogni anno al Sud oltre 6,7 miliardi di euro in formazione e competenze, più 1,2 miliardi verso l’estero. La sfida è chiara: trasformare la crescita in sviluppo stabile. Servono lavoro qualificato, infrastrutture sociali, sanità, scuole, trasporti e servizi culturali che rendano il territorio vivibile e attrattivo. La Puglia e la Basilicata mostrano oggi che la ripresa è possibile, ma senza politiche di coesione, reti di servizi e attenzione al capitale umano il rischio è che il Mezzogiorno cresca a macchia di leopardo, lasciando indietro chi vive nelle aree interne. Il futuro del Sud si gioca qui: trattenere i giovani, creare opportunità, attrarre investimenti, migliorare servizi e infrastrutture, garantire salari dignitosi. Se il Sud saprà gestire questa fase con visione e lungimiranza, potrà diventare un motore stabile di sviluppo per l’Italia intera. La Puglia e la Basilicata sono il laboratorio di questa sfida: mostrano che la ripresa non è un miraggio, ma una possibilità concreta, a patto che le persone restino al centro delle politiche e delle scelte economiche.

In frenata il pil del mezzogiorno stimato per il 2025 e il 2026 . L’economia del Sud Italia guarda al 2026 con un misto di speranze e sfide importanti, e in particolare le regioni di Puglia e Basilicata rappresentano casi emblematici di questa complessità: da un lato registrano segnali incoraggianti, dall’altro evidenziano disuguaglianze strutturali che richiedono politiche mirate per consolidare la crescita e trasformarla in sviluppo sostenibile. Secondo gli ultimi rapporti, il Sud ha registrato una crescita del PIL pari a +0,9% nel 2024, superando la media del Centro‑Nord (+0,7%). Gran parte di questa performance è riconducibile agli investimenti in costruzioni (+4,9% al Sud), fortemente trainati dalle opere pubbliche del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Tuttavia, le previsioni per il biennio 2025‑2026 indicano che il Meridione tornerà a crescere più lentamente rispetto al Centro‑Nord: +0,7% di PIL stimato per il 2025 e +0,8% per il 2026, contro l’1,0% e l’1,1% del resto del Paese. Questa frenata appare legata a fattori sia esterni che interni. Da un lato, il contesto europeo rimane debole, con vincoli di bilancio e pressioni sui costi dell’energia; dall’altro, l’effetto stimolo degli anni passati legato al PNRR tende a esaurirsi, con tre quarti della crescita del Mezzogiorno nel triennio 2024‑2026 derivante proprio dai fondi del Piano. Inoltre, il potere d’acquisto delle famiglie meridionali è previsto in aumento nel 2026 (+1,1%) grazie a una decelerazione nell’inflazione interna al Sud, ma il Centro‑Nord manterrà un vantaggio nella spesa per servizi, in particolare grazie al turismo. Uno degli aspetti critici resta il mercato del lavoro. Nonostante una “ripresa occupazionale”, il Mezzogiorno continua a fare i conti con salari reali in calo: tra la fine del 2019 e la prima metà del 2024, i salari reali al Sud si sono ridotti di circa il 5,7%. Al tempo stesso, ci sono ancora circa tre milioni di lavoratori “non lavoro” (cioè sottoutilizzati o inattivi) nelle regioni meridionali, sebbene la quota sia diminuita rispetto agli anni precedenti. A questa complessità si aggiunge il “sommerso”: nel Mezzogiorno l’economia non osservata rappresenta il 16,5% del valore aggiunto, un’incidenza molto più alta rispetto ad altre aree del Paese. Questo fenomeno limita la piena emersione del potenziale economico del Sud e influisce negativamente su entrate fiscali, qualità del lavoro e capacità di investimento. D’altro canto, ci sono motivi di ottimismo strategico. Il Centro Studi SRM sottolinea che il Mezzogiorno ha recuperato terreno in termini di PIL: nel 2023 il PIL del Sud ha superato del +6,7% il livello pre‑pandemico (2019), mentre la media nazionale ha registrato un +4,8%. Gli investimenti innovativi nel settore industriale meridionale sono cresciuti: circa il 65% delle imprese manifatturiere ha investito nell’ultimo triennio, e il 40% degli investimenti è “innovativo” contro il 33,1% della media nazionale. Questo è un segnale di maggiore propensione delle aziende del Sud a modernizzarsi e ad agganciarsi alle catene del valore più avanzate. Infrastrutture grandi e strategiche giocano un ruolo chiave nelle prospettive per il 2026. La realizzazione di una nuova linea ferroviaria ad alta velocità fra Napoli e Bari, ad esempio, collegherà due mari, ridurrà i tempi di viaggio e potenzialmente favorirà il rilancio delle aree interne, tra cui molte zone della Puglia e Basilicata. Solo nella fase costruttiva, il progetto potrebbe generare oltre 62.000 posti di lavoro e 4 miliardi di euro di business. Una citazione significativa arriva da Adriano Giannola, presidente di Svimez: “Le nostre previsioni per il meridione nel 2025‑2026 sono meno rosee rispetto al passato: si riapre la forbice del divario” tra Sud e Centro-Nord. Giannola richiama la necessità di non dipendere solo dal PNRR, ma di costruire una crescita strutturale che duri nel tempo, sostenuta da riforme, infrastrutture e politiche industriali. Dal punto di vista della Banca d’Italia, il governatore Fabio Panetta ha sottolineato come vi siano “segni incoraggianti” nel Sud: in alcuni recenti indicatori, l’espansione economica meridionale sta procedendo con una certa solidità, ma per consolidarla servono investimenti infrastrutturali e riforme strutturali. Panetta ha indicato la necessità di potenziare la rete ferroviaria, le infrastrutture portuali e la gestione delle risorse idriche, condizioni essenziali per sostenere un’economia moderna e resiliente. Un’altra riflessione riguarda il capitale umano. L’emigrazione giovanile è sempre stata un grande limite per il Sud, ma i flussi potrebbero invertire tendenza se le opportunità di lavoro e di vita migliorano. Alcuni segnali indicano già un ritorno di lavoratori, attratti da progetti infrastrutturali, da una qualità della vita migliore e da costi più bassi rispetto al Nord. Se questo trend si stabilizza, può contribuire a una rigenerazione demografica ed economica significativa. Tuttavia, il percorso non è privo di rischi. La dipendenza dagli investimenti pubblici — in particolare dal PNRR — è un’arma a doppio taglio: se le risorse esterne diminuissero o se l’efficienza nella spesa diminuisse, il Mezzogiorno potrebbe tornare a soffrire. In più, la persistente informalità economica rende più fragile la base fiscale e imprenditoriale della regione. Senza riforme profonde in materia di governance locale, capitale umano e infrastrutture sociali (scuole, sanità, servizi), la crescita prevista rischia di restare parzialmente “di superficie”. Le prospettive per il 2026 dunque sono ambivalenti: da un lato, ci sono segnali positivi reali — investimenti pubblici, modernizzazione industriale, ritorno di popolazione, progetti infrastrutturali strategici — dall’altro, restano grandi nodi irrisolti: il sommerso, i salari reali bassi, la dipendenza da finanziamenti esterni e una struttura produttiva ancora fragile. Per far sì che il Mezzogiorno non solo cresca ma si trasformi in un motore stabile e autonomo dell’economia italiana, servirà un mix di strategie. Occorrerà consolidare gli investimenti in infrastrutture materiali e sociali, rendere più efficiente la spesa, incentivare la formalizzazione dell’economia, rafforzare le imprese meridionali con politiche di innovazione, e soprattutto puntare sul capitale umano, trattenendo giovani talenti e rendendo le regioni del Sud, in particolare Puglia e Basilicata, mete attrattive non solo per lavoro ma anche per una vita sostenibile. Se questi elementi verranno combinati con coerenza e visione di lungo termine, il 2026 potrebbe segnare una tappa importante nella riduzione del divario Nord‑Sud e nell’emergere di un Mezzogiorno più competitivo e integrato nel sistema nazionale ed europeo. In caso contrario treni e aerei continueranno a partire sempre dal Sud con destinazione il Nord.

Ottava edizione “Best Managed Companies” Award di Deloitte Private  Oropan, azienda pugliese leader nella produzione di prodotti da forno a livello nazionale e internazionale, è tra le vincitrici della ottava edizione del Best Managed Companies Award, il premio per le eccellenze imprenditoriali di Deloitte Private che oggi pomeriggio ha celebrato la sua ottava edizione presso Palazzo Mezzanotte, sede di Borsa Italiana ELITE–Gruppo Euronext. In occasione della premiazione, Deloitte Private, con la partecipazione di ELITE-Gruppo Euronext, Piccola Industria Confindustria e con il supporto metodologico e strategico di ALTIS Graduate School of Sustainable Management dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha conferito il Best Managed Companies Award a 72 aziende italiane. Oropan S.p.A., fondata ad Altamura (BA) da Vito Forte ben 70 anni fa, produce oggi 600 quintali di pane al giorno graziea cinque linee di produzione che lavorano a ciclo continuo ed è presente in 25 Paesi tra Europa, Asia e America, per un fatturato lordo di 47 milioni di euro.L’azienda è guidata da una strategia improntata sulla capacità di bilanciare tradizione e innovazione, con una forte attenzione alla sostenibilità e alla valorizzazione del capitale umano, garantendo la parità di genere, le pari opportunità, l’inclusione e la valorizzazione della diversità.Il premio “Best Managed Companies” Award di Deloitte Private rappresenta un riconoscimento concreto dell’impegno costante dell’azienda e costituisce uno stimolo a proseguire negli investimenti in persone, innovazione, sostenibilità e crescita responsabile sul territorio. «Essere riconosciuti tra le Best Managed Companies da Deloitte è un segnale importante del percorso che stiamo portando avanti; conferma che una buona gestione non è solo saper fare impresa, ma saper dare direzione, cultura e valore. In Oropan uniamo strategia e identità, innovazione e responsabilità, perché crediamo che la vera crescita sia quella che lascia tracce positive nelle persone e nei territori» ha dichiarato Lucia Forte, AD & CEO di Oropan S.p.A. «In questa ottava edizione abbiamo premiato 72 realtà imprenditoriali eccellenti nel nostro Paese. Nel valutare le loro performance, anche quest’anno abbiamo usato una serie parametri consolidati nel tempo e caratterizzanti l’Award che è sviluppato da Deloitte Private in 47 paesi con metriche di valutazione univoche. Nel complesso, si tratta di aspetti che Deloitte Private considera fondamentali per valutare l’operato delle imprese e cogliere quelle che sono le loro performance nel complesso e che mettono in evidenza le eccellenti capacità del loro management e leadership. Questa distintività delle BMC risulta ancora più evidente alla luce dello scenario di mercato attuale, sempre più competitivo e sfidante. Quest’anno abbiamo anche ampliato lo sguardo su un’ulteriore dimensione, che è quella della sicurezza informatica, elemento su cui le aziende ritengono prioritario agire e che in futuro sarà sempre più cruciale, in considerazione della spinta tecnologica e digitale», hadetto Ernesto Lanzillo, Partner Deloitte e Leader di Deloitte Private dell’area Central Mediterranean (Italia, Grecia e Malta). A testimoniare e analizzare le performance eccellenti delle aziende premiate è stata una giuria di esperti composta da: Marta Testi, CEO di ELITE-Gruppo Euronext; Fabio Antoldi, Professore Ordinario di Strategia Aziendale e di Imprenditorialità presso la Facoltà di Economia e Giurisprudenza dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e Renato Goretta, Vicepresidente di Piccola Industria Confindustria. La valutazione si è basata sui parametri di “Strategia“, “Competenze e Innovazione“, “Impegno e Cultura Aziendale“, “Governance e Misurazione delle Performance“, “Corporate Social Responsibility“, “Internazionalizzazione e Filiera” e, infine, anche sul tema della “Cyber Security“. «Anche quest’anno abbiamo premiato una solida base di aziende di altissimo profilo che hanno deciso di continuare con noi questo percorso. Oltre l’80% delle aziende premiate nell’ambito dell’attuale iniziativa, infatti, sono state riconosciute Best Managed anche nel corso delle precedenti edizioni; in particolare abbiamo 9 imprese a cui per il settimo anno consecutivo viene riconosciuta la gestione virtuosa del loro operato (categoria “New Platinum”) e ben 5 realtà sono simbolo di eccellenza imprenditoriale dal 2018, ovvero dal primo anno in cui abbiamo lanciato l’Award in Italia (categoria “Platinum”). Ci sono, inoltre, 12 aziende new entry, anch’esse portavoce di un modo eccellente di fare impresa in Italia. Per tutte le aziende partecipanti, le peculiarità e le performance sono state valutate attentamente da un gruppo di professionisti Deloitte e da una giuria di esperti, tenendo conto della maturità di partecipazione all’iniziativa da parte delle aziende premiate: l’Award è il risultato finale di questo percorso e la premiazione di oggi è occasione per valorizzare l’eccellenza del loro operato, ma anche di confronto con e tra tutte le imprese premiate, che si distinguono sul mercato e sono vero motore di crescita per tutta l’Italia», ha affermato Andrea Restelli, Partner di Deloitte e responsabile Italia del programma Best Managed Companies.

A confronto esperti e amministratori locali Servizio di Maurizio Marangelli

La scuola rappresenta un modello dell’offerta scolastica del sud-est barese Riprese Orazio CorbacioMontaggio Luigi BelvisoServizio di Maurizio Marangelli

I risultati delle pugliesi e lucane Il Casarano sfiora l’impresa. La capolista Salernitana agguanta il pari in pieno recupero. Un pirotecnico 2 a 2 in una gara ad alta intensità con i salentini che avrebbero meritato i tre punti. Campani in vantaggio dopo 10 minuti con un rigore di Attanasio. Alla mezzora il pareggio dei rossoazzurri con Malcore. Dopo altre occasioni mancate, il Casarano ribalta il risultato con Millico. Nel finale i granata al quinto minuto di recupero trovano la rete del definitivo pareggio con Quirini. In classifica il Casarano insegue il duo di testa a 4 punti dalla vetta insieme a Cosenza e Catania spaventato dal Cerignola. Gli etnei sono stati fermati sullo zero a zero ma gli ofantini hanno tanto da recriminare tra pali, traverse e occasioni sprecate. I ragazzi di Maiuri producono tanto ma non riescono a concretizzare. Si interrompe la serie del Monopoli battuto in casa dalla Cavese per 2 a zero. Pesano le assenze per infortuni e squalifiche e la necessità dei cambi per la stanchezza dovuta ai turni ravvicinati. Ospiti in vantaggio al 39mo del primo tempo con Macchia. In apertura di ripresa il raddoppio di Sorrentino che spegne le speranze dei biancoverdi. Si rialza invece il Potenza che dopo lo stop di Siracusa piega di misura l’Atalanta Under 23. Il gol partita porta la firma di Castorani al 26mo del primo tempo. Alluga la striscia positiva l’Altamura che con lo zero a zero di Latina conquista il quinto risultato utile consecutivo, quarto pareggio di fila. Cercano il rilancio Picerno e Foggia che si ritrovano insieme a quota sei in classifica e si affrontano nel posticipo di stasera.

Familiari e cittadini scossi Servizio di Anna De Feo

L’iniziativa a cura della Soprintendenza delle Belle Arti Servizio di Linda Cappello

Il “Giulio Cesare” di Handel la prima Servizio di Guglielmina Logroscino

Il progetto nell’ambito del Psr illustrato a Bari alla Fiera del Levante Servizio di Antonio Maiellaro. Intervista a: Luigi Trotta, Dirigente Settore competitività filiera agroalimentare Regione Puglia

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