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Secondo i giudici l’amministrazione non avrebbe garantito condizioni di sicurezza adeguate né informato correttamente il lavoratore sui rischi. Ammonta ad un milione di euro il risarcimento riconosciuto agli eredi di un lavoratore dell’indotto dell’Arsenale della Marina Militare di Taranto, deceduto dopo aver contratto un tumore ai polmoni a causa dell’esposizione all’amianto. Secondo i giudici l’amministrazione non avrebbe garantito condizioni di sicurezza adeguate né informato correttamente il lavoratore sui rischi. Nel 2023 il tribunale di Taranto condannò lo Stato al pagamento di circa 200 mila euro poi la vicenda giudiziaria, seguita dall’avvocato Giuseppe Mastrocinque, legale della famiglia, è proseguita e oggi il tribunale di Lecce ha confermato la responsabilità del Ministero della Difesa, disponendo un ulteriore risarcimento di 800 mila euro.

L’episodio risale a settembre del 2024, la donna era impegnata nello shopping quando scivolò fratturandosi l’omero. Ha ottenuto un risarcimento da 23mila euro per essere caduta in un centro commerciale di Taranto a casa di alcuni acini di uva sul pavimento. L’episodio risale a settembre del 2024, la donna era impegnata nello shopping quando scivolò fratturandosi l’omero. In un primo momento l’assicurazione del centro commerciale non aveva riconosciuto alcun indennizzo. Ma la perizia medico legale non ha dato adito a dubbi: la signora è caduta a causa dei residui di frutta non rimossi. Di qui il riconoscimento del risarcimento.  

Il paziente, affetto da schizofrenia paranoide cronica, arrivò al pronto soccorso e, secondo l’ipotesi accusatoria, rimase in attesa circa 13 ore senza assistenza sanitaria. Il mattino dopo si lanciò da un’altezza di due metri e mezzo morendo sul colpo. Oltre un milione di euro la richiesta di risarcimento presentata dai famigliari, cinque tra fratelli e sorelle, dell’uomo morto dopo essersi lanciato da una balaustra dell’ospedale SS. Annunziata di Taranto. La tragedia risale all’11 gennaio del 2024. L’udienza è stata rinviata a giugno per valutare l’eventuale ammissione del responsabile civile. Il paziente, affetto da schizofrenia paranoide cronica, arrivò al pronto soccorso e, secondo l’ipotesi accusatoria, rimase in attesa circa 13 ore senza assistenza sanitaria. Il mattino dopo si lanciò da un’altezza di due metri e mezzo morendo sul colpo. La procura contesta agli indagati una condotta omissiva che avrebbe ritardato l’accesso alle cure contribuendo al peggioramento delle condizioni e quindi al tragico gesto.

L’imputato ha chiesto la messa alla prova al Tribunale di Bari Si è tenuta, dinanzi al Tribunale di Bari (Giudice Unico Antonietta Guerra), l’udienzadel processo sulle gravi minacce rivolte nell’ottobre 2022 al sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato attraverso Messenger. L’imputato è un 58enne e i fatti avvennero pochi giorni dopo l’insediamento del sottosegretario. Grazie alle indagini degli agenti della Digos della Questura di Bari,l’autore delle minacce venne identificato in poche ore. Nel corso dell’udienza, l’imputato ha presentato richiesta di “messa alla prova”. Gemmato, difeso dall’avvocato Luciano Marchianò, ha scelto didevolvere l’intera somma ricevuta a titolo di risarcimento del danno alla famiglia del brigadiere capo Carlo Legrottaglie, il carabiniere ucciso lo scorso 12 luglio durante un inseguimentonelle campagne tra Francavilla Fontana e Grottaglie. Il generale Iacopo Mannucci Benincasa, comandante della Legione Carabinieri Puglia, si è reso disponibile – a quanto viene riferito – per rendere possibile la donazione. Il processo è stato rinviato al 3 marzo 2026 per decidere sulla richiesta di messa alla prova.

Hanno chiesto oltre due milioni di euro di risarcimento i familiari del calciatore 27enne Domi Martimucci, vittima innocente dell’esplosione di un ordigno composto da 800 grammi di tritolo piazzato all’esterno della sala giochi Green Table di Altamura il 5 marzo 2015. Si è aperta nelle scorse ore l’udienza preliminare nei confronti di Nicola Centonze, ex collaboratore di giustizia, accusato di omicidio e tentato omicidio plurimo per aver coordinato le fasi dell’attentato, e Nicola Laquale, che risponde invece di porto e detenzione di materiale esplodente, con l’aggravante per entrambi di aver agito con metodo mafioso. Ammesse come parti civili anche la Regione Puglia, il comune di Altamura e le sei persone rimaste ferite nell’attentato. I due imputati hanno scelto il rito abbreviato, che sarà discusso il prossimo 13 ottobre.

L’amministrazione non aderisce alle richieste di risarcimento Il Comune di Bari non risarcirà i residenti dell’Umbertino per i danni causati dalla movida. L’amministrazione Leccese, infatti, non ha aderito alla negoziazione assistita proposta da una ventina di residenti, che, assistiti dall’avvocato Ascanio Amenduni, avevano proposto un accordo, circa 50mila euro, per i danni esistenziali, alla salute e alla quiete domestica, ma soprattutto per la perdita del riposo notturno. L’avvocatura comunale ha rigettato la proposta in quanto non ci sarebbero elementi di responsabilità imputabili al Comune. Ora la partita potrebbe spostarsi nelle aule di giustizia. Fallita la negoziazione, i residenti potrebbero ora procedere con una causa civile. Cosa che probabilmente accadrà.

Dovranno risarcire con 300 mila euro il Comune di Taranto per i danni provocati all’impianto sportivo 5 anni di carcere ed interdizione dai pubblici uffici per i due tifosi del Foggia, Ivan Gianuario, 40 anni, e Vittorio Ferrara, 39, riconosciuti colpevoli dell’incendio che devasto’ la curva Sud dello stato Iacovone al termine dell’incontro del 3 settembre del 2023. Rilevante anche il risarcimento disposto in favore del comune di Taranto, costituitosi parte civile, che ammonta a oltre 300 mila euro per i danni provocati all’impianto sportivo. Al termine dell’incontro Taranto-Foggia un gruppo di sostenitori foggiani diedero fuoco ad una parte del settore destinato alla tifoseria ospite, scatenando panico e gravi danni materiali

Otterrà un risarcimento di oltre 150mila euro. Una battaglia vinta contro il datore di lavoro e contro l’Inps Servizio Alessandra Martellotti

Per la Corte dei Conti deve 109mila per essersi appropriata indebitamente di somme di denaro.  La donna era stata già condannata con sentenza definitiva per peculato aggravato continuato Servizio di Linda Cappello

Udienza preliminare per l’aggressione avvenuta la sera dell’Immacolata al quartiere Picone Servizio Linda Cappello

L’appuntato scelto era in servizio al Comando provinciale di Lecce. Per il reato ha già patteggiato una pena di quattro anni di reclusione

L’episodio risale a 14 anni fa, il decesso avvenne dopo una odissea di quasi due anni Un milione e 125 mila euro andranno come risarcimento ai familiari di una donna pugliese di 61 anni, morta per una infezione dopo essere stata sottoposta ad intervento chirurgico per una protesi al ginocchio in una clinica della provincia di Reggio Emilia. L’episodio risale a 14 anni fa. Qualcosa, in quell’intervento, non andò per il verso giusto e si sviluppò una infezione cronica. Il decesso avvenne dopo una odissea di quasi due anni, con la paziente sottoposta ad altre operazioni, fino all’amputazione della gamba, nel tentativo, rivelatosi inutile, di farla guarire. Nei giorni scorsi il maxirisarcimento stabilito dal giudice. La clinica si è riservata impugnare la sentenza.

Il 20enne barese avrebbe detto ai poliziotti di andare a Gaza a guadagnarsi lo stipendio Ha risarcito i poliziotti con 3000 euro per averli insultati nel corso di un controllo in piazza Moro. Protagonista della vicenda, che risale allo scorso aprile, un 20enne barese. Il ragazzo, studente universitario di buona famiglia, avrebbe chiamato gli agenti “servi” dicendo loro di andare a Gaza a guadagnarsi lo stipendio. Accusato di oltraggio a pubblico ufficiale, è stato prosciolto dal gup del Tribunale di Bari in virtù del risarcimento versato. Era assistito dall’avvocato Daniele Lucente.  di Linda Cappello

A risarcire i privati deve essere lo Stato e non il Comune Servizio Tg Norba Riprese di Repertorio Montaggio di Leo Tribuzio

La grave invalidità conseguente alle infezioni e ai trattamenti subiti è stata confermata dai periti medici Un uomo di 59 anni di Ostuni ha ottenuto giustizia dopo un calvario ospedaliero durato 168 giorni e che ha coinvolto diverse strutture sanitarie italiane. Tutto ha avuto inizio il 9 giugno 2019, quando è stato ricoverato d’urgenza al “Perrino” di Brindisi per un infarto miocardico acuto e sottoposto a un intervento di angioplastica. Durante il ricovero, l’uomo ha contratto una grave infezione batterica da Klebsiella, aggravata da altre complicazioni che hanno portato a una lunga serie di trasferimenti ospedalieri, interventi e trattamenti complessi in diverse città, tra cui Bari, Padova e Pavia. La vicenda è giunta in tribunale, dove il giudice ha condannato l’Asl di Brindisi a risarcire l’uomo per oltre 200.000 euro per il danno biologico subito. La sentenza ha stabilito che le lesioni riportate dal paziente sono imputabili alla condotta imperita del personale sanitario dell’ospedale “Perrino”, che non avrebbe identificato tempestivamente una rara complicanza della tracheotomia – una fistola tracheo-esofagea – prolungando così il periodo di degenza e aggravando la condizione fisica del paziente. Nel corso del lungo percorso giudiziario, la grave invalidità conseguente alle infezioni e ai trattamenti subiti è stata confermata dai periti medici incaricati dal tribunale, i quali hanno evidenziato come la gestione clinica, inclusa la tracheotomia mal riuscita, abbia contribuito al peggioramento delle condizioni del paziente e al ritardo nella guarigione.

Il 30 settembre la premier aveva rinunciato anche al risarcimento di 20mila euro per diffamazione L’avvocato Michele Laforgia, difensore dello storico e filosofo Luciano Canfora, ha comunicato di aver accettato la remissione della querela per diffamazione, notificata dalla premier Meloni il 30 settembre insieme alla revoca della costituzione di parte civile. La Procura di Bari ha dunque chiesto il proscioglimento di Canfora, rinviato a giudizio nell’aprile scorso dopo aver definito la Meloni durante una lezione a studenti di un liceo barese “neonazista nell’anima”. La premier in un primo momento aveva chiesto anche un risarcimento danni di 20mila euro. Il Tribunale di Bari ha emesso nel pomeriggio una sentenza di non luogo a procedere. La controversia si chiude definitivamente.

Lo storico barese l’aveva definita “neonazista nell’anima”, la premier aveva chiesto inizialmente un risarcimento di 20mila euro La premier Giorgia Meloni ha rimesso la querela nei confronti dello storico e filologo barese LucianoCanfora, di 82 anni, a giudizio a Bari per diffamazione aggravata. Meloni era parte civile e aveva chiesto un risarcimento di 20mila euro. L’inizio del processo era fissato per il 7 ottobre dinanzi al Tribunale di Bari. La vicenda risale all’11 aprile 2022 quando Meloni era leader di Fratelli d’Italia e parlamentare all’opposizione del governo Draghi. Canfora, l’aveva definita “neonazista nell’anima”, “unapoveretta” e “una mentecatta pericolosissima”.

In tre a processo a Bari, ragazza parte civile Servizio Linda Cappello

Il tribunale di Lecce ha previsto un risarcimento danni di un milione di euro per i parenti dell’uomo morto nel 2011 a causa di un tumore ai polmoni  Servizio di Linda Cappello Immagine da poliziapenitenziaria.it

Una sentenza del Tribunale di Taranto attribuisce in modo diretto la responsabilità della fauna selvatica all’ente Nel 2021 investì un cinghiale sbucato all’improvviso lungo la Provinciale 14 distruggendo così la vettura: ora lo sfortunato autista sarà risarcito la Regione Puglia. Lo ha stabilito il Tribunale di Taranto con una sentenza emessa il 25 giugno scorso. Una decisione che farà giurisprudenza. Il giudice ha infatti accolto la tesi sostenuta dall’avvocato D’Errico che assiste il conducente, secondo cui titolare della competenza normativa in tema di flora e fauna selvatica, e quindi diretto responsabile, è l’ente Regione. L’incidente è accaduto tre anni fa lungo la strada provinciale 14 nel pressi di Palagianello. Un cinghiale di grossa taglia sbuco improvvisamente per strada sbarrando il percorso al conducente che non riuscì a evitarlo. La vettura fu totalmente distrutta. Per fortuna solo lievi ferite per l’autista. “La sentenza del Tribunale di Taranto potrebbe produrre effetti simili anche per casi analoghi”, ha spiegato l’avvocato D’Errico.

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