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omicidio petrachi

L’agricoltore salentino, condannato all’ergastolo, continua a ribadire la sua innocenza. Ha iniziato a rifiutare il cibo, annunciandolo alla sorella Caterina, motivando la decisione con la delusione e l’amarezza per l’esito di un processo su cui aveva riposto le speranze di poter vedere ribaltata la condanna all’ergastolo inflittagli dai giudici della Corte d’Appello di Lecce nel luglio 2012. Nel carcere di Borgo San Nicola dov’è detenuto, Giovanni Camassa, l’agricoltore salentino a cui i giudici della Corte d’Appello di Catanzaro nei giorni scorsi hanno respinto la richiesta di revisione della sentenza di condanna al carcere a vita, riconoscendolo di fatto l’esecutore dell’omicidio di Angela Petrachi, ha cominciato lo sciopero della fame. Il corpo che diventa l’ultimo strumento di rivendicazione per proclamare la presunta ingiustizia di cui si dice vittima. Una forma di protesta contro i giudici, una forma di autodistruzione come temono i suoi familiari, preoccupati per il suo cuore ballerino, lui che si è sempre proclamato innocente per quell’orribile delitto che gli viene attribuito, l’uccisione di una giovane mamma di 31 anni di Melendugno, sua vicina di casa, scomparsa il 26 ottobre 2002 e poi ritrovata uccisa e brutalmente seviziata l’8 novembre successivo in un boschetto di Borgagne. Del dna di Camassa sui luoghi, sul corpo della vittima e sugli indumenti che indossava non è stata mai trovata alcuna traccia. I suoi legali intanto aspettano il deposito delle motivazioni dei giudici di Catanzaro per trovare profili di illegittimità da portare in Cassazione.

Potrebbe riaprirsi il caso di Giovanni Camassa, l’agricoltore condannato in via definitiva all’ergastolo nel febbraio 2014 per l’omicidio di Angela Petrachi, la giovane mamma di 31 anni trovata uccisa brutalmente nell’ottobre del 2002 nelle campagne di Melendugno. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso presentato dal legale della famiglia, avvocato Ladislao Massari, contro le motivazioni con cui per la seconda volta la Corte d’Appello di Potenza aveva rigettato la richiesta di revisione del processo, chiedendo che fosse un’altra corte ad esprimersi. La richiesta è stata accolta nei giorni scorsi dalla Corte Suprema che ha stabilito che a decidere sul criterio di ammissibilità della richiesta di revisione del processo sia la Corte d’Appello di Catanzaro. Un piccolo spiraglio di speranza per i familiari di Camassa, che si è sempre dichiarato innocente. Dopo essere stato assolto in primo grado per non aver commesso il fatto, Camassa è stato condannato in appello al carcere a vita. Condanna poi confermata in cassazione.

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