In frenata il pil del mezzogiorno stimato per il 2025 e il 2026 .
L’economia del Sud Italia guarda al 2026 con un misto di speranze e sfide importanti, e in particolare le regioni di Puglia e Basilicata rappresentano casi emblematici di questa complessità: da un lato registrano segnali incoraggianti, dall’altro evidenziano disuguaglianze strutturali che richiedono politiche mirate per consolidare la crescita e trasformarla in sviluppo sostenibile. Secondo gli ultimi rapporti, il Sud ha registrato una crescita del PIL pari a +0,9% nel 2024, superando la media del Centro‑Nord (+0,7%). Gran parte di questa performance è riconducibile agli investimenti in costruzioni (+4,9% al Sud), fortemente trainati dalle opere pubbliche del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Tuttavia, le previsioni per il biennio 2025‑2026 indicano che il Meridione tornerà a crescere più lentamente rispetto al Centro‑Nord: +0,7% di PIL stimato per il 2025 e +0,8% per il 2026, contro l’1,0% e l’1,1% del resto del Paese.
Questa frenata appare legata a fattori sia esterni che interni. Da un lato, il contesto europeo rimane debole, con vincoli di bilancio e pressioni sui costi dell’energia; dall’altro, l’effetto stimolo degli anni passati legato al PNRR tende a esaurirsi, con tre quarti della crescita del Mezzogiorno nel triennio 2024‑2026 derivante proprio dai fondi del Piano. Inoltre, il potere d’acquisto delle famiglie meridionali è previsto in aumento nel 2026 (+1,1%) grazie a una decelerazione nell’inflazione interna al Sud, ma il Centro‑Nord manterrà un vantaggio nella spesa per servizi, in particolare grazie al turismo.
Uno degli aspetti critici resta il mercato del lavoro. Nonostante una “ripresa occupazionale”, il Mezzogiorno continua a fare i conti con salari reali in calo: tra la fine del 2019 e la prima metà del 2024, i salari reali al Sud si sono ridotti di circa il 5,7%. Al tempo stesso, ci sono ancora circa tre milioni di lavoratori “non lavoro” (cioè sottoutilizzati o inattivi) nelle regioni meridionali, sebbene la quota sia diminuita rispetto agli anni precedenti.
A questa complessità si aggiunge il “sommerso”: nel Mezzogiorno l’economia non osservata rappresenta il 16,5% del valore aggiunto, un’incidenza molto più alta rispetto ad altre aree del Paese. Questo fenomeno limita la piena emersione del potenziale economico del Sud e influisce negativamente su entrate fiscali, qualità del lavoro e capacità di investimento.
D’altro canto, ci sono motivi di ottimismo strategico. Il Centro Studi SRM sottolinea che il Mezzogiorno ha recuperato terreno in termini di PIL: nel 2023 il PIL del Sud ha superato del +6,7% il livello pre‑pandemico (2019), mentre la media nazionale ha registrato un +4,8%. Gli investimenti innovativi nel settore industriale meridionale sono cresciuti: circa il 65% delle imprese manifatturiere ha investito nell’ultimo triennio, e il 40% degli investimenti è “innovativo” contro il 33,1% della media nazionale. Questo è un segnale di maggiore propensione delle aziende del Sud a modernizzarsi e ad agganciarsi alle catene del valore più avanzate.
Infrastrutture grandi e strategiche giocano un ruolo chiave nelle prospettive per il 2026. La realizzazione di una nuova linea ferroviaria ad alta velocità fra Napoli e Bari, ad esempio, collegherà due mari, ridurrà i tempi di viaggio e potenzialmente favorirà il rilancio delle aree interne, tra cui molte zone della Puglia e Basilicata. Solo nella fase costruttiva, il progetto potrebbe generare oltre 62.000 posti di lavoro e 4 miliardi di euro di business.
Una citazione significativa arriva da Adriano Giannola, presidente di Svimez: “Le nostre previsioni per il meridione nel 2025‑2026 sono meno rosee rispetto al passato: si riapre la forbice del divario” tra Sud e Centro-Nord. Giannola richiama la necessità di non dipendere solo dal PNRR, ma di costruire una crescita strutturale che duri nel tempo, sostenuta da riforme, infrastrutture e politiche industriali.
Dal punto di vista della Banca d’Italia, il governatore Fabio Panetta ha sottolineato come vi siano “segni incoraggianti” nel Sud: in alcuni recenti indicatori, l’espansione economica meridionale sta procedendo con una certa solidità, ma per consolidarla servono investimenti infrastrutturali e riforme strutturali. Panetta ha indicato la necessità di potenziare la rete ferroviaria, le infrastrutture portuali e la gestione delle risorse idriche, condizioni essenziali per sostenere un’economia moderna e resiliente.
Un’altra riflessione riguarda il capitale umano. L’emigrazione giovanile è sempre stata un grande limite per il Sud, ma i flussi potrebbero invertire tendenza se le opportunità di lavoro e di vita migliorano. Alcuni segnali indicano già un ritorno di lavoratori, attratti da progetti infrastrutturali, da una qualità della vita migliore e da costi più bassi rispetto al Nord. Se questo trend si stabilizza, può contribuire a una rigenerazione demografica ed economica significativa.
Tuttavia, il percorso non è privo di rischi. La dipendenza dagli investimenti pubblici — in particolare dal PNRR — è un’arma a doppio taglio: se le risorse esterne diminuissero o se l’efficienza nella spesa diminuisse, il Mezzogiorno potrebbe tornare a soffrire. In più, la persistente informalità economica rende più fragile la base fiscale e imprenditoriale della regione. Senza riforme profonde in materia di governance locale, capitale umano e infrastrutture sociali (scuole, sanità, servizi), la crescita prevista rischia di restare parzialmente “di superficie”.
Le prospettive per il 2026 dunque sono ambivalenti: da un lato, ci sono segnali positivi reali — investimenti pubblici, modernizzazione industriale, ritorno di popolazione, progetti infrastrutturali strategici — dall’altro, restano grandi nodi irrisolti: il sommerso, i salari reali bassi, la dipendenza da finanziamenti esterni e una struttura produttiva ancora fragile.
Per far sì che il Mezzogiorno non solo cresca ma si trasformi in un motore stabile e autonomo dell’economia italiana, servirà un mix di strategie. Occorrerà consolidare gli investimenti in infrastrutture materiali e sociali, rendere più efficiente la spesa, incentivare la formalizzazione dell’economia, rafforzare le imprese meridionali con politiche di innovazione, e soprattutto puntare sul capitale umano, trattenendo giovani talenti e rendendo le regioni del Sud, in particolare Puglia e Basilicata, mete attrattive non solo per lavoro ma anche per una vita sostenibile. Se questi elementi verranno combinati con coerenza e visione di lungo termine, il 2026 potrebbe segnare una tappa importante nella riduzione del divario Nord‑Sud e nell’emergere di un Mezzogiorno più competitivo e integrato nel sistema nazionale ed europeo. In caso contrario treni e aerei continueranno a partire sempre dal Sud con destinazione il Nord.