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La rassegna, inaugurata nel convento di San Domenico, resterà aperta dal lunedì al venerdì con ingresso gratuito

Erano da 30 anni in alcuni scatoloni, provengono da corredi funerari appuli e dauni I Carabinieri hanno scoperto in un casolare abbandonato nelle campagne di Bonito, in provincia di Avellino, un piccolo ma prezioso tesoro archeologico. Ritrovati in alcuni scatoloni abbandonati da 30 anni 26 manufatti archeologici risalenti ad un periodo che va dal VI al III secolo a.C. e provenienti con tutta probabilità da corredi funerari appuli e dauni. A rendere possibile il ritrovamento in realtà è stato il proprietario del casolare, da anni residente fuori regione, che nel fare pulizia all’interno della casa ricevuta in eredità e disabitata dagli anni Novanta ha subito allertato i Carabinieri. Gli esperti della Sovrintendenza Archeologica di Salerno e Avellino e gli uomini del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Napoli, dopo un’attenta analisi dei reperti, ritengono che il materiale provenga da diversi corredi risalenti all’epoca pre-romana e attribuibili alla civiltà dauna che occupava le attuali province di Foggia e Barletta-Andria-Trani fino alla parte settentrionale del Potentino.

La scoperta in piazza San Michele Arcangelo, a pochi passi dalla Basilica del Carmine Servizio di Pamela Spinelli, riprese e montaggio di Donato Colazzo. Intervista a Toni Matarrelli, sindaco di Mesagne.

Più di 2500 reperti – donati dalla famiglia Sansone – che rimandano all’antica cultura dei Dauni, in un percorso cronologico che va dall’età protostorica a quella romana. Intervista a: Vittorio Sgarbi, sottosegretario alla Cultura; Michele Bisceglia, sindaco di Mattinata Servizio di Pietro Loffredo

Saranno messi in sicurezza alcuni reperti emersi nel sopralluogo del 23 marzo scorso. L’obiettivo è quello di trovare elementi utili per chiedere la revisione del processo, per poi dimostrare l’innocenza di Colamonico L’omicidio di Bruna Bovino a Mola di Bari. Dopo aver ottenuto un nuovo sopralluogo nel centro estetico dell’estetista italo-brasiliana, il generale Luciano Garofano ha messo a segno un altro colpo. I giudici della seconda sezione della Corte di Assise d’Appello di Bari, gli stessi che hanno condannato l’ex amante di Bruna, Antonio Colamonico, a 26 anni e 6 mesi di reclusione, hanno accolto l’istanza dell’ex comandante del Ris di Parma, che ha chiesto di mettere in sicurezza alcuni reperti emersi nel sopralluogo del 23 marzo scorso. Non solo, ha anche ottenuto di visionare alcune delle cose repertate durante le indagini, al fine di ispezionarle e stimarne lo stato di conservazione, ai fini di valutare la possibilità di esperire ulteriori accertamenti. Insomma, il lavoro di Garofano entra sempre più nel vivo. L’obiettivo è quello di trovare elementi utili a chiedere la revisione del processo, per poi dimostrare l’innocenza di Colamonico. Le cose che andranno messe in sicurezza dai carabinieri dovranno essere prelevate dal centro estetico entro lunedì prossimo, dopodiché il locale sarà definitivamente restituito ai legittimi proprietari.

L’esito del sopralluogo nel centro estetico di Mola di Bari, dove nel dicembre del 2013, fu uccisa la donna. I consulenti di Antonio Colamonico sono andati alla ricerca di prove utili alla revisione del processo All’interno del centro estetico sono stati identificati “oggetti utili che è necessario repertare, sequestrare e analizzare”. Queste le dichiarazioni dell’avvocato Nicola Quaranta, difensore di Antonio Colamonico, l’uomo accusato dell’omicidio  dell’estetista, Bruna Bovino. Oggi i consulenti della difesa di Colamonico, guidati dall’ex comandante dei Ris di Parma, Luciano Garofano, sono entrati nel centro estetico di Mola di Bari dove, il 12 dicembre del 2013, fu uccisa la donna italo-brasiliana. L’uomo, ex amante della vittima,  è stato condannato in via definitiva a 26 anni e 6 mesi di reclusione ed è attualmente detenuto nel carcere di Foggia ma continua a professarsi innocente. Per questo, attraverso il legale Quaranta, vuole chiedere la revisione del processo. I primi elementi, ritenuti utili dalla difesa, sono stati individuati durante il sopralluogo. Si tratta, nello specifico, di un paio di forbicine e di una bottiglietta semi carbonizzata, oltre ad altri reperti. “Le forbicine furono individuate già in primo grado come possibili armi del delitto dall’allora consulente della Procura – ha precisato Quaranta – Ma non sono mai state analizzate e sono ancora lì”. Quanto alla bottiglietta, secondo la difesa potrebbe contenere gel per i massaggi e non invece l’acceleratore di fiamma con il quale sarebbe stato dato fuoco al corpo della  vittima. “Ci sono inoltre altri reperti che sono stati sequestrati ma mai analizzati – ha proseguito Quaranta – per esempio un orecchino trovato fra i capelli della vittima, un cappello e un maglione da donna e gli stessi capelli trovati fra le dita di Bruna Bovino”.  I consulenti elaboreranno quindi una relazione che la difesa presenterà alla Corte di Assise di Appello per ottenere le analisi dei reperti. Si tratta del passaggio iniziale per chiedere la revisione del processo.

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