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L’ex sindaco non andava arrestato. Non è prospettabile un diverso epilogo in un eventuale giudizio di rinvio. Così la Corte di Cassazione nelle 9 pagine in cui motiva la sentenza con cui ha annullato, senza rinvio, sia l’ordinanza del gip del tribunale di Trani che dispose l’arresto dell’ex sindaco di Molfetta Tommaso Minervini che quella del Riesame con la quale veniva attenuata la misura con il divieto di dimora per un anno negli uffici comunali. I giudici hanno scritto così la parola fine sulla vicenda che aveva portato ai domiciliari, dal 6 al 28 giugno del 2025, l’esponente socialista coinvolto, con altre persone, in un’inchiesta su presunte irregolarità nella gestione degli appalti pubblici in città. Per tutti i 9 capi di imputazione, scrivono gli ermellini, non ci sono indizi di colpevolezza, esclusa qualsiasi rilevanza penale per ognuna delle contestazioni. In pratica Minervini non andava arrestato. Ricordiamo che l’amministrazione comunale, inizialmente retta dal vice sindaco Nicola Piergiovanni, fu sciolta dopo le dimissioni di 13 consiglieri. Dallo scorso mese a reggere le sorti del Comune c’è un commissario straordinario nominato dalla Prefettura.

Con il deposito a Roma presso la Cassazione e la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale prende il via la proposta di legge di iniziativa popolare “Noemi Durini“ finalizzata con la raccolta delle 50 mila firme. Una iniziativa promossa da Imma Rizzo la mamma di Noemi Durini, la sedicenne di Specchia uccisa e sepolta nove anni fa, quando era ancora viva dal suo fidanzato Lucio Marzo anche lui minorenne. Insieme alla proposta di legge depositata anche una immagine di Noemi su cui compaiono le finalità del progetto. Una battaglia condotta dalla donna insieme al proprio legale Valentina Presicce, perché chi uccide in maniera crudele e spietata non riceva più benefici di pena come accaduto reiteratamente all’assassino di Noemi. Intervista a Imma Rizzo, mamma di Noemi Durini e Valentina Presicce, legale di Imma Rizzo.

Respinto il ricorso di un uomo che aveva perseguitato e ferito l’ex compagna e il nuovo partner: la gelosia “morbosa” può diventare aggravante. La gelosia non può mai giustificare la violenza, nemmeno quando nasce da un tradimento. A ribadirlo è la Corte di Cassazione, che ha respinto il ricorso di un uomo condannato per aver perseguitato e ferito l’ex compagna e il suo nuovo partner, escludendo qualsiasi attenuante legata al movente passionale. Secondo la Suprema Corte, la gelosia invocata dall’imputato non è un sentimento comprensibile, ma una forma “morbosa”, espressione di supremazia e possesso, incompatibile con una riduzione della responsabilità penale. Al contrario, in casi come questo può configurare l’aggravante dell’aver agito per motivi futili o abietti. Il principio della Cassazione Nel motivare la decisione, i giudici chiariscono che la fine di una relazione o la scoperta di un tradimento non legittimano comportamenti violenti, persecutori o vendicativi. La gelosia, spiegano, non è una reazione inevitabile, ma una costruzione psicologica che riflette una concezione proprietaria dell’altra persona, in contrasto con i principi di libertà e autodeterminazione. La Corte sottolinea inoltre che il richiamo a sentimenti passionali non può essere utilizzato per attenuare la gravità di condotte che sfociano in stalking, aggressioni e violenza fisica. Il caso Il procedimento riguarda un uomo che, dopo la fine della convivenza, aveva dato avvio a una serie di atti persecutori nei confronti dell’ex compagna, arrivando ad aggredire sia lei sia il nuovo compagno. La difesa aveva chiesto il riconoscimento delle attenuanti generiche, sostenendo che l’azione fosse stata determinata dallo stato emotivo conseguente a un tradimento. Una linea difensiva respinta in modo netto dalla Cassazione, che ha ribadito come la gelosia, quando si traduce in controllo, ossessione e violenza, non sia una spiegazione, ma un elemento di ulteriore gravità. Una linea dura contro la violenza La sentenza si inserisce nel solco di una giurisprudenza sempre più attenta a contrastare la violenza di genere e a smontare l’idea che passioni e sentimenti possano in qualche modo giustificare o ridimensionare comportamenti criminali.

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso presentato dalla difesa. Il sacerdote, secondo la procura, avrebbe travolto e ucciso la ragazza con la macchina dopo che la giovane – a bordo di una motocicletta – era caduta sull’asfalto in seguito ad un urto contro un muretto a secco. Resta sottoposto alla misura dell’obbligo di dimora nel comune di Noci don Nicola D’Onghia, il parroco di Turi indagato per omicidio stradale ed omissione di soccorso in relazione alla morte della 32enne Fabiana Chiarappa. La Corte di Cassazione ha infatti rigettato il ricorso presentato dalla difesa. Il sacerdote, secondo la procura, avrebbe travolto e ucciso la ragazza con la macchina dopo che la giovane – a bordo di una motocicletta – era caduta sull’asfalto in seguito ad un urto contro un muretto a secco. “Il provvedimento ci sorprende perché la stessa Procura recentemente ha chiesto per ben due volte, a distanza di pochi giorni, la revoca della misura cautelare – ha dichiarato l’avvocato Federico Straziota – attendiamo però, fiduciosi il processo di merito per far luce sulle incongruenze ricostruttive del sinistro”.

La Corte di Cassazione deciderà nelle prossime ore in merito al ricorso presentato dalla difesa di don Nicola D’Onghia, parroco di Turi attualmente sottoposto all’obbligo di dimora nell’ambito dell’inchiesta sulla morte della soccorritrice 32enne Fabiana Chiarappa. Il sacerdote risponde di omicidio stradale ed omissione di soccorso, per aver investito la ragazza – dopo che la giovane era caduta dalla moto in seguito ad un impatto contro un muretto a secco – con la sua Fiat Bravo la sera del 2 aprile scorso sulla provinciale 172 che collega Turi a Putignano. L’avvocato Federico Straziota ha impugnato per motivi procedurali l’ordinanza con la quale il 29 aprile il sacerdote finì ai domiciliari e il provvedimento con cui venne poi sottoposto all’obbligo di dimora, ritenendo ormai insussistenti le esigenze cautelari. Don Nicola si è sempre difeso dicendo di non essersi fermato perché convito di aver urtato una pietra. 

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione stabilendo che la semplice frequentazione con persone con precedenti penali o pregiudicati non è sufficiente per dichiarare incandidabili i due amministratori L’ex sindaco di Carovigno Massimo Lanzillotti e l’ex presidente del consiglio comunale Franco Leoci non incandidabili. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione rigettato il ricorso presentato dal Ministero dell’Interno che, a sua volta, aveva impugnato la decisione della corte di Appello di Lecce. La Corte Suprema ha stabilito che la semplice frequentazione con persone con precedenti penali o pregiudicati non è sufficiente per dichiarare incandidabili i due amministratori, sottolineando l’importanza di prove concrete e circostanziate di condizionamenti mafiosi. Il Comune di Carovigno era stato sciolto nel 2019 a causa di indagini su presunte infiltrazioni della criminalità organizzata nella gestione amministrativa. Tuttavia, le accuse non sono mai state confermate in sede penale. Negli anni precedenti, l’amministrazione comunale aveva affrontato un clima di tensione e sospetti, culminato con lo scioglimento del Consiglio comunale. Lanzilotti e Leoci erano stati assolti dall’accusa di associazione mafiosa, un elemento che ha pesato nella valutazione dei tribunali. Il ricorso è stato ritenuto valido anche dopo l’elezione di Lanzilotti alle amministrative del 2023, a tutela della trasparenza amministrativa.

La difesa punta alla revoca dell’obbligo di dimora nel comune di residenza, misura alla quale il sacerdote è sottoposto dopo che i giudici del Riesame avevano revocato gli arresti domiciliari È stato depositato ricorso in Cassazione per don Nicola D’Onghia, il parroco di Turi indagato nell’ambito dell’inchiesta sulla morte della 32enne Fabiana Chiarappa, deceduta il 2 aprile scorso in seguito ad un incidente stradale lungo la statale 172 dei Trulli. La difesa punta alla revoca dell’obbligo di dimora nel comune di residenza, misura alla quale il sacerdote è sottoposto dopo che i giudici del Riesame avevano revocato gli arresti domiciliari. Per lui l’accusa è quella di omicidio colposo ed omissione di soccorso. Don Nicola – secondo la procura – avrebbe travolto Fabiana con la sua Fiat Bravo dopo che la ragazza era caduta dalla motocicletta, senza prestare soccorso alla vittima. L’indagato ha sempre sostenuto di non essersi accorto di aver investito Fabiana. 

La Suprema Corte mette la parola fine alla vicenda giudiziaria della morte del 23enne albanese Qamil Hyrai, avvenuta nelle campagne fra Torre Lapillo e Torre Castiglione  Non fu omicidio volontario, ma una tragica fatalità. Dopo 11 anni la Corte di Cassazione mette la parola fine alla vicenda giudiziaria della morte del pastore albanese di 23 anni, Qamil Hyrai, avvenuta il 6 aprile 2014, nelle campagne fra Torre Lapillo e Torre Castiglione. La Suprema Corte ha respinto il ricorso del Procuratore generale contro la sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Taranto che aveva annullato la condanna a 21 anni e 4 mesi di reclusione a carico del datore della vittima, Giuseppe Roi, 42 anni di Copertino emessa dalla corte d’Assise d’Appello di Lecce. Roi era accusato di avere ucciso il pastore mentre sparava per divertimento contro un frigorifero incurante che il pastore stesse dietro il muro di cinta. Nel primo grado di giudizio Roi era stato condannato a 30 anni di reclusione.

Il 24enne scomparve da Barletta nella notte tra il 15 e il 16 gennaio del 2022 e il suo corpo non fu mai trovato. Dario Sarcina dovrà scontare 18 anni e otto mesi di reclusione per omicidio volontario. La Corte di Cassazione ha confermato le condanne inflitte in primo grado e in appello per l’omicidio di Michele Cilli, il 24enne di Barletta di cui si persero le tracce nella notte tra il 15 e il 16 gennaio del 2022 e il cui corpo non è stato mai trovato. Per Dario Sarcina i giudici hanno confermato la condanna a 18 anni e otto mesi di reclusione per omicidio volontario; per Cosimo Damiano Borraccino, accusato di soppressione di cadavere, ribadita la condanna a 5 anni e 8 mesi di reclusione. Secondo l’accusa il giovane, dopo aver trascorso la serata ad una festa, sarebbe stato condotto da Sarcina in un garage di via Ofanto, alla periferia della città, e successivamente ucciso. Il suo cadavere poi soppresso grazie alla complicità di Borraccino immortalato mentre riempie una tanica di benzina in un distributore di carburante. L’omicidio, stando alle motivazioni della sentenza di primo grado, si può collocare nell’ambito del controllo sulle piazze dello spaccio di stupefacenti.

Richiesta dell’associazione Luca Coscioni, di iniziativa popolare. Si punta a raccogliere 50mila firme entro il 16 luglio Giornalista: Stefania RotoloIntervista: Filomena Gallo, Segr- Associazione Luca CoscioniMarco Cappato, Tes. Associazione Luca Coscioni

Il sacerdote di Noci è sottoposto all’obbligo di dimora nel comune di residenza nell’ambito dell’inchiesta sulla morte della 32enne Fabiana Chiarappa Servizio di Linda Cappello

La Cassazione ha rigettato il ricorso presentato dalla difesa. L’impero costruito da Vitino l’Enèl resta di proprietà dello Stato Servizio di Linda Cappello montaggio di Maria Cristina Quintale

De Luca non potrà ricandidarsi alla presidenza della Campania. La Consulta ha accolto il ricorso della Presidenza del Consiglio dei Ministri  La legge della Regione Campania che consente al Presidente della Giunta regionale uscente, che ha già svolto due mandati consecutivi, di candidarsi per un terzo, è incostituzionale. Lo ha stabilito la Consulta che si era riunita in Camera di Consiglio dopo l’udienza pubblica.

La Lucana Margherita Cassano ospite dell’evento organizzato dall’Ordine degli avvocati Intervista: Margherita Cassano – Primo Presidente della Corte di Cassazione

La Corte di Cassazione ha annullato le condanne per Matteo Bellantuono, Angelo Martiradonna, Eugenio Lovergine, Edoardo Caizzi e Paolo Lovreglio, accusati di spaccio Si aprirà un nuovo processo d’appello nei confronti di cinque imputati coinvolti nell’operazione antidroga denominata Astra, che nel maggio 2021 culminò con l’esecuzione di 36 ordinanze di custodia cautelare. L’inchiesta, condotta dalla Dda, svelò l’esistenza di un sodalizio criminale dedito allo spaccio di sostanze stupefacenti nel quartiere Japigia di Bari. La Corte di Cassazione ha annullato le condanne per Matteo Bellantuono, Angelo Martiradonna, Eugenio Lovergine, Edoardo Caizzi e Paolo Lovreglio, mentre per gli altri 21 imputati i ricorsi sono stati rigettati.

Adesso che è stato dato il via libera, sarà costituito un comitato promotore e inizierà il tormentone del Referendum: Puglia o Basilicata? Ai materani l’ardua sentenza

L’ex gip risponde di corruzione in atti giudiziari La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a sette anni di reclusione per l’ex gip del Tribunale di Bari Giuseppe De Benedictis, accusato di corruzione in atti giudiziari per aver emesso provvedimenti favorevoli nei confronti di alcuni clienti del penalista Giancarlo Chiariello, pure lui imputato. Gli ermellini hanno rigettato anche il ricorso dell’ex avvocato, condannato a sei anni di reclusione, al quale era poi stato restituito un milione e duecentomila euro. Da rideterminare in appello, invece, la pena nei confronti di Alberto Chiariello, figlio di Giancarlo, pure lui imputato: la Corte ha annullato due dei tre capi di imputazione che gli erano contestati. Per lui la condanna era di due anni e 8 mesi. In primo grado sia De Benedictis che Chiariello erano stati condannati a 9 anni e 8 mesi di reclusione, ma in appello la pena è stata ridotta in virtù dell’esclusione dell’aggravante mafiosa. Entrambi avevano ammesso uno scambio di denaro avvenuto fra il 2020 e il 2021.De Benedictis, attualmente ai domiciliari, è stato già condannato in via definitiva a 9 anni e 3 mesi di reclusione per il possesso di armi da guerra

Anna Rosa Tarantino fu uccisa il 30 dicembre del 2017 a Bitonto nell’ambito di una guerra fra clan Servizio di Anna Cappello

La vittima, Vito Romito, fu uccisa il 30 novembre La prima sezione penale della Corte di Cassazione ha annullato, con rinvio ad altra sezione dellaCorte d’assise d’appello di Bari, la condanna a 30 anni di reclusione nei confronti di Roberto Boccasile, finito a processo per l’omicidio di Vito Romito, avvenuto a Bari il 30 novembre 2004. Boccasile era stato condannato sia in primo grado, nel 2021, sia in appello, nel 2024, ma la Cassazione ha annullato la seconda sentenza e accolto il ricorso degli avvocati dell’imputato, che avevano evidenziato sia “la inconciliabilità delle dichiarazioni” dei dieci collaboratori di giustizia ascoltati tra primo e secondo grado, sia “la genericità di una parte significativa” delle accuse. Boccasile era stato condannato per omicidio aggravato dal metodo e dall’agevolazione mafiosa: il delitto fu commesso in pieno giorno e fu ritenuto dagli inquirenti una vendetta rispetto all’omicidio di Antonio Fanelli, avvenuto tre giorni prima e attribuito dalla Dda di Bari al clan Strisciuglio, al quale apparteneva Romito.

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