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Donatella Azzone

Un nuovo studio rivela come il cervello regoli attivamente l’amnesia infantile, offrendo nuove chiavi per capire memoria e oblio. Dimenticare quasi completamente i primi anni di vita è un’esperienza comune a gran parte degli esseri umani e di molte altre specie: un fenomeno noto come amnesia infantile. Un nuovo studio pubblicato su PLOS Biology dai ricercatori del Trinity College Dublin rivela che questo tipo di oblio non è un processo passivo, ma è attivamente regolato da specifiche cellule immunitarie del cervello, le microglia. Nei modelli murini, bloccare l’attività delle microglia impedisce l’amnesia infantile, migliorando la capacità di ricordare esperienze vissute nelle primissime fasi della vita. Le microglia, infatti, sono le principali cellule immunitarie del sistema nervoso centrale e giocano un ruolo essenziale nel modellare le connessioni cerebrali durante lo sviluppo. Fino a oggi, però, il loro coinvolgimento diretto nei processi di memoria e dimenticanza era poco chiaro. Per indagare i meccanismi alla base dell’amnesia infantile, i ricercatori hanno inibito l’attività delle microglia in topi molto giovani e valutato la loro capacità di ricordare esperienze associate alla paura. Parallelamente, hanno analizzato i marcatori di attività microgliale in due aree cerebrali fondamentali per la memoria: il giro dentato dell’ippocampo e l’amigdala. I risultati sono chiari: quando l’attività delle microglia viene soppressa, queste aree mostrano una ridotta attivazione microgliale e i giovani topi manifestano una memoria significativamente migliore dell’esperienza vissuta. Gli scienziati hanno anche utilizzato marcatori fluorescenti per identificare le cosiddette cellule engramma, i neuroni che conservano fisicamente le tracce dei ricordi nel cervello. Nei topi in cui le microglia erano inattive, le cellule engramma risultavano più attive, fornendo una spiegazione funzionale al miglioramento della memoria osservato. In precedenti lavori, lo stesso gruppo aveva dimostrato che i topi nati da madri con un sistema immunitario attivato non sviluppano amnesia infantile. In questo nuovo studio, modulando l’attività delle microglia subito dopo la nascita in questi animali, i ricercatori sono riusciti a ripristinare il normale processo di dimenticanza infantile, rafforzando l’ipotesi di un ruolo causale delle microglia. «Le microglia possono essere considerate come vere e proprie “gestori della memoria” nel cervello», spiega Erika Stewart, prima autrice dello studio. «Il nostro lavoro indica che esistono meccanismi comuni tra l’amnesia infantile e altre forme di dimenticanza, sia nella vita quotidiana sia nelle malattie». Secondo il senior author Thomas Ryan, l’amnesia infantile è probabilmente la forma di perdita di memoria più diffusa nella popolazione umana, ma a lungo trascurata dalla ricerca perché universalmente considerata inevitabile. «Sempre più studi suggeriscono che dimenticare non è un difetto del cervello, ma una sua caratteristica funzionale», osserva Ryan. In questa prospettiva, i ricordi della prima infanzia non scompaiono del tutto, ma vengono archiviati in modo da non essere facilmente accessibili, con le microglia che contribuiscono a organizzare quando e come gli engrammi vengono espressi nel corso della vita. Comprendere la biologia dell’amnesia infantile potrebbe quindi offrire nuove chiavi di lettura sui meccanismi generali della memoria e dell’oblio, aprendo prospettive inedite su come il cervello apprende e dimentica nelle fasi più precoci dello sviluppo.

Le cellule nasali regolano la risposta al rinovirus, determinando gravità dei sintomi e diffusione dell’infezione, aprendo la strada a nuove strategie terapeutiche. Quando il rinovirus, il principale responsabile del raffreddore, infetta le vie nasali, non è solo il virus a determinare l’andamento dell’infezione: a giocare un ruolo decisivo è la risposta delle cellule che rivestono il naso. È quanto emerge da uno studio della Yale School of Medicine, pubblicato su Cell Press Blue, che mostra come le difese innate dell’epitelio nasale siano in grado di controllare la diffusione del virus e di influenzare in modo significativo la comparsa e la gravità dei sintomi. I ricercatori hanno analizzato nel dettaglio il comportamento delle cellule nasali durante l’infezione da rinovirus, dimostrando che una risposta antivirale rapida ed efficace può impedire al virus di replicarsi e diffondersi. Per osservare questi meccanismi, il team ha sviluppato un modello di tessuto nasale umano coltivato in laboratorio a partire da cellule staminali. Dopo quattro settimane, queste cellule si organizzano in un epitelio simile a quello delle vie respiratorie umane, completo di cellule produttrici di muco e cellule ciliate in grado di spostarlo. Secondo gli autori, questo modello riproduce le risposte dell’organismo umano in modo più fedele rispetto alle tradizionali linee cellulari, risultando particolarmente adatto allo studio del rinovirus, che provoca malattia solo nell’uomo. In condizioni normali, quando le cellule nasali rilevano il virus, producono interferoni, proteine che attivano una risposta antivirale coordinata nelle cellule infette e in quelle vicine, creando un ambiente ostile alla replicazione virale. Se la risposta è abbastanza rapida, il virus non riesce a diffondersi. Quando invece i ricercatori hanno bloccato sperimentalmente il segnale degli interferoni, il rinovirus ha infettato rapidamente un numero maggiore di cellule, causando danni estesi e, in alcuni casi, la morte del tessuto. «I nostri esperimenti dimostrano quanto sia cruciale ed efficace una risposta rapida agli interferoni nel controllare l’infezione da rinovirus, anche in assenza di cellule del sistema immunitario», spiega Bao Wang, primo autore dello studio. La ricerca ha inoltre evidenziato che, quando la replicazione virale aumenta, si attivano risposte alternative: il rinovirus stimola un diverso sistema di rilevamento, che induce cellule infette e non infette a produrre grandi quantità di muco e mediatori infiammatori. Questo contribuisce ai sintomi respiratori e, in alcuni soggetti, può provocare difficoltà respiratorie, soprattutto nelle persone con asma o altre malattie polmonari croniche. Secondo gli autori, questi meccanismi potrebbero diventare nuovi bersagli terapeutici, permettendo di stimolare una risposta antivirale efficace senza scatenare un’infiammazione eccessiva. Grazie al modello sviluppato in laboratorio, i ricercatori hanno potuto osservare simultaneamente le risposte coordinate di migliaia di cellule e valutare cosa accade quando i sensori cellulari che riconoscono il virus vengono bloccati. Lo studio conferma quindi che la gravità del raffreddore dipende in larga misura dalla risposta dell’organismo al virus, più che dalle caratteristiche intrinseche del patogeno. «Il nostro lavoro sposta l’attenzione dal virus alle difese dell’ospite», conclude Ellen Foxman, autrice senior dello studio. «Capire come modulare queste risposte apre la strada a nuove strategie terapeutiche, che puntano a rafforzare le difese naturali dell’organismo invece di colpire direttamente il virus». In sintesi, più che la presenza del rinovirus, a determinare se il raffreddore sarà lieve o intenso è la rapidità e l’efficacia delle difese delle nostre cellule nasali. Conoscere questi meccanismi potrebbe aprire la strada a trattamenti futuri che stimolino le difese naturali senza scatenare infiammazione, riducendo sintomi e complicanze respiratorie.

Uno strumento digitale potrebbe aiutare medici e pazienti a intervenire prima del danno irreversibile. Anche lievi alterazioni della funzione renale possono aiutare a individuare precocemente le persone a rischio di sviluppare una malattia renale cronica. È quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista Kidney International e condotto dai ricercatori del Karolinska Institutet di Stoccolma. Il team, guidato da Yuanhang Yang e Juan Jesús Carrero, ha messo a punto uno strumento online pensato per supportare la diagnosi precoce e la prevenzione primaria della malattia renale cronica, una condizione che rappresenta un problema sanitario globale in forte crescita. Secondo le stime, colpisce oggi tra il 10 e il 15 per cento degli adulti nel mondo e potrebbe diventare entro il 2040 una delle prime cinque cause di anni di vita persi. In assenza di programmi di screening efficaci, spiegano gli autori, la diagnosi avviene spesso in fase avanzata, quando oltre la metà della funzionalità renale è già compromessa. Per affrontare questa criticità, i ricercatori hanno sviluppato distribuzioni di riferimento basate sulla popolazione per la velocità di filtrazione glomerulare stimata (eGFR), il parametro più utilizzato per valutare la funzione dei reni. L’obiettivo è offrire ai medici uno strumento in grado di contestualizzare il valore di eGFR di un paziente rispetto alla sua età e al sesso, facilitando l’identificazione dei soggetti a rischio e permettendo interventi preventivi più tempestivi. I grafici di distribuzione sono stati resi accessibili pubblicamente attraverso un calcolatore web, pensato come supporto pratico per il personale sanitario. Lo studio ha coinvolto oltre 1,1 milioni di adulti nella regione di Stoccolma, pari a circa l’80 per cento della popolazione tra i 40 e i 100 anni. Analizzando sette milioni di test raccolti tra il 2006 e il 2021, i ricercatori hanno costruito distribuzioni specifiche per età e genere. I risultati mostrano che gli scostamenti dai valori mediani di eGFR sono associati a esiti clinici peggiori. In particolare, le persone con un valore di eGFR inferiore al 25° percentile presentavano un rischio significativamente più elevato di sviluppare insufficienza renale avanzata, tale da richiedere dialisi o trapianto. Tuttavia, tra i pazienti con un eGFR apparentemente nella norma – superiore a 60 ml/min/1,73 m² ma comunque sotto il 25° percentile – solo un quarto era stato sottoposto a ulteriori esami, come il test per l’albumina urinaria, fondamentale per la diagnosi precoce del danno renale. «Una donna di 55 anni con un eGFR pari a 80 – spiega Carrero – verrebbe generalmente considerata nella norma secondo le linee guida attuali e difficilmente indurrebbe il medico a intervenire. I nostri dati mostrano però che questo valore corrisponde al 10° percentile per le donne di quell’età e che la paziente presenta un rischio triplicato di dover ricorrere alla dialisi in futuro». «Il nostro strumento – conclude – offre una valutazione più precisa del rischio di malattia renale cronica e può aiutare a sviluppare strategie mirate di intervento precoce, con potenziali benefici rilevanti per la salute pubblica».

Alla fine dei lavori iniziati settembre l’obiettivo è trasformare via Argiro in una sorta di moderna e accogliente rambla. Operai in piena attività in via Argiro e via Manzoni, le due strade del Murattiano e del Libertà di Bari, oggetto di restyling la prima e pedonalizzazione la seconda. Dopo le feste natalizie in cui i cantieri non sono stati fermati, ma sono stati organizzati in modo per consentire l’accesso a negozi e non creare disagi allo shopping. I lavori sono ripresi adesso a pieno regime per essere ultimati a giugno, fissata dai tempi del Pnrr con cui entrambi i progetti sono stati finanziati. Lungo via Argiro escavatori impegnati a rimuovere la vecchia pavimentazione nel tratto iniziale dell’isolato all’incrocio con corso Vittorio Emanuele. Sulle fasce laterali si inizierà a lavorare per la fine di gennaio. Nel secondo isolato tra via Piccinni e via Abate Gimma, dopo la rimozione delle basole si passerà al getto del cemento. Tra via Calefati e via Putignani conclusi i lavori sui sottoservizi. Alla fine dei lavori iniziati settembre l’obiettivo è trasformare via Argiro in una sorta di moderna e accogliente rambla. Per chiudere il cantiere entro giugno su via Manzoni che sarà in buona parte pedonalizzata, il comune vuole avviare il cantiere su due fronti. Entro un paio di settimane saranno ultimati gli isolati tra corso Italia e via Crisanzio. Cominceranno poi i lavori tra via Garruba e via Nicolai e all’estremità opposta di via Manzoni tra piazza Garibaldi e via Calefati. Per ridurre i disagi sara installata della cartellonistica per indicare la presenza degli esercizi commerciali in qualche modo coperti dalle recinzioni e un numero verde per informare costantemente cittadini e commercianti. 

Superati i 318mila ettari coltivati a bio (+2,4%), aumentano gli acquisti nella GDO e nei farmers market: la regione sempre più vicina all’obiettivo europeo del 25% entro il 2030. Continua a crescere l’agricoltura biologica in Puglia, con un aumento del 2,4% della superficie agricola bio, che raggiunge 318.461 ettari. Un risultato che conferma la Puglia al primo posto in Italia per estensione di agricoltura biologica, ormai diffusa in tutti i comparti agricoli regionali. Crescono anche i consumi di prodotti biologici, a dimostrazione di una dinamica dei prezzi più stabile e contenuta rispetto ai prodotti convenzionali. A renderlo noto è Coldiretti Puglia, sulla base dei dati del Rapporto “Bio in cifre 2025” di Ismea. Nel confronto tra il 2024 e il 2023, la spesa per prodotti biologici nella grande distribuzione organizzata (GDO) registra una crescita costante del 2,9%. La maggior parte delle categorie mostra un andamento positivo dei consumi bio: frutta (+2,7%) e ortaggi (+3%) confermano il crescente interesse dei consumatori verso alimenti freschi, sani e sostenibili. Particolarmente significativi gli aumenti delle uova biologiche (+10,4%) e soprattutto di oli e grassi vegetali bio (+31,8%), chiaro segnale di una domanda sempre più orientata verso prodotti biologici di qualità. Contribuiscono al trend positivo anche miele biologico (+5%), bevande analcoliche bio (+3,8%) e altri prodotti alimentari (+5,5%). Alcuni comparti mostrano invece segnali di difficoltà: carni biologiche (-3,5%), salumi bio (-19,1%), oltre a una flessione per derivati dei cereali (-1,2%) e vino e spumanti bio (-1,6%), probabilmente legata a un cambiamento nelle abitudini di acquisto e consumo. La crescita del settore riguarda soprattutto le aziende agricole biologiche e i produttori esclusivi, mentre nel medio periodo si rafforza il modello delle imprese che integrano produzione e trasformazione, segnale di una maggiore strutturazione dell’agricoltura biologica. Parallelamente si consolidano i mercati contadini come canale di vendita strategico, con prodotti bio presenti in un farmers market su due in Puglia. Un dato che avvicina la regione all’obiettivo europeo del 25% di superficie agricola biologica entro il 2030, fissato dalla Strategia Farm to Fork, considerando che oggi quasi il 24% degli ettari regionali è già coltivato a biologico. Un successo sostenuto dalla fiducia dei consumatori: un cittadino su cinque consuma regolarmente prodotti biologici ed è disposto a spendere di più per un alimento certificato. Inoltre, il 13% dei consumatori ritiene che nei prossimi anni aumenterà ulteriormente la spesa per prodotti bio, come evidenziato da Coldiretti Puglia. Tra i frequentatori dei farmers market, l’acquisto diretto dal produttore agricolo è diventato un canale fondamentale per i prodotti biologici. Una tendenza legata alla presenza diretta degli agricoltori, percepita come garanzia di qualità, tracciabilità e autenticità. Non a caso – sottolinea Coldiretti – il criterio principale nella scelta del banco bio è proprio la fiducia nel produttore e nell’azienda agricola, come conferma anche un’indagine Ismea. Per tutelare il lavoro delle imprese agricole biologiche, è quindi fondamentale rafforzare le iniziative di valorizzazione del prodotto bio nazionale, favorendo la nascita di filiere biologiche interamente Made in Italy, dal campo alla tavola. In questo contesto, il marchio del biologico italiano, previsto dalla legge e fortemente sostenuto da Coldiretti, rappresenta uno strumento chiave per aiutare i consumatori a compiere scelte consapevoli e valorizzare il lavoro della filiera agricola italiana, in un contesto in cui le importazioni di prodotti bio dall’estero sono aumentate del 7,1% nel 2024. È inoltre indispensabile – conclude Coldiretti – che l’Unione Europea renda operativo il principio di conformità e reciprocità sulle importazioni, applicando le stesse regole al biologico comunitario e a quello dei Paesi terzi. Non è accettabile che entrino nel mercato europeo prodotti ottenuti con pratiche non consentite nella Ue. Fermare la concorrenza sleale delle importazioni a basso costo e valorizzare il vero biologico tricolore resta una condizione essenziale per costruire filiere biologiche solide, trasparenti e sostenibili.

A differenza del resto dell’Italia, in Puglia, negli ultimi giorni, si registra un ulteriore aumento dei contagi. L’influenza non dà tregua. A differenza del resto dell’Italia, in Puglia, negli ultimi giorni, si registra un ulteriore aumento dei contagi. Il picco si dovrebbe registrare tra la fine di gennaio e i primi di febbraio.  Il professor Silvio Tafuri, responsabile della control room al Policlinico di Bari, spiega che in Puglia  siamo arrivati ad avere, dall’inizio della stagione, 15 pugliesi su 100 malati di influenza. Il vaccino avrebbe ridotto di molto i numeri ma quest’anno si sono vaccinati 900mila pugliesi, un’adesione appena superiore a quella dell’anno scorso.  Per fortuna da giovedì scorso i pronto soccorso non sono più presi d’assalto come accaduto all’inizio della settimana. Al Policlinico di Bari dai 250 accessi di media dei primi di gennaio, ci si attesta su 180 accessi e una 30ina di ricoveri al giorno. Centocinquantatre nella giornata di sabato con 27 ricoveri. In flessione gli accessi anche gli accessi al pronto soccorso dell’Ospedale Di Venere: 130 di media giovedì e venerdì. Poco più di cento sabato. Situazione simile al San Paolo, con numeri in diminuzione da giovedì a sabato quando si sono registrati 120 accessi. Diversi però i casi complessi, molti anziani e pazienti con molte patologie le cui condizioni sono aggravate dall’influenza. 

Uno studio pubblicato su Nature Cancer svela come il dialogo tra sistema immunitario e cellule tumorali possa indicare l’aggressività della malattia e aprire la strada a terapie sempre più personalizzate. Le cellule infiammatorie possono diventare una chiave preziosa per prevedere la sopravvivenza e il rischio di recidiva nel mieloma multiplo. È quanto emerge da un importante studio scientifico pubblicato sulla rivista Nature Cancer, condotto dai ricercatori della Washington University School of Medicine di St. Louis in collaborazione con la Multiple Myeloma Research Foundation (MMRF). Il mieloma multiplo è una rara forma di tumore del sangue che colpisce le plasmacellule del midollo osseo e, ad oggi, non ha una cura definitiva. Il team di ricerca, guidato da Li Ding, ha realizzato una mappatura senza precedenti del sistema immunitario nel midollo osseo dei pazienti, con l’obiettivo di comprendere meglio come il cancro interagisce con le difese dell’organismo. Grazie a un’analisi genetica altamente innovativa basata sul sequenziamento dell’RNA a singola cellula, gli scienziati hanno esaminato quasi 1,4 milioni di cellule — tra cellule tumorali e cellule immunitarie — prelevate dal midollo osseo di 337 pazienti affetti da mieloma multiplo. Questa tecnologia consente di osservare il comportamento delle singole cellule, rivelando quando il sistema immunitario funziona correttamente e quando invece diventa disfunzionale. I risultati hanno permesso di individuare specifici modelli di comunicazione e segnalazione cellulare tra le cellule tumorali e quelle immunitarie, in grado di alimentare processi di infiammazione cronica. Secondo gli autori, questi meccanismi possono favorire la crescita del tumore e sono più evidenti nei pazienti con forme aggressive di mieloma. L’atlante immunitario ottenuto dallo studio fornisce informazioni senza precedenti su come il sistema immunitario interagisce con le plasmacellule cancerose e potrebbe diventare uno strumento fondamentale per valutare l’aggressività della malattia, stimare la probabilità di sopravvivenza e orientare le scelte terapeutiche. «Il nostro obiettivo – spiega Li Ding – è individuare strategie per attivare il sistema immunitario e colpire in modo più efficace le cellule maligne. Questa mappa rappresenta una risorsa cruciale per chi studia il mieloma e lavora allo sviluppo di terapie più mirate». Sebbene venga considerato un tumore raro, il mieloma multiplo è in realtà il secondo tumore del sangue più diffuso dopo la leucemia. La malattia si manifesta quando le plasmacellule crescono in modo incontrollato, soppiantando le cellule sane del sangue. Attualmente il tasso di sopravvivenza a cinque anni è di circa 60 per cento, ma la recidiva si verifica nella maggior parte dei casi dopo periodi di remissione. Secondo Ravi Vij, altra firma dello studio, «questo lavoro fornisce una tabella di marcia preziosa per la prossima generazione di cure. Con l’espansione delle immunoterapie, come le cellule CAR-T e gli anticorpi bispecifici, diventa essenziale comprendere il contesto immunitario in cui questi trattamenti agiscono». In prospettiva, i ricercatori puntano allo sviluppo di esami del sangue basati sull’immunità, capaci di aiutare i medici a identificare precocemente i casi più aggressivi e a personalizzare le terapie. «L’atlante – conclude Ding – colma una lacuna fondamentale per trasformare queste conoscenze in strumenti clinici concreti».

Situazione critica a Taranto, diminuiscono gli accessi negli ospedali della Bat. I dettagli dalle altre province. Altra giornata difficile ieri nei pronto soccorso di Puglia e Basilicata a causa del super afflusso di pazienti legato al picco influenzale. Situazione critica al Santissima Annunziata di Taranto dove ieri sera il pronto soccorso era decisamente ingolfato: 5 pazienti in codice rosso hanno atteso una barella per circa un’ora, mentre altri 13 in codice azzurro hanno dovuto aspettare non poco per essere visitati. Ma al Santissima Annunziata la situazione è critica da giorni. Si registrano mediamente 220-250 accessi al giorno con picchi di 330 pazienti. Il primario del pronto soccorso, Giuseppe Turco, però rivendica l’accesso immediato con posti sempre liberi per i codici rossi grazie ad una equipe dedicata. Il vero problema è che mancano 7 medici e oltre 250 posti letto. Meno difficile la situazione negli altri pronto soccorso della provincia: Castellaneta, Manduria e Martina Franca. Scesi al di sotto della soglia dei 200 gli accessi giornalieri al pronto soccorso del Policlinico di Bari dove l’attesa per le emergenze in codice rosso è in media di 15 minuti, ma diventa di oltre un’ora per gli altri codici, arancione compreso che riguarda i casi urgenti. Più complicata la situazione a Monopoli dove ieri per tre pazienti giunti in codice rosso si è registrata un’attesa di mezz’ora e per casi arancione l’attesa ha superato le tre ore. In media al San Giacomo c’è da fare una coda di oltre due ore. Decisamente migliori i tempi al Perinei di Altamura. Diminuiscono gli accessi nei pronto soccorso degli ospedali della Asl Bat dove molti riguardano le complicanze dell’influenza. Anche sui presidi del Salento pesa l’influenza con un costante afflusso. Se la gestione dei casi più critici è sotto controllo, la situazione si complica per i codici bianchi e verdi: al Fazzi di Lecce e al Perrino di Brindisi i tempi di attesa superano spesso le due ore. Al pronto soccorso del Policlinico Riuniti di Foggia l’attesa per i codici rossi è in media di 15 minuti. In Basilicata in aumento gli ingressi al pronto soccorso del San Carlo di Potenza con punte di 250 pazienti al giorno.

Uno studio internazionale rivela che l’esercizio fisico può ridurre i sintomi depressivi come la psicoterapia, con benefici accessibili a tutti. C’è una buona notizia che arriva dal mondo della ricerca scientifica e riguarda un gesto semplice e quotidiano: l’esercizio fisico. Secondo uno studio pubblicato sulla Cochrane Database of Systematic Reviews, l’attività fisica può contribuire a ridurre i sintomi della depressione in misura simile alla terapia psicologica. La ricerca è stata condotta dagli scienziati dell’Università di Lancashire, guidati da Andrew Clegg, che hanno analizzato 73 studi scientifici coinvolgendo quasi 5.000 adulti con depressione. L’obiettivo era confrontare l’efficacia dell’attività fisica con altri interventi, come farmaci antidepressivi, terapie psicologiche e trattamenti di controllo. I risultati mostrano che lo sport produce un effetto positivo moderato sui sintomi depressivi, confermandosi come una soluzione concreta e accessibile. La depressione, spiegano gli esperti, è una delle principali cause di cattiva salute e disabilità e colpisce oltre 280 milioni di persone nel mondo. In questo scenario, l’esercizio fisico si distingue come un intervento semplice, economico e ampiamente disponibile, già noto per i suoi numerosi benefici per la salute fisica e mentale. Lo studio evidenzia inoltre che gli effetti collaterali dell’attività fisica sono rari e generalmente lievi, come occasionali lesioni muscoloscheletriche, mentre la terapia farmacologica può provocare disturbi come stanchezza o problemi gastrointestinali. Restano tuttavia alcuni aspetti da chiarire. Gli effetti a lungo termine dell’esercizio fisico sulla depressione non sono ancora del tutto definiti, poiché pochi studi hanno previsto un follow-up prolungato. Inoltre, non è emerso un tipo di attività nettamente superiore alle altre, anche se i programmi di allenamento misti e quelli di resistenza muscolare sembrano più efficaci rispetto al solo esercizio aerobico. Discipline come yoga, qigong e stretching non sono state incluse e potrebbero essere oggetto di future ricerche. «I nostri risultati – afferma Andrew Clegg – suggeriscono che l’esercizio fisico è un’opzione sicura e accessibile per la gestione della depressione. Trovare approcci sostenibili e personalizzati è fondamentale». Il ricercatore conclude sottolineando l’importanza di studi più ampi e di alta qualità, capaci di chiarire quali attività fisiche funzionano meglio, per chi e se i benefici durano nel tempo.

Una ricerca americana mostra che il mal di schiena cronico negli uomini anziani aumenta il rischio di insonnia e riposo insoddisfacente. Se pensavate che il mal di schiena cronico fosse solo una questione di cuscini sbagliati, posture improbabili sul divano e imprecazioni mattutine, è il momento di ricredersi. Negli uomini over 65, quel dolore sordo che accompagna le giornate potrebbe essere molto più di un fastidio fisico: è un campanello d’allarme per futuri guai notturni. Altro che contare le pecore. A lanciare l’avvertimento è uno studio della Penn State University, pubblicato sulla rivista Innovation and Aging, che ha deciso di ribaltare una convinzione diffusa: non è (solo) dormire male a peggiorare il dolore, ma è il mal di schiena cronico a sabotare il sonno… con largo anticipo. Secondo i ricercatori, chi soffre di dolore alla schiena ha una probabilità più alta dal 12 al 25% di sviluppare insonnia o una scarsa qualità del sonno addirittura sei anni dopo. Una sorta di profezia lombare. Lo studio ha seguito per anni oltre 1.000 uomini anziani, analizzando il rapporto tra dolore e riposo notturno. E qui arriva la sorpresa: il legame non è bidirezionale. In altre parole, se il mal di schiena predice un futuro di notti agitate, non è altrettanto vero che dormire male porti automaticamente a peggiorare il dolore alla schiena nel tempo. Insomma, la colpa non è sempre del materasso. Gli uomini con problemi alla schiena, infatti, mostrano un curioso talento per il caos notturno: tendono ad addormentarsi a orari improbabili – troppo presto o troppo tardi – e convivono con una costante insoddisfazione per la qualità del sonno. Il risultato? Notti lunghe, sonno corto e risvegli decisamente poco eroici. “Il dolore alla schiena deve essere considerato un vero e proprio segnale d’allarme”, spiega Soomi Lee, scienziata della Penn State University e autrice dello studio. Ignorarlo non significa solo stringere i denti: una gestione tardiva del dolore può innescare una reazione a catena fatta di privazione del sonno, problemi di memoria, depressione, ansia e persino un aumento del rischio di cadute. Altro che semplice mal di schiena. Il messaggio per caregiver e familiari è chiaro: intervenire per tempo sul dolore non serve soltanto a migliorare la mobilità, ma può letteralmente salvare il sonno – e con esso l’equilibrio fisico e mentale – degli uomini più anziani. Perché, alla fine, dormire bene è una cosa seria. E la schiena, a quanto pare, lo sa benissimo.

Camminare o svolgere le faccende domestiche, riduce significativamente il rischio di morte, soprattutto per chi soffre di sindrome cardiovascolare-renale-metabolica. Anche una leggera attività fisica quotidiana, come camminare o svolgere le faccende domestiche, può avere un impatto significativo sulla salute cardiovascolare e sul rischio di morte, soprattutto per le persone con condizioni di salute multiple. A ribadirlo è uno studio pubblicato sul Journal of the American Heart Association, condotto dagli esperti della Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health di Baltimora, guidati dai ricercatori Michael Fang e Joseph Sartini. Il team ha coinvolto circa 7.200 adulti, sia con che senza sindrome cardiovascolare-renale-metabolica (CKM), una condizione complessa che include malattie cardiache, disturbi renali, diabete e obesità. L’obiettivo era valutare gli effetti di un incremento di attività fisica leggera sul rischio di mortalità a lungo termine. I risultati dello studio sono chiari: un’ora di esercizio leggero al giorno è associata a un rischio di morte ridotto dal 14 al 20%. La correlazione è risultata particolarmente significativa tra le persone con sindrome CKM in stadio avanzato, indicando come anche attività a bassa intensità possano avere un impatto concreto sulle prospettive di vita. Gli autori sottolineano che quasi il 90% degli adulti negli Stati Uniti presenta almeno una componente della sindrome CKM, come ipertensione, colesterolo alto, glicemia elevata, sovrappeso o ridotta funzionalità renale. Questi fattori aumentano il rischio di infarto, ictus e insufficienza cardiaca, e il rischio cresce con il progredire degli stadi della CKM, che vanno da 0 a 4, in base alla probabilità di esiti di salute negativi. “È sempre più evidente che l’attività fisica leggera sia benefica per la salute del cuore”, osserva Michael Fang, sottolineando come fino a oggi non fosse stato studiato in dettaglio l’impatto a lungo termine nelle persone con malattie cardiache. Per la ricerca, i ricercatori hanno analizzato informazioni provenienti da esami fisici, campioni di sangue e dati raccolti tramite accelerometri, monitorando il movimento dei partecipanti fino a sette giorni consecutivi. Lo studio evidenzia anche che aumentare l’attività da 90 a 120 minuti al giorno comporta ulteriori benefici: tra i pazienti con CKM allo stadio 2, il rischio di decesso si riduce del 2,2%, mentre per coloro allo stadio 4 la riduzione raggiunge il 4,4%. “Le attività a bassa intensità offrono un’ottima opportunità per promuovere il movimento quotidiano, stimolare la circolazione e incrementare il dispendio energetico”, spiegano gli autori. Gli esperti precisano però che, essendo uno studio osservazionale, la ricerca mostra associazioni e non stabilisce un rapporto di causa-effetto. Saranno quindi necessari ulteriori approfondimenti scientifici per confermare e contestualizzare questi risultati, ma il messaggio principale è chiaro: anche piccoli gesti di movimento quotidiano possono fare una grande differenza per la salute del cuore e la longevità, soprattutto nelle persone con condizioni cliniche complesse.

L’intervento di ammodernamento sia strutturale che tecnologico è stato finanziato con 400mila euro dal Ministero . Nuove postazioni informatiche, 80 telecamere collegate dai punti nevralgici della città, nuovi server e una centrale telefonica dedicata alla gestione delle chiamate di emergenza al numero unico europeo 112. Un intervento di ammodernamento sia strutturale che tecnologico finanziato con 400 mila euro dal Ministero che rende la sala operativa della questura di Bari una tra le tre più moderne ed efficaci d’Italia. Riprese e montaggio di Orazio Corbacio Interviste a Massimo Gambino , questore di Bari; Carla Palone, assessore alla Polizia Locale Comune di Bari.

C’erano i volontari e alcuni di quegli amici che aveva conosciuto in strada. Nella chiesa del cimitero di Bari i funerali di Pietro, il senzatetto trovato senza vita nel giorno di Natale. A porgergli l’ultimo saluto i familiari arrivati dal Belgio e i volontari che negli ultimi anni erano stati la sua famiglia. Intervista a Franco Sifanno, volontario Caritas cattedrale Riprese e montaggio di Orazio Corbacio

Al momento la situazione è sotto controllo ma ci vorranno ancora diverse ore perché le fiamme possono essere definitivamente spente. Non è stato ancora spento il vasto incendio che questa mattina ha devastato il capannone della General Trade, l’enorme deposito di 40 mila metri quadrati all’interno del Terminal Puglia, uno dei più importanti centri di stoccaggio del Sud Italia, sulla strada che collega Rutigliano ad Adelfia. Dalle 7 sono al lavoro una trentina di vigili del fuoco con 10 mezzi di cui 7 autobotti. Le fiamme hanno divorato tutto il materiale conservato all’interno del capannone: prodotti per la casa, arredamento da giardino, elettrodomestici, oggettistica per la casa, giocattoli, materiale elettrico e addobbi di vario genere.  Una parte del solaio è crollata. Quando sono diventate le fiamme alte diversi metri, c’erano anche degli operai e dell’area e dei tir pronti a partire con il loro carico. Fortunatamente nessuno è rimasto ferito. Dalle fiamme si è sviluppata una colonna di fumo densa e nera altissima visibile anche a molti chilometri di distanza. I rischi derivanti dalle emissioni potenzialmente nocive ha spinto il sindaco Valenzano ad emettere un’ordinanza che dispone di “limitare le uscite all’aperto e le attività fisiche esterne” e “tenere chiuse porte e finestre”, oltre al “divieto temporaneo di consumo di frutta e verdura provenienti da orti e giardini privati”.  Questa mattina l’Arpa ha effettuato diversi campionamenti di aria sia in città che fuori e in tutta l’area interessata che arriva a Turi Casamassima. Nelle prossime ore i risultati degli esami chiariranno se si siano sprigionate sostanze dannose per la salute.  Al momento la situazione è sotto controllo ma ci vorranno ancora diverse ore perché le fiamme possono essere definitivamente spente. 

La scoperta dei ricercatori italiani apre nuove possibilità per lo studio del Dna e delle malattie. Le cellule viventi sono gli elementi fondamentali di tutti gli esseri viventi, ma osservarle non è semplice. Sono estremamente piccole e quasi del tutto trasparenti, per questo anche con il microscopio ottico spesso risultano difficili da vedere. Per molti anni gli scienziati hanno dovuto usare coloranti o sostanze fluorescenti per renderle visibili, ma questi metodi possono modificare le cellule e influenzare il loro comportamento naturale. Per superare questo problema, tre ricercatori dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, coordinati da Alberto Diaspro, hanno sviluppato una nuova tecnica basata sulle proprietà della luce. Grazie a questo metodo è possibile osservare le cellule mentre sono vive e si trovano in condizioni naturali, senza alterarle. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista scientifica Optics Letters. La nuova tecnica nasce dall’unione di due metodi già conosciuti: la microscopia a polarizzazione, che utilizza la luce polarizzata per mettere in evidenza alcune strutture cellulari, e la microscopia in campo oscuro, che illumina solo i contorni del campione. Combinando queste due tecniche, i ricercatori sono riusciti a ottenere immagini più chiare e dettagliate, senza ricorrere alla fluorescenza e senza danneggiare le cellule. Questo risultato è molto importante perché permetterà di studiare meglio alcuni processi biologici fondamentali. In particolare, gli scienziati vogliono osservare come è organizzato il Dna all’interno del nucleo delle cellule. Il Dna, insieme alle proteine, forma la cromatina, una struttura che cambia nel tempo e che ha un ruolo fondamentale nel funzionamento delle cellule. Capire come la cromatina è organizzata aiuta a comprendere meglio l’origine di molte malattie, come i tumori e alcune malattie neurodegenerative, tra cui l’Alzheimer. Secondo i ricercatori, osservare questi cambiamenti senza alterare le cellule è essenziale per ottenere risultati più accurati. In futuro, il nuovo metodo potrà essere migliorato grazie all’uso dell’Intelligenza Artificiale, che aiuterà ad analizzare le immagini e a riconoscere meglio i dettagli più piccoli. Questa scoperta rappresenta un importante passo avanti per la ricerca scientifica, perché permette di studiare le cellule in modo più naturale e di avvicinarsi sempre di più alla comprensione dei meccanismi alla base della vita.

Tre le scuole premiate: al terzo posto l’istituto De Nittis di Barletta. Al secondo posto il Liceo Don Quirico Punzi di Cisternino. Primo classificato l’Istituto Colamonico Chiarulli di Acquaviva. La vita di oggi fortemente influenzata dalle tecnologie digitali vista con gli occhi dei ragazzi. Le loro riflessioni affidare a video sono state premiate dall’Università di Bari  Intervista al prof. Giuseppe Morgese, coordinatore Centro DIGITIMPACT Uniba Montaggio di Maria Cristina Quintale

Ad esibirsi gli studenti delle quinte classi delle scuole primarie Corridoni e Piccinni e della scuola secondaria di primo grado San Nicola. Un concerto di Natale che inneggia alla pace nella basilica di San Nicola. A lanciare un messaggio di speranza in musica gli studenti di tre scuole di Bari Vecchia. Intervista ad Antonella Accettura, dirigente ICS Umberto I San Nicola; montaggio di Maria Cristina Quintale

Un modello innovativo di presa in carico integrata per garantire continuità assistenziale, qualità della vita e supporto alle famiglie sul territorio. Dietro ogni numero di pazienti c’è una storia di vita, una famiglia e un bisogno di cure specialistiche che non può attendere. Da questa consapevolezza nasce il team multidisciplinare per le malattie rare della ASL Bari, protagonista dell’evento formativo svoltosi nella sala Arcobaleno dell’ex CTO di Bari. L’iniziativa rappresenta un passo concreto verso un’assistenza sanitaria integrata, coordinata e continua, con particolare attenzione alla popolazione pediatrica e ai pazienti più fragili. Il corso di formazione, promosso dal Centro Territoriale Malattie Rare della ASL Bari e dal Centro Epilessia ed Elettroencefalografia dell’età evolutiva, ha illustrato il modello organizzativo multidisciplinare e favorito il confronto tra i professionisti sanitari coinvolti. Dopo i saluti istituzionali della direzione strategica, sono intervenuti i rappresentanti della rete regionale per le malattie rare, tra cui la dottoressa Sonia Storelli, specialisti dell’area pediatrica e neurologica e i responsabili dei servizi aziendali, che hanno presentato il percorso di presa in carico multidisciplinare, già attivo e operativo sul territorio. Attualmente, nel territorio della ASL Bari, sono 12.284 le persone con malattia rara registrate. Per rispondere a bisogni assistenziali complessi, l’azienda sanitaria ha sviluppato una rete di cura composta da 10 nodi della rete regionale Malattie Rare, attivi negli ospedali di Altamura, Di Venere, San Paolo e Monopoli. «Un’organizzazione – spiega la dottoressa Alessandra Ancona, responsabile del Centro Territoriale Malattie Rare – pensata per superare percorsi frammentati e garantire risposte coordinate, riducendo gli spostamenti fuori territorio. Dalla sua attivazione, il team ha già realizzato oltre 70 prestazioni multidisciplinari, offrendo visite integrate e percorsi personalizzati ai pazienti». Un ruolo centrale è svolto dal Centro Epilessia ed Elettroencefalografia dell’età evolutiva, guidato dal dottor Vittorio Sciruicchio, che segue 130 bambini e ragazzi con malattie rare complesse. Al suo interno opera un team multidisciplinare composto da specialisti provenienti dagli ospedali San Paolo e Di Venere, con consolidata esperienza nella gestione delle malattie rare pediatriche. Il team include neurologi e neuropsichiatri infantili, medici del Centro Territoriale Malattie Rare, genetisti, pneumologi, cardiologi, fisiatri, endocrinologi, otorinolaringoiatri, ginecologi, neuroradiologi e oculisti, operando in stretta collaborazione con la rete intra ed extra-aziendale. Il modello di presa in carico multidisciplinare è rivolto a bambini e ragazzi con malattie rare complesse, tra cui Sindrome di Rett, Sindrome di Dravet, Sindrome di Landau-Kleffner, Sindrome di Lennox-Gastaut, Sindrome di West, Sclerosi Tuberosa, Sindrome di Angelman, e altre anomalie congenite multiple. L’esperienza clinica dimostra che l’approccio multidisciplinare può migliorare l’evoluzione della malattia. In alcuni casi, a fronte di prognosi severe, l’integrazione tra specialisti ha permesso di prolungare la vita dei pazienti, migliorando la qualità della vita e riducendo il carico assistenziale sulle famiglie. Il modello, inizialmente rivolto all’età evolutiva, sarà esteso anche alla popolazione adulta, garantendo continuità assistenziale nel passaggio dalla pediatria all’età adulta attraverso altri nodi della rete regionale. Per informazioni e accesso ai servizi, il Centro Epilessia ed Elettroencefalografia dell’età evolutiva della ASL Bari è consultabile sul sito istituzionale della ASL al seguente link: https://www.sanita.puglia.it/web/asl-bari/-/u-o-s-d-epilessia-ed-elettroencefalografia-eta-evolutiva.

Le minuscole particelle che trasportano endorfine spiegano i benefici dello sport. Nel nostro corpo circolano minuscole particelle chiamate vescicole extracellulari, presenti nel sangue umano. Anche se sono molto piccole, svolgono un compito fondamentale: aiutano a trasportare sostanze biologiche, tra cui gli ormoni, da una parte all’altra dell’organismo. Un recente studio scientifico ha scoperto che queste particelle facilitano il trasporto degli ormoni al cervello, soprattutto durante l’attività fisica. La ricerca è stata condotta da scienziati della Touro University Nevada ed è stata pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica PNAS. Lo studio contribuisce a spiegare perché l’esercizio fisico abbia benefici non solo sul corpo, ma anche sulla salute mentale. Le vescicole extracellulari nel sangue vengono prodotte dalle cellule e rilasciate nella circolazione. Agiscono come veri e propri messaggeri biologici, trasportando informazioni e molecole tra cellule, tessuti e organi diversi, permettendo una comunicazione efficace anche a distanza. I ricercatori si sono concentrati in particolare sulla proopiomelanocortina, una molecola da cui derivano ormoni fondamentali. Tra questi figurano le endorfine, responsabili della sensazione di benessere dopo l’attività sportiva, e altri ormoni coinvolti nella risposta allo stress. Lo studio ha evidenziato che durante un esercizio fisico intenso la quantità di proopiomelanocortina associata alle vescicole extracellulari aumenta di circa quattro volte. Questo consente all’ormone di muoversi più efficacemente nell’organismo rispetto alla forma libera nel sangue. Un risultato particolarmente rilevante riguarda il cervello umano. Gli esperimenti hanno dimostrato che gli ormoni trasportati dalle vescicole extracellulari riescono a superare con maggiore facilità la barriera emato-encefalica, il sistema di protezione che limita l’ingresso di molte sostanze nel cervello. Questa scoperta aiuta a comprendere meglio perché lo sport migliora l’umore, riduce lo stress e influisce positivamente sul metabolismo. In prospettiva futura, queste conoscenze potrebbero aprire la strada allo sviluppo di nuovi farmaci, capaci di sfruttare gli stessi meccanismi naturali di trasporto ormonale. In conclusione, lo studio conferma che l’attività fisica regolare non apporta benefici solo ai muscoli, ma ha effetti profondi e positivi anche sul cervello e sull’equilibrio generale dell’organismo, grazie a processi biologici sempre più chiari alla ricerca scientifica.

Uno studio internazionale spiega perché intervenire presto fa la differenza. Riportare la glicemia (cioè il livello di zucchero nel sangue) a valori normali quando una persona si trova in prediabete può ridurre di circa il 50% il rischio di infarto, scompenso cardiaco e morte prematura. È quanto emerge da un importante studio internazionale pubblicato sulla rivista scientifica The Lancet. La ricerca è stata coordinata da scienziati dell’University Hospital di Tubinga, dell’Helmholtz Munich e del Centro tedesco per la ricerca sul diabete. Gli studiosi hanno analizzato i dati di oltre 2.400 persone con prediabete, seguite per un periodo molto lungo: fino a 20 anni negli Stati Uniti e 30 anni in Cina. Il prediabete è una condizione in cui i livelli di zucchero nel sangue sono più alti del normale, ma non ancora sufficienti per parlare di diabete di tipo 2. Lo studio ha mostrato che le persone che sono riuscite a riportare e mantenere la glicemia entro valori normali hanno avuto molti meno problemi al cuore rispetto a chi è rimasto con livelli alti di zucchero nel sangue. Un aspetto importante è che il beneficio non dipende solo dal dimagrimento o dal cambiamento dello stile di vita in generale, ma dal fatto di raggiungere una vera e propria remissione del prediabete, cioè una normalizzazione stabile della glicemia. Anche quando la perdita di peso era simile, chi aveva la glicemia normale stava meglio dal punto di vista cardiovascolare. Durante il lungo periodo di osservazione, la mortalità per malattie cardiovascolari si è ridotta di circa la metà tra le persone che erano riuscite a uscire dalla condizione di prediabete. Secondo i ricercatori, questi risultati sono molto importanti perché dimostrano in modo chiaro che intervenire presto può proteggere il cuore nel lungo periodo. Gli studiosi hanno anche individuato un valore di riferimento semplice: una glicemia a digiuno pari o inferiore a 97 mg/dL è associata a un rischio più basso di problemi cardiovascolari, indipendentemente dall’età, dal peso o dall’origine delle persone. Questa scoperta è particolarmente rilevante per la salute pubblica, perché in molti Paesi le strategie di prevenzione non sono ancora applicate in modo efficace. Secondo gli autori dello studio, fare della remissione del prediabete un obiettivo principale nelle cure potrebbe aiutare a prevenire sia il diabete sia le malattie del cuore. In conclusione, lo studio dimostra che controllare per tempo la glicemia non serve solo a evitare il diabete, ma può anche salvare il cuore e allungare la vita.

Nuova sala operativa per la Questura di Bari

L’intervento di ammodernamento sia strutturale che tecnologico è stato finanziato con 400mila euro dal Ministero Nuove postazioni informatiche, 80 telecamere collegate dai punti nevralgici della

Bari, il concerto di Natale per la pace

Ad esibirsi gli studenti delle quinte classi delle scuole primarie Corridoni e Piccinni e della scuola secondaria di primo grado San Nicola Un concerto di

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