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Il Dossier

I dati mostrano l’ampia diffusione della violenza fisica, psicologica ed economica tra le donne che intraprendono un percorso di uscita attraverso i Centri antiviolenza. Secondo gli ultimi dati Istat, tra le donne che stanno affrontando un percorso di uscita dalla violenza sulle donne attraverso i Centri antiviolenza (CAV) emergono numeri molto significativi sulle diverse forme di abuso subite. Il 64,5% delle donne ha subito violenza fisica, mentre il 52,3% ha ricevuto minacce. Il 10,4% ha dichiarato di aver subito stupro o tentato stupro. A questo dato si aggiunge un ulteriore 13,6% che ha subito altre forme di violenza sessuale, tra cui molestie sessuali, molestie online, revenge porn e costrizione ad attività sessuali umilianti o degradanti. Il 22,8% delle donne vittime di violenza ha subito stalking o cyberstalking. Ancora più diffusa è la violenza psicologica, che spesso accompagna altre forme di abuso e riguarda quasi nove donne su dieci seguite dai centri antiviolenza. Anche la violenza economica rappresenta un fenomeno rilevante: il 39,7% delle donne ne è vittima. Le fasce d’età più colpite dalla violenza I dati mostrano che alcune fasce d’età risultano più esposte a specifiche forme di violenza domestica e di genere. Le donne tra i 30 e i 39 anni sono quelle che hanno subito più frequentemente violenza fisica (70,2%). La violenza sessuale colpisce soprattutto le donne sotto i 29 anni (41,2%). Tra le donne con più di 30 anni, il 96,9% ha subito almeno una forma di violenza, tra cui minacce, stalking, violenza psicologica o economica. Nella maggior parte dei casi le violenze non si presentano isolate ma si sovrappongono. Solo il 15,7% delle donne ha subito un unico tipo di violenza, mentre: il 24,8% ha subito due forme di violenza il 26,9% tre forme di violenza il 32,6% più di quattro forme di abuso Violenza economica e dipendenza finanziaria Un elemento centrale nel fenomeno della violenza di genere riguarda la dipendenza economica. Nel 2024 il 45,5% delle donne seguite dai centri antiviolenza dichiara di non essere economicamente autonoma. Le differenze cambiano molto in base alla situazione lavorativa: 14,7% tra le donne occupate oltre 82% tra le disoccupate 86,6% tra le studentesse 83,7% tra le casalinghe La mancanza di autonomia economica rappresenta spesso un fattore che rende più difficile uscire da una relazione violenta. I figli testimoni della violenza domestica Un altro dato particolarmente grave riguarda la presenza dei figli durante gli episodi di violenza domestica. Nel 79,2% dei casi i figli assistono alla violenza subita dalla madre. Inoltre: nel 24,7% dei casi anche i figli diventano vittime dirette di violenza nel 15,7% dei casi la donna ha subito violenza durante la gravidanza Chi sono gli autori della violenza Secondo il report Istat, nel 96,8% dei casi la violenza è commessa da un solo autore, mentre nel 2,7% dei casi gli autori sono due. Nella maggioranza delle situazioni l’autore della violenza è una persona legata affettivamente alla vittima: 52,8% partner 26,1% ex partner 10,7% altri familiari o parenti 10,4% persone esterne alla famiglia o alla relazione Identikit dell’autore della violenza Dalle informazioni disponibili emerge che l’autore della violenza è: un uomo nel 97% dei casi italiano nel 75,8% tra i 30 e i 59 anni nel 75,4% dei casi Nel dettaglio: 21% tra i 30 e i 39 anni 30,7% tra i 40 e i 49 anni 23,5% tra i 50 e i 59 anni Per quanto riguarda il livello di istruzione, il 79,9% possiede un titolo di studio di scuola secondaria e il 74,2% risulta occupato, di cui il 61,4% con un lavoro stabile. Infine, quasi un autore su quattro (24,8%) presenta una forma di dipendenza, come alcol, droghe, gioco d’azzardo o psicofarmaci. Nel 12,4% dei casi l’autore era già stato violento con altre donne, ma nel 63,6% dei casi la vittima non era a conoscenza di questi precedenti.

Solo il 21,6% delle donne ha contratti da dirigente contro il 78,4% dei colleghi uomini. In Basilicata lavora il 40,9% delle donne contro il 59,1% degli uomini, con contratti di lavoro principalmente occasionali. Il dato medio regionale evidenzia un tasso di disoccupazione del 6,7%, con un tasso di disoccupazione femminile pari a circa il doppio rispetto agli uomini. Sono questi alcuni dei dati del Rendiconto di genere Inps 2025, presentato a Potenza. Tra gli altri dati evidenziati, l’inattività colpisce in misura più significativa la componente femminile, tra ilavoratori dipendenti del settore privato in Basilicata solo il 21,6% delle donne ha contratti da dirigente contro il 78,4% dei colleghi uomini. Tra i quadri il genere femminile rappresenta il 26,4% mentre quello maschile il 73,6%. Rispetto alla tipologia di contratto le lavoratrici con contratto a tempo indeterminato sono il 30,6%, mentre il 38,6% ha un contratto a tempo determinato. Nel 2024 le lavoratrici part-time risultano il 63,5% rispetto al 36,5% dei lavoratori, con un gap del 27%. Nel settore pubblico della Basilicata il divario retributivo di genere giornaliero è meno marcato rispetto al settore privato, ma la retribuzione media giornaliera delle donne rimane inferiore a quella degli uomini. “Parlare di divario di genere in Basilicata – ha detto Anna Russelli, segretaria regionale della Cgil Basilicata, significa parlare di una ferita ancora aperta nel nostro sistema economico e sociale. I dati ci dicono che il gap tra uomini e donne nel lavoro supera i 29 punti percentuali, uno dei valori più alti d’Europa. Quando parliamo di divario di genere non ci riferiamo solo alla differenza di salario, ma a un insieme di disuguaglianze che le donne incontrano nel lavoro e nella società: minori opportunità di accesso all’occupazione, maggiore precarietà, salari mediamente più bassi, carriere più lente e una distribuzione ancora profondamente squilibrata del lavoro di cura nelle famiglie”.

Negli uomini diminuiscono sia incidenza sia mortalità. Nelle donne la mortalità cala, ma l’incidenza è stabile. Nel 2025 sono stimati 362.100 nuovi casi di tumore (182.300 uomini, 179.800 donne) e si riduce il divario tra Nord e Sud: nelle regioni meridionali aumentano stili di vita meno salutari e di conseguenza scompare il tradizionale vantaggio che aveva in termini di minore incidenza. Migliora la sopravvivenza a 5 anni ma resta un divario del 5% a sfavore di Sud e Isole rispetto al Centro-Nord. Sono i dati principali, presentati al ministero della Salute, dall’Associazione Italiana dei Registri Tumori (Airtum) elaborati sulla base di oltre 3 milioni di casi registrati da 34 Registri Tumori, che coprono circa l’80% della popolazione. Il tumore più frequente resta quello alla mammella (55.900 casi), seguito da polmone (43.500), colon-retto (41.700) e prostata (31.200, il più frequente tra gli uomini). Negli uomini diminuiscono sia incidenza (-1,9% annuo) sia mortalità (-1,8%). Nelle donne la mortalità cala (-0,6%), ma l’incidenza è stabile, con un aumento dei tumori al polmone (+2,3%), legato alla diffusione del fumo. In calo in entrambi i sessi fegato,colon-retto e stomaco; in aumento il melanoma. Le donne hanno una sopravvivenza più alta degli uomini (74,1% vs 70,7%). Per quanto riguarda i tumori pediatrici e adolescenziali, l’incidenza è stabile nei bambini (0-14 anni) con sopravvivenza all’85% (+2%). Negli adolescenti (15-19 anni) aumentano quelli alla tiroide e il melanoma ma aumenta anche la sopravvivenza, salita all’89% senza particolari differenze geografiche.

Otto aziende agricole su dieci in Italia investono in innovazione: il nuovo Polo digitale di Coldiretti supporta la transizione tecnologica e l’agricoltura di precisione in Puglia, tra sostenibilità e competitività. Otto aziende agricole su dieci in Italia sono pronte a investire in innovazione agricola, segnale di un settore sempre più orientato alla modernizzazione. Coldiretti ha presentato all’evento dell’Osservatorio Smart Agrifood 2026 il nuovo Polo digitale dedicato alla transizione tecnologica del settore, con l’obiettivo di supportare l’alfabetizzazione digitale delle imprese e rafforzarne la competitività, riducendo i costi di produzione e tutelando il reddito degli agricoltori. Puglia, terreno fertile per la digitalizzazione agricola La Puglia si conferma una regione leader nella transizione tecnologica agricola: secondo l’ISTAT, ospita il 16,2% delle aziende agricole italiane e il 10,6% della Superficie Agricola Utilizzata (SAU) nazionale. Negli ultimi dieci anni, la dimensione media delle aziende è cresciuta da 7,9 a 11 ettari, facilitando l’adozione di strumenti tecnologici innovativi. A livello nazionale, il 28,5% delle aziende utilizza strumenti di agricoltura di precisione, con una diffusione significativa anche tra le imprese pugliesi, soprattutto nei settori olivicolo, vitivinicolo e ortofrutticolo. Nonostante la maggior parte delle aziende resti a conduzione familiare, oltre il 90% mostra apertura verso la digitalizzazione agricola e una gestione più moderna, in linea con sostenibilità e competitività. Censimento digitale e supporto operativo Alessandro Apolito, capo area innovazione e digitalizzazione di Coldiretti, spiega che nell’ultimo anno è stato realizzato un censimento digitale coinvolgendo oltre 10.000 imprese agricole. Grazie a questi dati è stata sviluppata una piattaforma digitale che guida le aziende nella scelta delle tecnologie più adatte per filiera e dimensione aziendale. Parallelamente, sono stati formati 800 operatori sul territorio nazionale e creato un team di facilitatori digitali, giovani esperti di agricoltura di precisione, per affiancare le aziende nelle decisioni operative. Il censimento ha confermato che la digitalizzazione agricola non dipende dall’età: anche le generazioni più mature mostrano apertura all’innovazione e capacità di investimento. Politiche pubbliche per una transizione digitale efficace Secondo Coldiretti Puglia, servono politiche pubbliche semplici e concrete, strumenti stabili, risorse adeguate e tempi certi. Solo così sarà possibile: rafforzare la competitività del settore agricolo italiano. sostenere gli investimenti tecnologici; favorire la crescita dimensionale delle aziende; garantire una transizione digitale inclusiva; tutelare il reddito degli agricoltori;

Degustazioni, visite ai frantoi e percorsi tra ulivi secolari: l’oleoturismo in Puglia cresce e trasforma l’olio extravergine in esperienza culturale ed enogastronomica. L’oleoturismo in Puglia si conferma uno dei segmenti più dinamici del turismo enogastronomico, con la regione che guida le preferenze nazionali: il 28% dei turisti italiani sceglie la Puglia come meta per degustazioni di olio, visite ai frantoi e percorsi tra ulivi secolari. Tra esperienze immersive, cene in uliveto e tour culturali, la regione offre opportunità uniche di entrare in contatto con la tradizione olivicola. A confermarlo è Coldiretti Puglia, sulla base dei dati del secondo Rapporto sul Turismo dell’Olio, curato da Roberta Garibaldi e promosso da Associazione Nazionale Città dell’Olio, Coldiretti e Unaprol. Secondo il sondaggio di Coldiretti Puglia, condotto sul portale puglia.coldiretti.it, i turisti sono principalmente interessati a degustazioni guidate, produzione del proprio olio, eventi culturali ed educativi negli oliveti, cene tra gli ulivi e alla possibilità di adottare un ulivo a distanza, seguendo tutto il ciclo produttivo e creando un legame diretto con il territorio. Il fenomeno pugliese si inserisce in un contesto globale di crescita del turismo del gusto, un mercato da 11,5 miliardi di dollari destinato a superare i 40 miliardi entro il 2030. L’Italia resta tra le mete più desiderate per esperienze enogastronomiche, con una domanda in aumento sia sul mercato interno sia nei principali mercati esteri (Germania, Francia, Austria, Svizzera e Stati Uniti). Tra il 2021 e il 2024 la partecipazione a esperienze legate all’olio extravergine di oliva è cresciuta del 37,1%, mentre il 70% degli italiani considera l’olio un simbolo del patrimonio culturale e paesaggistico regionale. L’oleoturismo, come attività agricola connessa, comprende attività formative e informative sulle produzioni olivicole locali, visite guidate in oliveti e frantoi, iniziative culturali e ricreative, degustazioni e vendita diretta dei prodotti aziendali, escludendo però la ristorazione. La Puglia vanta oltre 370.000 ettari di uliveti (64% della SAU regionale) e 148.127 aziende olivicole (43% del totale regionale), producendo cinque oli DOP e un IGP Olio di Puglia. Con circa 60 milioni di ulivi, la regione rappresenta il 40% della superficie olivicola del Sud Italia, quasi il 32% di quella nazionale e l’8% di quella europea, con un valore di 1 miliardo di euro di produzione di olio extravergine. Sul fronte dei consumi, oltre l’82% delle famiglie italiane sceglie olio italiano per sostenere il territorio e l’economia locale. Le aziende pugliesi hanno risposto con sale di degustazione, packaging accattivante e iniziative promozionali, trasformando l’olio in un prodotto non solo gastronomico, ma anche culturale ed esperienziale. Oggi i turisti cercano esperienze autentiche: l’olio extravergine diventa così un volano per il turismo esperienziale in campagna, nei frantoi e nelle masserie storiche della Puglia. Diffondere la cultura dell’olio, valorizzare le varietà locali e sostenere la filiera olivicola pugliese rimangono obiettivi strategici per rendere ogni visita immersiva, educativa e indimenticabile, conclude Coldiretti Puglia.

La Puglia è seconda in Italia per quantità di vino stoccato e prima per detenzione dei mosti. Coldiretti Puglia chiede più tutele per i viticoltori e maggiore valorizzazione delle denominazioni DOP e IGP. La Puglia si conferma tra le regioni leader del vino italiano, con oltre 7,1 milioni di ettolitri di vino in giacenza, di cui il 65,5% a Indicazione Geografica (DOP e IGP). La regione è seconda in Italia per quantitativi stoccati e detiene il primato nazionale dei mosti (46,8% del totale), un dato che evidenzia la straordinaria forza della produzione vitivinicola pugliese. A renderlo noto è Coldiretti Puglia, sulla base dell’ultimo report “Cantina Italia” dell’Ispettorato Centrale Repressione Frodi, che conferma il ruolo strategico della vitivinicoltura pugliese per l’intero comparto nazionale. Vino Puglia: leadership produttiva ma redditività da rafforzare Nonostante i numeri record, i viticoltori pugliesi continuano a fare i conti con costi di produzione in aumento e con un mercato che spesso non riconosce il giusto valore lungo la filiera. Difendere il vino pugliese significa tutelare migliaia di imprese agricole, salvaguardare l’occupazione e proteggere un patrimonio economico e sociale fondamentale per il territorio. Denominazioni DOP e IGP: asset strategico del vino pugliese La valorizzazione delle denominazioni DOP e IGP, la difesa del reddito agricolo e il rafforzamento del Made in Italy agroalimentare rappresentano priorità per garantire un futuro sostenibile al settore. La Puglia non può essere considerata soltanto un bacino di approvvigionamento, ma una regione protagonista per qualità, tracciabilità e capacità produttiva. Nuovo pacchetto vino UE: più trasparenza e strumenti anticrisi Un segnale positivo arriva dal via libera del Parlamento Europeo al nuovo pacchetto vino, che introduce: Maggiore trasparenza in etichetta, anche per i vini dealcolati Semplificazioni burocratiche per le imprese vitivinicole Strumenti più efficaci per affrontare eventuali crisi di mercato Si tratta di misure importanti per rafforzare la competitività del settore vitivinicolo pugliese, che dovranno essere accompagnate da risorse adeguate e scelte politiche coerenti. Settore vitivinicolo italiano: un patrimonio da 14,5 miliardi di euro Il settore vitivinicolo italiano vale complessivamente 14,5 miliardi di euro e vede la Puglia tra le regioni leader per superficie vitata e capacità produttiva. Un comparto chiave dell’agroalimentare nazionale che necessita di politiche mirate per garantire sostenibilità, competitività e giusto reddito ai viticoltori pugliesi. Valorizzare il vino della Puglia significa rafforzare l’intero sistema del vino italiano e sostenere uno dei simboli più rappresentativi del Made in Italy nel mondo.

Il programma del MASAF coinvolge produttori locali e scuole per garantire alimenti sicuri, educazione nutrizionale e tutela dei formaggi DOP pugliesi. Parte ufficialmente il programma “Latte nelle Scuole”, l’iniziativa dedicata alla promozione del consumo di latte, yogurt e formaggi nelle scuole primarie, con l’obiettivo di educare i bambini a una corretta alimentazione fin dai primi anni di vita. A darne notizia è Coldiretti Puglia, in riferimento al programma di educazione alimentare promosso dal Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste (MASAF), che coinvolge direttamente i produttori del settore lattiero-caseario nella distribuzione dei prodotti e nelle attività di sensibilizzazione. L’iniziativa punta a garantire che nelle mense scolastiche arrivino esclusivamente prodotti 100% Made in Italy, certificati per qualità e sicurezza alimentare. Latte e yogurt: benefici nutrizionali per la crescita dei bambini Come evidenzia il Ministero della Salute, latte e yogurt rappresentano fonti essenziali di: Calcio Vitamine del gruppo B Proteine ad alto valore biologico Questi nutrienti sono fondamentali per la crescita ossea nei bambini e per il benessere generale della popolazione. Il Ministero raccomanda il consumo quotidiano di 3 porzioni tra latte e yogurt, per assicurare un adeguato apporto nutrizionale e contribuire alla prevenzione di patologie cronico-degenerative. Il programma “Latte nelle Scuole” non si limita alla semplice distribuzione dei prodotti, ma prevede anche: Corsi di degustazione Attività didattiche Visite nelle fattorie Percorsi di educazione alimentare Un progetto strategico che contribuisce a formare i consumatori del futuro, rendendoli più consapevoli nelle scelte alimentari. Settore lattiero-caseario in Puglia: numeri, occupazione e valore economico Secondo Coldiretti Puglia, è fondamentale garantire stabilità al settore lattiero-caseario pugliese, che rappresenta un pilastro economico, sociale e ambientale per il territorio. Attualmente il comparto conta: 674 stalle da latte 108.000 tonnellate di latte prodotte ogni anno Oltre 130 milioni di euro di valore economico Più di 40.000 tonnellate di formaggi Oltre 6.000 occupati tra diretto e indotto Quando chiude una stalla — sottolinea Coldiretti — si perde un intero sistema fatto di animali, prati per il foraggio, formaggi tipici e famiglie che da generazioni contrastano lo spopolamento delle aree rurali, soprattutto nelle zone più svantaggiate. I formaggi DOP e IGP della Puglia: un patrimonio da tutelare La Puglia vanta un patrimonio caseario unico al mondo, con eccellenze riconosciute a livello nazionale ed europeo. Tra queste: Canestrato Pugliese DOP Burrata di Andria IGP Canestrato leccese Caciocavallo podolico Dauno Caciocavallo della Murgia In totale la regione può contare su 4 formaggi DOP, una IGP e 17 specialità tradizionali riconosciute dal Ministero. Secondo Coldiretti, la tutela di queste produzioni significa anche preservare biodiversità, patrimonio genetico animale e identità culturale del territorio. Prezzi equi e accordi di filiera per garantire la sostenibilità La chiusura di un’azienda zootecnica comporta la perdita definitiva di animali e del loro patrimonio genetico, custodito da generazioni di allevatori. Per questo Coldiretti Puglia ribadisce la necessità di: Accordi di filiera tra imprese agricole e industria Obiettivi qualitativi e quantitativi chiari Prezzi equi che non scendano sotto i costi di produzione Applicazione della normativa contro le pratiche sleali Solo così è possibile garantire la sostenibilità del settore lattiero-caseario, la tutela del Made in Italy e la salute alimentare dei cittadini, in linea con le raccomandazioni del Ministero della Salute.

Un progetto da 12 miliardi di metri cubi di gas all’anno che divide la città: Legambiente evidenzia i pericoli per la sicurezza e le attività portuali, mentre Confapi propone un’alternativa offshore per sviluppo industriale e transizione energetica. A Taranto si riaccende il dibattito sul rigassificatore, un progetto ancora in fase di sviluppo proposto da una società privata, con una capacità di 12 miliardi di metri cubi di gas all’anno e un investimento stimato di circa 600 milioni di euro. Lo scorso ottobre è stata depositata al Ministero dell’Ambiente l’istanza per l’impianto, dando il via alla procedura di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA). Legambiente: rischi per sicurezza e sviluppo Secondo Legambiente, il rigassificatore collocato onshore alla testa del molo polisettoriale, vicino ad altri impianti a rischio incidente rilevante, renderebbe praticamente impossibile qualsiasi attività portuale non legata alle navi metaniere. Anche con una zona di interdizione limitata a 500 metri, il traffico portuale sarebbe compromesso. L’associazione definisce il progetto un “macigno” per Taranto: ostacolerebbe l’hub per l’eolico offshore già finanziato, monopolizzerebbe una struttura pubblica su cui sono stati investiti ingenti fondi e interferirebbe con il traffico commerciale, aumentando i costi e riducendo i flussi futuri. I rischi diventano rilevanti anche in caso di incidenti o eventi meteorologici avversi. Confapi: l’alternativa offshore Confapi denuncia la lunga fase di stallo della città e propone un’alternativa: posizionare l’unità di rigassificazione offshore, a 12 miglia dalla costa, con una condotta sottomarina verso la rete nazionale. Questa soluzione permetterebbe di: Ridurre le interferenze con il molo polisettoriale Proteggere l’hub per l’eolico offshore Limitare l’esposizione della popolazione Garantire maggiore compatibilità con la vocazione strategica del porto di Taranto La posizione del sindaco di Taranto Anche il sindaco di Taranto, Piero Bitetti, ha commentato: “Stiamo analizzando il progetto con prudenza. Da una prima lettura, l’area individuata risulta già concessa e indicata dal Mase per investimenti legati all’energia eolica offshore, quindi il progetto ci sembra improcedibile”. Lo scorso anno, il Comune di Taranto aveva già negato l’attracco di una nave di rigassificazione destinata a sostenere la decarbonizzazione dell’ex Ilva, provocando il ritiro degli azeri di Baku Steel dalla gara per l’acquisizione dell’acciaieria.

Secondo l’ordine servono la stabilizzazione della costa, campagne di educazione e un approccio multidisciplinare. “Il crollo dell’arco di Sant’Andrea a Melendugno solleva preoccupazioni sia per la sicurezza che perla conservazione dell’ambiente”. Lo dichiara in una nota, Giovanni Caputo, presidente dell’ordine dei geologi della Puglia in riferimento al crollo avvenuto in Salento. Il maltempo ha cancellato uno dei tratti costieri più iconici del Salento: l’imponente l’arco dei faraglioni di Sant’Andrea, conosciuto anche come arco dell’amore, si è completamente sbriciolato in acqua. Il crollo sarebbe stato causato dalle mareggiate e dalle piogge violente di questi giorni. Si tratta del danno più importante causato dall’erosione costiera al paesaggio del Salento. “È un colpo al cuore durissimo – commenta il sindaco Maurizio Cisternino -. Sparisce uno dei tratti turistici piu famosi della nostra costa edell’Italia intera”. Sulla situazione delle coste pugliesi l’ordine dei geologi dice: “Il 53% delle coste pugliesi è a rischio erosione e sul territorio sono state censite 839 frane con 63mila persone che risiedono in territori colpiti da frane”. Caputo elenca anche le misure che possono essere intraprese per affrontare e comprendere meglio la situazione tra cui “il monitoraggio, per valutare i rischi di ulteriori crolli, e l’analisi del terreno, delle sue caratteristiche fisiche e dell’erosione costiera. È fondamentale non soltanto la stabilizzazione della costa – continua – ma anche promuovere campagne di educazione per sensibilizzare la popolazione e i visitatori sulla fragilità dell’ecosistema costiero e sulla necessità di proteggere aree come quella dell’arco di Sant’Andrea”. Risulta importante un approccio multidisciplinare capace di coinvolgere “geologi, ingegneri e biologi marini per sviluppare un piano integrato di gestione del rischio e di conservazione”, conclude l’ordine dei geologi.

I dati di Inail Puglia. Sette le iniziative presentate. In Puglia nel 2025 sono stati denunciati 27.973 infortuni sul lavoro, dato in lieve flessione (-0.64%) rispetto all’anno precedente. I settori più colpiti sono l’agricoltura con 2.259 infortuni ed un aumento del 3,91% rispetto agli eventi del 2024 e le costruzioni: 1807 infortuni con un aumento rispetto al 2024 del 3,55%.  Sono 71 i cittadini pugliesi che nel 2025 non hanno fatto ritorno a casa dal lavoro, numero in calo rispetto ai 74 decessi del 2024. In preoccupante crescita gli eventi mortali in occasione di lavoro (+28,89%) mentre si riducono significativamente gli infortuni mortali in itinere, dai 29 del 2024 ai 13 del 2025 (-55,17%). Le denunce di malattia professionale nel 2025 in Puglia sono state 11.198, +23% rispetto al 2024, un dato che rappresenta l’11,26% del dato italiano. I progetti Per l’Avviso Pubblico INAIL 2025 sono 128 mila euro i fondi destinati al cofinanziamento delle iniziative di prevenzione selezionate per il 2025. Questa mattina, 11 febbraio, sono stati presentati 7 progetti. “I sette progetti presentati questa mattina – afferma Giuseppe Gigante, direttore regionale Inail Puglia – affrontano strategicamente diversi fenomeni infortunistici e sono stati selezionati proprio per la loro carica innovativa, sia nella metodologia d’approccio che nella loro puntuale analisi del contesto socio – lavorativo. I nuovi scenari occupazionali richiedono, infatti, una rinnovata attenzione, un ampliamento delle tutele e un maggior impegno per colmare il gap formativo in tema di diffusione della cultura della sicurezza sul lavoro. I dati parlano chiaro, noi come Ente preposto e i nostri partner istituzionali siamo chiamati in prima linea ad un’azione congiunta per la tutela del patrimonio umano della nostra regione”. I sette progetti presentati abbracciano più settori e sono rivolti ad una molteplicità di destinatari: CIA – Associazione Regionale Puglia – C.A.M.P.O. SICURO: il progetto si focalizza sulla diffusione di una cultura della sicurezza nel mondo agricolo. APS AFO 6 – Taranto – Cinzella Festival 2026: il progetto mira a integrare cultura, musica e sicurezza sul lavoro, utilizzando il contesto del Cinzella Festival. Cassa Edile Provincia Jonica – Ascoltare per prevenire: il progetto si focalizza sul settore edile, tra i più esposti a infortuni. USB Bari – Un podcast, una sicurezza: il progetto affronta i temi della sicurezza nei settori trasformati dalla turistificazione della città di Bari. CISL Puglia – La terra sicura: l’iniziativa propone un prodotto audiovisivo che racconta il mondo agricolo attraverso storie e immagini.

Decorso post-operatorio positivo e fisioterapia già avviata grazie all’alta professionalità dell’équipe medica”. Un intervento riuscito per Annarosa, 100 anni, paziente di Pisticci, sottoposta nei giorni scorsi a una protesi d’anca all’ospedale “Papa Giovanni Paolo II” di Policoro, a seguito di una caduta che le aveva provocato la frattura del femore sinistro. L’operazione ortopedica, di media entità ma resa delicata dall’età avanzata e dalla severa osteoporosi, è stata eseguita in anestesia locale, è durata circa 45 minuti ed è terminata con esito positivo. “Le condizioni generali sono buone – spiega Pietro Gianfreda, Direttore dell’Unità Operativa di Ortopedia e Traumatologia –. La paziente ha già iniziato il percorso di fisioterapia e, se il decorso post-operatorio proseguirà senza complicazioni, sarà dimessa nei prossimi giorni. Nonostante l’età e la fragilità ossea, Annarosa ha reagito bene all’anestesia e all’intervento. Il rapido avvio della fisioterapia è un segnale positivo per il recupero funzionale”. Il Direttore Generale dell’Azienda Sanitaria Locale di Matera, Maurizio Friolo, ha sottolineato come l’intervento dimostri “l’elevato livello professionale delle nostre strutture sanitarie e la capacità del personale medico di garantire cure efficaci anche nei casi più complessi”. L’équipe chirurgica che ha seguito l’intervento era composta dagli ortopedici Pietro Gianfreda e Pasquale Dramissino, dall’anestesista Paolo Salomone e dagli infermieri Roberto Rizzi e Andrea Errico. L’Assessore alla Salute, Cosimo Latronico, ha espresso i suoi complimenti: “Un risultato che conferma la qualità delle nostre strutture sanitarie e la capacità della sanità territoriale di dare risposte efficaci anche nel trattamento di fratture complesse in pazienti molto anziani”.

La sottosegretaria Ferro: “Priorità al terzo settore, al sociale e al recupero delle aziende”. Negli ultimi tre anni la Puglia ha registrato risultati di grande rilievo nella gestione dei beni confiscati alla criminalità organizzata, grazie anche al lavoro svolto in sinergia con l’Agenzia nazionale dei beni confiscati. A sottolinearlo è stata Wanda Ferro, sottosegretario all’Interno, intervenuta al Comune di Taranto durante un convegno dedicato all’Osservatorio di concertazione permanente sull’uso sociale dei beni confiscati. I numeri parlano chiaro: le assegnazioni dei beni confiscati sono aumentate del 59,8 per cento, per un totale di 330 beni a Taranto e 2.867 in tutta la Puglia. Un dato che Ferro ha definito straordinario, sottolineando i progressi compiuti anche nella gestione delle aziende confiscate. Un ruolo centrale, in questo percorso, è svolto dall’Osservatorio, che rappresenta – secondo il sottosegretario – una scelta politica coraggiosa da parte di un’amministrazione comunale trasparente e determinata. La lotta alla criminalità organizzata, ha spiegato Ferro, non si combatte solo con le sentenze e la repressione, pur fondamentali grazie al lavoro di magistratura e forze dell’ordine, ma anche attraverso una forte azione culturale capace di restituire i beni alla collettività. Un impegno che l’amministrazione di Taranto ha saputo mettere in campo. Per quanto riguarda il riutilizzo dei beni confiscati, la priorità resta il terzo settore e il sociale, attraverso un dialogo costante con le realtà che rispondono ai bisogni dei cittadini. Un’altra parte dei beni, grazie alla collaborazione con l’Agenzia del Demanio, è stata destinata a caserme, presidi di pronto intervento e ai Vigili del Fuoco. Importante anche l’aspetto culturale, con la realizzazione di una mostra itinerante di opere d’arte e l’assegnazione ai musei pubblici. Dal punto di vista economico, il valore dei beni confiscati è definito incommensurabile: si parla di circa 18mila beni, comprese numerose aziende sequestrate. Non tutte possono essere salvate, poiché alcune risultano essere contenitori vuoti, mentre su altre è in corso un lavoro strutturato tramite protocolli d’intesa con il Tribunale di Milano e il Tribunale di Reggio Calabria. Il modello prevede il coinvolgimento di associazioni di professionisti, procure, forze dell’ordine e Abi, in particolare sul tema dei crediti revocati al momento del sequestro. Il sottosegretario ha ribadito che il percorso non si fermerà, ricordando anche l’abbattimento di beni insanabili, nonostante l’introduzione di una norma sulla sanabilità degli immobili da parte delle amministrazioni comunali. Tra i simboli più forti di questo percorso di riscatto, Ferro ha citato l’abbattimento del bunker di Zagaria, auspicando che possa diventare l’ultima, decisiva “puntata” di un racconto che dimostra come il riutilizzo sociale dei beni confiscati rappresenti un modello vincente di legalità.

Bari si conferma la prima provincia della Puglia per numero di passaggi di proprietà. L’aumento dei prezzi delle auto nuove sta spingendo sempre più i pugliesi verso l’usato, grazie a soluzioni più accessibili e alla possibilità di guidare modelli recenti e ben equipaggiati senza sforare il budget. Secondo l’Osservatorio AutoScout24, nel 2025 il mercato delle auto usate nella regione ha chiuso l’anno in crescita: i passaggi di proprietà al netto delle minivolture hanno raggiunto quota 225.947, con un incremento dell’1,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Rispetto al 2024, in Puglia si registra un calo dei prezzi delle auto in vendita, con una riduzione del 3,3% e un valore medio che si attesta a circa 18.300 €. Per quanto riguarda le alimentazioni, diesel (67,7%) resta la più richiesta, mentre l’elettrico (1,1%) fatica a guadagnare terreno, a causa di esigenze non ancora soddisfatte dagli automobilisti e della limitata autonomia delle batterie. Benzina è al 17,7% e l’ibrido all’8,1%.  Auto usate: la situazione in Puglia Bari si conferma la prima provincia della Puglia per numero di passaggi di proprietà netti, con 68.081 atti, sostanzialmente stabile rispetto al 2024. Seguono Lecce con 43.777 passaggi (+2,9%) e Foggia con 36.913 atti (+0,7%). Prosegue la graduatoria Taranto, che registra 33.113 passaggi e una delle crescite più significative della regione (+5,2%), seguita da Brindisi con 24.059 atti (+0,9%). Barletta-Andria-Trani chiude la classifica regionale con 20.004 passaggi, in flessione del 2,0%. Rispetto a un anno fa, il budget destinato all’acquisto di un’auto usata è in aumento e raggiunge i 20.000 euro, in crescita del +11%. Un incremento che va incontro alle esigenze di maggiore sicurezza e comfort: tra chi acquista un’auto usata, infatti, sono considerati fondamentali i dispositivi di sicurezza, indicati dal 76% del campione e ormai presenti nella maggioranza delle vetture in commercio. Sempre alto, inoltre, l’interesse per il cambio automatico (49%), per elementi funzionali come tergicristalli automatici o sistema keyless (48%) e per i sistemi di infotainment come navigatore o audio Bluetooth (48%).

In poco più di dieci giorni raccolte 18mila firme per la proposta di legge che punta a ridurre il tabagismo e finanziare il Servizio Sanitario Nazionale. È in questo contesto che nasce la campagna “5 euro contro il fumo”, una proposta di legge di iniziativa popolare che punta ad aumentare di 5 euro il costo di sigarette e prodotti da inalazione di nicotina. L’obiettivo è duplice: ridurre il tabagismo e reperire nuove risorse per il Servizio Sanitario Nazionale. In poco più di dieci giorni sono state raccolte 18mila firme, pari al 35% delle 50mila necessarie per portare la proposta in Parlamento. Tutti i cittadini maggiorenni possono firmare online tramite la piattaforma del Ministero della Giustizia, utilizzando SPID, CIE o CNS. Una campagna senza precedenti in Italia Si tratta della prima iniziativa di questo tipo mai realizzata nel Paese, promossa da AIOM, Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro, Fondazione Umberto Veronesi e Fondazione AIOM. Hanno già aderito circa 30 società scientifiche e oltre 15 associazioni di pazienti, che nella Giornata mondiale contro il cancro rilanciano l’appello a firmare per raggiungere rapidamente la soglia delle 50mila firme. Prevenzione oncologica e stili di vita: i numeri Il fumo resta il principale fattore di rischio oncologico, ma non è l’unico. Secondo le stime, oltre il 40% dei decessi per cancro è legato a fattori di rischio modificabili, come: fumo consumo di alcol dieta scorretta sovrappeso e obesità sedentarietà Nonostante ciò, l’Italia investe nella prevenzione sanitaria solo il 4,6% della spesa sanitaria complessiva, una quota inferiore a quella di Regno Unito (5,6%), Olanda (5,2%) e Germania (4,8%). L’appello dell’AIOM: “Serve uno sforzo in più” «La campagna “5 euro contro il fumo” è pienamente in linea con gli obiettivi della Giornata mondiale contro il cancro, a partire dall’informazione sui fattori di rischio», spiega Massimo Di Maio, presidente AIOM. «In pochi giorni migliaia di cittadini hanno già firmato, ma serve uno sforzo ulteriore per arrivare alle 50mila firme». I dati sugli stili di vita degli italiani confermano l’urgenza: il 24% degli adulti fuma, il 33% è in sovrappeso, il 10% è obeso, il 58% consuma alcol e il 27% è sedentario.

Numeri preoccupanti dal report della Corte d’Appello di Bari. Nel distretto della Corte di Appello di Bari in un anno i femminicidi sono aumentati del 33%, con il “dato allarmante” del 300% in più registrato nel capoluogo. Sono alcuni dei dati contenuti nella relazione sull’andamento dei reati nel periodo luglio 2024-giugno 2025, presentata in occasione della inaugurazione dell’anno giudiziario. Dal report si evince che sono diminuite del 16% (da 31 a 26) le denunce di omicidi volontari consumati. In controtendenza, tuttavia, risulta l’aumento del 33% per gli omicidi la cui vittima era di sesso femminile (da 6 a 8). “Appare allarmante – si legge nella relazione – il dato statistico della Procura di Bari che ha registrato una variazione rispetto all’ultimo anno pari al 300% poiché il numero dei procedimenti iscritti è passato da 1 a 4 segnati”. Sono, inoltre, aumentate (da 66 a 82, +24%) le denunce di omicidi tentati; stesso andamento per il dato relativo alle vittime di sesso femminile (+29%), passato da 7 a 9. Sono aumentate anche le denunce di omicidi colposi per violazione delle norme sulla circolazione stradale: 137 rispetto alle 124 del precedente periodo, con un incremento del 10% ed in 38 casi gli autori del reato sono rimasti ignoti. Sono aumentate, da 25 a 29 (+16%), anche le denunce di omicidi colposi per infortuni sul lavoro. Le denunce del reato di stalking registrano una “moderata diminuzione” evidenzia la relazione, pari al -9% (da 1.447 a 1.321).

La Coldiretti: “Difendere acqua e biodiversità per salvare agricoltura e territorio”. In Puglia le zone umide sono un baluardo naturale contro i cambiamenti climatici e una risorsa vitale per l’agricoltura e la sicurezza del territorio. Con oltre 245mila ettari di aree naturali protette, 2.500 specie vegetali e centinaia di habitat capaci di regolare acqua, clima e fertilità dei suoli, questi ecosistemi rappresentano vere e proprie infrastrutture verdi strategiche. In occasione della Giornata Mondiale delle Zone Umide, che si celebra il 2 febbraio, Coldiretti Puglia richiama l’attenzione su lagune, paludi, saline e bacini naturali, ambienti chiave per la tutela della biodiversità e per la difesa del territorio dagli effetti sempre più estremi del clima, tra siccità prolungate e piogge violente concentrate in poche ore. Dalle lagune costiere del Gargano alle zone umide del Salento, passando per saline, paludi retrodunali e bacini naturali, la Puglia custodisce un patrimonio ambientale unico. Qui convivono uccelli migratori, anfibi, insetti impollinatori, pesci e una ricca vegetazione palustre fatta di canneti, giunchi, tamerici e piante alofile, capaci di adattarsi alla salinità. Un capitale naturale che non è solo bellezza paesaggistica, ma equilibrio ecologico e valore economico. Le zone umide pugliesi sono veri e propri serbatoi di biodiversità: ospitano specie protette, offrono aree di sosta fondamentali per l’avifauna migratoria lungo le rotte tra Europa e Africa e favoriscono la presenza di insetti utili all’agricoltura. Allo stesso tempo svolgono una funzione cruciale di regolazione delle acque, contrastando erosione costiera, siccità e allagamenti, fenomeni amplificati dal cambiamento climatico. La biodiversità si difende nei campi e nelle stalle, dove in Puglia si contano 139 specie vegetali e 9 animali a rischio estinzione, salvaguardati grazie all’impegno degli agricoltori e allevatori custodi, protagonisti di un vero e proprio “cibo eroico”. Il sistema delle aree protette regionali copre oltre 245mila ettari, di cui il 75,8% costituito dai Parchi Nazionali del Gargano e dell’Alta Murgia e l’8,3% da aree e riserve naturali marine. Le province con la maggiore incidenza di territorio protetto sono Foggia (51,5%) e Bari (27,7%), dove la varietà botanica raggiunge 2.500 specie vegetali. Difendere le zone umide significa difendere l’agricoltura pugliese – sottolinea Coldiretti Puglia – perché dove c’è biodiversità c’è suolo fertile, equilibrio naturale e qualità delle produzioni. Senza questi ecosistemi si indebolisce l’intero territorio, dalle campagne alle città. Da qui l’appello di Coldiretti a contrastare consumo di suolo, inquinamento e abbandono del territorio, puntando su una gestione attiva e sostenibile delle aree naturali e rurali. Gli agricoltori sono i primi custodi dell’ambiente: attraverso pratiche responsabili contribuiscono alla tutela degli habitat, alla salvaguardia delle specie selvatiche e alla manutenzione del paesaggio. La Giornata Mondiale delle Zone Umide diventa così un momento per ribadire che ambiente e agricoltura sono alleati naturali, non mondi contrapposti. Investire nella tutela della biodiversità vegetale e animale significa rafforzare la resilienza del territorio pugliese e garantire un futuro alle nuove generazioni. Coldiretti Puglia invita istituzioni e cittadini a sostenere politiche di protezione delle aree umide e a scegliere produzioni agricole locali, espressione di un territorio vivo e ricco di biodiversità.

Record di presenze per il Museo archeologico nazionale nel primo mese del 2026. Mostre, nuove acquisizioni e iniziative culturali spingono la crescita e confermano il ruolo centrale del MArTA in Puglia. Il Museo archeologico nazionale MArTA di Taranto continua a registrare numeri molto positivi. Gennaio 2026 si è chiuso infatti con un nuovo record di presenze: oltre 3.400 visitatori, con un aumento significativo anche degli ingressi paganti. Un risultato che conferma il trend di crescita già emerso nel corso del 2025, anno concluso con circa 90mila accessi complessivi, segno di un interesse sempre più forte verso uno dei principali poli culturali della Puglia. Secondo la direttrice del Museo, Stella Falzone, questi dati dimostrano una grande vitalità culturale. Il MArTA non è solo un luogo in cui si conservano ed espongono reperti archeologici, ma un vero e proprio laboratorio culturale, capace di unire ricerca scientifica, studio delle collezioni e nuove forme di valorizzazione. Al centro di questo lavoro c’è il contributo quotidiano del personale del museo, impegnato a rendere l’esperienza dei visitatori sempre diversa e coinvolgente, grazie a narrazioni innovative e a un dialogo costante con il pubblico. Accanto all’esposizione permanente, che racconta la storia di Taranto e della Magna Grecia, il MArTA ospita in queste settimane diverse mostre temporanee. Alcune sono dedicate al tema dell’acqua, elemento centrale per la nascita e lo sviluppo della città, altre approfondiscono la nascita del municipio tarantino in età romana. Grande attenzione è riservata anche alle nuove acquisizioni, con reperti archeologici recuperati grazie all’attività del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale e restituiti all’Italia, anche da importanti musei internazionali come il Metropolitan Museum di New York. Il museo continua inoltre a puntare su attività educative, visite guidate, laboratori didattici e iniziative per le scuole, rafforzando il suo ruolo non solo come spazio espositivo, ma come punto di riferimento per la comunità e per i giovani. Queste attività contribuiscono a rendere il MArTA un luogo vivo, frequentato non solo da turisti, ma anche da cittadini del territorio. Intanto, domenica 1 febbraio torna l’appuntamento con la Domenica al Museo: anche il MArTA aderisce all’iniziativa del Ministero della Cultura, che prevede l’ingresso gratuito nei musei statali ogni prima domenica del mese. Un’occasione importante per avvicinare ancora più persone al patrimonio archeologico e culturale di Taranto.

Sarà creato uno spazio multifunzionale in provincia di Lecce per 100 giovani neet e persone vulnerabili con l’obiettivo di formarli e fondare una startup sociale. Tre villette, due appartamenti, una masseria e un fondo agricolo: sono i beni sottratti alla mafia al Sud che verranno restituiti alla collettività attraverso 7 progetti di valorizzazione selezionati dalla Fondazione con il Sud grazie al nuovo regolamento sui beni confiscati promosso nel 2025. Quattro dei progetti selezionati saranno cofinanziati al 50% dalla Fondazione Cdp, ente non profit del Gruppo Cassa Depositi e Prestiti, che ha messo a disposizione 750 mila euro. Questa cifra va ad aggiungersi all’erogazione di 1 milione e 900 mila euro della Fondazione con il Sud, raggiungendo un importo complessivo di 2 milioni e 650 mila euro. Sono 57 le organizzazioni coinvolte nei partenariati di progetto tra enti di terzo settore, istituzioni, scuole, università, consorzi privati e imprese. I progetti avranno durata triennale: due saranno avviati in Campania; due in Sicilia; uno in Calabria; uno in Sardegna; uno in Puglia. I beni diventeranno presidi di legalità e di inclusione sociale e lavorativa per persone con fragilità. Attraverso i singoli interventi, verranno attivati infatti 54 tirocini e garantiti, entro il termine del progetto, 32 inserimenti lavorativi. I quattro progetti cofinanziati insieme alla Fondazione Cdp prevedono di avviare uno spazio multifunzionale in provincia di Lecce per 100 giovani neet e persone vulnerabili con l’obiettivo di formarli e fondare una startup sociale; potenziare in provincia di Caserta la produzione di funghi in serra, creando opportunità di inserimento socio-lavorativo per otto persone; offrire un servizio socio-sanitario residenziale in provincia di Sassari per favorire ogni anno l’autonomia di 72 persone disabili; promuovere l’inclusione socio-lavorativa di 40 persone con fragilità, quattro delle quali assunte in una sartoria sociale a Siracusa. Gli altri tre progetti, finanziati interamente dalla Fondazione con il Sud, permetteranno invece di avviare un bistrot e uno spazio di coworking in provincia di Napoli, che favorisca l’inserimento socio-lavorativo di 5 giovani e rappresenti un polo di aggregazione e un presidio di legalità nel territorio; attivare un info-point turistico in provincia di Agrigento con alloggio e inserimento socio-lavorativo di 14 donne vittime di violenza; aprire un centro di aggregazione nel centro storico di Reggio Calabria, che offrirà percorsi formativi e di imprenditorialità sociale, rivolti a giovani con fragilità economiche in ambito edile e della ristorazione.

PNRR e Parco Agrisolare spingono fotovoltaico sui tetti, agrivoltaico e biogas senza consumo di suolo. La transizione energetica parte dalle campagne pugliesi, dove oggi viene prodotto il 16% dell’energia rinnovabile consumata a livello nazionale, grazie a impianti collocati tra campi e stalle. Un contributo strategico al fabbisogno energetico nazionale, assicurato da biomasse, biogas, bioliquidi e fotovoltaico, con un potenziale di crescita in grado di raddoppiare la produzione green senza consumo di suolo. A sottolinearlo è Coldiretti Puglia, in relazione al decreto ministeriale “Facility Parco Agrisolare”. Con questa misura, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) mette a disposizione 789 milioni di euro per sostenere gli investimenti delle aziende agricole e agroindustriali nell’installazione di impianti fotovoltaici sui tetti delle strutture produttive, promuovendo autoconsumo di energia rinnovabile ed efficienza energetica, senza sottrarre terreno alle coltivazioni. Il provvedimento prevede contributi a fondo perduto fino all’80% per nuovi progetti selezionati tramite bandi pubblici del MASAF e attuati dal GSE. I progetti ammessi dovranno essere realizzati entro 18 mesi dalla concessione del finanziamento. Oltre all’installazione dei pannelli fotovoltaici, sono finanziabili anche rimozione dell’amianto, isolamento termico, sistemi di accumulo energetico e colonnine di ricarica per la mobilità sostenibile, nel rispetto del limite massimo di spesa ammissibile pari a 1.500 euro/kWp. Si tratta di un’opportunità strategica soprattutto per la Puglia, che si conferma regione leader nelle energie rinnovabili. Il 12,9% della produzione fotovoltaica nazionale proviene dalla Puglia, che ospita oltre 110.000 impianti fotovoltaici, pari al 5,9% del totale nazionale. Anche nella produzione di energia eolica, la Puglia gioca un ruolo di primo piano, incidendo per circa il 26,4% del totale nazionale, come ricorda Coldiretti Puglia. Secondo uno studio del Centro Studi Divulga, utilizzando esclusivamente i tetti di stalle, masserie, magazzini, fienili, laboratori di trasformazione e strutture agricole, sarebbe possibile recuperare 155 milioni di metri quadrati di superficie utile, con una produzione stimata di 28.400 GWh di energia solare, senza consumare suolo agricolo. A conferma della capacità innovativa del territorio, la Puglia si afferma anche come laboratorio di soluzioni avanzate, come la vigna agrivoltaica di comunità, progetto realizzato dal CRSFA “Basile Caramia” di Locorotondo, dall’Università di Bari – Facoltà di Agraria e dall’azienda Vigna Agrivoltaica di Comunità. Un modello di innovazione sostenibile Made in Puglia che integra produzione vitivinicola ed energia green attraverso pannelli fotovoltaici sopraelevati. La cosiddetta “pergola” agrivoltaica svolge molteplici funzioni: riduce lo stress idrico delle piante, crea un microclima più fresco, diminuisce il fabbisogno irriguo, protegge dagli eventi climatici estremi e dalle principali malattie della vite, come peronospora e oidio. Inoltre, consente una maturazione più lenta dell’uva, con un ritardo della vendemmia di 3–6 settimane, favorendo una migliore maturazione fenolica, un minore contenuto zuccherino e una maggiore acidità. Coldiretti sostiene un modello di transizione energetica sostenibile che vede le imprese agricole protagoniste attraverso comunità energetiche, impianti solari sui tetti e agrivoltaico sostenibile e sopraelevato, capaci di integrare il reddito agricolo e generare benefici ambientali e produttivi. Un percorso che coinvolge anche il settore del biogas e del biometano, cresciuto rapidamente grazie al riciclo dei sottoprodotti agricoli e alla riduzione dell’impronta ambientale, in particolare nella zootecnia.

Demoskopika: borghi, aree interne e parchi intercettano una domanda in forte crescita. Nel 2026 la Puglia e la Basilicata si candidano a essere tra i territori chiave del turismo diffuso italiano, grazie alla forza della loro rete di piccoli Comuni a vocazione turistica. Secondo le stime dell’istituto Demoskopika, gli oltre 2.600 borghi italiani sotto i 5mila abitanti potrebbero raggiungere 21,3 milioni di arrivi (+5,3% sul 2025) e 79,9 milioni di presenze (+6,9%), con una permanenza media stabile a 3,7 giorni. Una crescita che coinvolge direttamente le due regioni, dove aree interne, centri storici, costa adriatica e ionica e grandi parchi naturali rappresentano un’alternativa sempre più attrattiva alle mete sovraffollate. In Puglia, il turismo dei piccoli Comuni si consolida tra Valle d’Itria, Gargano, Subappennino Dauno e Salento interno, territori capaci di intercettare una domanda orientata verso borghi, masserie, cammini, enogastronomia e turismo lento. In Basilicata, il ruolo delle aree interne lucane, dal Pollino al Parco dell’Appennino Lucano, passando per i borghi della collina materana e del Vulture, rafforza un modello di sviluppo fondato su esperienze autentiche e sostenibili, in forte sintonia con le comunità locali. I numeri aiutano a comprendere la portata del fenomeno. I flussi complessivi generati dai piccoli Comuni italiani sono ormai paragonabili a quelli delle grandi città simbolo dell’overtourism. Nel 2024, Verona, Venezia, Firenze, Roma e Napoli hanno concentrato oltre 23 milioni di arrivi e 72,1 milioni di presenze, mentre i borghi sotto i 5mila abitanti hanno registrato 19,5 milioni di arrivi e 71,4 milioni di presenze. Un confronto che evidenzia come territori come Puglia e Basilicata, pur lontani dai grandi hub urbani, possano assorbire volumi significativi di domanda grazie a una rete capillare di destinazioni minori. In questo scenario, i piccoli Comuni pugliesi e lucani emergono come una leva strategica per la redistribuzione dei flussi turistici, contribuendo a ridurre la pressione sulle città d’arte e sulle località più congestionate. Un ruolo che rafforza il posizionamento delle due regioni come laboratori dell’undertourism, capaci di coniugare crescita economica, tutela del paesaggio e qualità dell’esperienza. Nel complesso, il turismo nei Comuni turistici sotto i 5mila abitanti rappresenta circa il 14% degli arrivi complessivi e il 15,3% delle presenze totali in Italia. Una quota tutt’altro che marginale, che conferma come l’undertourism sia una tendenza strutturale e non episodica. Una traiettoria che Puglia e Basilicata, forti di un patrimonio diffuso e identitario, appaiono oggi particolarmente attrezzate a intercettare e guidare.

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