Skin Telenorba50
banca-popolare-di-puglia-e-basilicata-giugno

Tgnorba

Telenorba

maldarizzi-automotive

olio extravergine di oliva

Degustazioni, visite ai frantoi e percorsi tra ulivi secolari: l’oleoturismo in Puglia cresce e trasforma l’olio extravergine in esperienza culturale ed enogastronomica. L’oleoturismo in Puglia si conferma uno dei segmenti più dinamici del turismo enogastronomico, con la regione che guida le preferenze nazionali: il 28% dei turisti italiani sceglie la Puglia come meta per degustazioni di olio, visite ai frantoi e percorsi tra ulivi secolari. Tra esperienze immersive, cene in uliveto e tour culturali, la regione offre opportunità uniche di entrare in contatto con la tradizione olivicola. A confermarlo è Coldiretti Puglia, sulla base dei dati del secondo Rapporto sul Turismo dell’Olio, curato da Roberta Garibaldi e promosso da Associazione Nazionale Città dell’Olio, Coldiretti e Unaprol. Secondo il sondaggio di Coldiretti Puglia, condotto sul portale puglia.coldiretti.it, i turisti sono principalmente interessati a degustazioni guidate, produzione del proprio olio, eventi culturali ed educativi negli oliveti, cene tra gli ulivi e alla possibilità di adottare un ulivo a distanza, seguendo tutto il ciclo produttivo e creando un legame diretto con il territorio. Il fenomeno pugliese si inserisce in un contesto globale di crescita del turismo del gusto, un mercato da 11,5 miliardi di dollari destinato a superare i 40 miliardi entro il 2030. L’Italia resta tra le mete più desiderate per esperienze enogastronomiche, con una domanda in aumento sia sul mercato interno sia nei principali mercati esteri (Germania, Francia, Austria, Svizzera e Stati Uniti). Tra il 2021 e il 2024 la partecipazione a esperienze legate all’olio extravergine di oliva è cresciuta del 37,1%, mentre il 70% degli italiani considera l’olio un simbolo del patrimonio culturale e paesaggistico regionale. L’oleoturismo, come attività agricola connessa, comprende attività formative e informative sulle produzioni olivicole locali, visite guidate in oliveti e frantoi, iniziative culturali e ricreative, degustazioni e vendita diretta dei prodotti aziendali, escludendo però la ristorazione. La Puglia vanta oltre 370.000 ettari di uliveti (64% della SAU regionale) e 148.127 aziende olivicole (43% del totale regionale), producendo cinque oli DOP e un IGP Olio di Puglia. Con circa 60 milioni di ulivi, la regione rappresenta il 40% della superficie olivicola del Sud Italia, quasi il 32% di quella nazionale e l’8% di quella europea, con un valore di 1 miliardo di euro di produzione di olio extravergine. Sul fronte dei consumi, oltre l’82% delle famiglie italiane sceglie olio italiano per sostenere il territorio e l’economia locale. Le aziende pugliesi hanno risposto con sale di degustazione, packaging accattivante e iniziative promozionali, trasformando l’olio in un prodotto non solo gastronomico, ma anche culturale ed esperienziale. Oggi i turisti cercano esperienze autentiche: l’olio extravergine diventa così un volano per il turismo esperienziale in campagna, nei frantoi e nelle masserie storiche della Puglia. Diffondere la cultura dell’olio, valorizzare le varietà locali e sostenere la filiera olivicola pugliese rimangono obiettivi strategici per rendere ogni visita immersiva, educativa e indimenticabile, conclude Coldiretti Puglia.

Riflessioni sull’estetica dell’extravergine e sulla trappola del travel content nell’oleoturismo. In apertura della seconda edizione di Evolio, la fiera B2B dell’olio extravergine di oliva, la FIS Fondazione Italiana Sommelier Puglia mi ha invitato in un ricco panel fatto di comunicatori TV, giornalisti, esperti di marketing, produttori, per discutere perché l’olio extravergine di oliva “funziona” sui social media e se l’oleoturismo possa essere un antidoto al travel content omologato. La mia tesi è che l’olio sia un soggetto estremamente fotogenico.Si presta alla camera, la luce lo accarezza, il colore – dal verde all’oro – la lucentezza e la densità lo rendono perfetto per i linguaggi visivi. La camera ama le sostanze che disegnano la luce. Nel caso dell’olio, il colore è così influente che alcuni studi dimostrano come i consumatori associno colore ed aspettativa di qualità, anche se in realtà il colore non è un indicatore di qualità intrinseca. Qui nasce la prima involontaria menzogna narrativa. Sui social l’olio è un oggetto visivo prima che gustativo: non lo puoi assaggiare, quindi la mente usa scorciatoie. Entra in gioco il principio del kalòs kai agathòs: se è bello, allora è anche buono. A questo si aggiungono visual studiati, packaging, regia accurata.Ed ecco i gesti iconici: la colata sul pane, il giro sul piatto, la goccia che fa specchio. Micro-azioni ripetibili, perfette per Reel e TikTok. L’olio funziona perché si presta al giudizio rapido, nel tempo di un reel. Viviamo un’epoca in cui tutto è fotografabile, raccontabile, replicabile. E proprio per questo pochissime esperienze restano davvero esperibili.L’esperienza dell’olio extravergine di oliva, paradossalmente, è una di queste. È potente perché sembra semplice, ma non lo è. Quella goccia d’olio è un oggetto visivo perfetto, ma può diventare una trappola narrativa.L’olio non è una destinazione turistica: è un processo. Ed è in questo scarto che l’oleoturismo diventa interessante, e anche scomodo. È talmente facile da comunicare online – uliveto secolare, frantoio in pietra, pane e olio in controluce, tramonto – che diventa altamente replicabile, soprattutto in un mondo di content rapidi alla ricerca di autenticità e romanticismo. Qui scatta la trappola.Secondo ScienceDirect, l’oleoturismo rientra nello special interest tourism, ovvero un turismo a motivazione specifica: chi lo sceglie vuole capire il mondo dell’ulivo e dell’olio, non vivere una situazione instagrammabile qualsiasi. Raccontare l’oleoturismo significa raccontare la verità del processo:la verità del tempo agricolo,dell’attesa stagionale,dell’attrito con la competenza,dell’incognita del risultato. Un ulivo non collabora con l’algoritmo.Una campagna olearia non si anticipa per un reel.Un difetto sensoriale non è storytelling, è un problema reale del produttore. Questa resistenza allo spettacolo è il vero valore dell’oleoturismo. Ed è ciò che lo rende difficile da copiare.Puoi replicare un format, non una filiera fatta di scelte, errori, clima, persone, annate. Per questo l’oleoturismo, quando funziona, rompe i cliché del viaggio tradizionale.Non ti mostra qualcosa di bello: ti fa capire come funziona un luogo.Non ti dà cartoline: ti consegna un vocabolario dei sensi. Può l’oleoturismo essere un antidoto al travel content omologato?Sì, a patto che non cerchi di assomigliargli: ulivi tutti uguali, photo opportunity, pane e olio ritualizzato, tramonti sceneggiati, claim sull’autenticità che diventano autenticismo. Quando l’oleoturismo diventa un format, smette di essere esperienza e diventa scenografia.Il punto non è produrre contenuti, ma produrre contesto.Raccontare meno il prodotto e più il processo.Accettare che non tutto sia instagrammabile.Difendere la lentezza come valore. Perché il turismo esperienziale nasce come reazione al consumo rapido: se lo racconti come fast content, lo tradisci.L’olio non chiede visibilità. Chiede tempo.E il tempo, oggi, è forse l’unica vera cosa rara che possiamo offrire a chi viaggia.

Coldiretti Puglia denuncia l’assenza di verifiche alle frontiere e il rischio concorrenza sleale che fa crollare i prezzi del made in Italy. L’Unione Europea valuta l’ipotesi di aumentare le importazioni di olio d’oliva tunisino a dazio zero, ma alle frontiere UE i controlli sull’olio importato restano largamente insufficienti, se non del tutto assenti. A lanciare l’allarme è Coldiretti Puglia, dopo la dura presa di posizione della Corte dei conti europea che, in un rapporto ufficiale, smonta ogni rassicurazione sulla sicurezza delle importazioni, denunciando verifiche inesistenti o sporadiche su pesticidi e contaminanti nell’olio proveniente da Paesi extra UE, in particolare dalla Tunisia. Un paradosso evidente: oltre il 90% dell’olio prodotto nell’Unione Europea è sottoposto a controlli rigorosi, mentre il restante 9% di olio estero entra spesso nel mercato comunitario senza adeguate garanzie per produttori e consumatori. In Italia, secondo la Corte dei conti europea, nel biennio 2023-2024 nessun carico di olio d’oliva è stato controllato nei principali punti di ingresso. In questo scenario, Coldiretti e Unaprol contestano con forza l’ipotesi di raddoppiare il contingente di olio tunisino a dazio zero, definendola una scelta autolesionista che penalizza una delle produzioni simbolo del made in Italy agroalimentare. L’annuncio del Governo tunisino dell’avvio di negoziati con Bruxelles per portare il contingente agevolato fino a 100mila tonnellate annue accende ulteriormente lo scontro. Secondo le organizzazioni agricole, l’UE continua a favorire un modello che spinge l’industria ad approvvigionarsi di olio estero a basso costo, spesso rivenduto come made in Italy, invece di garantire una giusta remunerazione all’olio nazionale. I numeri confermano l’allarme. Nei primi nove mesi del 2025 le importazioni di olio tunisino in Italia sono aumentate del 38%, mentre i prezzi dell’olio extravergine italiano sono crollati di oltre il 20%, secondo un’analisi Coldiretti su dati Ismea. Oggi l’olio tunisino viene commercializzato a meno di 4 euro al litro, esercitando una forte pressione al ribasso sui prezzi dell’olio italiano e costringendo molti olivicoltori a vendere sotto i costi di produzione. Alla base di questa dinamica c’è l’attuale normativa europea, che consente l’ingresso annuale di 56.700 tonnellate di oli vergini d’oliva a dazio zero, una soglia che ora si vorrebbe ulteriormente ampliare. A questo si aggiunge il regime del perfezionamento attivo, che permette di importare olio, “nazionalizzarlo” e riesportarlo, un meccanismo che penalizza il vero olio extravergine made in Italy, come evidenziato anche dal Financial Times. “Con una produzione di circa 300mila tonnellate di olio, un consumo interno di 400mila tonnellate e un export di 300mila, come si spiega il crollo del 30% del prezzo dell’olio pagato agli agricoltori?”, si chiede David Granieri, vicepresidente nazionale di Coldiretti e presidente di Unaprol. “È evidente che qualcosa non torna. Siamo di fronte a una speculazione sull’olio d’oliva che va fermata. Servono controlli immediati e più severi per difendere i produttori onesti e la qualità dell’olio extravergine italiano”. Duro anche l’intervento di Alfonso Cavallo, presidente di Coldiretti Puglia: “Aumentare le importazioni a dazio zero significa spalancare le porte a olio extravergine a basso costo e di qualità discutibile, mettendo a rischio il patrimonio agroalimentare italiano. Questo modello premia il prezzo più basso e non la qualità, compromettendo la sostenibilità economica delle aziende agricole”. Sulla stessa linea Pietro Piccioni, direttore di Coldiretti Puglia, che denuncia la possibilità di dichiarare “italiano al 100% un olio che non lo è”, definendo la pratica una truffa sull’origine dell’olio che danneggia l’intera filiera olivicola e mina la fiducia dei consumatori. Per questo Coldiretti e Unaprol chiedono un rafforzamento dei controlli nelle industrie olearie, anche alla luce dei numerosi sequestri di olio effettuati nel 2025 in Puglia dalle forze dell’ordine. Le conseguenze sarebbero particolarmente gravi per la Puglia, cuore dell’olivicoltura italiana. In regione l’ulivo copre oltre 370mila ettari, pari al 64% della superficie agricola utilizzata, coinvolgendo 148.127 aziende agricole. Qui si producono cinque oli extravergine DOP e un’IGP Olio di Puglia. Con 60 milioni di ulivi, la Puglia rappresenta la più grande fabbrica green del Mezzogiorno, con il 32% della superficie olivicola nazionale e un valore di circa un miliardo di euro di Produzione Lorda Vendibile di olio extravergine.

gilca-srl-giugno
deliziosa