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rischio cardiovascolare

L’allarme dell’American Heart Association sull’impatto del cambiamento climatico e dello stress termico sul sistema cardiocircolatorio. Il cambiamento climatico e l’aumento delle temperature estreme rappresentano una minaccia sempre più grave per la salute del cuore. Secondo una recente dichiarazione scientifica dell’American Heart Association (AHA), pubblicata sulla rivista Circulation in collaborazione con gli esperti del Weill Cornell Medicine, sia il caldo torrido che il freddo intenso aumentano drasticamente il rischio di infarto, ictus e insufficienza cardiaca. Sebbene storicamente le basse temperature abbiano causato un numero maggiore di decessi per malattie cardiovascolari, l’attuale impennata di ondate di calore estremo – per frequenza, intensità e durata – rischia di provocare una mortalità da record, superando gli effetti benefici della riduzione dei giorni freddi. Durante la stagione calda, l’organismo si difende dal surriscaldamento attraverso la vasodilatazione e l’aumento della sudorazione; questo meccanismo biologico, pur dissipando il calore, provoca una pericolosa riduzione della pressione sanguigna e dei liquidi corporei. Per compensare questo squilibrio, il cuore è costretto a un lavoro straordinario, aumentando il battito e la forza di pompaggio, una condizione di forte stress che può risultare fatale per chi soffre già di patologie cardiache. La situazione è ulteriormente complicata dall’uso di specifici farmaci per il cuore, come i diuretici, che accelerano la perdita di liquidi favorendo la disidratazione. Tra i soggetti più esposti a questo stress termico troviamo gli anziani, a causa della ridotta capacità di termoregolazione legata all’età, ma anche donne in gravidanza, neonati, lavoratori all’aperto e fasce della popolazione a basso reddito, che spesso vivono in aree urbane cementificate e prive di aria condizionata. Per fronteggiare questa emergenza, la comunità scientifica evidenzia la necessità di nuove ricerche mirate a individuare la soglia di temperatura critica per i pazienti a rischio e a comprendere gli effetti della politerapia farmacologica in condizioni di caldo estremo. In questo scenario emerge infine un forte paradosso: lo stesso sistema sanitario contribuisce al surriscaldamento globale, essendo responsabile di circa l’8,5% delle emissioni di gas serra negli Stati Uniti a causa dell’alto consumo energetico dei macchinari medici, dei gas anestetici e dei dispositivi monouso, ponendo la sostenibilità ambientale come una delle sfide cruciali per la medicina del futuro.

Lo studio SELECT conferma che la perdita di peso con semaglutide abbassa del 20% il rischio di eventi cardiovascolari gravi in pazienti con obesità, migliorando salute e qualità di vita.. L’obesità aumenta significativamente il rischio di problemi cardiovascolari. Le persone con obesità hanno tra il 67% e l’85% di probabilità di sviluppare eventi cardiovascolari gravi (MACE), contro il 21-32% delle persone in sovrappeso. Preoccupa anche il rischio di riospedalizzazione: entro un mese dal primo ricovero per MACE, le persone con obesità vengono ricoverate di nuovo 1,4 volte più spesso rispetto ai pazienti in sovrappeso. Questi dati emergono dallo studio del Ceis (Centre for Economic and International Studies) dell’Università di Roma Tor Vergata, presentato oggi a Roma. L’analisi si basa sul trial SELECT, il primo studio CVOT a dimostrare il legame tra perdita di peso e riduzione del rischio cardiovascolare. Lo studio ha mostrato che il farmaco semaglutide è più efficace e sicuro rispetto alle terapie tradizionali nelle persone con sovrappeso o obesità e malattia cardiovascolare, anche senza diabete. Il trattamento con semaglutide riduce il rischio di eventi cardiovascolari gravi del 20%. Secondo Pasquale Perrone Filardi, direttore di cardiologia all’AOU “Federico II” di Napoli, “semaglutide protegge cuore e reni e può migliorare significativamente la vita dei pazienti”. Paolo Sbraccia, direttore del Centro medico dell’obesità del Policlinico Tor Vergata, ricorda che l’obesità è una malattia cronica legata a numerose altre patologie, come tumori, diabete, ipertensione e malattie cardiovascolari, principale causa di morte in Italia. Farmaci come semaglutide non solo aiutano a perdere peso, ma riducono ospedalizzazioni, migliorano gli esiti clinici e limitano eventi fatali in chi è ad alto rischio.

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