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Maurizio Marangelli

Investimenti, redditività e il cambio generazionale come leva di rilancio secondo l’Osservatorio Aub. In un contesto macroeconomico ancora incerto, segnato dal rallentamento del ciclo globale, le imprese familiari italiane continuano a dimostrare una sorprendente capacità di tenuta. È questo il quadro che emerge dal XVII Rapporto dell’Osservatorio Aub, che fotografa un sistema imprenditoriale solido, capace di affrontare la fase di normalizzazione della crescita senza perdere equilibrio. Dopo il rimbalzo successivo alla pandemia, la crescita dei ricavi ha infatti imboccato una fase più matura: nel 2024 si registra una lieve flessione (-1,2%), in linea con l’andamento generale dell’economia. Ma dietro questo dato si conferma un vantaggio strutturale delle aziende familiari rispetto a quelle non familiari, sia in termini di crescita cumulata sia di redditività. Il Rapporto, promosso da Aidaf, UniCredit e dalla Cattedra Aidaf-Ey di Strategia delle Aziende Familiari dell’Università Bocconi, con il sostegno di Angelini Industries, Borsa Italiana ed Ey, analizza tutte le imprese italiane con un fatturato superiore ai 20 milioni di euro: 23.578 aziende, di cui il 66% a controllo familiare. I risultati saranno presentati oggi alle 17 a Milano, a Palazzo Mezzanotte. Uno dei segnali più chiari che emergono dall’analisi riguarda gli investimenti, che restano sostenuti nonostante il contesto. Nel 2024 le immobilizzazioni delle imprese familiari crescono del 9,2%, confermando una propensione all’investimento superiore a quella delle imprese non familiari. Anche la redditività operativa, pur in lieve calo rispetto al 2023, rimane su livelli più elevati rispetto al periodo pre-Covid. Sul fronte finanziario, la struttura appare complessivamente solida: indebitamento contenuto e una quota crescente di aziende con posizione finanziaria netta positiva. All’interno di questo quadro di stabilità economico-finanziaria, l’Osservatorio mette in luce una trasformazione profonda: l’accelerazione dei passaggi generazionali e l’evoluzione delle famiglie proprietarie. Dal 2010 a oggi sono stati osservati quasi duemila passaggi generazionali, con una forte intensificazione a partire dal 2020. Le famiglie imprenditoriali appaiono sempre più numerose e strutturate: oltre l’80% ha più di un figlio, spesso di genere diverso, con una media di 2,5 potenziali successori per famiglia. Una pluralità che rende più complessa la scelta del leader e trasforma la successione da evento anagrafico a processo decisionale strategico. La guida dell’impresa viene trasferita mediamente quando la generazione senior ha circa 75 anni, mentre i successori raggiungono il vertice intorno ai 45 anni, dopo lunghi percorsi di affiancamento e mentoring. «Il passaggio generazionale è una responsabilità importante. Ci piace chiamarla transizione generazionale, più che passaggio», sottolinea Cristina Bombassei, presidente di Aidaf. «La successione non è solo un trasferimento di ruoli, ma può diventare una vera occasione di rilancio. Con l’ingresso della NextGen arrivano nuove sensibilità, competenze aggiornate e un approccio più strutturato alla gestione e alla governance».

Nella regione l’olio coinvolge 148.127 aziende, pari al 43% del totale, e dà origine a 5 oli extravergine Dop e a 1 Igp Olio di Puglia. “L’export dell’olio extravergine pugliese continua a conquistare mercati in Italia e all’estero: il valore alla produzione degli oli Dop ha infatti raggiunto 82 milioni di euro, mentre gli oli Dop Terra di Bari guidano laclassifica nazionale dell’export con un incremento del 62% rispetto al 2024, secondo i dati Ismea-Qualivita”. Lo comunica Coldiretti Puglia in occasione di Evolio Expo, rassegna dedicata all’olio extravergine Made in Italy, in corso a Bari. “L’olio extravergine di oliva non è solo un pilastro della dieta mediterranea, ma anche un prezioso alleato per la salute del cervello. Oltre ai benefici cardiovascolari, nuove evidenze scientifiche lo collegano alla prevenzione di patologie neurodegenerative come Alzheimer e Parkinson, oltre al rallentamento del declino cognitivo. I polifenoli dell’extravergine, tra cui idrossitirosolo, oleuropeina e oleocantale, mostrano effetti protettivi grazie alla riduzione delle infiammazioni cerebrali, al miglioramento delle funzioni mitocondriali e al contrasto delle citochine dannose”. “Indicazioni simili – prosegue Coldiretti – arrivano anche dallo studio spagnolo Predimed, che in 15 anni di osservazione ha rilevato come una dieta mediterranea arricchita con circa un litro a settimana di extravergine ad alto contenuto di polifenoli riduca del 40% il rischio di deficit cognitivi o demenza rispetto a un’alimentazione povera di grassi”. I numeri dell’extravergine in Puglia In Puglia l’olivo copre oltre 370mila ettari, risultando la coltura più diffusa della regione con il 64% della superficie agricola utilizzata. Coinvolge 148.127 aziende, pari al 43% del totale, e dà origine a 5 oli extravergine Dop e a 1 Igp Olio di Puglia. L’olivicoltura regionale rappresenta la più grande fabbrica verde del Mezzogiorno, con 60 milioni di ulivi, il 40% della superficie olivetata del Sud Italia, quasi il 32% di quella nazionale e l’8% a livello europeo. Il comparto genera un valore di circa 1 miliardo di euro di produzione lorda vendibile.

Eccesso di offerta e prezzi instabili mettono in difficoltà le aziende zootecniche del Sud. L’Italia, con il sostegno di Romania e Slovacchia, chiederà oggi, nel corso della riunione dei ministri dell’Agricoltura dell’Unione europea, l’adozione di un piano straordinario per fronteggiare la crisi del settore lattiero-caseario, che colpisce in modo crescente anche le aree rurali di Puglia e Basilicata, dove l’allevamento rappresenta un presidio economico e sociale fondamentale. Secondo il documento che sarà discusso a Bruxelles, il mercato lattiero-caseario europeo mostra segnali evidenti di una crisi profonda, determinata da uno squilibrio strutturale tra un’offerta in costante crescita e una domanda incapace di assorbire le eccedenze. Una situazione di forte volatilità che mette a rischio la tenuta economica delle aziende agricole e la stabilità delle comunità rurali, in particolare nelle regioni del Sud Italia, dove i margini delle imprese zootecniche sono già ridotti dall’aumento dei costi di produzione. Per Puglia e Basilicata, territori caratterizzati da una zootecnia diffusa e da filiere lattiero-casearie legate anche alle produzioni tipiche e di qualità, la crisi rischia di tradursi in chiusure aziendali, perdita di reddito e spopolamento delle aree interne. Italia, Romania e Slovacchia sottolineano la necessità di una risposta immediata e coordinata, richiamando strumenti già adottati dall’Unione europea dopo l’abolizione del regime delle quote latte nel 2016. Tuttavia, viene evidenziato come proprio l’esperienza del 2016 abbia dimostrato che le sole dinamiche di mercato non sono sufficienti a risolvere crisi sistemiche, soprattutto quando influenzate da fattori esterni. Da qui la proposta di un Piano europeo straordinario per il latte, che punti innanzitutto a ridurre l’eccesso di offerta attraverso incentivi alla diminuzione volontaria della produzione, una misura che potrebbe offrire respiro anche agli allevatori pugliesi e lucani. Il piano prevede inoltre aiuti allo stoccaggio privato di alcuni prodotti lattiero-caseari, sostegni finanziari straordinari alle aziende più colpite, inclusi strumenti di gestione del debito, e l’utilizzo mirato del Fondo europeo di aiuto agli indigenti per assorbire parte delle eccedenze. Completano il pacchetto investimenti in campagne di promozione e valorizzazione dei consumi, con particolare attenzione ai prodotti di qualità e a denominazione, un ambito in cui Puglia e Basilicata possono giocare un ruolo strategico per rafforzare la competitività del lattiero-caseario europeo.

Black Friday, Natale e turismo spingono i consumi. Confcommercio: PIL in crescita nel 2026. Il quadro congiunturale degli ultimi mesi racconta un’Italia che torna a muoversi. L’economia italiana mostra segnali concreti di ripresa, sostenuta dal raffreddamento dell’inflazione, dal recupero del potere d’acquisto e da una ripartenza dei consumi sempre più ampia e diffusa. È la fotografia scattata dall’Ufficio Studi di Confcommercio, che vede per il 2026 una crescita moderatamente ottimistica, con un PIL in aumento dello 0,9%, dopo il +0,6% stimato per il 2025. Un percorso che resta legato a doppio filo all’andamento dei consumi, in un’economia sempre più orientata verso servizi, tempo libero e terziarizzazione della spesa. A fare da spartiacque è l’autunno. Tra ottobre e novembre si registra una vera svolta nel clima di fiducia. La fiducia delle imprese cresce per quattro mesi consecutivi, con un balzo complessivo di circa +3% rispetto a luglio, mentre la fiducia delle famiglie accelera a dicembre (+1,7% su novembre). Il segnale è chiaro: meno incertezza, più voglia di spendere. Non a caso, le intenzioni di consumo risultano in aumento sia rispetto al 2024 sia alla prima parte del 2025. I numeri iniziano a confermare il cambio di passo. Il Black Friday mette a segno 4,9 miliardi di euro di spesa, con un robusto +19,5% rispetto al 2024. I consumi natalizi crescono in termini reali del 2,8% per famiglia, mentre i viaggiatori italiani nel ponte dell’Immacolata aumentano del 4,9%. Anche le vendite al dettaglio reali tornano a correre, con due mesi consecutivi di crescita congiunturale (+0,5% a ottobre, +0,6% a novembre), un risultato che non si vedeva dall’inizio del 2024. Positivi anche i primi segnali provenienti dai saldi. Il clima favorevole si riflette anche sul fronte produttivo. La fiducia delle imprese è in recupero da quattro mesi, mentre il turismo continua a offrire un contributo solido, con presenze in aumento dell’1,6% nel bimestre ottobre-novembre. Il rafforzamento della domanda interna nel quarto trimestre (+0,5% tendenziale), con un’accelerazione marcata a novembre (+0,6%) e dicembre (+1%), fornisce un impulso decisivo alla crescita del PIL, stimato in aumento dello 0,5% a gennaio 2026 su dicembre e dell’1,2% su base annua. Sul fronte dei prezzi, arriva un segnale chiave. Secondo le ultime stime dell’Ufficio Studi di Confcommercio, l’inflazione smette di essere un freno strutturale per famiglie e imprese. A gennaio è atteso un incremento annuo limitato allo 0,7%, in netto rallentamento rispetto all’1,2% di dicembre. Il reddito disponibile reale torna a crescere e supera i livelli pre-pandemia (+4,6% nei primi tre trimestri del 2025 rispetto al 2019), mentre i consumi reali, ancora più cauti (+1,2%), mostrano però una chiara inversione di tendenza nella parte finale dell’anno. In sintesi, meno inflazione, più fiducia e consumi in ripresa: una combinazione che rafforza le basi di una ripresa economica più solida e duratura.

Il vicepresidente della Commissione europea assicura il ruolo chiave dei territori, annuncia nuove strategie regionali e conferma l’impatto della revisione della politica di coesione. Hansen: la Pac resta distinta nella programmazione Ue. Le regioni continueranno a svolgere un ruolo centrale nella progettazione e attuazione dei piani di partenariato regionali e nazionali del bilancio pluriennale dell’Unione europea 2028-2034. Lo ha assicurato il vicepresidente della Commissione Ue Raffaele Fitto intervenendo in audizione congiunta nelle commissioni Agricoltura (Agri), Bilancio (Budg) e Sviluppo regionale (Regi) del Parlamento europeo. Fitto ha chiarito che la governance del prossimo Quadro finanziario pluriennale (Qfp) si baserà su gestione condivisa, governance multilivello e su un chiaro partenariato con le autorità regionali e locali, che continueranno a interagire direttamente con la Commissione europea. La proposta di Bruxelles prevede inoltre salvaguardie per le risorse destinate alle regioni in transizione e alle regioni più sviluppate, nella convinzione che la risposta dell’Europa alle sfide emergenti debba nascere nei territori. Regioni, città, isole, regioni ultraperiferiche e zone rurali restano infatti il fulcro dell’azione europea. Secondo il vicepresidente, il nuovo assetto consentirà agli Stati membri di rafforzare il ruolo dei territori, mettendoli in condizione di rispondere in modo più efficace alle sfide geopolitiche, economiche e di sicurezza e di contribuire alla realizzazione delle priorità comuni dell’Unione europea, nel rispetto delle specificità locali. Fitto ha inoltre fatto il punto sulla revisione intermedia della politica di coesione 2021-2027, sottolineando che, pur essendo ancora in corso la conferma definitiva dei dati, le modifiche introdotte stanno già producendo un impatto reale. La revisione, proposta dalla Commissione europea, punta a rafforzare l’attenzione su nuove priorità strategiche come energia, difesa, alloggi a prezzi accessibili, competitività e resilienza idrica, garantendo al contempo maggiore semplificazione normativa. Il vicepresidente ha ringraziato il Parlamento europeo per la rapida adozione del regolamento e ha assicurato che riferirà sui risultati della revisione intermedia al termine del processo. Nel corso dell’audizione, Fitto ha annunciato che la Commissione europea è al lavoro su cinque nuove strategie territoriali. Dopo l’adozione dell’Agenda per le città, sono in preparazione nuove iniziative dedicate a isole, regioni ultraperiferiche, aree di confine orientale e al diritto a restare, con l’obiettivo di contrastare lo spopolamento e sostenere le aree interne. Sul fronte agricolo, il commissario europeo all’Agricoltura Christophe Hansen ha confermato che nel bilancio Ue 2028-2034 la Politica agricola comune (Pac) farà parte della programmazione congiunta, mantenendo però natura e strumenti distintivi. In particolare, il sostegno al reddito degli agricoltori non sarà soggetto alle riforme e alle flessibilità previste per altre componenti dei piani strategici nazionali e regionali. La proposta di bilancio, ha concluso Hansen, riconosce pienamente il ruolo strategico della Pac e le esigenze specifiche del settore agricolo, che richiedono un approccio differenziato rispetto ad altri ambiti di investimento.

Coldiretti Puglia denuncia l’assenza di verifiche alle frontiere e il rischio concorrenza sleale che fa crollare i prezzi del made in Italy. L’Unione Europea valuta l’ipotesi di aumentare le importazioni di olio d’oliva tunisino a dazio zero, ma alle frontiere UE i controlli sull’olio importato restano largamente insufficienti, se non del tutto assenti. A lanciare l’allarme è Coldiretti Puglia, dopo la dura presa di posizione della Corte dei conti europea che, in un rapporto ufficiale, smonta ogni rassicurazione sulla sicurezza delle importazioni, denunciando verifiche inesistenti o sporadiche su pesticidi e contaminanti nell’olio proveniente da Paesi extra UE, in particolare dalla Tunisia. Un paradosso evidente: oltre il 90% dell’olio prodotto nell’Unione Europea è sottoposto a controlli rigorosi, mentre il restante 9% di olio estero entra spesso nel mercato comunitario senza adeguate garanzie per produttori e consumatori. In Italia, secondo la Corte dei conti europea, nel biennio 2023-2024 nessun carico di olio d’oliva è stato controllato nei principali punti di ingresso. In questo scenario, Coldiretti e Unaprol contestano con forza l’ipotesi di raddoppiare il contingente di olio tunisino a dazio zero, definendola una scelta autolesionista che penalizza una delle produzioni simbolo del made in Italy agroalimentare. L’annuncio del Governo tunisino dell’avvio di negoziati con Bruxelles per portare il contingente agevolato fino a 100mila tonnellate annue accende ulteriormente lo scontro. Secondo le organizzazioni agricole, l’UE continua a favorire un modello che spinge l’industria ad approvvigionarsi di olio estero a basso costo, spesso rivenduto come made in Italy, invece di garantire una giusta remunerazione all’olio nazionale. I numeri confermano l’allarme. Nei primi nove mesi del 2025 le importazioni di olio tunisino in Italia sono aumentate del 38%, mentre i prezzi dell’olio extravergine italiano sono crollati di oltre il 20%, secondo un’analisi Coldiretti su dati Ismea. Oggi l’olio tunisino viene commercializzato a meno di 4 euro al litro, esercitando una forte pressione al ribasso sui prezzi dell’olio italiano e costringendo molti olivicoltori a vendere sotto i costi di produzione. Alla base di questa dinamica c’è l’attuale normativa europea, che consente l’ingresso annuale di 56.700 tonnellate di oli vergini d’oliva a dazio zero, una soglia che ora si vorrebbe ulteriormente ampliare. A questo si aggiunge il regime del perfezionamento attivo, che permette di importare olio, “nazionalizzarlo” e riesportarlo, un meccanismo che penalizza il vero olio extravergine made in Italy, come evidenziato anche dal Financial Times. “Con una produzione di circa 300mila tonnellate di olio, un consumo interno di 400mila tonnellate e un export di 300mila, come si spiega il crollo del 30% del prezzo dell’olio pagato agli agricoltori?”, si chiede David Granieri, vicepresidente nazionale di Coldiretti e presidente di Unaprol. “È evidente che qualcosa non torna. Siamo di fronte a una speculazione sull’olio d’oliva che va fermata. Servono controlli immediati e più severi per difendere i produttori onesti e la qualità dell’olio extravergine italiano”. Duro anche l’intervento di Alfonso Cavallo, presidente di Coldiretti Puglia: “Aumentare le importazioni a dazio zero significa spalancare le porte a olio extravergine a basso costo e di qualità discutibile, mettendo a rischio il patrimonio agroalimentare italiano. Questo modello premia il prezzo più basso e non la qualità, compromettendo la sostenibilità economica delle aziende agricole”. Sulla stessa linea Pietro Piccioni, direttore di Coldiretti Puglia, che denuncia la possibilità di dichiarare “italiano al 100% un olio che non lo è”, definendo la pratica una truffa sull’origine dell’olio che danneggia l’intera filiera olivicola e mina la fiducia dei consumatori. Per questo Coldiretti e Unaprol chiedono un rafforzamento dei controlli nelle industrie olearie, anche alla luce dei numerosi sequestri di olio effettuati nel 2025 in Puglia dalle forze dell’ordine. Le conseguenze sarebbero particolarmente gravi per la Puglia, cuore dell’olivicoltura italiana. In regione l’ulivo copre oltre 370mila ettari, pari al 64% della superficie agricola utilizzata, coinvolgendo 148.127 aziende agricole. Qui si producono cinque oli extravergine DOP e un’IGP Olio di Puglia. Con 60 milioni di ulivi, la Puglia rappresenta la più grande fabbrica green del Mezzogiorno, con il 32% della superficie olivicola nazionale e un valore di circa un miliardo di euro di Produzione Lorda Vendibile di olio extravergine.

Nel ddl in Consiglio dei ministri 250 milioni nel 2027 e tutele su lavoro, università e welfare per chi assiste familiari non autosufficienti. Il governo punta a riconoscere e tutelare in modo organico la figura del caregiver familiare, valorizzandone il ruolo sociale ed economico. È questo l’obiettivo del disegno di legge che approda sul tavolo del Consiglio dei ministri e che prevede uno stanziamento di 250 milioni di euro per il 2027 e di 253,32 milioni di euro annui a partire dal 2028. Il provvedimento mira a garantire adeguati sostegni a chi assiste in modo continuativo il coniuge, il partner dell’unione civile o il convivente di fatto, nonché un parente o affine entro il secondo grado (e, in alcuni casi, entro il terzo), assicurando al caregiver la migliore qualità di vita possibile e un pieno coinvolgimento nella rete dei servizi sociosanitari e nella loro pianificazione. La norma individua il caregiver familiare sulla base di due criteri fondamentali: il legame di parentela o affinità con la persona assistita e le specifiche esigenze della persona che riceve assistenza. Si tratta di un’attività di cura non professionale, svolta prevalentemente in ambito domestico o nei luoghi di vita dell’assistito, che comprende il supporto nella mobilità, nella vita di relazione e nelle attività quotidiane, sia di base (come l’igiene personale e l’alimentazione) sia strumentali (preparazione dei pasti, gestione dei farmaci, uso dei trasporti, amministrazione del denaro). Uno dei punti centrali del ddl è l’introduzione di un contributo economico trimestrale posticipato, previsto dall’articolo 13, destinato ai caregiver familiari con reddito da lavoro non superiore a 3.000 euro annui e con un Isee inferiore a 15.000 euro. Il contributo, determinato dall’Inps, potrà arrivare fino a un massimo di 1.200 euro a trimestre per ciascun assistito ed è riservato alle situazioni di maggiore gravosità, in particolare ai caregiver conviventi con persone non autosufficienti che prestano oltre 91 ore settimanali di assistenza. La scelta di subordinare l’erogazione del sostegno a requisiti economici è finalizzata a concentrare le risorse sui profili più fragili, dove il carico assistenziale si accompagna spesso a condizioni di emarginazione economica e lavorativa. Il disegno di legge riconosce infatti il caregiver come figura centrale del welfare familiare, non solo come fornitore di cure, ma come attore fondamentale nel sistema di tutela della persona assistita. Il testo prevede la possibilità che il caregiver svolga anche un’attività assistenziale retribuita nei confronti della stessa persona assistita — ad esempio attraverso risorse per la vita indipendente — ma stabilisce che, durante il periodo di contrattualizzazione, non sia cumulabile il contributo economico previsto dal ddl. È inoltre ammessa la presenza di più caregiver familiari per la stessa persona, purché conviventi. Vengono individuati diversi profili in base al carico assistenziale: due riservati ai caregiver conviventi (oltre 91 ore settimanali e tra 30 e 90 ore), uno per i caregiver non conviventi con almeno 30 ore settimanali e un ulteriore profilo comune, per carichi tra le 10 e le 29 ore settimanali. Particolare attenzione è dedicata anche alla formazione e al percorso universitario dei caregiver. Il ddl prevede il riconoscimento di crediti formativi universitari extracurriculari per le competenze acquisite durante l’attività di cura, nonché misure di flessibilità nella frequenza dei corsi e il possibile riconoscimento dello status di studente lavoratore. È inoltre estesa l’esenzione dalle tasse universitarie agli studenti caregiver familiari. Il provvedimento tutela la libertà di scelta della persona assistita, che potrà in ogni momento sostituire o revocare il proprio caregiver. La procedura di riconoscimento avverrà tramite autodichiarazione e dovrà concludersi entro 30 giorni dalla presentazione dell’istanza, con il rilascio di una certificazione ufficiale. Per la realizzazione del sistema informativo e il rafforzamento del personale Inps sono previsti specifici stanziamenti a partire dal 2026. Sul fronte lavorativo, al caregiver che svolge un’attività subordinata viene riconosciuto il diritto alla rimodulazione dell’orario di lavoro, anche attraverso forme di lavoro agile o la trasformazione del rapporto da tempo pieno a part-time, compatibilmente con le esigenze organizzative dell’azienda. Le tutele sono proporzionate all’impegno assistenziale, tenendo conto del carico di cura e delle condizioni personali.

I dati Istat evidenziano un incremento dei consumi nelle due regioni, sostenuto dal rientro dell’inflazione e dalle buone performance del mercato del lavoro, ma permangono difficoltà per alimentari, abbigliamento e piccole imprese.. I dati Istat sulle vendite di novembre confermano una ripresa della spesa delle famiglie italiane nella parte finale del 2025. Un segnale atteso, anche alla luce dell’andamento positivo del Black Friday, ma che assume un valore ancora più rilevante perché consolida un trend di miglioramento iniziato già a ottobre. A sottolinearlo è l’ufficio studi di Confcommercio, commentando due variazioni congiunturali positive consecutive, un evento che non si registrava da quasi due anni. Secondo gli analisti, la dinamica suggerisce che le famiglie abbiano iniziato a ridurre le cautele nei consumi, dopo una lunga fase segnata da incertezza sul reddito e da una forte attenzione al risparmio. Non a caso, nel terzo trimestre dello scorso anno la propensione al risparmio aveva raggiunto l’11,4 per cento, un livello storicamente elevato. Oggi, invece, il rientro dell’inflazione e le buone performance del mercato del lavoro sembrano aver rafforzato la fiducia sul potere d’acquisto. Anche in Puglia e Basilicata, territori caratterizzati da un tessuto economico fatto in gran parte di piccole e microimprese commerciali, i segnali di fine anno sono stati letti con cauto ottimismo. In particolare, nei centri urbani e nelle aree a vocazione turistica, il periodo promozionale di novembre ha registrato un incremento delle vendite, soprattutto nei settori della tecnologia, degli elettrodomestici e dei beni durevoli. In Puglia, città come Bari, Lecce, Taranto e Brindisi hanno beneficiato di una maggiore vivacità dei consumi, sostenuta anche da eventi commerciali e dall’anticipo degli acquisti natalizi. In Basilicata, il miglioramento è stato più contenuto ma comunque percepibile, in particolare nei capoluoghi Potenza e Matera, dove il commercio di prossimità ha mostrato segnali di tenuta dopo mesi difficili. Nonostante il quadro complessivamente incoraggiante, Confcommercio invita a non sottovalutare gli elementi di fragilità. Persistono infatti difficoltà strutturali in alcuni segmenti maturi dei consumi, come alimentari, abbigliamento e calzature, comparti fondamentali per il commercio tradizionale del Mezzogiorno. Queste criticità continuano a pesare soprattutto sulle imprese di minori dimensioni, molto diffuse in Puglia e Basilicata, che risentono ancora di margini ridotti, costi operativi elevati e di una concorrenza sempre più forte da parte dell’e-commerce e della grande distribuzione organizzata. Il quadro che emerge è dunque quello di una ripresa graduale dei consumi, sostenuta da un clima di maggiore fiducia ma ancora disomogenea tra settori e territori. Per le regioni del Sud, e in particolare per Puglia e Basilicata, la sfida resta quella di trasformare il miglioramento congiunturale in una crescita più stabile, capace di rafforzare il commercio locale, tutelare le piccole attività e sostenere l’economia delle famiglie. Una partita che si giocherà nei prossimi mesi, tra inflazione sotto controllo, occupazione e politiche di sostegno al reddito e alle imprese.

L’Istat segnala record di risparmio e prudenza nei consumi nonostante il reddito in crescita. Nel terzo trimestre del 2025, le famiglie italiane hanno registrato un forte incremento del potere d’acquisto, secondo i dati diffusi dall’Istat. Il potere d’acquisto delle famiglie è aumentato dell’1,8% rispetto al trimestre precedente, mentre il deflatore implicito dei consumi è cresciuto solo dello 0,2%, segnalando un reale miglioramento della capacità di spesa delle famiglie. Questo incremento rappresenta un fenomeno significativo: si tratta di un aumento del reddito reale e della propensione al risparmio che, se si esclude il periodo Covid, raggiunge livelli massimi dal terzo trimestre del 2009. Nonostante questo, la spesa per consumi finali delle famiglie rimane contenuta, segnalando un atteggiamento prudente nei confronti delle spese quotidiane. Sempre nel terzo trimestre 2025, l’Istat stima che la propensione al risparmio delle famiglie consumatrici abbia raggiunto l’11,4%, registrando un incremento di 1,5 punti percentuali rispetto al trimestre precedente. Questo aumento riflette una spesa per consumi finali molto più debole rispetto alla crescita del reddito disponibile lordo, che nello stesso periodo è aumentato del 2%, mentre la spesa per consumi è cresciuta solo dello 0,3%. Il dato conferma una tendenza alla prudenza economica delle famiglie italiane, che, pur beneficiando di maggiori risorse, scelgono di accumulare risparmio piuttosto che aumentare i consumi. Questo comportamento ha implicazioni importanti per la ripresa economica e la domanda interna, evidenziando come l’incremento del reddito reale non si traduca automaticamente in maggiore spesa. Oltre al risparmio, l’Istat segnala anche l’andamento degli investimenti delle famiglie consumatrici. Nel terzo trimestre 2025, il tasso di investimento è stimato all’8,5%, in leggera diminuzione di 0,3 punti percentuali rispetto al trimestre precedente. La flessione è legata a un calo degli investimenti fissi lordi dell’1,4%, nonostante l’aumento del reddito disponibile lordo. Questo indica che le famiglie italiane stanno destinando una quota maggiore delle proprie risorse al risparmio, piuttosto che agli investimenti materiali, confermando la tendenza alla cautela in un contesto economico caratterizzato da inflazione contenuta ma anche da incertezza sui mercati. In sintesi, il terzo trimestre 2025 evidenzia un quadro complesso per le famiglie italiane: l’aumento del potere d’acquisto dell’1,8%, la crescita della propensione al risparmio all’11,4%, la spesa per consumi finali ancora debole (+0,3%) e il tasso di investimento in lieve calo (8,5%), a fronte di un aumento del reddito disponibile lordo (+2%). Questi dati confermano come le famiglie italiane abbiano adottato strategie di risparmio e investimento prudenti, pur beneficiando di una maggiore capacità di spesa. Per il settore economico e per le politiche di sostegno ai consumi, questo significa che l’incremento del potere d’acquisto non si traduce automaticamente in un aumento dei consumi, ma può essere indirizzato verso investimenti futuri e sicurezza finanziaria.

Si tratta di progetti richiesti dalla regione per interventi strutturali sulla Camastra, Pantano di Pignola e altre strutture. Arrivano fondi dal Governo per la crisi idrica in Basilicata. Il commissario straordinario del Governo per l’emergenza idrica ha stanziato oltre 6 milioni di euro alla regione lucana per realizzare opere di lungo respiro. Si tratta di progetti richiesti dalla regione Basilicata per interventi strutturali sulla Camastra, Pantano di Pignola e altre strutture. In particolare sono opere necessarie alla città e alla provincia di Potenza che hanno sofferto la sete per la situazione della diga del Camastra.

Un viaggio tra le canzoni che hanno segnato la storia della musica italiana nel ricordo di Lucio Battisti. “Mi ritorni in mente” con il maestro Mogol è stato l’evento di capodanno promosso dalla Nuova Fiera del Levante. L’intero ricavato dello spettacolo donato in beneficenza all’Unicef per aiutare i tanti bambini che hanno bisogno di assistenza nel mondo.

Il conto alla rovescia entra ora nel vivo. Qui i dati del sondaggio Ipsos realizzato per Confesercenti. È ormai partito il conto alla rovescia per i saldi invernali 2026. Tra attività commerciali che si preparano agli sconti e clienti a caccia dell’affare, cresce l’attesa per questo atteso appuntamento. Le vendite in saldo inizieranno il 2 gennaio in Valle d’Aosta, mentre in altre regioni, come la Puglia, si parte dal 3 gennaio. Tuttavia, come spesso è accaduto anche negli anni passati, gli sconti sono già iniziati all’interno dei negozi: secondo le stime di Confesercenti, quasi 2 milioni di consumatori hanno già effettuato acquisti in offerta durante i “pre-saldi” partiti subito dopo Natale. Questo è quanto emerge da un sondaggio Ipsos realizzato proprio per Confesercenti. Infatti, offerte e ribassi compaiono in anticipo, spesso attraverso formule riservate alla clientela come “saldi privati”, “pre-saldi”, “winter pre-sale”, “exclusive sales” che di fatto anticipano la data ufficiale di avvio delle vendite di fine stagione. Il trimestre novembre-gennaio si è trasformato in una stagione di promozione continua, sotto la spinta degli outlet e dei canali online, con i negozi tradizionali trascinati nella competizione per non perdereflussi e clientela. In questo contesto, gli acquisti di Natale – in particolare nel settore moda – risultano sempre più schiacciati tra due pressioni contrapposte: da un lato il Black Friday dall’altro i saldi anticipati e le formule di pre-saldo. Per l’associazione di categoria, diventa decisivo riportare al centro trasparenza e concorrenza leale. Prezzi e sconti, viene sottolineato, devono essere “devono essere chiari, verificabili e comparabili”. Ilrischio, avverte l’associazione, è che i saldi perdano progressivamente la loro funzione, trasformandosi in un semplice episodio all’interno di una promozione continua, con effetti di confusione per i consumatori e penalizzazioni per le imprese che rispettano le regole.

Il mercato europeo dell’auto accelera grazie alla transizione green, ma restano sfide normative e ritardi verso gli obiettivi CO2. Le vendite di auto in Europa continuano a crescere, con un incremento del 2,4% a novembre, trainate soprattutto dalle vetture green, elettriche e ibride. Secondo i dati dell’Acea, l’associazione dei costruttori europei, da inizio anno le immatricolazioni hanno raggiunto 12.098.650 unità, con un aumento dell’1,9% rispetto allo stesso periodo del 2024. Tuttavia, il Centro Studi Promotor evidenzia che il numero resta ancora inferiore del 16,8% rispetto al periodo precedente alla pandemia, confermando come il mercato europeo sia ancora lontano dai livelli pre-crisi. La transizione energetica, nonostante le difficoltà, continua a procedere. In tutta Europa Occidentale, la quota di auto elettriche ha raggiunto il 23,5% a novembre, in aumento rispetto al 17,5% dello stesso mese del 2024, mentre nell’intera Unione Europea la quota di mercato si attesta al 16,9%. Tra i paesi più virtuosi, la Norvegia guida con il 97,6%, seguita dalla Danimarca (73,7%), dall’Islanda (62,6%) e dall’Irlanda (41,5%). Nei cinque maggiori mercati europei, la quota di elettriche a novembre ha raggiunto il 26,4% nel Regno Unito, il 25,8% in Francia, il 22,2% in Germania, il 9,9% in Spagna, mentre in Italia, grazie ai recenti incentivi, è stata del 12,3%. Nonostante gli aiuti, l’Italia resta ultima tra i principali mercati per veicoli ricaricabili, come sottolinea l’Unrae. L’Anfia ricorda tuttavia che in Europa la quota di elettriche rimane ancora bassa e che i target di CO2 previsti per il 2025 non saranno raggiunti. Secondo il presidente Roberto Vavassori, la Commissione Europea si è concentrata sui target al 2035 e oltre, senza modificare l’obiettivo fissato al 2030 per le autovetture. La chiusura del mercato di quest’anno, secondo Vavassori, mette in evidenza quanto sia ancora distante il raggiungimento degli obiettivi, “a causa di problematiche che resteranno invariate nei prossimi cinque anni in assenza di interventi realistici e pragmatici”. In una posizione simile si esprime Gian Primo Quagliano, presidente del Centro Studi Promotor: “Chi risarcirà le case automobilistiche per i danni causati dal rigore regolatorio? E soprattutto chi risarcirà i troppi lavoratori che hanno perso il lavoro a causa delle pruderie ecologiste dell’Unione Europea?”. Nonostante le difficoltà, le auto ibride restano le preferite dagli automobilisti europei. Le plug-in registrano un aumento del 33,9% (con un +38,4% nella Ue), mentre le ibride non ricaricabili crescono del 2,8% (4,2% nella Ue). La tendenza positiva verso le ibride è stata notata anche dalla Commissione Europea, che ne riconosce uno spazio anche oltre il 2035. Tuttavia, secondo il direttore generale dell’Unrae, Andrea Cardinali, permangono molte incognite sul quadro normativo: “Il Pacchetto automotive avrebbe dovuto portare certezze, vitali per operatori e clienti. Al momento, però, queste certezze sembrano ancora lontane”. Sul fronte dei carburanti tradizionali, il calo delle auto a benzina e diesel è stato forte: la quota complessiva scende al 36,1% rispetto al 45,8% del 2024. Da gennaio, le auto a benzina hanno perso il 18,6%, con 2.665.739 immatricolazioni e una quota di mercato in calo dal 33,7% al 27%. Tra i costruttori, il gruppo Volkswagen si conferma al primo posto in Europa, con 299.402 nuove immatricolazioni e una crescita del 4,1%. Seguono Stellantis, con 1.760.601 vetture vendute da gennaio e un calo del 4,5%, con la quota di mercato che scende dal 15,5% al 14,6%. Crescono invece i brand cinesi: Byd registra un aumento del 240%, superando le 110.000 unità vendute, mentre Saic cresce del 39,4%. Continua la flessione di Tesla, che nei primi undici mesi perde il 38,8%, con 129.024 immatricolazioni rispetto alle oltre 210.000 dell’anno precedente. Analizzando i principali mercati dell’Europa Occidentale, la situazione peggiore si registra in Francia, ancora sotto il livello ante-pandemia del 27,2%, seguita dalla Germania (-21,4%) e dall’Italia (-20,2%). Meglio vanno il Regno Unito (-13,3%) e soprattutto la Spagna (-9,3%).

Bari e Lecce piene di turisti. Code davanti ai negozi, tavoli dei bar occupati. Il centro di Bari si presenta così in quest’ultima domenica prima di Natale. Ecco com’è andata.

Feste, tredicesime e tradizione accendono la spesa, tra rincari delle materie prime e tenuta delle imprese artigiane. A dicembre i consumi di alimenti e bevande in Puglia raggiungono un valore stimato di 2,1 miliardi di euro. A rilevarlo è il Centro Studi di Confartigianato Imprese Puglia, che evidenzia come il comparto dell’artigianato alimentare continui a mostrare segnali di vitalità, distinguendosi positivamente rispetto ad altri settori del commercio. Il quadro economico generale resta fragile, condizionato dalle tensioni geopolitiche internazionali e dall’impatto dei dazi statunitensi. Tuttavia, il periodo delle festività rappresenta un momento chiave per i consumi: tra Natale e fine anno si assiste a un deciso incremento degli acquisti, con una concentrazione che supera il 10 per cento delle vendite annuali al dettaglio (10,5%). A favorire la spesa contribuisce anche l’erogazione delle tredicesime, che consente alle famiglie di destinare maggiori risorse a prodotti alimentari e regali. In questo contesto, l’artigianato si conferma sinonimo di qualità e tradizione. Il patrimonio agroalimentare pugliese può contare su un’ampia varietà di prodotti certificati Dop, Igp e Stg, oltre a vini a denominazione e ai Prodotti Agroalimentari Tradizionali (P.A.T.), realizzati secondo tecniche di lavorazione e conservazione tramandate nel tempo. Dai prodotti da forno e dolciari ai cereali, dai formaggi all’ortofrutta fino all’olio, la Puglia esprime una ricchezza enogastronomica che si traduce in 379 P.A.T., contribuendo al primato del Mezzogiorno per numero di specialità tradizionali. Il peso dell’artigianato nel settore alimentare regionale è rilevante: su 4.832 imprese attive, 2.554 sono artigiane. Ma il valore dell’artigianato durante il periodo natalizio va oltre il solo comparto alimentare. Accanto ad esso opera l’artigianato artistico, che con ceramiche, tessuti e luminarie contribuisce a creare l’atmosfera tipica del Natale pugliese, generando un intreccio virtuoso tra economia, cultura e identità locale. Sul versante dei prezzi alla produzione, nei primi nove mesi del 2025 i prodotti alimentari registrano un aumento medio del 2,1%, superiore alla crescita della manifattura (+0,4%), mentre le bevande segnano una flessione dello 0,6%. All’interno del comparto alimentare si rilevano incrementi particolarmente significativi per la lavorazione di tè e caffè (+16,4%), la produzione di cacao, cioccolato e confetteria (+15,4%), la lavorazione e conservazione delle carni (+5,8%) e il settore lattiero-caseario (+5,3%). Crescono anche i prezzi di margarina e grassi similari (+4,0%) e dei succhi di frutta e ortaggi (+2,7%). Tra le bevande, l’unico aumento riguarda le altre bevande fermentate non distillate, con un +2,0%. Le tensioni si riflettono anche sui prezzi al consumo. A ottobre 2025, i prodotti alimentari e le bevande analcoliche registrano un incremento del 2,5% su base annua, valore doppio rispetto all’inflazione media dell’1,2%, seppur in rallentamento rispetto al 3,7% del mese precedente. Spiccano gli aumenti a doppia cifra per cacao e cioccolato in polvere (+21,9%), caffè (+20,6%) e cioccolato (+10,1%), tutti in lieve decelerazione rispetto ai mesi precedenti. «Da tempo le imprese sono alle prese con forti rincari delle materie prime – spiega Nicola Giotti, presidente della categoria dolciario di Confartigianato Puglia – e questo incide inevitabilmente sui prezzi finali. A ciò si aggiunge il peso dei costi energetici, fondamentali per le produzioni alimentari che richiedono un utilizzo intensivo di forni, frigoriferi e impianti di conservazione». Giotti sottolinea come, nonostante il crescente apprezzamento dei consumatori per la qualità delle produzioni artigiane, i margini delle imprese si stiano riducendo: «Il caso del cioccolato è emblematico: dopo il crollo produttivo in Africa Occidentale nel 2023, i costi sono triplicati. Lo stesso vale per uova, nocciole e persino per materiali accessori come carta e imballaggi». Da qui l’invito ai consumatori a considerare questi fattori al momento dell’acquisto, nella consapevolezza che gli aumenti non derivano da scelte speculative, ma da esigenze di sostenibilità economica. Un messaggio condiviso anche dal presidente di Confartigianato Imprese Puglia, Michele Dituri: «Scegliere prodotti e servizi degli artigiani e delle imprese locali significa investire in qualità, autenticità e identità territoriale. Ogni prodotto artigianale racchiude una storia di lavoro, competenza e passione che rafforza il tessuto economico, sociale e culturale delle comunità». In quest’ottica, Confartigianato rilancia anche quest’anno la campagna “AcquistiAmo locale”, invitando cittadini e famiglie a regalare e a regalarsi prodotti artigianali made in Italy, espressione della creatività e delle tradizioni dei territori.

Piani di prevenzione ed educazione alimentare fondamentali per ridurre gli sprechi nelle regioni meridionali. Il Sud Italia registra i valori più alti di spreco alimentare domestico, con una media settimanale pro capite di 628,6 grammi, circa il 13% in più rispetto alla media nazionale, secondo l’analisi di Ener2Crowd, piattaforma italiana per investimenti ESG, basata su dati di Waste Watcher International, International Center for Social Research ed Eurostat. Nello specifico, Puglia e Basilicata figurano tra le regioni più critiche: il livello di spreco alimentare domestico nella Puglia supera la media del Sud, con stime che si aggirano intorno a 640 grammi a settimana per persona, mentre in Basilicata si registrano valori simili, intorno ai 630 grammi, evidenziando come le disuguaglianze economiche e infrastrutturali contribuiscano significativamente a questa problematica. Nel Nord Italia, invece, lo spreco medio settimanale è di 515,2 grammi pro capite, con una riduzione del 7% rispetto alla media nazionale, mentre al Centro scende a 490,6 grammi, circa 12% in meno della media nazionale. Questa frattura geografica non è solo numerica: riflette disuguaglianze economiche, carenze infrastrutturali e un accesso più limitato a servizi efficienti per la gestione dei rifiuti. «Dove il reddito è più basso e i servizi meno efficienti, lo spreco tende ad aumentare», sottolineano gli analisti di Ener2Crowd. Il Natale 2025 porta con sé un calo dello spreco alimentare previsto su tutto il territorio nazionale, ma il divario tra Nord e Sud rimane significativo, rappresentando un ostacolo per una reale economia circolare. Per esempio, durante le festività natalizie (dal 24 dicembre 2025 al 6 gennaio 2026), lo spreco domestico stimato a Roma è di 551,9 grammi pro capite, pari a un totale di 40.525 tonnellate, mentre Milano registra lo stesso dato pro capite, ma uno spreco complessivo inferiore, 34.043 tonnellate, per via della diversa popolazione. In Puglia e Basilicata, le stime per le festività non sono ancora pubbliche con precisione, ma considerando il trend regionale e la popolazione, gli esperti prevedono valori superiori ai 600 grammi a persona, confermando la necessità di interventi mirati per la prevenzione dello spreco e per promuovere pratiche di consumo sostenibile. Le cause dello spreco alimentare sono molteplici: acquisti eccessivi, cattiva conservazione degli alimenti, scarsa pianificazione dei pasti e difficoltà nel riutilizzo delle eccedenze. In regioni come Puglia e Basilicata, si aggiungono criticità legate ai servizi di raccolta e smaltimento dei rifiuti, insieme a una minore cultura della prevenzione domestica dello spreco. Gli esperti invitano quindi a strategie mirate: campagne di sensibilizzazione, educazione alimentare nelle scuole e incentivi per le famiglie che riducono gli sprechi. Solo così, secondo Ener2Crowd, sarà possibile ridurre concretamente le differenze tra Nord e Sud e rendere l’Italia più vicina a un’economia circolare davvero sostenibile.

Privilegi speciali, deroghe e incentivi per creare l’auto elettrica urbana più economica d’Europa. Bruxelles si prepara a rivoluzionare il mercato europeo con una nuova categoria di auto elettriche piccole “Made in Europe”, pensata per contrastare l’avanzata delle auto elettriche cinesi a basso costo e rilanciare la competitività dell’industria continentale. La Commissione vuole introdurre una classe di mini-elettriche ultracompatte dotate di privilegi esclusivi come parcheggi dedicati, accesso prioritario alle colonnine di ricarica e una esenzione di dieci anni dalle future normative europee, incluse quelle di sicurezza e gli standard Euro 7, così da garantire prezzi più bassi, produzione più rapida e una vera alternativa europea ai modelli asiatici più economici. Questa nuova categoria, chiamata provvisoriamente “Sejournette” in riferimento al commissario Stéphane Séjourné, sarà riservata a veicoli costruiti in Europa e con un peso inferiore a 1,5 tonnellate, una soglia pensata per rendere la produzione più efficiente e favorire le auto elettriche leggere, oggi considerate l’unico segmento in cui i produttori europei mantengono un chiaro vantaggio competitivo. Case come Renault, Stellantis e Volkswagen spingono da mesi per norme più flessibili che permettano di lanciare citycar elettriche economiche, capaci di competere davvero nella fascia di prezzo più sensibile del mercato. Tra i modelli che potrebbero beneficiare delle nuove regole figurano la Renault Twingo elettrica, la Citroën e-C3 e alcune versioni leggere della Volkswagen Golf, trasformandosi di fatto nelle potenziali protagoniste delle auto elettriche economiche europee. Il concept si ispira evidentemente alle celebri Kei Car giapponesi, piccole, agili e super convenienti, che dominano la mobilità urbana del Giappone: Bruxelles punta a importare quel successo creando una nuova generazione di auto elettriche urbane low-cost progettate per l’Europa. La proposta arriverà insieme alla revisione del controverso stop ai motori termici dal 2035, un passaggio critico del Green Deal: si valuta la possibilità di prolungare l’uso di ibridi plug-in e range extender per altri cinque anni o di introdurre un target di riduzione delle emissioni del 90% entro il 2035, lasciando un piccolo margine ai motori a combustione. Tutto sarà rivelato il 16 dicembre, una data che potrebbe ridefinire il futuro delle auto elettriche europee, della mobilità sostenibile e dell’intera strategia industriale dell’Unione.

L’Istat: -45 mila occupati sul trimestre, tasso stabile al 62,5%. Aumentano ore lavorate e costo del lavoro, crescita più marcata nel Mezzogiorno. Il mercato del lavoro italiano presenta segnali contrastanti tra occupazione in lieve calo, aumento delle ore lavorate e crescita del costo del lavoro, con differenze significative tra Nord e Sud. Secondo gli ultimi dati dell’Istat, il numero degli occupati – depurato dagli effetti stagionali – scende di 45 mila unità rispetto al trimestre precedente, attestandosi a 24 milioni 102 mila (-0,2%). Su base annua, dopo diciassette trimestri di crescita ininterrotta, il numero di occupati resta sostanzialmente stabile (24 milioni 123 mila, -7 mila). Il tasso di occupazione tra i 15 e i 64 anni si conferma al 62,5%, invariato rispetto al terzo trimestre 2024. Dietro questa media, però, si registrano forti differenze territoriali: aumento nel Mezzogiorno, grazie soprattutto a regioni come Puglia e Basilicata, mentre si osserva un lieve calo nel Centro-Nord. Questo trend evidenzia come il Sud continui a giocare un ruolo chiave nel consolidamento dell’occupazione nazionale. Le ore lavorate per dipendente crescono dell’1,0% rispetto al trimestre precedente e dell’1,3% su base annua. Le ore di cassa integrazione (Cig) diminuiscono di 1,5 ore ogni mille ore lavorate, mentre prosegue, seppur a ritmi più lenti, il calo delle posizioni in somministrazione (-0,1% sul trimestre; -1,9% su base annua). Il lavoro intermittente, invece, continua a espandersi da dodici trimestri consecutivi: +0,5% congiunturale e +6,0% annuo. Cresce anche il costo del lavoro per ULA (+0,8% sul trimestre). ULA significa “Unità di Lavoro Annua”, un indicatore che misura il lavoro equivalente a tempo pieno: in pratica, un ULA corrisponde al lavoro di un dipendente a tempo pieno per un anno. L’aumento del costo del lavoro per ULA riflette la crescita sia delle retribuzioni (+0,7%) sia dei contributi sociali (+1,2%). Su base annua, il costo del lavoro sale complessivamente del 3,3%, con un incremento marcato dei contributi sociali (+4,8%) e delle retribuzioni (+2,8%). Questi dati riflettono una dinamica significativa anche per il Sud Italia, dove le aziende delle regioni meridionali, incluse Puglia e Basilicata, stanno affrontando un aumento dei costi del lavoro. Il tasso di posti vacanti si attesta all’1,8%, in aumento di 0,1 punti sul trimestre precedente e in diminuzione di 0,2 punti rispetto allo stesso trimestre 2024. La presenza di posti vacanti nel Sud, e in particolare nelle province pugliesi e lucane, evidenzia la difficoltà di alcune imprese locali nel reperire figure qualificate, nonostante la crescita complessiva dell’occupazione. Nella Nota metodologica sono riportati gli intervalli di confidenza delle stime campionarie dei principali indicatori non destagionalizzati, sia sull’offerta di lavoro sia su alcuni aspetti della domanda di lavoro, fornendo così un quadro completo e affidabile della situazione occupazionale in Italia e nelle regioni del Sud.

Medici specialisti saranno in più punti della città per comunicare ai cittadini i vantaggi dei vaccini come forma di prevenzione. Il progetto “Vacciniamo il futuro” è stato avviato da comune e ASL di bari con il sostegno della Regione. Il trend della campagna vaccinale anti influenzale è positivo: finora sono state somministrate 267mila dosi di cui 151mila a over65. Per evitare altre patologie occorre però estendere i vaccini oltre il periodo influenzale Intervistato Filippo Anelli – Presidente Federazione Nazionale Ordini dei medici

Gli inquirenti sono convinti che quello di Tatiana è stato un allontanamento volontario. Dovrebbe essere ascoltata dalle forze dell’ordine nei prossimi giorni insieme a Dragos. Ieri le prime parole di lui e di Vladimir. Un caso chiuso che va verso l’archiviazione. Per la Procura di Lecce non c’è alcun reato ipotizzabile. Gli inquirenti sono convinti che quello di Tatiana è stato un allontanamento volontario. Un’avventura di comune accordo per il forte sentimento reciproco con il 30enne rumeno Dragos che l’ha nascosta nella mansarda della sua abitazione per 11 interminabili giorni. Tatiana è tornata a casa dopo gli accertamenti in ospedale, sta bene, ha bisogno di riposo e serenità. Quando vorrà racconterà i motivi del gesto, soprattutto perchè abbia voluto isolarsi inducendo tutti a pensare al peggio. Dovrebbe essere ascoltata dalle forze dell’ordine nei prossimi giorni insieme all’amico. Fondamentali per le indagini sono state le immagini delle telecamere che ritraevano Tatiana e Dragos allontanarsi dal parco e poi entrare in casa di lui. Da quel luogo, come hanno rivelato le immagini dei giorni successivi, Tatiana non è più uscita. per questo si è temuto che le fosse accaduto qualcosa.

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