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Crisi salariale nel Sud: quasi la metà dei lavoratori guadagna meno di 15mila euro all’anno

Mezzogiorno in difficoltà: divario del 26% rispetto al Nord, lavoro precario e salari bassi spingono i giovani a cercare opportunità altrove

La questione salariale in Italia rappresenta una vera e propria emergenza sociale, e nel Mezzogiorno il problema è ancora più grave. Secondo uno studio dell’Ufficio economia della Cgil, basato sui dati Inps del settore privato, nel 2024 il salario lordo medio nazionale si attesta a 24.486 euro annui, mentre nel Sud scende a 18.148 euro, segnando un divario del 25,9% rispetto alla media italiana.

La fotografia del mercato del lavoro meridionale è preoccupante. La Cgil rileva che quasi la metà dei lavoratori del Sud, circa 2,1 milioni di persone, percepisce un reddito fino a 15mila euro lordi annui, che corrispondono, nel migliore dei casi, a poco più di 1.100 euro netti al mese. Dietro a questi numeri ci sono diverse dinamiche: nel Sud le giornate medie retribuite all’anno sono 228 contro le 247 del resto del Paese, le attività economiche a basso salario hanno un peso maggiore e il lavoro atipico è molto diffuso. Nel Meridione, infatti, il lavoro a termine riguarda il 34,5% dei lavoratori rispetto al 26,7% nazionale, il part-time tocca il 43,6% contro il 33% e il lavoro discontinuo arriva al 56,5%, ben oltre la media nazionale del 45,6%.

Per il segretario confederale della Cgil, Christian Ferrari, questi dati non lasciano spazio a dubbi: la questione salariale nel Mezzogiorno è “un’emergenza nell’emergenza” e spiega, più di ogni altra causa, l’esodo di 175mila giovani meridionali tra il 2022 e il 2024 verso altre regioni italiane o all’estero, in cerca di un lavoro dignitoso e di una vita migliore. Secondo Ferrari, la manovra di bilancio in discussione non risponde a queste urgenze, tanto che il sindacato ha indetto lo sciopero generale del 12 dicembre per chiedere interventi concreti.

Nel Sud, quasi la metà dei lavoratori del settore privato percepisce meno di 15mila euro lordi annui, una cifra che evidenzia come le cosiddette gabbie salariali esistano già e siano, di fatto, parte della realtà quotidiana. Ferrari sottolinea inoltre che l’aumento dell’occupazione riguarda quasi esclusivamente gli over50, spinto dall’innalzamento dell’età pensionabile, ed è concentrato in settori a basso valore aggiunto, caratterizzati da lavoro povero e sfruttamento. Tutto questo accade in particolare nelle regioni meridionali, dove si concentrano le criticità del mercato del lavoro: meno giornate retribuite, più precarietà, part-time involontario, lavoro discontinuo e minore occupazione femminile.

Secondo il segretario confederale, il primo passo per affrontare questa realtà è guardarla negli occhi, ma il governo continua a ignorare il problema, senza proporre interventi che possano ridurre il divario e garantire salari più dignitosi per i lavoratori del Sud.

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