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. È stata avvertita in tutte le regioni del sud, Puglia, Campania, Calabria, Basilicata e Sicilia, la scossa di magnitudo 6.2 registrata alle 0.12 in mare, al largo della costa calabrese di Amantea (Cosenza) con epicentro a 250 chilometri di profondità. In alcune località alcuni cittadini sono scesi in strada chiedendo aiuto e informazioni a Protezione civile regionale e vigili del fuoco.  Nella notte, all’una, si è riunita l’Unità di Crisi della protezione civile presieduta dal Capo Dipartimento Fabio Ciciliano. Hanno partecipato, in videocollegamento, tutte le regioni del Sud Italia, il Corpo nazionale dei Vigili del Fuoco e l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia. Nessuna regione ha segnalato danni sul proprio territorio 

Situazione critica e agricoltura a rischio in varie regioni. Abruzzo, Molise, Puglia e Basilicata: queste le regioni più colpite dal meteo anomalo del 2026 secondo Coldiretti, tra piogge abbondanti e esondazioni di fiumi e bacini idrici, con migliaia gli ettari di coltivazioni finiti sott’acqua, tra ortaggi, cereali e foraggi. In Puglia le situazioni più gravi si registrano nel Foggiano, con l’esondazione del Cervaro, e nel nord Barese, dove a straripare è stato l’Ofanto. Nel Brindisino invece è emergenza per gli allagamenti che hanno compromesso i raccolti di carciofi, vigneti, broccoletti e cavoli, anche a causa della mancata manutenzione di fossi e canali di bonifica. Difficoltà anche in Basilicata, nel Materano, tra grandine e nubifragi che si sono abbattuti sui frutteti e campi allagati. Si tratta di una vera e propria emergenza, dato che il maltempo ha conseguenze dirette sul settore agricolo e quindi sull’economia di queste regioni.

Nasce l’iniziativa Beacon che vedrà protagoniste tre regioni del Mezzogiorno. Un nuovo progetto sulla cura del tumore al seno nasce dalla Puglia, Campania e Basilicata. Si chiama Beacon (Breast Cancer Enhanced Assessment and Care with Outcome-Driven Navigation) e coinvolge tre strutture oncologiche di prestigio: l’Istituto Tumori Giovanni Paolo II di Bari, il CROB di Rionero in Vulture e l’Istituto Nazionale Tumori Fondazione Pascale di Napoli, assieme all’azienda farmaceutica Novartis. L’obiettivo, si legge dal comunicato dell’Istituto Tumori di Bari Giovanni Paolo II, ”è ottenere un cambio di prospettiva nella mobilità sanitaria, garantendo percorsi di cura più equi e vicini alle pazienti”. Il modello Beacon, prosegue l’Istituto pugliese, “punterà a diventare un modello di riferimento per altre regioni italiane, creando gruppi multidisciplinari tra strutture ospedaliere”. A tal proposito, il Direttore Generale del CROB di Rionero, Dr Massimo De Fino, dà la notizia delle “già avviate iniziative di telemedicina e di condivisione dei dati per supportare la collaborazione tra i Centri”. Da Napoli, Michelino De Laurentiis, direttore Dipartimento Senologia del Pascale, intende voler costruire “un sistema in cui le pazienti ricevono trattamenti di alto livello vicino a casa”. Curarsi senza emigrare, in effetti, è uno degli snodi cruciali del Paese: ogni anno 67mila ricoveri oncologici sono effettuati fuori dalla regione di residenza dei pazienti. 925mila, invece, sono le donne in Italia che, ad oggi, convivono con una diagnosi di tumore al seno.

Famiglie, lavoro e reddito in crescita: il Sud mostra segnali concreti di ripresa e nuove opportunità. Il Sud Italia mostra segnali concreti di crescita economica e sociale. Secondo i dati dell’Istat, il reddito disponibile delle famiglie nel Mezzogiorno è aumentato più che in qualsiasi altra area del Paese, evidenziando un recupero importante rispetto al Centro-nord. Questo incremento rappresenta non solo un dato economico, ma anche una speranza concreta per le famiglie, che vedono migliorare il proprio potere d’acquisto e le possibilità di investire nel futuro. Anche i consumi delle famiglie registrano una crescita, segnale di fiducia e di ritrovata stabilità, mentre il mercato del lavoro conferma l’andamento positivo: il numero di occupati nel Sud è aumentato in misura significativa, con contributi importanti dai Servizi, dalle Costruzioni e dall’Agricoltura, silvicoltura e pesca. Questa dinamica positiva mostra come il Mezzogiorno stia diventando un terreno fertile per opportunità professionali e sviluppo sostenibile. Il divario con il Centro-nord, pur esistente, non impedisce al Sud di mostrare nuove prospettive di crescita. La combinazione di maggiore reddito, aumento dell’occupazione e recupero dei consumi indica un percorso verso una rinascita economica e sociale, che può tradursi in un reale miglioramento della qualità della vita delle famiglie. Questa fase di crescita dimostra quanto sia importante continuare a investire in politiche territoriali mirate, infrastrutture, formazione e sviluppo delle imprese locali, per trasformare il potenziale del Mezzogiorno in sviluppo concreto e duraturo.

La crescita economica convive con problemi strutturali: se da un lato l’occupazione aumenta, dall’altro l’esodo dei giovani e la scarsità di lavoro qualificato mettono a rischio il futuro. Ti ricordi il Sud che arrancava? Quello che sembrava sempre in ritardo, con cantieri fermi e giovani in fuga? Oggi la fotografia cambia. Il rapporto Svimez 2025 racconta un Mezzogiorno in crescita, più veloce del Centro‑Nord: tra il 2021 e il 2024 il PIL è aumentato dell’8,5% contro il 5,8% del resto del Paese, spinto dal Pnrr e da due settori chiave, costruzioni e manifattura. Le costruzioni segnano un +32,1%, la manifattura un +13,6%. Gli investimenti pubblici dei Comuni raddoppiano, passando da 4,2 a 8 miliardi tra 2022 e 2025. L’effetto è tangibile: cantieri che ripartono, strade rinnovate, opere pubbliche realizzate. La Puglia è l’esempio più vivido di questa dinamica. Le città principali crescono, aprono imprese, attraggono investimenti e sviluppano servizi. Nel 2024 il tasso di occupazione è salito al 50,8% e la disoccupazione è scesa all’11,2%. Il PIL regionale è in aumento e molte imprese, soprattutto nelle costruzioni, nella logistica e nel turismo, registrano un’espansione costante. Ma dietro le luci dei centri urbani ci sono ancora ombre: nelle zone interne e rurali la fuga dei giovani non si arresta. Laureati e talenti continuano a cercare opportunità al Centro‑Nord o all’estero, lasciando vuoti difficili da colmare. Il rischio è creare un Sud a due velocità: un’area urbana che corre e una periferia che resta indietro. La Basilicata mostra segnali simili. Il PIL cresce, +0,8% nel 2024, e gli investimenti pubblici comunali raddoppiano. Le città come Potenza e Matera guadagnano vitalità grazie a infrastrutture rinnovate, progetti culturali e piccole imprese. Ma nei comuni minori e nelle zone montane la situazione è più fragile: la perdita di occupati nel settore industriale è stata del 4% nei primi nove mesi del 2024 e la fuga dei giovani pesa sul tessuto sociale ed economico. Anche qui il rischio è quello di uno sviluppo a macchia di leopardo, con alcune aree virtuose e altre che rimangono indietro. Il Sud però non è solo numeri. La crescita economica convive con problemi strutturali: se da un lato l’occupazione aumenta, dall’altro l’esodo dei giovani e la scarsità di lavoro qualificato mettono a rischio il futuro. Tra il 2022 e il 2024 175mila 25‑34enni hanno lasciato il Meridione, di cui molti laureati. Questo fenomeno sottrae ogni anno al Sud oltre 6,7 miliardi di euro in formazione e competenze, più 1,2 miliardi verso l’estero. La sfida è chiara: trasformare la crescita in sviluppo stabile. Servono lavoro qualificato, infrastrutture sociali, sanità, scuole, trasporti e servizi culturali che rendano il territorio vivibile e attrattivo. La Puglia e la Basilicata mostrano oggi che la ripresa è possibile, ma senza politiche di coesione, reti di servizi e attenzione al capitale umano il rischio è che il Mezzogiorno cresca a macchia di leopardo, lasciando indietro chi vive nelle aree interne. Il futuro del Sud si gioca qui: trattenere i giovani, creare opportunità, attrarre investimenti, migliorare servizi e infrastrutture, garantire salari dignitosi. Se il Sud saprà gestire questa fase con visione e lungimiranza, potrà diventare un motore stabile di sviluppo per l’Italia intera. La Puglia e la Basilicata sono il laboratorio di questa sfida: mostrano che la ripresa non è un miraggio, ma una possibilità concreta, a patto che le persone restino al centro delle politiche e delle scelte economiche.

In frenata il pil del mezzogiorno stimato per il 2025 e il 2026 . L’economia del Sud Italia guarda al 2026 con un misto di speranze e sfide importanti, e in particolare le regioni di Puglia e Basilicata rappresentano casi emblematici di questa complessità: da un lato registrano segnali incoraggianti, dall’altro evidenziano disuguaglianze strutturali che richiedono politiche mirate per consolidare la crescita e trasformarla in sviluppo sostenibile. Secondo gli ultimi rapporti, il Sud ha registrato una crescita del PIL pari a +0,9% nel 2024, superando la media del Centro‑Nord (+0,7%). Gran parte di questa performance è riconducibile agli investimenti in costruzioni (+4,9% al Sud), fortemente trainati dalle opere pubbliche del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Tuttavia, le previsioni per il biennio 2025‑2026 indicano che il Meridione tornerà a crescere più lentamente rispetto al Centro‑Nord: +0,7% di PIL stimato per il 2025 e +0,8% per il 2026, contro l’1,0% e l’1,1% del resto del Paese. Questa frenata appare legata a fattori sia esterni che interni. Da un lato, il contesto europeo rimane debole, con vincoli di bilancio e pressioni sui costi dell’energia; dall’altro, l’effetto stimolo degli anni passati legato al PNRR tende a esaurirsi, con tre quarti della crescita del Mezzogiorno nel triennio 2024‑2026 derivante proprio dai fondi del Piano. Inoltre, il potere d’acquisto delle famiglie meridionali è previsto in aumento nel 2026 (+1,1%) grazie a una decelerazione nell’inflazione interna al Sud, ma il Centro‑Nord manterrà un vantaggio nella spesa per servizi, in particolare grazie al turismo. Uno degli aspetti critici resta il mercato del lavoro. Nonostante una “ripresa occupazionale”, il Mezzogiorno continua a fare i conti con salari reali in calo: tra la fine del 2019 e la prima metà del 2024, i salari reali al Sud si sono ridotti di circa il 5,7%. Al tempo stesso, ci sono ancora circa tre milioni di lavoratori “non lavoro” (cioè sottoutilizzati o inattivi) nelle regioni meridionali, sebbene la quota sia diminuita rispetto agli anni precedenti. A questa complessità si aggiunge il “sommerso”: nel Mezzogiorno l’economia non osservata rappresenta il 16,5% del valore aggiunto, un’incidenza molto più alta rispetto ad altre aree del Paese. Questo fenomeno limita la piena emersione del potenziale economico del Sud e influisce negativamente su entrate fiscali, qualità del lavoro e capacità di investimento. D’altro canto, ci sono motivi di ottimismo strategico. Il Centro Studi SRM sottolinea che il Mezzogiorno ha recuperato terreno in termini di PIL: nel 2023 il PIL del Sud ha superato del +6,7% il livello pre‑pandemico (2019), mentre la media nazionale ha registrato un +4,8%. Gli investimenti innovativi nel settore industriale meridionale sono cresciuti: circa il 65% delle imprese manifatturiere ha investito nell’ultimo triennio, e il 40% degli investimenti è “innovativo” contro il 33,1% della media nazionale. Questo è un segnale di maggiore propensione delle aziende del Sud a modernizzarsi e ad agganciarsi alle catene del valore più avanzate. Infrastrutture grandi e strategiche giocano un ruolo chiave nelle prospettive per il 2026. La realizzazione di una nuova linea ferroviaria ad alta velocità fra Napoli e Bari, ad esempio, collegherà due mari, ridurrà i tempi di viaggio e potenzialmente favorirà il rilancio delle aree interne, tra cui molte zone della Puglia e Basilicata. Solo nella fase costruttiva, il progetto potrebbe generare oltre 62.000 posti di lavoro e 4 miliardi di euro di business. Una citazione significativa arriva da Adriano Giannola, presidente di Svimez: “Le nostre previsioni per il meridione nel 2025‑2026 sono meno rosee rispetto al passato: si riapre la forbice del divario” tra Sud e Centro-Nord. Giannola richiama la necessità di non dipendere solo dal PNRR, ma di costruire una crescita strutturale che duri nel tempo, sostenuta da riforme, infrastrutture e politiche industriali. Dal punto di vista della Banca d’Italia, il governatore Fabio Panetta ha sottolineato come vi siano “segni incoraggianti” nel Sud: in alcuni recenti indicatori, l’espansione economica meridionale sta procedendo con una certa solidità, ma per consolidarla servono investimenti infrastrutturali e riforme strutturali. Panetta ha indicato la necessità di potenziare la rete ferroviaria, le infrastrutture portuali e la gestione delle risorse idriche, condizioni essenziali per sostenere un’economia moderna e resiliente. Un’altra riflessione riguarda il capitale umano. L’emigrazione giovanile è sempre stata un grande limite per il Sud, ma i flussi potrebbero invertire tendenza se le opportunità di lavoro e di vita migliorano. Alcuni segnali indicano già un ritorno di lavoratori, attratti da progetti infrastrutturali, da una qualità della vita migliore e da costi più bassi rispetto al Nord. Se questo trend si stabilizza, può contribuire a una rigenerazione demografica ed economica significativa. Tuttavia, il percorso non è privo di rischi. La dipendenza dagli investimenti pubblici — in particolare dal PNRR — è un’arma a doppio taglio: se le risorse esterne diminuissero o se l’efficienza nella spesa diminuisse, il Mezzogiorno potrebbe tornare a soffrire. In più, la persistente informalità economica rende più fragile la base fiscale e imprenditoriale della regione. Senza riforme profonde in materia di governance locale, capitale umano e infrastrutture sociali (scuole, sanità, servizi), la crescita prevista rischia di restare parzialmente “di superficie”. Le prospettive per il 2026 dunque sono ambivalenti: da un lato, ci sono segnali positivi reali — investimenti pubblici, modernizzazione industriale, ritorno di popolazione, progetti infrastrutturali strategici — dall’altro, restano grandi nodi irrisolti: il sommerso, i salari reali bassi, la dipendenza da finanziamenti esterni e una struttura produttiva ancora fragile. Per far sì che il Mezzogiorno non solo cresca ma si trasformi in un motore stabile e autonomo dell’economia italiana, servirà un mix di strategie. Occorrerà consolidare gli investimenti in infrastrutture materiali e sociali, rendere più efficiente la spesa, incentivare la formalizzazione dell’economia, rafforzare le imprese meridionali con politiche di innovazione, e soprattutto puntare sul capitale umano, trattenendo giovani talenti e rendendo le regioni del Sud, in particolare Puglia e Basilicata, mete attrattive non solo per lavoro ma anche per una vita sostenibile. Se questi elementi verranno combinati con coerenza e visione di lungo termine, il 2026 potrebbe segnare una tappa importante nella riduzione del divario Nord‑Sud e nell’emergere di un Mezzogiorno più competitivo e integrato nel sistema nazionale ed europeo. In caso contrario treni e aerei continueranno a partire sempre dal Sud con destinazione il Nord.

. Le elezioni regionali al Sud hanno dipinto un quadro sorprendentemente chiaro e al tempo stesso pieno di sfumature complesse: in Puglia, Antonio Decaro trionfa con il 66% dei voti, secondo gli instant poll di Telenorba, ma la vittoria non è un trionfo senza problemi. Perché dietro il numero si nasconde una coalizione ampia e variegata: unisce il Partito Democratico, il Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e diverse liste civiche come “Decaro Presidente” e “Per la Puglia”. Gestire questa pluralità di interessi sarà la vera sfida del nuovo presidente. Bari, cuore politico e amministrativo della regione, diventa il centro simbolico di questa sfida: la città e le aree urbane più popolose richiedono attenzione alle infrastrutture, servizi pubblici e progetti concreti che possano consolidare il consenso e mantenere coesa la coalizione. La Bat con i suoi Comuni di dimensioni differenti impone un equilibrio tra investimenti nei centri urbani e nelle aree più piccole, per evitare che qualcuno si senta lasciato indietro. Lecce, con una partecipazione leggermente più alta, offre un sostegno più stabile ma va rafforzato con azioni tangibili sul fronte sociale ed economico. Stesso copione per Brindisi alle prese con una imponente fase di transizione post industriale: dalla chimica alla robotica passando per l’aerospazio. Taranto, divorata da problemi ambientali e occupazionali, richiede interventi immediati e visibili su lavoro, bonifiche e infrastrutture: in caso contrario le difficoltà locali rischiano di diventare terreno di scontro politico interno alla coalizione. Foggia, con affluenza molto bassa, rappresenta la provincia simbolo del rischio politico: qui Decaro dovrà dimostrare attenzione concreta ai territori marginalizzati. Dovrà trasformare il consenso relativo, cioè legato al voto, in sostegno reale attraverso programmi di sviluppo agricolo, servizi pubblici e politiche sociali mirate.  Allo stesso tempo, in Campania, Roberto Fico ottiene una vittoria significativa: conferma che il centrosinistra al Sud può costruire alleanze vincenti. Ma anche qui il quadro è complesso: la coalizione eterogenea dovrà affrontare problemi simili di mediazione tra partiti tradizionali, liste civiche e componenti progressiste: vincere un’elezione non garantisce automaticamente una governance efficace e stabile.  La scarsa affluenza alle urne, intorno al 41- 42% in Puglia e con punte leggermente più alte in alcune province come Lecce, rappresenta un elemento di riflessione non trascurabile: il consenso raccolto dai vincitori, per quanto numericamente ampio, deriva da una minoranza della popolazione. E questo riduce la forza politica percepita e la legittimità “attiva” della coalizione. La bassa partecipazione può essere letta come un segnale di disillusione o di distanza tra cittadini e istituzioni. E pone una sfida ulteriore: convincere chi non è andato a votare che il nuovo governo regionale può rappresentare realmente i loro interessi. Inoltre, territori con affluenza molto bassa, come Foggia e alcune aree interne, rischiano di sentirsi marginalizzati. Così di fatto aumenta la pressione sul governatore per bilanciare equità nella distribuzione delle risorse. La scarsa partecipazione accentua anche le differenze territoriali: le province più urbane e popolose determinano gran parte del risultato, mentre le zone rurali o periferiche rischiano di subire un peso minore nelle decisioni politiche. Il rischio? Possibili fratture interne alla coalizione. In entrambe le regioni la sfida sarà trasformare il consenso elettorale in risultati concreti. Come? Affrontando temi cruciali come sanità, infrastrutture, sviluppo economico, gestione dei fondi europei e politiche sociali. E bisognerà dimostrare che la leadership personale di Decaro e Fico non si limita a raccogliere voti, ma sa tradurre numeri e coalizioni in azioni politiche concrete. Il Sud diventa così un laboratorio politico in cui il centrosinistra ha riconquistato terreno. Tuttavia non è finita: questo Sud deve misurarsi con la complessità delle province, la fragilità del consenso e la varietà degli interessi interni. Il vero banco di prova sarà la capacità dei due presidenti di bilanciare ambizione e concretezza, mediazione e visibilità, attenzione alle aree urbane e cura dei territori marginali. Solo così potranno trasformare una vittoria elettorale netta in governi operativi, coesi e credibili agli occhi dei cittadini. Perché vincere le elezioni è solo il primo passo. C’è una sfida più grande: la gestione reale delle province, dei servizi, delle risorse. In parole povere le attese del Sud.

. Le elezioni regionali al Sud hanno dipinto un quadro sorprendentemente chiaro e al tempo stesso pieno di sfumature complesse: in Puglia, Antonio Decaro trionfa con il 66% dei voti, secondo gli instant poll di Telenorba, ma la vittoria non è un trionfo senza problemi. Perché dietro il numero si nasconde una coalizione ampia e variegata: unisce il Partito Democratico, il Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e diverse liste civiche come “Decaro Presidente” e “Per la Puglia”. Gestire questa pluralità di interessi sarà la vera sfida del nuovo presidente. Bari, cuore politico e amministrativo della regione, diventa il centro simbolico di questa sfida: la città e le aree urbane più popolose richiedono attenzione alle infrastrutture, servizi pubblici e progetti concreti che possano consolidare il consenso e mantenere coesa la coalizione. La Bat con i suoi Comuni di dimensioni differenti impone un equilibrio tra investimenti nei centri urbani e nelle aree più piccole, per evitare che qualcuno si senta lasciato indietro. Lecce, con una partecipazione leggermente più alta, offre un sostegno più stabile ma va rafforzato con azioni tangibili sul fronte sociale ed economico. Stesso copione per Brindisi alle prese con una imponente fase di transizione post industriale: dalla chimica alla robotica passando per l’aerospazio. Taranto, divorata da problemi ambientali e occupazionali, richiede interventi immediati e visibili su lavoro, bonifiche e infrastrutture: in caso contrario le difficoltà locali rischiano di diventare terreno di scontro politico interno alla coalizione. Foggia, con affluenza molto bassa, rappresenta la provincia simbolo del rischio politico: qui Decaro dovrà dimostrare attenzione concreta ai territori marginalizzati. Dovrà trasformare il consenso relativo, cioè legato al voto, in sostegno reale attraverso programmi di sviluppo agricolo, servizi pubblici e politiche sociali mirate.  Allo stesso tempo, in Campania, Roberto Fico ottiene una vittoria significativa: conferma che il centrosinistra al Sud può costruire alleanze vincenti. Ma anche qui il quadro è complesso: la coalizione eterogenea dovrà affrontare problemi simili di mediazione tra partiti tradizionali, liste civiche e componenti progressiste: vincere un’elezione non garantisce automaticamente una governance efficace e stabile.  La scarsa affluenza alle urne, intorno al 41- 42% in Puglia e con punte leggermente più alte in alcune province come Lecce, rappresenta un elemento di riflessione non trascurabile: il consenso raccolto dai vincitori, per quanto numericamente ampio, deriva da una minoranza della popolazione. E questo riduce la forza politica percepita e la legittimità “attiva” della coalizione. La bassa partecipazione può essere letta come un segnale di disillusione o di distanza tra cittadini e istituzioni. E pone una sfida ulteriore: convincere chi non è andato a votare che il nuovo governo regionale può rappresentare realmente i loro interessi. Inoltre, territori con affluenza molto bassa, come Foggia e alcune aree interne, rischiano di sentirsi marginalizzati. Così di fatto aumenta la pressione sul governatore per bilanciare equità nella distribuzione delle risorse. La scarsa partecipazione accentua anche le differenze territoriali: le province più urbane e popolose determinano gran parte del risultato, mentre le zone rurali o periferiche rischiano di subire un peso minore nelle decisioni politiche. Il rischio? Possibili fratture interne alla coalizione. In entrambe le regioni la sfida sarà trasformare il consenso elettorale in risultati concreti. Come? Affrontando temi cruciali come sanità, infrastrutture, sviluppo economico, gestione dei fondi europei e politiche sociali. E bisognerà dimostrare che la leadership personale di Decaro e Fico non si limita a raccogliere voti, ma sa tradurre numeri e coalizioni in azioni politiche concrete. Il Sud diventa così un laboratorio politico in cui il centrosinistra ha riconquistato terreno. Tuttavia non è finita: questo Sud deve misurarsi con la complessità delle province, la fragilità del consenso e la varietà degli interessi interni. Il vero banco di prova sarà la capacità dei due presidenti di bilanciare ambizione e concretezza, mediazione e visibilità, attenzione alle aree urbane e cura dei territori marginali. Solo così potranno trasformare una vittoria elettorale netta in governi operativi, coesi e credibili agli occhi dei cittadini. Perché vincere le elezioni è solo il primo passo. C’è una sfida più grande: la gestione reale delle province, dei servizi, delle risorse. In parole povere le attese del Sud.

Il futuro del Sud, è stato detto, passa anche attraverso una nuova generazione di imprese guidate da donne Servizio di Michele FrallonardoMontaggio di LUCA CARONEInterviste a Elena Giurelli – coord. Mobee; Christian Tomasicchio – pres. giovani Confindustria Bari-Bat

Rese note le anticipazioni del rapporto autunnale Servizio di Stefania Rotolo, riprese e montaggio di Massimo D’Olimpio. Intervista a Luca Bianchi, Direttore Generale Svimez

Contiene le informazioni sugli incentivi previsti Servizio di Alessandro Miglietta;

Un’officina farmaceutica unica al Sud specializzata nella produzione di cellule Cart T Sarà inaugurato fra un anno, nell’estate 2026, in un’area individuata nell’Università del Salento il nuovo centro per la terapia genica in Puglia. Un’officina farmaceutica unica al sud specializzata nella produzione di cellule Cart T, linfociti ingegnerizzati, in grado di uccidere le cellule tumorali nei malati di leucemia, linfomi o di malattie autoimmuni che non hanno risposto alle terapie convenzionali. Servizio di Francesco Iato Intervista a Elio Sannicandro (direttore agenzia regionale Asset)

Confronto in occasione della presentazione dell’ultimo libro di Michele Scoppio e Enrico Ciccarelli Il Mezzogiorno potrebbe rivelarsi strategico per la transizione energetica europea: soprattutto grazie allo sviluppo dell’eolico offshore, settore che in Puglia conto diversi interventi tra il Mar Adriatico, nella zona del Brindisino, e il Mar Ionico, tra la Puglia e la Basilicata e il Leccese. Ma i cambiamenti dello scenario del settore industriale a livello europeo potrebbero minare gli interventi finora messi in campo a livello europeo. Antonio Decaro, europarlamentare Pd e presidente della commissione ambiente, e Francesco Ventola, europarlamentare di Fratelli d’Italia e vicepresidente della commissione per l’industria, la ricerca e l’energia, si sono confrontati sul tema a Bari, in occasione della presentazione dell’ultimo libro di Michele Scoppio e Enrico Ciccarelli.  Servizio di Saverio Carlucci Riprese e montaggio di Cosimo Caragiulo

Lo rivelano i primi dati di Legambiente tratti dal rapporto Ecomafie 2024, illustrati ieri in commissione ambiente È peggiorato il fenomeno del traffico illecito di rifiuti in Puglia. Lo rivelano i primi dati di Legambiente tratti dal rapporto Ecomafie 2024, illustrati ieri in commissione ambiente. La Puglia è terza al sud dopo Campania e Sicilia. Le rotte dello smaltimento illegale partono dalla Capitanata, la provincia più colpita, e si estendono verso Lecce e Taranto allargando i tentacoli all’Albania e all’Est Europa. A favorire la rifiuti connection la cronica assenza di impianti di trattamento in Puglia e nelle regioni confinanti. Un mercato parallelo che smaltisce i rifiuti speciali e pericolosi bruciandoli o abbandonandoli nelle campagne. Servizio di Francesco Iato; riprese di Roberto Cofano; Interviste a Daniela Salzedo (presidente di Legambiente Puglia); Angelo Vita (comandante dei carabinieri forestali Puglia)

Realizzata anche una indagine sullo spopolamento Servizio di Stefania Rotolo

Un traguardo di grande importanza considerato che un decennio fa la nostra regione occupava le ultime posizioni della graduatoria Se da un lato il Governo taglia risorse alla Puglia per la sanità, dall’altro ne riconosce i notevoli passi avanti. Ieri, infatti, il Ministero della Salute ha reso noti i risultati del monitoraggio sui Lea regione per regione. La Puglia, in Italia, è al decimo posto per la qualità della sanità offerta ai cittadini, ed è la prima regione del Sud. Un traguardo di grande importanza considerato che un decennio fa la nostra regione occupava le ultime posizioni della graduatoria.

Il lavoro del presidente Fidit Scpa – Confidi Confidustria Servizio di Guglielmina Logroscino Riprese e Montaggio di Cosimo Caragiulo Intervista a: Nicola Didonna presidente Cda Fidit Scpa – Confidi Confidustria

La flotta dei convogli viene aggiornata periodicamente Servizio di Redazione Norbaonline;

Grazie al Pnrr, ma gli effetti potrebbero svanire nel 2025 Servizio di Stefania Rotolo;

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