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Luigi, lo sconfitto gentile: cronaca di un candidato fuori dagli schemi

Riconoscimento sportivo della sconfitta e la promessa di continuare a lavorare per la Puglia, dal suo posto, qualunque esso sia

Lo sconfitto. Lobuono, classe 1955, non nasce politico. Nasce imprenditore. E soprattutto nasce in un settore che non ama spettacoli: la distribuzione editoriale. L’agenzia di famiglia, una delle realtà storiche della Puglia, gestisce da decenni la rete di giornali e periodici che attraversano la regione all’alba. Una di quelle attività ad alto anticipo e basso glamour, dove contano i camion, le tabelle, le edicole e i conti che devono tornare. Qui Lobuono matura un approccio pragmatico, fatto di relazioni costanti e di una certa capacità di tenere insieme mondi diversi: editori, fornitori, edicolanti, clienti. È un mestiere concreto, che non consente distrazioni.

A questa attività affianca anche un impegno nel mondo immobiliare e un interesse per il settore mediatico, con ruoli legati alla Gazzetta del Mezzogiorno e all’emittente Antenna Sud. Non è un imprenditore da copertina: preferisce il lavoro dietro le quinte, evitare gli eccessi, lasciare che a parlare siano i risultati.

La prima incursione pubblica arriva nel 2001, quando diventa presidente della Fiera del Levante. Per cinque anni guida una delle principali istituzioni economiche del Mezzogiorno, portando a Bari premier e ministri, facendo dialogare imprese e istituzioni e avviando interventi strutturali. È un incarico che, di fatto, lo proietta nella dimensione politica, anche se lui preferisce definirsi un “gestore”. A volte quasi un “curatore di sistema”. In quegli anni dà forma a nuovi spazi fieristici, potenzia gli eventi e lascia un’impronta che viene ricordata ancora oggi come una stagione di riorganizzazione più che di spettacolo.

Nel 2004 tenta la sfida più impegnativa: la candidatura a sindaco di Bari per il centrodestra. È una corsa difficile, con un avversario forte come Michele Emiliano. Lobuono ottiene un risultato rilevante, ma non sufficiente. Non insiste. Ritorna al suo mondo, agli equilibri aziendali, alle reti commerciali. Il suo rapporto con la politica non si interrompe, ma resta laterale, più consultivo che competitivo.

Il 2025 segna il ritorno sulla scena. Il centrodestra pugliese, dopo una lunga fase di discussione interna, individua in lui il candidato alla presidenza della Regione: un profilo moderato, competente, con una reputazione solida e lontano dalle polemiche. È una scelta che punta sulla credibilità economica e sulla sobrietà, più che sulla spettacolarizzazione. “Basta slogan, serve concretezza” dice nel discorso di candidatura, tracciando da subito il suo stile.

La campagna elettorale che ne segue è coerente con la sua natura: sobria, lineare, concentrata sui dossier più che sui palchi. Lobuono gira la regione, visita imprese, incontra associazioni di categoria, parla di lavoro, infrastrutture, sanità. Non promette rivoluzioni, promette aggiustamenti. Non si presenta come uomo della rottura, ma come uomo della manutenzione — e nell’immaginario pugliese questa immagine funziona, anche se non abbastanza da vincere.

Poi arriva la sera del voto. I risultati lo vedono indietro, e nettamente. Le percentuali non lasciano spazio a speranze. Ma la sua reazione conferma il suo carattere. Nessun dramma, nessuna accusa, nessun mea culpa esagerato. Un riconoscimento sportivo della sconfitta e la promessa di continuare a lavorare per la Puglia, dal suo posto, qualunque esso sia. “Avrei voluto un’altra fine, ma rispetto il giudizio dei pugliesi”, dice con la stessa calma con cui avrebbe commentato un bilancio difficile.

Il suo ritratto, oggi, è quello di un imprenditore-prestato-alla-politica che ha portato nel dibattito pubblico uno stile diverso: niente colpi di scena, molta continuità, un approccio quasi manageriale. I detrattori parlano di mancanza di mordente, gli estimatori di senso delle istituzioni. Lui, intanto, sembra più concentrato sulla sua rete di relazioni, sulle attività storiche che porta avanti e sulla convinzione che la politica, anche se non ti premia, possa comunque beneficiare di una certa forma di sobrietà.

Non sarà diventato presidente della Regione, ma la sua figura — proprio grazie a quella compostezza antiretorica — rimane una presenza riconoscibile nel mosaico pugliese. Un candidato che non ha fatto rumore né prima né dopo, ma che ha mostrato che anche nella sconfitta si può difendere un certo stile. Non rivoluzionario, non carismatico, ma autentico nella sua misura. E forse, per qualcuno, anche rassicurante.

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