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Il Dossier

Individuate 79 iscrizioni inedite in un corridoio tra i teatri e via Stabiana grazie alla fotografia computazionale. Dalle dichiarazioni d’amore alle offese, fino ai racconti di combattimenti gladiatori: l’antica Pompei continua a parlare attraverso i suoi graffiti, oggi tornati leggibili grazie alle nuove tecnologie. Storie come quella di Erato, nomi, emozioni e invocazioni agli dèi riemergono da un muro scavato oltre 230 anni fa, lungo un corridoio di passaggio tra l’area dei teatri e via Stabiana, dove ciò che era ormai invisibile all’occhio umano è stato recuperato grazie alla fotografia computazionale. Su quella parete, attraversata nei secoli da milioni di visitatori, sono state censite circa 300 iscrizioni, di cui 200 già note e 79 inedite, individuate grazie a un progetto di ricerca internazionale. L’iniziativa, intitolata “Bruits de Couloir” (Voci di corridoio), è stata ideata da Louis Autin ed Éloïse Letellier-Taillefer dell’Università della Sorbona e da Marie-Adeline Le Guennec dell’Università del Québec a Montréal, in collaborazione con il Parco archeologico di Pompei. Come illustrato sull’E-Journal degli Scavi di Pompei, il progetto si è sviluppato in due campagne di studio, nel 2022 e nel 2025, consentendo una rilettura complessiva del corpus di graffiti presenti in questo ambiente di transito. L’analisi si è basata su un approccio multidisciplinare che integra epigrafia, archeologia, filologia e digital humanities, restituendo una fotografia più completa della vita quotidiana pompeiana. «La tecnologia è la chiave che ci apre nuove stanze del mondo antico, e quelle stanze vanno raccontate al pubblico», ha commentato il direttore del Parco archeologico di Pompei, Gabriel Zuchtriegel. «Stiamo lavorando a un progetto di tutela e valorizzazione delle scritte, che a Pompei superano le 10mila unità: un patrimonio straordinario, la cui conservazione futura può essere garantita solo grazie all’uso delle nuove tecnologie». La metodologia adottata prevede l’utilizzo di una griglia virtuale, la documentazione dei legami spaziali e tematici tra le iscrizioni e l’analisi delle superfici murarie tramite RTI (Reflectance Transformation Imaging), una tecnica che consente di acquisire immagini dello stesso oggetto sotto diverse direzioni di illuminazione. In questo modo è possibile individuare incisioni ormai impercettibili, facendo emergere nuove informazioni a oltre due secoli dagli scavi. Parallelamente, è in fase di sviluppo una piattaforma 3D che integrerà fotogrammetria, dati RTI e metadati epigrafici, offrendo un nuovo strumento per la visualizzazione e l’annotazione delle iscrizioni. Per garantire la conservazione di questo complesso epigrafico, concentrato in un unico ambiente e portato alla luce nel 1794, il Parco archeologico di Pompei ha inoltre programmato la realizzazione di una copertura del corridoio, destinata a proteggere gli intonaci e a favorire una futura esperienza di visita integrata con le tecnologie digitali sviluppate dalla ricerca.

Superati i 318mila ettari coltivati a bio (+2,4%), aumentano gli acquisti nella GDO e nei farmers market: la regione sempre più vicina all’obiettivo europeo del 25% entro il 2030. Continua a crescere l’agricoltura biologica in Puglia, con un aumento del 2,4% della superficie agricola bio, che raggiunge 318.461 ettari. Un risultato che conferma la Puglia al primo posto in Italia per estensione di agricoltura biologica, ormai diffusa in tutti i comparti agricoli regionali. Crescono anche i consumi di prodotti biologici, a dimostrazione di una dinamica dei prezzi più stabile e contenuta rispetto ai prodotti convenzionali. A renderlo noto è Coldiretti Puglia, sulla base dei dati del Rapporto “Bio in cifre 2025” di Ismea. Nel confronto tra il 2024 e il 2023, la spesa per prodotti biologici nella grande distribuzione organizzata (GDO) registra una crescita costante del 2,9%. La maggior parte delle categorie mostra un andamento positivo dei consumi bio: frutta (+2,7%) e ortaggi (+3%) confermano il crescente interesse dei consumatori verso alimenti freschi, sani e sostenibili. Particolarmente significativi gli aumenti delle uova biologiche (+10,4%) e soprattutto di oli e grassi vegetali bio (+31,8%), chiaro segnale di una domanda sempre più orientata verso prodotti biologici di qualità. Contribuiscono al trend positivo anche miele biologico (+5%), bevande analcoliche bio (+3,8%) e altri prodotti alimentari (+5,5%). Alcuni comparti mostrano invece segnali di difficoltà: carni biologiche (-3,5%), salumi bio (-19,1%), oltre a una flessione per derivati dei cereali (-1,2%) e vino e spumanti bio (-1,6%), probabilmente legata a un cambiamento nelle abitudini di acquisto e consumo. La crescita del settore riguarda soprattutto le aziende agricole biologiche e i produttori esclusivi, mentre nel medio periodo si rafforza il modello delle imprese che integrano produzione e trasformazione, segnale di una maggiore strutturazione dell’agricoltura biologica. Parallelamente si consolidano i mercati contadini come canale di vendita strategico, con prodotti bio presenti in un farmers market su due in Puglia. Un dato che avvicina la regione all’obiettivo europeo del 25% di superficie agricola biologica entro il 2030, fissato dalla Strategia Farm to Fork, considerando che oggi quasi il 24% degli ettari regionali è già coltivato a biologico. Un successo sostenuto dalla fiducia dei consumatori: un cittadino su cinque consuma regolarmente prodotti biologici ed è disposto a spendere di più per un alimento certificato. Inoltre, il 13% dei consumatori ritiene che nei prossimi anni aumenterà ulteriormente la spesa per prodotti bio, come evidenziato da Coldiretti Puglia. Tra i frequentatori dei farmers market, l’acquisto diretto dal produttore agricolo è diventato un canale fondamentale per i prodotti biologici. Una tendenza legata alla presenza diretta degli agricoltori, percepita come garanzia di qualità, tracciabilità e autenticità. Non a caso – sottolinea Coldiretti – il criterio principale nella scelta del banco bio è proprio la fiducia nel produttore e nell’azienda agricola, come conferma anche un’indagine Ismea. Per tutelare il lavoro delle imprese agricole biologiche, è quindi fondamentale rafforzare le iniziative di valorizzazione del prodotto bio nazionale, favorendo la nascita di filiere biologiche interamente Made in Italy, dal campo alla tavola. In questo contesto, il marchio del biologico italiano, previsto dalla legge e fortemente sostenuto da Coldiretti, rappresenta uno strumento chiave per aiutare i consumatori a compiere scelte consapevoli e valorizzare il lavoro della filiera agricola italiana, in un contesto in cui le importazioni di prodotti bio dall’estero sono aumentate del 7,1% nel 2024. È inoltre indispensabile – conclude Coldiretti – che l’Unione Europea renda operativo il principio di conformità e reciprocità sulle importazioni, applicando le stesse regole al biologico comunitario e a quello dei Paesi terzi. Non è accettabile che entrino nel mercato europeo prodotti ottenuti con pratiche non consentite nella Ue. Fermare la concorrenza sleale delle importazioni a basso costo e valorizzare il vero biologico tricolore resta una condizione essenziale per costruire filiere biologiche solide, trasparenti e sostenibili.

Uno studio pubblicato su Nature Cancer svela come il dialogo tra sistema immunitario e cellule tumorali possa indicare l’aggressività della malattia e aprire la strada a terapie sempre più personalizzate. Le cellule infiammatorie possono diventare una chiave preziosa per prevedere la sopravvivenza e il rischio di recidiva nel mieloma multiplo. È quanto emerge da un importante studio scientifico pubblicato sulla rivista Nature Cancer, condotto dai ricercatori della Washington University School of Medicine di St. Louis in collaborazione con la Multiple Myeloma Research Foundation (MMRF). Il mieloma multiplo è una rara forma di tumore del sangue che colpisce le plasmacellule del midollo osseo e, ad oggi, non ha una cura definitiva. Il team di ricerca, guidato da Li Ding, ha realizzato una mappatura senza precedenti del sistema immunitario nel midollo osseo dei pazienti, con l’obiettivo di comprendere meglio come il cancro interagisce con le difese dell’organismo. Grazie a un’analisi genetica altamente innovativa basata sul sequenziamento dell’RNA a singola cellula, gli scienziati hanno esaminato quasi 1,4 milioni di cellule — tra cellule tumorali e cellule immunitarie — prelevate dal midollo osseo di 337 pazienti affetti da mieloma multiplo. Questa tecnologia consente di osservare il comportamento delle singole cellule, rivelando quando il sistema immunitario funziona correttamente e quando invece diventa disfunzionale. I risultati hanno permesso di individuare specifici modelli di comunicazione e segnalazione cellulare tra le cellule tumorali e quelle immunitarie, in grado di alimentare processi di infiammazione cronica. Secondo gli autori, questi meccanismi possono favorire la crescita del tumore e sono più evidenti nei pazienti con forme aggressive di mieloma. L’atlante immunitario ottenuto dallo studio fornisce informazioni senza precedenti su come il sistema immunitario interagisce con le plasmacellule cancerose e potrebbe diventare uno strumento fondamentale per valutare l’aggressività della malattia, stimare la probabilità di sopravvivenza e orientare le scelte terapeutiche. «Il nostro obiettivo – spiega Li Ding – è individuare strategie per attivare il sistema immunitario e colpire in modo più efficace le cellule maligne. Questa mappa rappresenta una risorsa cruciale per chi studia il mieloma e lavora allo sviluppo di terapie più mirate». Sebbene venga considerato un tumore raro, il mieloma multiplo è in realtà il secondo tumore del sangue più diffuso dopo la leucemia. La malattia si manifesta quando le plasmacellule crescono in modo incontrollato, soppiantando le cellule sane del sangue. Attualmente il tasso di sopravvivenza a cinque anni è di circa 60 per cento, ma la recidiva si verifica nella maggior parte dei casi dopo periodi di remissione. Secondo Ravi Vij, altra firma dello studio, «questo lavoro fornisce una tabella di marcia preziosa per la prossima generazione di cure. Con l’espansione delle immunoterapie, come le cellule CAR-T e gli anticorpi bispecifici, diventa essenziale comprendere il contesto immunitario in cui questi trattamenti agiscono». In prospettiva, i ricercatori puntano allo sviluppo di esami del sangue basati sull’immunità, capaci di aiutare i medici a identificare precocemente i casi più aggressivi e a personalizzare le terapie. «L’atlante – conclude Ding – colma una lacuna fondamentale per trasformare queste conoscenze in strumenti clinici concreti».

Uno studio internazionale rivela che l’esercizio fisico può ridurre i sintomi depressivi come la psicoterapia, con benefici accessibili a tutti. C’è una buona notizia che arriva dal mondo della ricerca scientifica e riguarda un gesto semplice e quotidiano: l’esercizio fisico. Secondo uno studio pubblicato sulla Cochrane Database of Systematic Reviews, l’attività fisica può contribuire a ridurre i sintomi della depressione in misura simile alla terapia psicologica. La ricerca è stata condotta dagli scienziati dell’Università di Lancashire, guidati da Andrew Clegg, che hanno analizzato 73 studi scientifici coinvolgendo quasi 5.000 adulti con depressione. L’obiettivo era confrontare l’efficacia dell’attività fisica con altri interventi, come farmaci antidepressivi, terapie psicologiche e trattamenti di controllo. I risultati mostrano che lo sport produce un effetto positivo moderato sui sintomi depressivi, confermandosi come una soluzione concreta e accessibile. La depressione, spiegano gli esperti, è una delle principali cause di cattiva salute e disabilità e colpisce oltre 280 milioni di persone nel mondo. In questo scenario, l’esercizio fisico si distingue come un intervento semplice, economico e ampiamente disponibile, già noto per i suoi numerosi benefici per la salute fisica e mentale. Lo studio evidenzia inoltre che gli effetti collaterali dell’attività fisica sono rari e generalmente lievi, come occasionali lesioni muscoloscheletriche, mentre la terapia farmacologica può provocare disturbi come stanchezza o problemi gastrointestinali. Restano tuttavia alcuni aspetti da chiarire. Gli effetti a lungo termine dell’esercizio fisico sulla depressione non sono ancora del tutto definiti, poiché pochi studi hanno previsto un follow-up prolungato. Inoltre, non è emerso un tipo di attività nettamente superiore alle altre, anche se i programmi di allenamento misti e quelli di resistenza muscolare sembrano più efficaci rispetto al solo esercizio aerobico. Discipline come yoga, qigong e stretching non sono state incluse e potrebbero essere oggetto di future ricerche. «I nostri risultati – afferma Andrew Clegg – suggeriscono che l’esercizio fisico è un’opzione sicura e accessibile per la gestione della depressione. Trovare approcci sostenibili e personalizzati è fondamentale». Il ricercatore conclude sottolineando l’importanza di studi più ampi e di alta qualità, capaci di chiarire quali attività fisiche funzionano meglio, per chi e se i benefici durano nel tempo.

Una ricerca americana mostra che il mal di schiena cronico negli uomini anziani aumenta il rischio di insonnia e riposo insoddisfacente. Se pensavate che il mal di schiena cronico fosse solo una questione di cuscini sbagliati, posture improbabili sul divano e imprecazioni mattutine, è il momento di ricredersi. Negli uomini over 65, quel dolore sordo che accompagna le giornate potrebbe essere molto più di un fastidio fisico: è un campanello d’allarme per futuri guai notturni. Altro che contare le pecore. A lanciare l’avvertimento è uno studio della Penn State University, pubblicato sulla rivista Innovation and Aging, che ha deciso di ribaltare una convinzione diffusa: non è (solo) dormire male a peggiorare il dolore, ma è il mal di schiena cronico a sabotare il sonno… con largo anticipo. Secondo i ricercatori, chi soffre di dolore alla schiena ha una probabilità più alta dal 12 al 25% di sviluppare insonnia o una scarsa qualità del sonno addirittura sei anni dopo. Una sorta di profezia lombare. Lo studio ha seguito per anni oltre 1.000 uomini anziani, analizzando il rapporto tra dolore e riposo notturno. E qui arriva la sorpresa: il legame non è bidirezionale. In altre parole, se il mal di schiena predice un futuro di notti agitate, non è altrettanto vero che dormire male porti automaticamente a peggiorare il dolore alla schiena nel tempo. Insomma, la colpa non è sempre del materasso. Gli uomini con problemi alla schiena, infatti, mostrano un curioso talento per il caos notturno: tendono ad addormentarsi a orari improbabili – troppo presto o troppo tardi – e convivono con una costante insoddisfazione per la qualità del sonno. Il risultato? Notti lunghe, sonno corto e risvegli decisamente poco eroici. “Il dolore alla schiena deve essere considerato un vero e proprio segnale d’allarme”, spiega Soomi Lee, scienziata della Penn State University e autrice dello studio. Ignorarlo non significa solo stringere i denti: una gestione tardiva del dolore può innescare una reazione a catena fatta di privazione del sonno, problemi di memoria, depressione, ansia e persino un aumento del rischio di cadute. Altro che semplice mal di schiena. Il messaggio per caregiver e familiari è chiaro: intervenire per tempo sul dolore non serve soltanto a migliorare la mobilità, ma può letteralmente salvare il sonno – e con esso l’equilibrio fisico e mentale – degli uomini più anziani. Perché, alla fine, dormire bene è una cosa seria. E la schiena, a quanto pare, lo sa benissimo.

Camminare o svolgere le faccende domestiche, riduce significativamente il rischio di morte, soprattutto per chi soffre di sindrome cardiovascolare-renale-metabolica. Anche una leggera attività fisica quotidiana, come camminare o svolgere le faccende domestiche, può avere un impatto significativo sulla salute cardiovascolare e sul rischio di morte, soprattutto per le persone con condizioni di salute multiple. A ribadirlo è uno studio pubblicato sul Journal of the American Heart Association, condotto dagli esperti della Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health di Baltimora, guidati dai ricercatori Michael Fang e Joseph Sartini. Il team ha coinvolto circa 7.200 adulti, sia con che senza sindrome cardiovascolare-renale-metabolica (CKM), una condizione complessa che include malattie cardiache, disturbi renali, diabete e obesità. L’obiettivo era valutare gli effetti di un incremento di attività fisica leggera sul rischio di mortalità a lungo termine. I risultati dello studio sono chiari: un’ora di esercizio leggero al giorno è associata a un rischio di morte ridotto dal 14 al 20%. La correlazione è risultata particolarmente significativa tra le persone con sindrome CKM in stadio avanzato, indicando come anche attività a bassa intensità possano avere un impatto concreto sulle prospettive di vita. Gli autori sottolineano che quasi il 90% degli adulti negli Stati Uniti presenta almeno una componente della sindrome CKM, come ipertensione, colesterolo alto, glicemia elevata, sovrappeso o ridotta funzionalità renale. Questi fattori aumentano il rischio di infarto, ictus e insufficienza cardiaca, e il rischio cresce con il progredire degli stadi della CKM, che vanno da 0 a 4, in base alla probabilità di esiti di salute negativi. “È sempre più evidente che l’attività fisica leggera sia benefica per la salute del cuore”, osserva Michael Fang, sottolineando come fino a oggi non fosse stato studiato in dettaglio l’impatto a lungo termine nelle persone con malattie cardiache. Per la ricerca, i ricercatori hanno analizzato informazioni provenienti da esami fisici, campioni di sangue e dati raccolti tramite accelerometri, monitorando il movimento dei partecipanti fino a sette giorni consecutivi. Lo studio evidenzia anche che aumentare l’attività da 90 a 120 minuti al giorno comporta ulteriori benefici: tra i pazienti con CKM allo stadio 2, il rischio di decesso si riduce del 2,2%, mentre per coloro allo stadio 4 la riduzione raggiunge il 4,4%. “Le attività a bassa intensità offrono un’ottima opportunità per promuovere il movimento quotidiano, stimolare la circolazione e incrementare il dispendio energetico”, spiegano gli autori. Gli esperti precisano però che, essendo uno studio osservazionale, la ricerca mostra associazioni e non stabilisce un rapporto di causa-effetto. Saranno quindi necessari ulteriori approfondimenti scientifici per confermare e contestualizzare questi risultati, ma il messaggio principale è chiaro: anche piccoli gesti di movimento quotidiano possono fare una grande differenza per la salute del cuore e la longevità, soprattutto nelle persone con condizioni cliniche complesse.

Negativo l’indice della produzione industriale. Crescono i lavoratori anziani. Dal 1982 a oggi, la Puglia ha perso 1,1 milioni di abitanti, è stato registrato un calo demografico del 22%, l’indice della produzione industriale, tranne quello del settore alimentare, è negativo da 32 mesi consecutivi. Questa è la fotografia che è emersa dai dati dell’Osservatorio economico di Aforisma School. L’indagine analizza scandaglia i vari settori economici della Puglia. La produzione manifatturiera nel 2023 ha registrato un calo dell’1,6%, nel 2024 del 4,3% e nei primi nove mesi 2025 dell’1,2%. Il tessile-abbigliamento accusa un decremento dell’11,8% e la meccanica del 6,4%. L’Italia conta 5,08 milioni di imprese attive. La Puglia ne ha 327.374, esattamente il 6,5% del totale nazionale. Un dato confortante, secondo lo studio, riguarda i settori tradizionalmente più strutturati: commercio 25,7% (contro 22,5% nazionale), agricoltura 22,3% (contro 13,3% nazionale). Baridomina con 122.907 aziende, Lecce è seconda con 65.235 imprese, Foggia è terza. I dati sulla fatturazione elettronica dicono che tra gennaio e settembre 2025 il volume in Italia è stato pari a 2.466 miliardi, con una crescita del 2,6%, nel Mezzogiorno (331 miliardi con un +3,3%, mentre la Puglia, con isuoi 65,9 miliardi, è cresciuta solo dello 0,95%. Negli ultimi due anni (2023-2024), l’84% della crescita occupazionale riguarda gli over 50. Il profilo demografico dei lavoratori mostra un mutamento in cui il numero degli over 50 sale e quello deigiovani tra i 18 ed i 34anni e fra i 35 ed i 49 scende anche nel 2025. Crescono, insomma, i lavoratori anziani. Inoltre, la Puglia ha perso 700.000 giovani trasferitisi al Nord o all’estero. Infine, vi sono diversi campanelli d’allarme, secondo Aforisma: industria con 32 mesi negativi; tessile con -11,8%; export con -0,8% contro il il dato nazionale del +3,6%.

Il maggior numero di decessi si registra nella provincia di Foggia. Da gennaio a giugno 2025 si sono verificati 5.104 incidenti stradali in Puglia con lesioni, di cui 93 mortali (con 7 episodi plurimortali). Il bilancio è di 103 vittime e 7.984 feriti. Nel confronto con il primo semestre 2024 gli incidenti con feriti diminuiscono del 2,9% e i sinistri mortali del 4,1%; il numero dei decessi scende di una unità (da 104 a 103). In sintesi questo è il quadro che emerge dai dati provvisori – in attesa di recepimento Istat – trasmessi dalle forze dell’ordine al Centro regionale monitoraggio sicurezza stradale (Cremss) che fa capo all’Asset. Il 73% dei sinistri si verifica nei centri abitati, dove si concentra anche il 69% dei feriti. In ambito urbano si registra però il 24% dei decessi e, rispetto al 2024, un aumento della mortalità del 25%. In ambito extraurbano si rileva il 27% dei sinistri, ma qui avviene la quota maggiore di vittime: 76% dei decessi e 31% dei feriti. Fuori dai centri abitati, rispetto al 2024, si osserva un lieve calo per tutte le principali variabili. Le strade provinciali registrano il 44% dei sinistri mortali e il 48% dei decessi; le statali il 21% dei sinistri mortali e il 20% dei decessi. Sulle strade urbane si concentra il 29% degli incidenti mortali e il 24% delle vittime. Nel primo semestre 2025 il 72% dei sinistri ha coinvolto due o più veicoli, causando il 65% dei decessi e il 78% dei feriti. Il 18% ha riguardato un solo veicolo (fuoriuscita), con il 33% dei morti, mentre il 10% ha coinvolto pedoni. Nel confronto con il 2024 aumenta la mortalità nei sinistri tra due o più veicoli (+16%) e nei sinistri a veicolo singolo (+23%), mentre diminuiscono i decessi nei sinistri con pedoni (da 6 a 3). Tra le circostanze presunte degli incidenti mortali ricorrono soprattutto eccesso di velocità (29%) e guida distratta (24%). Seguono l’improvviso malore del conducente (7%) e il mancato rispetto di precedenza/stop/semaforo e distanza di sicurezza (5%). Nel 6% dei casi il conducente era sotto effetto di sostanze stupefacenti e nel 3% in stato di ebbrezza da alcol. Il maggior numero di decessi si registra nella provincia di Foggia (20%), nella Città metropolitana di Bari (19%) e nella provincia di Brindisi (18%). Rispetto al 2024 sul fronte della mortalità si registrano riduzioni nella Città metropolitana di Bari (-4,8%), nella provincia di Lecce (-12,5%) e nella provincia di Taranto (-22,7%). Negli 8 capoluoghi si concentra il 44% dell’incidentalità regionale: qui la sinistrosità complessiva cala del 4%, ma la mortalità aumenta del 45%. Tutti i capoluoghi segnano un incremento delle vittime, ad eccezione di Lecce e Trani, che confermano lo stesso numero di decessi del primo semestre 2024. I numeri più alti di sinistri mortali si registrano a Foggia e Taranto (5 sinistri e 6 morti), seguite da Brindisi (5 sinistri e 5 morti), Bari (4 sinistri e 4 morti) e da Cerignola, Ceglie Messapica e Mesagne (3 sinistri e 3 morti).

Il picco sarà raggiunto nelle prossime settimane. Sale l’incidenza per l’influenza stagionale e infezioni respiratorie in generale, con la settimana dal 15 al 21 dicembre, precedente alle festività natalizie, che fa segnare +950.000 contagi in Italia, 5,8 milioni di malati dall’inizio della sorveglianza. Lo rileva il rapporto pubblicato dall’Istituto Superiore di Sanità. L’incidenza totale delle infezioni respiratorie acute nella comunità, nella settimana dal 15 al 21 dicembre, è stata pari a 17,1 casi per 1.000 assistiti (14,7 nella settimana precedente). Numeri in aumento rispetto alla settimana precedente come atteso per il periodo. L’incidenza, riferisce il report, è aumentata in tutte le fasce di età ma, come di consueto, maggiormente nei bambini sotto i cinque anni. “I dati ci mostrano che ci stiamo avvicinando al picco dei casi, che verosimilmente verrà toccato nelle prossime settimane, in cui ci aspetta una circolazione sostenuta dei virus respiratori come atteso per ilperiodo – commenta Anna Teresa Palamara, che dirige il dipartimento di Malattie Infettive dell’Iss -. Purtroppo, come segnalato da alcune Regioni, anche quest’anno all’aumento del numero di casi corrisponde un aumento nel numero di accessi al pronto soccorso e ospedalizzazioni soprattutto per le persone più anziane. Influenza stagionale, quello che c’è da sapere L’Istituto Superiore di Sanità ha prodotto una scheda con domande e risposte, le informazioni principali da sapere sulle malattie infettive respiratorie che come ogni inverno funestano le case degli italiani. Qui di seguito alcune delle Faq. Come si trasmettono i virus respiratori? I virus respiratori, in inverno, si diffondono più facilmente a causa di ambienti chiusi, temperature basse e maggiore vicinanza tra le persone. Si trasmettono prevalentemente attraverso l’aria e si diffondono molto facilmente attraverso le goccioline di saliva che si producono tossendo, starnutendo o semplicemente parlando soprattutto negli ambienti affollati e chiusi, o per deposizione diretta delle goccioline di saliva sulle mucose. La trasmissione avviene anche per contatto diretto con persone infette o per contatto indiretto attraverso utensili o oggetti. Come si può prevenire l’infezione da virus respiratori? Per l’influenza è consigliato una vaccinazione/richiamo annuale, perché per loro natura, i virus influenzali mutano frequentemente. La vaccinazione è raccomandata soprattutto alle categorie fragili (anziani, persone con patologie croniche), e anche a operatori sanitari e caregiver, per ridurre ancora di più il rischio di infezione, ma è consigliata anche al resto della popolazione seguendo sempre le indicazioni del proprio medico di medicina generale e pediatra. Oltre alle misure farmacologiche (vaccinazione e antivirali), si raccomanda di seguire misure di protezione personali utili per ridurre il rischio di contrarre l’infezione o per evitare di trasmettere il virus ad altri. Come lavare regolarmente le mani e asciugarle correttamente, starnutire o tossire in un fazzoletto o nell’incavo del gomito, restare a casa se si presentano sintomi attribuibili a malattie respiratorie febbrili specie in fase iniziale. Ma anche, serve evitare il contatto stretto con persone con sintomatologia attribuibile all’influenza, evitare di toccarsi occhi, naso o bocca e areare spesso i locali. Ho sintomi respiratori. Devo fare un tampone per il COVID-19 o per qualche altro virus? A differenza del periodo pandemico, al momento non c’è nessuna imposizione di legge sull’uso dei tamponi, ad esempio per il Covid. Fare un tampone, per questo virus o per altri agenti patogeni, può essere utile previa consultazione con il proprio medico di base o pediatra.

Dalle reliquie di Bari a Santa Claus: come nasce il mito moderno. Donare — gesti, cose, idee, perfino pensieri — è il centro dell’attività di molti personaggi passati alla storia. Uno di questi è San Nicola.Una figura affascinante: straniero per nascita e cultura, “importato” a Bari in modo rocambolesco, eppure radicato nel cuore della città come un antenato che tutti credono di conoscere. La cultura del dono di San Nicola è straordinariamente emblematica perché ci riporta all’essenziale: la salvezza. Gli episodi più popolari riferiti ai miracoli di San Nicola sono principalmente due. In uno, un oste disperato e malvagio, senza carne da servire nel suo ristorante, uccide tre fanciulli e li nasconde in un tino. Nicola entra nella taverna, chiede da mangiare e, di fronte al terrore dell’uomo, fa aprire il tino: i bambini sono vivi. L’altro non è proprio un “miracolo” ma più un atto caritatevole. È la storia di un mercante caduto in disgrazia, al punto da non poter permettersi di comprare una dote per le sue tre figlie, costrette così alla prostituzione. Nicola questo lo sa e una notte lascia cadere un sacco di monete d’oro attraverso la finestra della casa. La stessa operazione si ripete per tre notti, salvando così le tre donne da un destino indesiderato. Qualcuno sostiene che le monete d’oro siano state fatte cadere dal camino. Da qui prende forma un’immagine: un uomo barbuto che dona in silenzio, amico dei bambini, che fa passare i regali dal camino. La radice di un mito. E come spesso accade, le storie viaggiano meglio delle persone. Dal porto di Bari partono reliquie, merci e leggende. I nomi cambiano come le lingue dei marinai: San Nicola, San Nicholaus, Sinterklaas, Santa Claus. Ma è tra il 1800 e il 1900, a New York, che si forma il vero sincretismo culturale.Tutti questi nomi, misti a leggende, fantasie e storie vere, si fondono al santo — già piuttosto particolare perché univa diversi credi religiosi — dando vita a una figura di benefattore, folletto e porta-doni, tipica dei racconti Made in USA. Ne nasce un essere corpulento, con la pancia prominente, che impersonifica la società dell’opulenza e quindi del benessere. Porta regali a tutti, non più solo ai bambini. Muove l’economia. La società dei consumi mette sotto contratto Babbo Natale come suo testimonial. La sua identità è ancora incerta, anche il suo look usa il verde, l’oro, il bianco e una presenza di rosso. Ma quindi come diventa rosso e bianco? Un omaggio a Bari? Per niente: è un omaggio alla Coca-Cola, che utilizza questa figura emergente nell’immaginario collettivo per avvicinare i bambini al consumo della bevanda. Lo veste dei colori del marchio, lo porta in televisione, gli costruisce un set nei centri commerciali per le foto. Così Santa Claus — “Santa” per gli amici — vende felicità e bibite zuccherate. Oggi — ovunque nel mondo — celebriamo con entusiasmo un personaggio pubblicitario: come se festeggiassimo il compleanno di Mastro Lindo o chiedessimo all’Uomo del Monte di benedirci le nozze. Eppure, da qualche parte, la storia antica di San Nicola resta viva, anche se non fotografata.Nel gesto autentico di chi dona senza testimoni, nel silenzio di chi aiuta senza selfie, nella mano che lascia qualcosa e sparisce. Forse lì — in quel piccolo movimento invisibile — c’è ancora un frammento della magia originaria, quella di un uomo nascosto nel camino che non si vede, ma continua a condizionare il nostro senso di cura.

Nel 2025 sbarchi stabili ma boom dei minori non accompagnati, mentre la popolazione straniera supera i 5 milioni. L’immigrazione in Puglia si conferma un fenomeno in crescita e sempre più strutturale. Secondo il Dossier immigrazione 2025, i cittadini stranieri residenti nella regione sono 156.748, pari a circa il 4% della popolazione complessiva. Nel corso del 2024 la presenza straniera è aumentata di oltre 9.400 unità, segnando un incremento del 6,4% che colloca la Puglia tra le regioni con la crescita più significativa. Le comunità più numerose tra gli stranieri residenti in Puglia provengono in larga parte dall’Europa orientale e dall’area mediterranea. I cittadini romeni rappresentano il gruppo più consistente, seguiti da albanesi e marocchini, mentre risultano in aumento anche le presenze di georgiani, cinesi, nigeriani e senegalesi. Una composizione che riflette sia flussi storici legati al lavoro sia nuove dinamiche migratorie. La distribuzione territoriale dell’immigrazione in Puglia evidenzia una forte concentrazione nelle aree urbane e nei territori economicamente più dinamici. La provincia di Bari è il principale polo di insediamento, seguita da Foggia e Lecce, mentre numeri più contenuti si registrano nelle province di Taranto, Brindisi e Barletta-Andria-Trani. Secondo il Dossier immigrazione Puglia, l’obiettivo dell’analisi è contribuire a una lettura più corretta del fenomeno migratorio, superando narrazioni emergenziali e rappresentazioni distorte. I dati mostrano come l’immigrazione regionale sia composta in larga parte da persone stabilmente inserite nel tessuto sociale ed economico, con un ruolo rilevante nei settori produttivi e nei servizi. A livello nazionale, la immigrazione in Italia 2025 restituisce un quadro a doppia velocità. Il numero complessivo degli sbarchi resta sostanzialmente stabile, ma cambia in modo significativo la composizione dei flussi migratori in Italia, con un aumento marcato dei minori stranieri non accompagnati. Nel corso dell’anno, gli arrivi di ragazzi sotto i 18 anni giunti senza familiari hanno registrato una crescita del 36%, mettendo sotto pressione il sistema di accoglienza. Secondo il Ministero dell’Interno, il dato complessivo degli arrivi via mare è in linea con quello dell’anno precedente, ma la presenza crescente di giovani soli pone nuove sfide in termini di tutela, inclusione e sostenibilità dei servizi. I sindaci delle grandi città hanno più volte richiamato l’attenzione sulla necessità di rafforzare le politiche di accoglienza dei migranti e i percorsi dedicati ai minori. Nel complesso, gli stranieri residenti in Italia superano i 5 milioni e rappresentano circa il 9% della popolazione. Secondo l’analisi Ismu, l’immigrazione è ormai un fenomeno strutturale, caratterizzato da una prevalenza di presenze regolari e di lungo periodo. Una quota significativa dei cittadini non comunitari è titolare di permesso di soggiorno di lungo periodo, mentre negli ultimi anni è cresciuto il numero dei titoli legati alla protezione internazionale.

La Corte europea stabilisce che i giudici possono esprimere opinioni sui social, purché rispettino l’indipendenza della giustizia e non parlino di casi in corso”. La Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) ha stabilito che i magistrati hanno il diritto di esprimere le proprie opinioni sui social media, purché rispettino alcune regole fondamentali: non devono parlare di casi in corso e non possono compromettere l’autorità e l’indipendenza della giustizia. La sentenza definitiva, emessa dalla Grande Camera, riguarda la Romania, condannata dopo che il Consiglio superiore della magistratura (Csm) aveva sanzionato un giudice per due post pubblicati su Facebook nel gennaio 2019. Secondo la Corte, la libertà di espressione dei magistrati è tutelata specialmente in contesti in cui la democrazia o lo stato di diritto siano gravemente minacciati, perché i giudici hanno il diritto di intervenire su questioni di interesse pubblico. In questi casi, le osservazioni formulate godono generalmente di un elevato grado di protezione, a patto che non violino l’indipendenza della giustizia o l’integrità dei procedimenti giudiziari. La Cedu ha inoltre stilato una serie di criteri che devono guidare le autorità competenti nella valutazione dei post pubblicati dai magistrati, prima di decidere eventuali sanzioni disciplinari. Tra questi, vanno considerati: il contenuto e la forma dei messaggi, il contesto in cui sono stati pubblicati, e la posizione ricoperta dal giudice o dal pubblico ministero. La Corte precisa che i magistrati con incarichi di vertice, come presidenti di tribunale o procuratori capo, godono di maggiore protezione della loro libertà di espressione, poiché le loro dichiarazioni pubbliche sono spesso motivate dal desiderio di preservare l’integrità del sistema giudiziario. Tuttavia, questo non significa che i magistrati ordinari non possano esprimere opinioni su temi di interesse pubblico, anche se non ricoprono cariche di vertice o non parlano in rappresentanza del sistema giudiziario. Un altro aspetto chiave riguarda le conseguenze dei post: la Cedu invita a valutare gli effetti negativi complessivi che i messaggi possono avere, sia sull’immagine della magistratura sia sulla fiducia del pubblico nella giustizia. Vanno considerate anche la natura e la gravità della sanzione inflitta, l’effetto dissuasivo che potrebbe generare su altri magistrati, e le garanzie procedurali concesse durante eventuali procedimenti disciplinari. La sentenza rappresenta un preciso bilanciamento tra libertà di espressione e dovere di riservatezza dei magistrati, indicando linee guida chiare per evitare arbitrarietà nelle sanzioni e tutelare il diritto dei giudici a partecipare al dibattito pubblico su temi di interesse generale. Con questa decisione, la Corte europea ribadisce l’importanza di garantire che anche i membri del potere giudiziario possano contribuire al dibattito democratico, senza timore di punizioni ingiustificate, ma sempre nel rispetto dei principi di imparzialità e indipendenza della magistratura.

ASI e Commissario straordinario uniscono tecnologia e istituzioni per monitorare e risanare le aree più critiche della città. Taranto diventa protagonista di un nuovo modello di bonifica e monitoraggio ambientale grazie all’accordo tra l’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) e il Commissario straordinario per le bonifiche, Prof. Vito Felice Uricchio. L’intesa è stata presentata a Palazzo Chigi, con la partecipazione anche del Subcommissario per la Terra dei Fuochi, Col. Nino Tarantino, e dell’Assessore all’Ambiente della Regione Puglia, Serena Triggiani. L’accordo prevede l’impiego delle più avanzate tecnologie satellitari italiane, come il satellite iperspettrale PRISMA, i radar di COSMO-SkyMed e la nuova costellazione IRIDE, per monitorare in modo integrato e puntuale la distribuzione delle sostanze inquinanti, individuare le fonti di contaminazione e ottimizzare gli interventi di risanamento. «Taranto ha bisogno di azioni concrete e rapide per le bonifiche – ha dichiarato Uricchio – e il supporto dei dati satellitari offre capacità diagnostiche senza precedenti, permettendo interventi mirati, più efficaci e meno invasivi». L’iniziativa rappresenta una vera e propria alleanza tra istituzioni e tecnologia, dove la leadership italiana nello spazio diventa strumento diretto di tutela ambientale e di resilienza dei territori. Secondo l’Assessore Triggiani, «questa collaborazione consolida un modello innovativo che unisce scienza di frontiera e azione concreta sul territorio, rafforzando la protezione di Taranto e delle sue comunità». Con questo accordo, Taranto si conferma laboratorio nazionale di strategie avanzate di bonifica, grazie alla sinergia tra l’eccellenza tecnologica dell’ASI e le competenze della Struttura Commissariale.

Il nuovo programma del presidente promette residenza e cittadinanza rapida agli stranieri facoltosi, con versioni Platinum e tasse milionarie. Donald Trump ha lanciato ufficialmente la sua ultima trovata: la Trump Gold Card, un programma che promette di trasformare il sogno americano in realtà a patto di avere un portafoglio ben fornito. Gli stranieri facoltosi potranno ottenere visti statunitensi accelerati semplicemente sborsando almeno un milione di dollari. “Eccezionale! Le nostre grandi aziende americane possono finalmente mantenere i loro preziosi talenti”, ha twittato Trump, subito rilanciato dai principali media americani e internazionali. La Gold Card, annunciata già all’inizio dell’anno, è pensata per chi può dimostrare di portare un “beneficio sostanziale” agli Stati Uniti, come spiegato sul sito ufficiale del programma. Si tratta di un visto Usa che offre un vero e proprio percorso diretto verso la cittadinanza americana, promettendo la residenza in tempi record. Chi vuole ottenere la Trump Gold Card dovrà versare 1 milione di dollari, mentre le aziende che sponsorizzano i dipendenti dovranno sborsarne 2 milioni, più eventuali commissioni aggiuntive. Per chi vuole il massimo del lusso c’è la versione “Platino”, con speciali agevolazioni fiscali, al costo di 5 milioni di dollari. Ogni richiedente dovrà inoltre pagare una commissione di elaborazione non rimborsabile di 15.000 dollari prima che la domanda venga presa in considerazione. Non sono mancate le critiche. Alcuni Democratici sostengono che la Gold Card favorirebbe ingiustamente i ricchi, mentre Trump l’ha definita una versione “premium” della Green Card, pensata per professionisti di alto livello: “Vogliamo persone produttive. Chi può pagare 5 milioni di dollari creerà posti di lavoro. Si venderà a ruba. È un vero affare”, ha assicurato il presidente. Il lancio della Gold Card Usa arriva in un momento in cui Washington ha intensificato le misure contro l’immigrazione irregolare: aumenti delle tariffe per i visti di lavoro, deportazioni e sospensioni temporanee per domande di immigrazione provenienti da 19 paesi, soprattutto in Africa e Medio Oriente. Sono anche bloccate le decisioni sulle domande di asilo, mentre migliaia di casi approvati sotto l’amministrazione Biden attendono revisione. Recentemente, Trump ha firmato un’ordinanza che prevede una tassa di 100.000 dollari per i richiedenti del programma H-1B, dedicato a lavoratori stranieri qualificati, scatenando timori tra studenti e aziende tecnologiche. Successivamente la Casa Bianca ha chiarito che la tassa si applicherà solo ai nuovi richiedenti dall’estero. Insomma, tra visti dorati, cittadinanza americana a pagamento e politiche restrittive, il sogno americano sembra oggi riservato a chi ha un conto in banca decisamente pesante.

Da gennaio l’appuntamento pensato da quattro professioniste. Prendersi una pausa, scrollarsi di dosso la settimana e ritrovarsi davanti a un drink per parlare — finalmente senza tabù — di benessere mentale. A Matera, da gennaio 2026, torna lo “Psicoaperitivo”, l’appuntamento che negli ultimi anni ha saputo trasformare un semplice aperitivo in un piccolo rito cittadino. A firmarlo sono quattro professioniste che hanno deciso di portare la psicologia fuori dagli studi e dentro la vita quotidiana: le psicoterapeute Patrizia De Luca, Debora L’Episcopia e Samantha Fusiello, affiancate dalla biologa nutrizionista Serena Santagata. L’iniziativa, lanciata nell’aprile 2024, ha saputo ritagliarsi uno spazio tutto suo nel panorama culturale locale: niente conferenze pesanti, zero jargon, nessun tono accademico. Qui si chiacchiera, ci si confronta, si ride, ci si ascolta. Un formato semplice, fresco, che ha convinto molti materani a sedersi attorno allo stesso tavolino per parlare di ansia, relazioni, emozioni e tutto ciò che normalmente si evita nei discorsi da bar. “Viviamo in un tempo in cui nessuno si ferma mai — spiegano le promotrici — e spesso le nostre emozioni finiscono sullo sfondo. Lo Psicoaperitivo serve proprio a rimetterle al centro, senza pressioni, senza giudizi”. E aggiungono: “Scoprire che altri provano ciò che proviamo noi è spesso il primo passo per sentirsi meno soli”. Il format resta fedele alla sua natura: appuntamenti informali, ambienti caldi, atmosfera da ritrovo tra amici. Chiunque può partecipare: coppie, gruppi di amici, familiari o persone che decidono di presentarsi da sole, magari per conoscersi un po’ meglio. Il tema di ogni serata nasce direttamente dal pubblico, che propone gli argomenti nell’incontro precedente: un modo per far sentire tutti parte attiva dell’evento e per mantenere vivo un dialogo autentico. Le professioniste alternano spiegazioni psicologiche e spunti neurobiologici, raccontati con parole semplici, spesso con qualche esempio ironico o quotidiano che strappa un sorriso e rende tutto più leggero. Un altro tratto distintivo dello Psicoaperitivo è la sua capacità di muoversi nella città: ogni evento si svolge in una location diversa, scelta tra locali e spazi che fanno parte del tessuto più vivace della Matera contemporanea. Una sorta di “tour della salute mentale” che rende il progetto aperto, itinerante e, soprattutto, accessibile a chiunque. “Per noi è fondamentale uscire dagli studi — raccontano — perché la psicologia appartiene a tutti, non solo a chi decide di iniziare un percorso. Portarla nei luoghi della quotidianità significa normalizzarla”. In un’epoca in cui si parla tanto di isolamento e fatica emotiva, lo Psicoaperitivo prova a ribaltare la tendenza: ricrea un senso di comunità, invita a confrontarsi, ricorda che nessuno vive davvero in solitudine, anche quando ne è convinto. “Mettersi uno accanto all’altro, ascoltare e raccontarsi — dicono le organizzatrici — è già un modo per alleggerire il peso delle proprie preoccupazioni. E spesso succede tutto davanti a un semplice bicchiere”.

Dipendono dalla lunghezza del percorso e dal ritardo accumulato. Dal 2026 gli automobilisti avranno diritto a rimborsi in caso di disagi autostradali. Lo stabilisce una delibera approvata dal Consiglio dell’Autorità di Regolazione dei Trasporti, che introduce nuove tutele per gli utenti in caso di cantieri e blocchi del traffico. Entrata in vigore delle nuove regole Le misure sui rimborsi saranno applicate in due fasi. Da 1 giugno 2026 Rimborsi per blocchi del traffico. Rimborsi per cantieri su percorsi situati interamente su tratte gestite dallo stesso concessionario. Da 1 dicembre 2026 Rimborsi per cantieri presenti su percorsi che coinvolgono più concessionari. Monitoraggio iniziale Fino al 31 dicembre 2027 l’Autorità di Regolazione dei Trasporti monitorerà: l’applicazione delle misure, il funzionamento del nuovo meccanismo, l’impatto delle regole, con una verifica da concludersi entro il 31 luglio 2027. Eventuali modifiche saranno introdotte se necessarie. Rimborsi per cantieri: come funzionano I rimborsi dipendono dalla lunghezza del percorso e dal ritardo accumulato. Soglie di rimborso Percorsi fino a 30 chilometri: rimborso indipendente dal ritardo. Percorsi tra 30 e 50 chilometri: rimborso con ritardo minimo di 10 minuti. Percorsi oltre 50 chilometri: rimborso con ritardo minimo di 15 minuti. Tutele per abbonati e pendolari Gli abbonati e i pendolari avranno gli stessi diritti degli utenti occasionali.Inoltre potranno recedere dall’abbonamento se i cantieri riducono in modo significativo la fruibilità del percorso abituale. Quando i rimborsi non sono dovuti Esistono alcune eccezioni nelle quali il rimborso non verrà erogato. Rimborsi inferiori a 10 centesimi, mentre quelli superiori vengono accreditati solo a partire da 1 euro complessivo. Percorsi per cui è già prevista una riduzione generalizzata del pedaggio. Cantieri emergenziali, cioè: interventi dovuti a incidenti, eventi meteorologici o idrogeologici straordinari e imprevedibili, attività di soccorso e ripristino. Cantieri mobili, esclusi nella fase iniziale di applicazione. I concessionari dovranno comunque fornire informazioni adeguate agli utenti anche per queste tipologie. Rimborsi per blocchi del traffico In caso di blocco del traffico, il rimborso è calcolato sul pedaggio relativo alla tratta interessata. Soglie di rimborso Blocco tra 60 e 119 minuti: rimborso del 50 per cento. Blocco tra 120 e 179 minuti: rimborso del 75 per cento. Blocco oltre 180 minuti: rimborso del 100 per cento.

Il capoluogo pugliese guida le città del Sud nel risparmio quotidiano: si riesce a tagliare fino a un quinto dello stipendio. Pranzare fuori casa può incidere in modo significativo sul budget mensile delle famiglie italiane, arrivando a pesare fino al 20% del reddito lordo. Secondo un’analisi di Bravo, fintech leader nella gestione del debito, prepararsi il pasto a casa rappresenta un’opportunità concreta di risparmio: in media, chi porta il pranzo da casa può tagliare la spesa di circa 263 euro al mese, pari a quasi 3.200 euro all’anno. La differenza tra mangiare al ristorante o in mensa e consumare il pasto casalingo è notevole: un piatto di pasta, un’acqua e un caffè costano mediamente 16 euro al Nord e 13 euro al Sud, mentre a casa il pasto si attesta intorno a 1,7 euro. Le regioni settentrionali, come Lombardia, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Liguria e Trentino-Alto Adige, offrono il potenziale di risparmio più alto, con cifre che possono superare i 3.500 euro annui. Al contrario, nel Sud Italia e nelle isole, tra cui Puglia, Sicilia, Sardegna, Molise e Abruzzo, il risparmio annuale resta poco sotto i 2.800 euro, con un divario di quasi 670 euro rispetto al Nord. La spiegazione, secondo gli analisti, risiede principalmente nelle retribuzioni più basse e nei costi più contenuti della ristorazione nelle regioni meridionali. Tuttavia, il quadro cambia se si considera il risparmio in termini percentuali sul reddito mensile: qui, alcune città del Sud Italia scalano la classifica, dimostrando che portarsi il pranzo da casa può rappresentare una vera strategia di gestione del bilancio familiare. Tra le città italiane, Milano guida la classifica assoluta per risparmio annuo, con oltre 3.630 euro potenzialmente risparmiabili, seguita da Monza-Brianza, Parma, Modena e Bologna. Il capoluogo lombardo, con uno stipendio medio mensile lordo di circa 2.780 euro, evidenzia come anche redditi elevati non eliminino il peso della spesa alimentare quotidiana. Nel Sud, invece, le città raggiungono mediamente un risparmio annuo di circa 2.760 euro. Ma se si guarda al risparmio in percentuale sulla busta paga, la situazione cambia radicalmente: Vibo Valentia è in testa con un 22,3% del reddito mensile risparmiabile, seguita da Grosseto (21%) e Imperia (21%). In Puglia, città come Bari, Lecce, Taranto e Foggia mostrano numeri interessanti. A Bari, ad esempio, dove la retribuzione media mensile lorda è inferiore rispetto al Nord, portarsi il pranzo da casa consente di risparmiare una quota significativa del budget familiare, rendendo questa scelta più vantaggiosa in termini percentuali rispetto a molte città settentrionali. Anche Lecce e Taranto beneficiano di un impatto simile: pur con un costo del pasto fuori leggermente inferiore rispetto al Nord, il risparmio in percentuale sul reddito può superare il 19%, offrendo una boccata d’ossigeno a chi ha un reddito medio-modesto. Foggia e le altre città pugliesi confermano questa tendenza, sottolineando come il Sud Italia, pur con spese assolute inferiori, trovi nel pranzo casalingo un vero strumento di risparmio familiare. Anche in Basilicata, centri come Potenza e Matera evidenziano la stessa dinamica: il costo medio di un pranzo fuori è inferiore rispetto al Nord, ma il reddito più basso fa sì che portarsi il pasto da casa rappresenti una soluzione di grande impatto economico per i lavoratori e i professionisti della regione. La scelta di consumare il pranzo preparato a casa non è solo una questione di risparmio, ma anche di gestione intelligente del budget mensile, soprattutto in un contesto dove il costo della vita sta aumentando e i redditi restano relativamente contenuti.

. Oggi, 1° dicembre, l’Asl di Bari inaugura il reclutamento dei dodici psicologi di base previsti dalla legge regionale n. 11/2023, segnando un passo decisivo nel rafforzamento dell’assistenza territoriale in Puglia e Basilicata. Il servizio prevede un impegno di 24 ore settimanali per ciascun professionista e una fase sperimentale di sei mesi. Gli psicologi opereranno all’interno dei distretti socio-sanitari, collaborando strettamente con medici di medicina generale, pediatri di libera scelta e specialisti ambulatoriali. L’obiettivo del progetto è garantire un accesso rapido e qualificato all’assistenza psicologica primaria, supportando le persone in caso di ansia, stress, difficoltà emotive transitorie, disturbi dell’umore, problematiche legate alla cronicità e al ciclo di vita. Il servizio punta anche a promuovere il benessere psicologico, migliorare l’aderenza ai percorsi di cura e offrire sostegno alle famiglie e alle comunità. Il personale sarà selezionato attraverso lo scorrimento della graduatoria già approvata dalla Regione, e l’assegnazione nei distretti sarà organizzata dall’area del personale della Asl. Il servizio nasce in un momento di crescente bisogno psicologico: negli ultimi anni, infatti, l’Italia ha registrato un aumento significativo dei disturbi emotivi e dei sintomi ansioso-depressivi. Oltre 16 milioni di cittadini dichiarano oggi un disagio psicologico medio o grave, con incrementi particolarmente evidenti tra giovani, adulti e anziani. La crescita riguarda in particolare ansia e depressione, con milioni di persone che convivono quotidianamente con tensione, isolamento o difficoltà di adattamento a nuove situazioni. Anche i giovani risultano tra i più colpiti: centinaia di migliaia convivono con forme di ansia o depressione, segnando l’urgenza di servizi territoriali accessibili e vicini alle persone. Gli psicologi di base saranno quindi un presidio fondamentale: offriranno ascolto, supporto emotivo e strumenti concreti per affrontare le difficoltà quotidiane. In Puglia e Basilicata, dove molti piccoli centri e comunità interne restano lontani dai grandi servizi urbani, la loro presenza potrà ridurre il senso di isolamento e garantire un intervento tempestivo in caso di disagio psicologico. Il servizio si integra con la medicina di base: intervenendo precocemente, può prevenire il peggioramento dei sintomi e favorire il benessere generale della comunità. Per cittadini e famiglie, dagli studenti agli adulti fino agli anziani, rappresenta una possibilità concreta di sentirsi ascoltati, accompagnati e supportati.

Gli errori più diffusi sono noti e, ormai, quasi proverbiali: grafie come “qual’è”, “pultroppo”, “propio”. L’apostrofo risulta il primo colpevole, con il 62% degli intervistati che non ne padroneggia l’uso. Sette italiani su dieci inciampano nella grammatica italiana: è quanto emerge da un’indagine condotta da Libreriamo, un media digitale nato oltre dieci anni fa e dedicato alla promozione della cultura, della lettura e dell’educazione linguistica. La piattaforma, punto di riferimento nazionale per lettori, docenti e operatori culturali, monitora quotidianamente fenomeni legati alla lingua e ai comportamenti comunicativi online, attraverso ricerche, campagne social e contributi di esperti. Per questa indagine, Libreriamo ha analizzato un campione di 1.600 italiani tra i 18 e i 65 anni, monitorando blog, forum, social network e affiancando il tutto con il giudizio di un panel di venti tra linguisti, sociologi e letterati. I risultati raccontano un’Italia che comunica sempre di più, ma che spesso perde per strada le fondamenta della correttezza grammaticale. Gli errori più diffusi sono noti e, ormai, quasi proverbiali: grafie come “qual’è”, “pultroppo”, “propio”, “avvolte”, assieme a storpiature come “al linguine”, “salciccia”, “cortello”, senza dimenticare “c’è ne” e “c’è né”, oppure le abbreviazioni da chat come “ke fai?”, “xché”, “tt bene”, ormai talmente radicate da essere usate anche in contesti formali. L’apostrofo risulta il primo colpevole, con il 62% degli intervistati che non ne padroneggia l’uso: “un’amica” richiede l’elisione, “un amico” no; “un po’” è un troncamento, mentre grafie come “pò” rimangono errori sempre più diffusi. Subito dopo arriva il congiuntivo, che continua a rappresentare il terreno minato della lingua italiana per il 56% del campione: forme come “se andavi”, “credo che è” o “penso che lo fa” sono così frequenti da essere diventate oggetto di discussione costante nei media e persino nei talk televisivi. Seguono i pronomi sbagliati (52%), con “gli” usato al posto di “le”, la declinazione verbale confusa (50%), gli errori nella distinzione tra C e Q (48%), le incertezze tra “ne” e “né” (44%), la punteggiatura approssimativa (39%) e infine l’uso poco consapevole delle forme eufoniche “e/ed”, “a/ad” (35%). Per gli esperti, il problema è strutturale. “La lingua si indebolisce quando la rapidità sostituisce la precisione – ha spiegato Marcello Vitale, linguista e membro del panel –. Non parliamo di mancanza di intelligenza, ma di una progressiva perdita di abitudine alla cura della parola, una conseguenza diretta della comunicazione digitale continua e frettolosa”. Non a caso, tra i rimedi indicati dagli intervistati figurano la lettura regolare (66%), la scrittura a mano (43%), un uso equilibrato dei chatbot linguistici (55%), il contenimento di anglismi e neologismi superflui (51%) e il ricorso a giochi linguistici come cruciverba, anagrammi o esercizi di sintassi (47%). Sul fronte territoriale, pur non essendo forniti dati regionali specifici, gli esperti di didattica individuano differenze significative, soprattutto nel Sud. In Puglia, ad esempio, gli ultimi anni hanno visto un miglioramento sensibile nelle competenze linguistiche degli studenti, in particolare nelle province più dinamiche culturalmente come Bari e Lecce, dove biblioteche, festival letterari e reti scolastiche attive stanno contribuendo a rafforzare l’esposizione alla lettura. Tuttavia persistono difficoltà marcate nelle zone interne e rurali, dove i docenti segnalano problemi più frequenti nella punteggiatura, nella costruzione del periodo e nell’uso del congiuntivo, spesso influenzati da modelli comunicativi informali tipici dei social e da una minore disponibilità di contesti di lettura domestica. Anche il bilinguismo con il dialetto, ricco e vivace ma molto diverso dall’italiano standard, può generare qualche interferenza soprattutto nella morfologia verbale. In Basilicata, regione caratterizzata da una popolazione scolastica numericamente ridotta ma molto variegata, la situazione appare ancora più articolata. Le scuole delle aree urbane come Potenza e Matera registrano un buon livello di competenze linguistiche, mentre nei centri più piccoli emergono difficoltà soprattutto nella morfologia dei verbi, nell’uso dei pronomi e nella comprensione di testi complessi. Secondo diversi insegnanti lucani, pesa ancora la scarsa diffusione della lettura quotidiana, spesso sostituita da un uso intensivo dello smartphone fin dalla preadolescenza. Ciò non impedisce alla regione di esprimere eccellenze: negli ultimi anni il territorio ha visto crescere iniziative culturali legate alla lettura e alla scrittura, specialmente dopo la spinta data da Matera Capitale Europea della Cultura 2019, un evento che ha lasciato eredità positive anche nell’ambito educativo. “Nel Sud c’è un potenziale enorme – ha osservato la sociologa dell’educazione Anna Ruggieri – ma servono continuità, investimenti e una vera cooperazione tra scuole, famiglie e istituzioni culturali. Dove questi tre attori collaborano, le competenze linguistiche migliorano in modo evidente”. I linguisti concordano: la grammatica non è un dettaglio di stile, ma una competenza che incide sulla qualità del pensiero e sulla credibilità personale. “Curare la grammatica non è un vezzo – conclude Vitale – ma un modo per essere più chiari, più precisi e più consapevoli. Una società che si esprime meglio è anche una società che pensa meglio”. In un Paese che parla tanto e scrive sempre di più, la sfida è riscoprire lentamente la bellezza della precisione, senza rinunciare alla velocità della comunicazione moderna ma imparando a non sacrificarvi la qualità.

L’indagine dell’Istat su 17.500 di donne dai 16 a 75 anni. Sono circa 6 milioni e 400mila (il 31,9%) le donne italiane dai 16 ai 75 anni che hanno subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita (a partire dai 16 anni di età). Questo è uno dei dati che emerge dall’indagine “Sicurezza delle donne” dell’Istat. È stata condotta da marzo a luglio del 2025 e coinvolto circa 17.500 donne dai 16 a 75 anni. Dal report emerge che subiscono violenza sia nella coppia (12,6% delle donne che hanno o hanno avuto partner) sia al di fuori: parenti, amici, colleghi, conoscenti o sconosciuti. Sono circa 1 milione 720mila quelle che hanno subito violenza fisica da parte dell’ex partner, pari al 15,9% delle donne con un ex. La probabilità di denuncia delle violenze subite dagli ex partner è direttamente proporzionale alla durata delle violenze e raggiunge il 40% se la violenza dura da più di 10 anni. Considerando la diffusione delle violenze fisiche e sessuali negli ultimi cinque anni, le nubili sono le più esposte al rischio di subire violenza. Percentuali più alte della media si riscontrano per le studentesse (36,2%) e le più giovani di 16-24 anni (37,6%) e 25-34 anni.  Altri dati Confrontando i dati del 2025 con quelli del 2014, emerge un aumento significativo delle violenze subite dalle giovanissime (donne di 16-24 anni). Si passa dal 28,4% al 37,6%. L’incremento riguarda in particolare le violenze di natura sessuale. Ma anche le donne con problemi di salute hanno subito più violenze: parliamo del 36,1%, circa 2milioni 350mila. Maggiore consapevolezza, non aumentano le denunce Dal report emerge la crescita sulla consapevolezza ma non la propensione alla denuncia: aumentano dal 30,1% al 36,3% le vittime che considerano un reato la violenza subita dal partner e raddoppia la percentuale delle richieste di aiuto ai Centri antiviolenza e gli altri servizi specializzati (dal 4,4 del 2014 all’8,7% del 2025).  Resta stabile invece il sommerso dei reati: rispetto al 2014 non è aumentata né la quota di chi denuncia la violenza da parte dei partner né la condivisione con altri delle esperienze vissute. Il 22,5% delle vittime della violenza nella coppia non ha mai parlato della violenza subita (lo ha fatto per la prima volta con l’intervistatrice stessa), percentuale che sale al 37,8% per le violenze subite da parte del partner con cui la vittima sta ancora insieme. La maggior parte delle donne che ha subito violenza tende a confidarsi all’interno della propria rete familiare o amicale: il 54,6% delle vittime ne parla con amici, vicini o compagni di studi, il 31,3% con un familiare e il 19,3% con il partner. Solo una minoranza, pari al 3,2%, sceglie invece di rivolgersi al di fuori della propria cerchia relazionale, ad avvocati, magistrati o Forze dell’ordine. Le conseguenze della violenza Queste le conseguenze delle violenze sulle donne:  – ansia, fobia e attacchi di panico (48,4%) -disperazione e sensazione di impotenza (44,4%) -disturbi del sonno e dell’alimentazione (43,6%) -depressione (31,6%) -difficoltà a concentrarsi e perdita della memoria (26,4%) -dolori ricorrenti nel corpo (18,0%) -autolesionismo o idee di suicidio (11,7%)  -difficoltà nel gestire i figli (10,7). La violenza psicologica Nel confronto con l’Indagine del 2014, considerando solo le donne dai 16 ai 70 anni, la violenza psicologica è diminuita dal 21,6% al 18,7%. Quella fisica e sessuale si accompagna molto spesso a forme di violenza psicologica: tra le donne che vivono una relazione con il partner attuale, l’1,3% ha subìto sia violenze fisiche o sessuali sia comportamenti di violenza psicologica, mentre il 2,2% ha sperimentato soltanto quest’ultima forma. La compresenza delle diverse tipologie di violenza è ancora più marcata nel caso degli ex partner: il 15,2% delle donne con ex partner riferisce episodi di violenza sia psicologica sia fisica o sessuale, mentre il 12,7% ha subìto solo violenza psicologica.

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