Alto il rischio di cronicizzazione e iperuso di farmaci analgesici
L’emicrania, spesso sottovalutata e sottodiagnosticata, colpisce oggi in Italia oltre 6 milioni di persone, di cui circa il 70% costituito da donne.
La difficoltà nel percorso della presa in carico è dovuta a diversi fattori, in primis i tempi d’attesa variabili tra i due e i sei mesi per una prima visita o per accertamenti. Il rischio che ne consegue è di cronicizzazione (circa 2,3 milioni di persone soffrono di cefalee croniche) e di iperuso di farmaci analgesici (l’1,4% della popolazione generale). A ciò si aggiungono stigma, disomogeneità territoriali, percorsi assistenziali frammentati e un forte sovraccarico dei centri specializzati (centri cefalee).
Tra le possibili direttrici di evoluzione individuate dagli esperti, raccolte nel documento “Emicrania: evoluzione dei modelli di presa in carico e cura”, cruciale è il potenziamento del ruolo della medicina generale e della neurologia territoriale nell’intercettare precocemente i pazienti, per garantire continuità assistenziale, favorire un accesso più equo e tempestivo ai farmaci innovativi e alleggerire la pressione sui centri cefalee, che devono poter concentrare le proprie competenze sui casi ad alta complessità.
Necessario, inoltre, sviluppare percorsi di presa in carico multidisciplinari e personalizzati, capaci di integrare prevenzione e trattamento secondo un approccio bio-psico-sociale e di tenere conto delle specificità di sesso e genere e delle diverse fasi della vita, in particolare per la donna.
Nicoletta Orthmann, direttrice medico-scientifica di Fondazione Onda ETS, commenta: “I dati epidemiologici e l’impatto sociale dell’emicrania ci dicono con chiarezza che non siamo di fronte a un disturbo minore, ma a una vera e propria patologia cronica ad alta complessità. Oggi disponiamo di terapie che hanno cambiato radicalmente la cura della malattia, ma senza un’evoluzione dei modelli organizzativi rischiamo di non sfruttarne pienamente il potenziale”.













