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L’OMS monitora il virus Andes dopo i decessi tra Argentina e Sudafrica: tra sintomi respiratori e contatti stretti, ecco perché non è una nuova pandemia. Il recente focolaio da hantavirus emerso sulla nave da crociera Hondius ha attirato l’attenzione delle autorità sanitarie internazionali, sebbene l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) abbia attualmente classificato il rischio di diffusione globale come basso. La vicenda ha avuto inizio durante una spedizione tra l’Antartide e l’oceano Atlantico meridionale, partita da Ushuaia il primo aprile. Il primo segnale di allarme è giunto con il decesso di un passeggero olandese per insufficienza respiratoria, seguito a breve distanza dalla morte della moglie a Johannesburg. Ad oggi si contano otto casi, tra confermati e sospetti, inclusa un’assistente di volo KLM entrata in contatto con i contagiati e una persona rientrata in Svizzera risultata positiva. Il virus responsabile è stato identificato come virus Andes, una specifica variante di hantavirus endemica del Sudamerica, nota per essere trasportata da piccoli roditori. Secondo le ricostruzioni dell’OMS, il contagio iniziale sarebbe avvenuto durante sessioni di birdwatching in aree rurali tra Uruguay, Cile e Argentina, dove i passeggeri sarebbero entrati in contatto con feci o urina di roditori infetti. Il virus Andes è caratterizzato da un periodo di incubazione che varia da una a otto settimane, rendendo la diagnosi precoce estremamente complessa poiché i sintomi iniziali, come febbre e stanchezza, sono facilmente sovrapponibili a quelli di una comune influenza. Tuttavia, la progressione della malattia può portare a una grave sindrome polmonare con un tasso di letalità del 40%. Attualmente non esistono vaccini o cure specifiche, e le terapie si limitano al supporto delle funzioni vitali e respiratorie. Uno degli aspetti più dibattuti dal punto di vista scientifico riguarda la trasmissione da persona a persona: a differenza di altri hantavirus che si trasmettono esclusivamente dagli animali all’uomo, il virus Andes ha mostrato in passato la capacità di diffondersi tra esseri umani attraverso contatti stretti e prolungati, sebbene questa modalità sia considerata rara e meno efficiente rispetto ad altri patogeni respiratori come il SARS-CoV-2. Nonostante il clima di preoccupazione, gli esperti sottolineano che non ci sono presupposti per temere una nuova pandemia. Gli hantavirus hanno dinamiche di trasmissione molto diverse dai coronavirus: non si diffondono facilmente tramite semplici goccioline respiratorie in ambienti condivisi e tendono a generare catene di contagio brevi che si esauriscono spontaneamente. Inoltre, l’elevata gravità dei sintomi e l’alta letalità rendono paradossalmente più difficile la circolazione massiva del virus tra la popolazione. Il monitoraggio della nave Hondius, attualmente diretta verso le isole Canarie per fornire assistenza medica, e il sequenziamento genetico dei campioni prelevati dai pazienti positivi sono passaggi fondamentali per escludere mutazioni che possano favorire un adattamento del virus agli umani. Al momento, l’attenzione rimane focalizzata sul tracciamento di chi ha partecipato alla crociera e sul monitoraggio di eventuali sintomi nelle persone sotto osservazione in Europa e negli Stati Uniti.

In Europa sono 1200 i territori che fanno parte della rete. Martina Franca entra a far parte della Rete italiana delle città sane dell’Organizzazione mondiale della sanità. Il progetto è nato 25 anni fa e interessa, solo in Europa, 1200 città. Il Comune assume così diversi impegni, come promuovere politiche e programmi sanitari a tutela della salute pubblica; svolgere attività di prevenzione e di attenzione alla persona; incentivare la partecipazione ad iniziative salutari per i cittadini, tutelandone in ogni modo la salute, fisica e soprattutto mentale, come spiegato nel libro Scusate il disturbo, presentato nell’occasione.

Un’iniziativa di ricerca e sviluppo per il settore umanitario promossa dal Wfp e Oms Intervista a: Walid Ibrahim, Coordinatore della Basi di Intervento Umanitario delle Nazioni Unite Servizio di Pamela Spinelli Riprese e montaggio di Donato Colazzo

La decisione in linea con quella dell’Oms, dal 5 maggio Servizio di Francesco Iato

L’Organizzazione mondiale della sanità invita i medici a prendere atto di questa emergenza. I dati sono emersi da un convegno all’Ateneo di Bari Servizio di Anna De Feo Riprese di Orazio CorbacioInterviste: prof. Pasquale Bacco, medico legale prof. Mario Testini, direttore u.o.c. chirurgia generale policlinico Bari

Gli ospedali, luoghi che dovrebbero essere deputati alla cura delle malattie, sono tra le aree più comuni per la diffusione di infezioni. Secondo l’Oms, su ogni 100 pazienti ricoverati nelle strutture ospedaliere, ben 7 contraggono un’infezione e ben 1 su 10 va incontro al decesso Servizio di Antonio Procacci

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