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Novembre 25, 2025

L’Agcom invita a non abbassare la guardia: lo spoofing si sta progressivamente spostando verso chiamate dall’estero con numeri internazionali. Il secondo filtro anti-spoofing dell’Agcom, entrato in funzione il 19 novembre, ha subito mostrato la sua efficacia: circa 7,5 milioni di chiamate dall’estero con numeri italiani vengono bloccate ogni giorno, dimostrando quanto fosse ampia la diffusione di questa pratica illegale. Lo spoofing è una tecnica con cui il chiamante maschera il proprio numero reale facendolo apparire come un numero italiano, spesso molto simile a quelli usati dai servizi clienti o dagli operatori telefonici, per aumentare la credibilità della chiamata. Un esempio tipico è quello della telefonata apparentemente proveniente da un prefisso mobile italiano — per esempio un “+39 347…” — quando in realtà parte da un call center all’estero che tenta di ottenere dati personali o di proporre contratti non richiesti. L’Autorità, nel tracciare un primo bilancio provvisorio, ha raccolto i dati dei principali operatori, TIM, Vodafone-Fastweb, WindTre e Iliad. Le percentuali di chiamate illecite provenienti da numeri mobili bloccate oscillano tra il 50% e il 90%, numeri che parlano chiaro sulla portata del fenomeno. La delibera prevede il blocco delle chiamate mobili provenienti dall’estero con numeri italiani, con l’esclusione dei clienti effettivamente in roaming. Si tratta della seconda fase: la prima, avviata il 19 agosto, riguardava le chiamate dall’estero con numerazione fissa. I dati riferiti al periodo 19-21 novembre mostrano già che le chiamate bloccate dai numeri mobili sono circa sei volte superiori a quelle della prima fase, che registrava 1,3 milioni di blocchi al giorno. Nonostante il provvedimento stia funzionando, l’Agcom invita a non abbassare la guardia: lo spoofing si sta progressivamente spostando verso chiamate dall’estero con numeri internazionali, che non possono essere bloccate con l’attuale normativa. L’Autorità raccomanda quindi ai cittadini di prestare attenzione a telefonate sospette, in particolare quando vengono proposti contratti o servizi di varia natura. Si prevede inoltre un aumento dello spoofing originato direttamente in Italia. L’Agcom continuerà a vigilare e a irrogare sanzioni, grazie a un quadro regolamentare ormai chiaro e consolidato che consente di risalire facilmente ai responsabili delle chiamate illecite. Parallelamente, associazioni come Consumerismo no profit chiedono un’indagine parlamentare sul telemarketing invasivo, mentre il Codacons sottolinea che il filtro ha ridotto le telefonate illecite ma non le ha eliminate del tutto. Continuano infatti ad arrivare chiamate legali da call center italiani, numeri esteri non italiani, falsi numeri italiani originati in Italia e numeri fissi stranieri realmente esistenti. I dati dei gestori confermano la potenza dello strumento. Un primo operatore ha bloccato dal 19 al 21 novembre 8,1 milioni di chiamate da mobile, una media di 2,7 milioni al giorno. Un secondo gestore, dal 19 al 23 novembre, ha bloccato 8,3 milioni di chiamate su 17 milioni ricevute, pari al 50%, con una media giornaliera di 1,7 milioni di blocchi. Il terzo gestore, nella sola giornata del 21 novembre, ha richiesto il blocco di 2,9 milioni di chiamate su 3,15 milioni totali, pari a circa il 90%. Un quarto operatore, nel periodo 20-23 novembre, ha fermato 650.000 chiamate su circa 940.000 totali, pari al 70%, con una media di 162.000 blocchi al giorno. Il messaggio è chiaro: il filtro funziona e riduce drasticamente le chiamate illecite, ma non può fermare del tutto lo spoofing e il telemarketing molesto. Il fenomeno evolve, si sposta sui numeri internazionali o si origina dall’interno del territorio nazionale, e richiede quindi attenzione costante da parte dei cittadini e vigilanza attiva da parte delle autorità. Solo così sarà possibile proteggere chi riceve telefonate indesiderate e mantenere alto il livello di controllo sulle pratiche abusive dei call center, italiani e stranieri.

Nei primi giorni di novembre ha ottenuto un altro risultato da incorniciare: quinto tra gli italiani e secondo assoluto, categoria 35 – 40 anni, nella  tappa d’esordio del mondiale di trial, corsa in ambiente naturale. Che piacere la fatica. Nonostante sia un principio paradossale, per gli sportivi è carburante. Lo sforzo fisico prolungato produce due molecole associate alla felicità: endorfina e serotonina. Si tratta di chimica pura e non si ottiene in laboratorio. Ne è dipendente Vincenzo Manobianco. Si definisce uno sportivo ibrido e all’attività fisica dedica quasi totalmente le sue giornate, tra lezioni private in palestra e allenamenti. Il suo nome compare anche nel libro dei Guinness per tre primati: rotazioni consecutive su Sup, swing di squadra con la kettelbell ( sollevamenti per un totale di 52mila chili in un’ora, ndr) e  maggior numero di trascinamenti della slitta su distanza di 10 metri. Ma ha voluto spingersi oltre, sino alle estremità. Nei primi giorni di novembre ha ottenuto un altro risultato da incorniciare: quinto tra gli italiani e secondo assoluto, categoria 35 – 40 anni, nella  tappa d’esordio del mondiale di trial, corsa in ambiente naturale. Le gare si sono svolte contemporaneamente in 4 città, Urbino, Milano, Taranto e Bari. Vincenzo ha completato il percorso di 36 km tra le gravine di Ginosa e Castellaneta in 3h.35’. Con orgoglio, sottolinea la complessità della prova – gli ultimi 4 km erano su sabbia – e ribadisce un concetto a lui caro: lo sport come stile di vita e condivisione: “E’ bello allenarsi singolarmente, ma se non ci fossero connessione e sana competizione con altri atleti, non avrebbe senso”. Ora ha nel mirino la prossima gara di trial, il 14 dicembre a Mottola. E nel 2026 riaprirà il libro dei record per scrivere un’altra pagina storica: “Vorremmo correre su una pista di atletica con un sacco da 48 chili sulle spalle percorrendo più di 9 chilometri in un’ora”. Superare ogni limite sarà un vero piacere!

Tantissimi i giovani soprattutto universitari oltre ai parenti delle vittime di violenza, le istituzioni e la gente comune. Circa 300 persone partecipano a Foggia alla marcia intitolata “Facciamo rumore”, promossa dall’Università in collaborazione con Comune e Provincia ed una fitta rete di associazioni in occasione della giornata internazionale dell’eliminazione della violenza contro le donne che ricorre oggi 25 novembre. Tantissimi i giovani soprattutto universitari oltre ai parenti delle vittime di violenza, le istituzioni e la gente comune, tutti con indosso un foulard rosso con la scritta “Facciamo rumore”. Il lungo corteo si snoda attraverso il centro passando per i luoghi della vita cittadina. “Facciamo rumore è l’idea che la cultura possa farsi movimento, alimentando una coscienza condivisa capace di influenzare i gesti, i linguaggi e la qualità delle nostre relazioni. È da qui che può nascere un cambiamento autentico”, ha dichiarato il rettore dell’università di Foggia Lorenzo Lo Muzio. 

È successo a Monteiasi. Non si escludono collegamenti con un altro colpo avvenuto nel vicino Comune di Montemesola. Indagano i carabinieri sull’assalto con esplosivo ai danni del bancomat della filiale della banca Monte dei Paschi di Siena a Monteiasi (Taranto). La deflagrazione, avvenuta intorno alle 3, ha danneggiato gravemente il dispositivo e parte dell’area circostante. Il bottino resta da quantificare. Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco e i carabinieri delle compagnie di Martina Franca e Grottaglie, che hanno avviato le verifiche e messo in sicurezza la zona. Le forze dell’ordine stanno analizzando i filmati delle telecamere di videosorveglianza presenti nei dintorni per ricostruire l’accaduto. Sarebbe stata utilizzata la tecnica della “marmotta”. Non si escludono collegamenti con un altro colpo avvenuto nel vicino Comune di Montemesola.

Una candidatura nata grazie all’adeguamento del Piano Urbanistico Generale al Piano Paesaggistico Territoriale Regionale. Una porzione di quello di Canosa di Puglia è stata candidata nell’Elenco Nazionale dei Paesaggi Rurali Storici istituto presso il Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, circa 14mila ettari di area periurbana, tra il centro abitato e la campagna. Interviste a Vincenzo Lasorella, dir. sez. Tutela e valoriz. Paesaggio regione Puglia; Marina Dimatteo, vice presidente Ordine Architetti BAT

Tra un quadro e una scultura, spazio anche ai libri di una scrittrice locale. Al via in una masseria di Monopoli la kermesse “Sapori d’autunno”: moda, bellezza e prodotti tipici per un evento che intreccia arte e tradizione. Interviste a Maria Teresa Carrieri (orgnizzatrice); Antonella Genga (attrice)

In frenata il pil del mezzogiorno stimato per il 2025 e il 2026 . L’economia del Sud Italia guarda al 2026 con un misto di speranze e sfide importanti, e in particolare le regioni di Puglia e Basilicata rappresentano casi emblematici di questa complessità: da un lato registrano segnali incoraggianti, dall’altro evidenziano disuguaglianze strutturali che richiedono politiche mirate per consolidare la crescita e trasformarla in sviluppo sostenibile. Secondo gli ultimi rapporti, il Sud ha registrato una crescita del PIL pari a +0,9% nel 2024, superando la media del Centro‑Nord (+0,7%). Gran parte di questa performance è riconducibile agli investimenti in costruzioni (+4,9% al Sud), fortemente trainati dalle opere pubbliche del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Tuttavia, le previsioni per il biennio 2025‑2026 indicano che il Meridione tornerà a crescere più lentamente rispetto al Centro‑Nord: +0,7% di PIL stimato per il 2025 e +0,8% per il 2026, contro l’1,0% e l’1,1% del resto del Paese. Questa frenata appare legata a fattori sia esterni che interni. Da un lato, il contesto europeo rimane debole, con vincoli di bilancio e pressioni sui costi dell’energia; dall’altro, l’effetto stimolo degli anni passati legato al PNRR tende a esaurirsi, con tre quarti della crescita del Mezzogiorno nel triennio 2024‑2026 derivante proprio dai fondi del Piano. Inoltre, il potere d’acquisto delle famiglie meridionali è previsto in aumento nel 2026 (+1,1%) grazie a una decelerazione nell’inflazione interna al Sud, ma il Centro‑Nord manterrà un vantaggio nella spesa per servizi, in particolare grazie al turismo. Uno degli aspetti critici resta il mercato del lavoro. Nonostante una “ripresa occupazionale”, il Mezzogiorno continua a fare i conti con salari reali in calo: tra la fine del 2019 e la prima metà del 2024, i salari reali al Sud si sono ridotti di circa il 5,7%. Al tempo stesso, ci sono ancora circa tre milioni di lavoratori “non lavoro” (cioè sottoutilizzati o inattivi) nelle regioni meridionali, sebbene la quota sia diminuita rispetto agli anni precedenti. A questa complessità si aggiunge il “sommerso”: nel Mezzogiorno l’economia non osservata rappresenta il 16,5% del valore aggiunto, un’incidenza molto più alta rispetto ad altre aree del Paese. Questo fenomeno limita la piena emersione del potenziale economico del Sud e influisce negativamente su entrate fiscali, qualità del lavoro e capacità di investimento. D’altro canto, ci sono motivi di ottimismo strategico. Il Centro Studi SRM sottolinea che il Mezzogiorno ha recuperato terreno in termini di PIL: nel 2023 il PIL del Sud ha superato del +6,7% il livello pre‑pandemico (2019), mentre la media nazionale ha registrato un +4,8%. Gli investimenti innovativi nel settore industriale meridionale sono cresciuti: circa il 65% delle imprese manifatturiere ha investito nell’ultimo triennio, e il 40% degli investimenti è “innovativo” contro il 33,1% della media nazionale. Questo è un segnale di maggiore propensione delle aziende del Sud a modernizzarsi e ad agganciarsi alle catene del valore più avanzate. Infrastrutture grandi e strategiche giocano un ruolo chiave nelle prospettive per il 2026. La realizzazione di una nuova linea ferroviaria ad alta velocità fra Napoli e Bari, ad esempio, collegherà due mari, ridurrà i tempi di viaggio e potenzialmente favorirà il rilancio delle aree interne, tra cui molte zone della Puglia e Basilicata. Solo nella fase costruttiva, il progetto potrebbe generare oltre 62.000 posti di lavoro e 4 miliardi di euro di business. Una citazione significativa arriva da Adriano Giannola, presidente di Svimez: “Le nostre previsioni per il meridione nel 2025‑2026 sono meno rosee rispetto al passato: si riapre la forbice del divario” tra Sud e Centro-Nord. Giannola richiama la necessità di non dipendere solo dal PNRR, ma di costruire una crescita strutturale che duri nel tempo, sostenuta da riforme, infrastrutture e politiche industriali. Dal punto di vista della Banca d’Italia, il governatore Fabio Panetta ha sottolineato come vi siano “segni incoraggianti” nel Sud: in alcuni recenti indicatori, l’espansione economica meridionale sta procedendo con una certa solidità, ma per consolidarla servono investimenti infrastrutturali e riforme strutturali. Panetta ha indicato la necessità di potenziare la rete ferroviaria, le infrastrutture portuali e la gestione delle risorse idriche, condizioni essenziali per sostenere un’economia moderna e resiliente. Un’altra riflessione riguarda il capitale umano. L’emigrazione giovanile è sempre stata un grande limite per il Sud, ma i flussi potrebbero invertire tendenza se le opportunità di lavoro e di vita migliorano. Alcuni segnali indicano già un ritorno di lavoratori, attratti da progetti infrastrutturali, da una qualità della vita migliore e da costi più bassi rispetto al Nord. Se questo trend si stabilizza, può contribuire a una rigenerazione demografica ed economica significativa. Tuttavia, il percorso non è privo di rischi. La dipendenza dagli investimenti pubblici — in particolare dal PNRR — è un’arma a doppio taglio: se le risorse esterne diminuissero o se l’efficienza nella spesa diminuisse, il Mezzogiorno potrebbe tornare a soffrire. In più, la persistente informalità economica rende più fragile la base fiscale e imprenditoriale della regione. Senza riforme profonde in materia di governance locale, capitale umano e infrastrutture sociali (scuole, sanità, servizi), la crescita prevista rischia di restare parzialmente “di superficie”. Le prospettive per il 2026 dunque sono ambivalenti: da un lato, ci sono segnali positivi reali — investimenti pubblici, modernizzazione industriale, ritorno di popolazione, progetti infrastrutturali strategici — dall’altro, restano grandi nodi irrisolti: il sommerso, i salari reali bassi, la dipendenza da finanziamenti esterni e una struttura produttiva ancora fragile. Per far sì che il Mezzogiorno non solo cresca ma si trasformi in un motore stabile e autonomo dell’economia italiana, servirà un mix di strategie. Occorrerà consolidare gli investimenti in infrastrutture materiali e sociali, rendere più efficiente la spesa, incentivare la formalizzazione dell’economia, rafforzare le imprese meridionali con politiche di innovazione, e soprattutto puntare sul capitale umano, trattenendo giovani talenti e rendendo le regioni del Sud, in particolare Puglia e Basilicata, mete attrattive non solo per lavoro ma anche per una vita sostenibile. Se questi elementi verranno combinati con coerenza e visione di lungo termine, il 2026 potrebbe segnare una tappa importante nella riduzione del divario Nord‑Sud e nell’emergere di un Mezzogiorno più competitivo e integrato nel sistema nazionale ed europeo. In caso contrario treni e aerei continueranno a partire sempre dal Sud con destinazione il Nord.

Adesso i truffatori dovranno risarcire l’Inps. Hanno intascato il reddito di cittadinanza e l’assegno di inclusione senza averne diritto per un valore complessivo di 420 mila euro. Sessanta persone sono state denunciate dalla Guardia di Finanza del comando provinciale di Barletta alla Procura di Trani e all’Inps. Le fiamme gialle della Bat hanno controllato la posizione di 180 persone facendo emergere i 60 casi irregolari. L’attività svolta dai finanzieri ha anche consentito di bloccare altre somme non ancora elargite dall’ente previdenziale. Adesso i truffatori dovranno risarcire l’ines. 

Ecco la sesta edizione del premio. Parliamo di arte, letteratura e ricerca. A Bari la cerimonia di premiazione del premio nazionale “Incanto della bellezza”.

La cerimonia inizierà alle 11. Previsti i saluti di Michele Emiliano, presidente uscente della Regione Puglia, Fabio Tarantino, presidente facente funzioni della Provincia di Lecce e Adriana Poli Bortone, sindaca di Lecce. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella è atteso a Lecce in mattinata per l’inaugurazione dell’Assemblea nazionale delle Province italiane. La cerimonia è in programma al teatro Apollo. Il comune ha istituito divieto di fermata e tutti i veicoli non autorizzati, dalle 6 alle 13, su entrambi i lati di piazzetta De Sanctis, in via XXV Luglio, nel tratto e sul lato compreso tra via Trinchese e via Marconi; su entrambi i lati di viale Marconi, dall’intersezione con via XXV Luglio sino all’intersezione con viale Lo Re. All’assembla dell’Upi parteciperanno quasi mille delegati di tutte le Province Italiane.

Ecco quello che dovrà affrontare Decaro, dalle liste d’attesa al lavoro fino alle infrastrutture . Quando si guarda al programma di Antonio Decaro non basta parlare di buone intenzioni: molte delle sue priorità si scontrano con problemi strutturali profondi. La sanità, ad esempio, è un’emergenza concreta. Le liste d’attesa in Puglia sono lunghe e, per ridurle, Decaro propone esami fino alle 23 e anche nei weekend. Ma realizzare questo significa aumentare il carico di lavoro sulle strutture, reclutare personale, investire in macchinari e coordinare turni. Non è solo una questione di orari più lunghi, ma di organizzazione, costi e sostenibilità. Come ha detto durante la campagna elettorale, “crediamo sia giusto ascoltare la voce di chi vive quotidianamente la nostra regione, chi ha un problema, chi ha un sogno, chi ha una proposta per migliorare la vita delle persone”. Sul fronte del lavoro, la situazione è migliorata negli ultimi anni, ma resta fragile: il tasso di disoccupazione in Puglia rimane tra i più alti d’Italia e dietro i numeri positivi ci sono ancora sacche di fragilità. Molti giovani rimangono fuori dal mercato del lavoro e alcune aree interne rischiano di essere tagliate fuori dai benefici delle politiche di sviluppo. Il nuovo presidente punta a creare opportunità di lavoro “di qualità”, rafforzando le politiche attive e incentivando le imprese locali, ricordando che “non potevo girare le spalle alla mia terra e al mio popolo, andiamo a vincere questa campagna elettorale”. La gestione dei rifiuti e le politiche ambientali è un’altra grande sfida. Il sistema attuale non sempre funziona efficacemente, con disparità tra comuni e costi elevati. Il governatore propone di puntare sull’economia circolare, ma per farlo servono investimenti, coordinamento tra enti locali e strategie industriali chiare: senza questi elementi, le intenzioni rischiano di rimanere teoriche. Anche le infrastrutture sono un tallone d’Achille della Puglia: migliorare la mobilità tra città e aree interne significa intervenire su strade e trasporti pubblici, opere costose e lunghe da realizzare. La transizione ecologica, pur necessaria, aggiunge complessità e richiede pianificazione e fondi dedicati. Sul piano sociale, persistono disuguaglianze radicate: giovani che emigrano, famiglie in difficoltà e territori marginali che attendono politiche di inclusione efficaci. Garantire un welfare capillare e funzionale è essenziale ma complesso. La partecipazione democratica è un’altra questione critica: l’alto tasso di astensionismo segnala una distanza crescente tra cittadini e politica regionale. Decaro dovrà lavorare per recuperare fiducia, attraverso ascolto reale, consultazioni e trasparenza. Non sarà facile. Ma l’uomo è così: ci proverà e s’impegnerà con metodo da ingegnere. Infine, la gestione della coalizione è un’altra sfida: il progetto politico si appoggia su diverse forze – partiti e liste civiche – e mantenerle unite richiederà capacità di mediazione. In questo senso, la sua esperienza, seppur breve, come presidente di commissione al Parlamento europeo, potrebbe rivelarsi preziosa e gli fornirà glii strumenti per negoziare e conciliare diverse anime politiche. Magari ricordando sempre ciò che ha ripetuto: “Fin dall’inizio ho detto che non sono né indispensabile, né tantomeno insostituibile”.

Nonostante le sue 9.698 preferenze complessive, di cui 6.624 solo a Bari, il leader di Avs non ce l’ha fatta. È uno degli esclusi eccellenti che non siederà, a differenza di altri, in consiglio regionale. Nonostante le sue 9.698 preferenze complessive, di cui 6.624 solo a Bari, Nichi Vendola non ce l’ha fatta. L’ex governatore della Puglia e leader di Alleanza Verdi e Sinistra rimane così fuori da via Gentile. A determinarne l’esclusione, la percentuale raggiunta dal suo partito: Avs ha superato di poco il 4% ma, in base alla legge elettorale, non è sufficiente. Ieri, ai microfoni del TgNorba, Vendola si è congratulato con Antonio Decaro e sul risultato ottenuto in Puglia. “Il centrosinistra – dice – è saldamente dentro al cuore dei pugliesi. Una parte del merito di questa affermazione è dovuta alla personalità di Antonio Decaro”. Sul risultato ottenuto dal suo partito dice: “Il nostro obiettivo era superare la soglia di sbarramento perché veniamo da una lunga stagione in cui non c’eravamo nelle istituzioni. Senza risorse, senza rappresentanti si fa fatica a fare politica così. I voti li prendiamo sulla base dei programmi e delle idee, non abbiamo reti clientelari a supporto della nostra proposta politica”. Qui di seguito è possibile ascoltare il suo intervento, di ieri sera, ai nostri microfoni.

. Le elezioni regionali al Sud hanno dipinto un quadro sorprendentemente chiaro e al tempo stesso pieno di sfumature complesse: in Puglia, Antonio Decaro trionfa con il 66% dei voti, secondo gli instant poll di Telenorba, ma la vittoria non è un trionfo senza problemi. Perché dietro il numero si nasconde una coalizione ampia e variegata: unisce il Partito Democratico, il Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e diverse liste civiche come “Decaro Presidente” e “Per la Puglia”. Gestire questa pluralità di interessi sarà la vera sfida del nuovo presidente. Bari, cuore politico e amministrativo della regione, diventa il centro simbolico di questa sfida: la città e le aree urbane più popolose richiedono attenzione alle infrastrutture, servizi pubblici e progetti concreti che possano consolidare il consenso e mantenere coesa la coalizione. La Bat con i suoi Comuni di dimensioni differenti impone un equilibrio tra investimenti nei centri urbani e nelle aree più piccole, per evitare che qualcuno si senta lasciato indietro. Lecce, con una partecipazione leggermente più alta, offre un sostegno più stabile ma va rafforzato con azioni tangibili sul fronte sociale ed economico. Stesso copione per Brindisi alle prese con una imponente fase di transizione post industriale: dalla chimica alla robotica passando per l’aerospazio. Taranto, divorata da problemi ambientali e occupazionali, richiede interventi immediati e visibili su lavoro, bonifiche e infrastrutture: in caso contrario le difficoltà locali rischiano di diventare terreno di scontro politico interno alla coalizione. Foggia, con affluenza molto bassa, rappresenta la provincia simbolo del rischio politico: qui Decaro dovrà dimostrare attenzione concreta ai territori marginalizzati. Dovrà trasformare il consenso relativo, cioè legato al voto, in sostegno reale attraverso programmi di sviluppo agricolo, servizi pubblici e politiche sociali mirate.  Allo stesso tempo, in Campania, Roberto Fico ottiene una vittoria significativa: conferma che il centrosinistra al Sud può costruire alleanze vincenti. Ma anche qui il quadro è complesso: la coalizione eterogenea dovrà affrontare problemi simili di mediazione tra partiti tradizionali, liste civiche e componenti progressiste: vincere un’elezione non garantisce automaticamente una governance efficace e stabile.  La scarsa affluenza alle urne, intorno al 41- 42% in Puglia e con punte leggermente più alte in alcune province come Lecce, rappresenta un elemento di riflessione non trascurabile: il consenso raccolto dai vincitori, per quanto numericamente ampio, deriva da una minoranza della popolazione. E questo riduce la forza politica percepita e la legittimità “attiva” della coalizione. La bassa partecipazione può essere letta come un segnale di disillusione o di distanza tra cittadini e istituzioni. E pone una sfida ulteriore: convincere chi non è andato a votare che il nuovo governo regionale può rappresentare realmente i loro interessi. Inoltre, territori con affluenza molto bassa, come Foggia e alcune aree interne, rischiano di sentirsi marginalizzati. Così di fatto aumenta la pressione sul governatore per bilanciare equità nella distribuzione delle risorse. La scarsa partecipazione accentua anche le differenze territoriali: le province più urbane e popolose determinano gran parte del risultato, mentre le zone rurali o periferiche rischiano di subire un peso minore nelle decisioni politiche. Il rischio? Possibili fratture interne alla coalizione. In entrambe le regioni la sfida sarà trasformare il consenso elettorale in risultati concreti. Come? Affrontando temi cruciali come sanità, infrastrutture, sviluppo economico, gestione dei fondi europei e politiche sociali. E bisognerà dimostrare che la leadership personale di Decaro e Fico non si limita a raccogliere voti, ma sa tradurre numeri e coalizioni in azioni politiche concrete. Il Sud diventa così un laboratorio politico in cui il centrosinistra ha riconquistato terreno. Tuttavia non è finita: questo Sud deve misurarsi con la complessità delle province, la fragilità del consenso e la varietà degli interessi interni. Il vero banco di prova sarà la capacità dei due presidenti di bilanciare ambizione e concretezza, mediazione e visibilità, attenzione alle aree urbane e cura dei territori marginali. Solo così potranno trasformare una vittoria elettorale netta in governi operativi, coesi e credibili agli occhi dei cittadini. Perché vincere le elezioni è solo il primo passo. C’è una sfida più grande: la gestione reale delle province, dei servizi, delle risorse. In parole povere le attese del Sud.

I Carabinieri di Taranto invitano le vittime a raccontarsi e a denunciare. Dall’inizio dell’anno oltre 200 querele in tutta la provincia. L’ascolto è la chiave di tutto. Ne derivano empatia e fiducia, finché non si riaccende la speranza e allora si trova il coraggio di denunciare. In occasione della giornata contro la violenza sulle donne, l’Arma di Taranto invita la stampa per divulgare un messaggio: i carabinieri ci sono, sono presenti. Pronti ad accogliere le vittime ma anche a prevenire il fenomeno, con incontri nelle scuole, con Soroptimist, con tre Stanze tutte per sé a Grottaglie, a Massafra e a Taranto Salinella. Con l’applicazione del Codice Rosso, con la formazione dei militari nell’accoglienza delle vittime e lavorando in rete con altre istituzioni e il centro antiviolenza.  Interviste a Francesca Romana Fiorentini, Comandante Compagnia Carabinieri Taranto; Maria Domenica Milano, Maresciallo 

La donna è stata trasportata in ospedale ma non è in pericolo di vita. Il conducente dell’auto, sotto shock, non avrebbe riportato ferite gravi. Incidente ieri sera sulla strada provinciale 581 tra Martina Franca e Massafra. Un’auto, con a bordo una coppia, ha urtato violentemente una decina di bovini fermi sulla strada. L’impatto ha causato il ferimento della donna e la morte di tre mucche. Il tratto era completamente buio e l automobilista non si è accorto della presenza degli animali che occupavano la carreggiata. La collisione è stata particolarmente violenta. Le altre mucche sono scappate nel bosco. La donna è stata trasportata in ospedale ma non è in pericolo di vita. Il conducente dell’auto, sotto shock, non avrebbe riportato ferite gravi. Sul posto la Polizia Locale di Martina Franca e i vigili del fuoco. Il tratto della SP 581 è rimasto chiuso e ha subito forti rallentamenti per consentire le operazioni di soccorso, rimozione del veicolo e degli animali coinvolti.

Al TgNorba parla una donna barese che ha subito anni di vessazioni. In occasione della giornata contro la violenza sulle donne abbiamo intervistato una donna barese che dopo anni di vessazioni é riuscita, anche grazie all’aiuto dell’associazione La Giraffa, a denunciare il marito, già condannato a 4 anni di carcere.

Il Partito Democratico resta il perno della maggioranza. Tra i 50 eletti in Consiglio regionale ci sono molte novità ma anche esclusi eccellenti. Cresce leggermente la rappresentanza femminile: saranno 12 complessivamente le elette nella XII legislatura, 10 per la maggioranza e 2 per l’opposizione. Il più suffragato di Puglia è, come per la precedente tornata elettorale, Francesco Paolicelli, eletto nel Pd con 33.117 preferenze e considerato l’esponente politico più vicino a Decaro. La consigliera più votata è Elisabetta Vaccarella con 26.714 preferenze, anche lei nel Pd. Di seguito tutti i neo consiglieri regionali secondo i dati del Viminale: Nel PD sono eletti per la prima volta Elisabetta Vaccarella, Ubaldo Pagano, Domenico De Santis, Giovanni Vurchio, Isabella Lettori, Rossella Falcone, Stefano Minerva. Riconfermati gli uscenti Loredana Capone, Donato Pentassuglia, Debora Ciliento, Raffaele Piemontese e Francesco Paolicelli e tornano dopo passate esperienze nell’assise Toni Matarrelli e Cosimo Borracino. Tutti alla prima elezione i consiglieri regionali di Decaro Presidente: Felice Spaccavento, Nicola Rutigliano, Tommaso Gioia, Graziamaria Starace, Giulio Scarpato, Silvia Miglietta, Giuseppe Fischetti. Due riconferme e due novità per il M5S: Rosa Barone e Cristian Casili continueranno a sedere in Consiglio regionale assieme alle esordienti Maria La Ghezza e Annagrazia Angolano. Per la Puglia si rinnova solo in parte: Sebatiano Leo, Saverio Tammacco e Antonio Tutolo sono riconfermati, accanto a loro Ruggiero Passero. Nel centrodestra è Fratelli d’Italia a conquistare più seggi, tra conferme e novità. Tornano in Consiglio Tommaso Scatigna, Tonia Spina, Luigi Caroli, Paolo Pagliaro, Renato Perrini, Dino Basile, Giannicola De Leonardis affiancati dai nuovi eletti Andrea Ferri, Antonio Scianaro, Nicola Gatta e Giampaolo Vietri. I quattro seggi di Forza Italia andranno a Paride Mazzotta, Paolo Dell’Erba, Massimiliano Di Cuia (tutti riconfermati) e Carmela Minuto e Marcello Lanotte. Infine, la Lega riconferma tutti gli uscenti: Fabio Romito, Napoleone Cera, Gianni De Blasi e Antonio Scalera. Una tornata elettorale che consegna esclusi eccellenti: Nichi Vendola, gli assessori uscenti Gianfranco Lopane e Fabiano Amati, consiglieri di lungo corso come Ruggiero Mennea o dal fronte opposto Domenico Damascelli.

L’indagine dell’Istat su 17.500 di donne dai 16 a 75 anni. Sono circa 6 milioni e 400mila (il 31,9%) le donne italiane dai 16 ai 75 anni che hanno subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita (a partire dai 16 anni di età). Questo è uno dei dati che emerge dall’indagine “Sicurezza delle donne” dell’Istat. È stata condotta da marzo a luglio del 2025 e coinvolto circa 17.500 donne dai 16 a 75 anni. Dal report emerge che subiscono violenza sia nella coppia (12,6% delle donne che hanno o hanno avuto partner) sia al di fuori: parenti, amici, colleghi, conoscenti o sconosciuti. Sono circa 1 milione 720mila quelle che hanno subito violenza fisica da parte dell’ex partner, pari al 15,9% delle donne con un ex. La probabilità di denuncia delle violenze subite dagli ex partner è direttamente proporzionale alla durata delle violenze e raggiunge il 40% se la violenza dura da più di 10 anni. Considerando la diffusione delle violenze fisiche e sessuali negli ultimi cinque anni, le nubili sono le più esposte al rischio di subire violenza. Percentuali più alte della media si riscontrano per le studentesse (36,2%) e le più giovani di 16-24 anni (37,6%) e 25-34 anni.  Altri dati Confrontando i dati del 2025 con quelli del 2014, emerge un aumento significativo delle violenze subite dalle giovanissime (donne di 16-24 anni). Si passa dal 28,4% al 37,6%. L’incremento riguarda in particolare le violenze di natura sessuale. Ma anche le donne con problemi di salute hanno subito più violenze: parliamo del 36,1%, circa 2milioni 350mila. Maggiore consapevolezza, non aumentano le denunce Dal report emerge la crescita sulla consapevolezza ma non la propensione alla denuncia: aumentano dal 30,1% al 36,3% le vittime che considerano un reato la violenza subita dal partner e raddoppia la percentuale delle richieste di aiuto ai Centri antiviolenza e gli altri servizi specializzati (dal 4,4 del 2014 all’8,7% del 2025).  Resta stabile invece il sommerso dei reati: rispetto al 2014 non è aumentata né la quota di chi denuncia la violenza da parte dei partner né la condivisione con altri delle esperienze vissute. Il 22,5% delle vittime della violenza nella coppia non ha mai parlato della violenza subita (lo ha fatto per la prima volta con l’intervistatrice stessa), percentuale che sale al 37,8% per le violenze subite da parte del partner con cui la vittima sta ancora insieme. La maggior parte delle donne che ha subito violenza tende a confidarsi all’interno della propria rete familiare o amicale: il 54,6% delle vittime ne parla con amici, vicini o compagni di studi, il 31,3% con un familiare e il 19,3% con il partner. Solo una minoranza, pari al 3,2%, sceglie invece di rivolgersi al di fuori della propria cerchia relazionale, ad avvocati, magistrati o Forze dell’ordine. Le conseguenze della violenza Queste le conseguenze delle violenze sulle donne:  – ansia, fobia e attacchi di panico (48,4%) -disperazione e sensazione di impotenza (44,4%) -disturbi del sonno e dell’alimentazione (43,6%) -depressione (31,6%) -difficoltà a concentrarsi e perdita della memoria (26,4%) -dolori ricorrenti nel corpo (18,0%) -autolesionismo o idee di suicidio (11,7%)  -difficoltà nel gestire i figli (10,7). La violenza psicologica Nel confronto con l’Indagine del 2014, considerando solo le donne dai 16 ai 70 anni, la violenza psicologica è diminuita dal 21,6% al 18,7%. Quella fisica e sessuale si accompagna molto spesso a forme di violenza psicologica: tra le donne che vivono una relazione con il partner attuale, l’1,3% ha subìto sia violenze fisiche o sessuali sia comportamenti di violenza psicologica, mentre il 2,2% ha sperimentato soltanto quest’ultima forma. La compresenza delle diverse tipologie di violenza è ancora più marcata nel caso degli ex partner: il 15,2% delle donne con ex partner riferisce episodi di violenza sia psicologica sia fisica o sessuale, mentre il 12,7% ha subìto solo violenza psicologica.

La storia da Guinness di Manobianco 

Nei primi giorni di novembre ha ottenuto un altro risultato da incorniciare: quinto tra gli italiani e secondo assoluto, categoria 35 – 40 anni, nella 

Il laboratorio del Sud e le sfide in arrivo

Le elezioni regionali al Sud hanno dipinto un quadro sorprendentemente chiaro e al tempo stesso pieno di sfumature complesse: in Puglia, Antonio Decaro trionfa con

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