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Uno studio svela che astrociti e oligodendrociti reagiscono in modo diverso tra maschi e femmine, spiegando la maggiore vulnerabilità maschile alla malattia
Le discrepanze nell’attività dei geni all’interno delle cellule di supporto del cervello potrebbero finalmente fare luce su uno dei grandi misteri neurologici: perché il morbo di Parkinson colpisce gli uomini con una frequenza da una volta e mezzo a due volte superiore rispetto alle donne e perché nei pazienti maschi la patologia mostra una progressione molto più rapida. Questo scenario emerge da un’innovativa ricerca guidata da Julia Schulze-Hentrich, scienziata del Dipartimento di Genetica ed Epigenetica della Saarland University e del CGMB, presentata ufficialmente durante il congresso FENS Forum 2026.
Attualmente il morbo di Parkinson interessa circa 9,4 milioni di persone a livello globale, un numero in costante crescita a causa del progressivo invecchiamento della popolazione. Gli esperti stimano che il 90% dei casi sia riconducibile all’interazione dinamica tra predisposizione genetica, stili di vita e fattori ambientali. Sebbene la medicina clinica avesse già documentato che la popolazione maschile tende a sviluppare più velocemente deficit cognitivi e perdita di autonomia, i reali meccanismi biologici legati al sesso sono rimasti a lungo avvolti nell’ombra.
Il nuovo studio ha analizzato i tessuti cerebrali post mortem di 73 pazienti affetti da Parkinson (45 uomini e 28 donne), mettendoli a confronto con i campioni di 24 soggetti sani. Il team ha isolato ed esaminato le singole popolazioni di cellule cerebrali – nello specifico neuroni, astrociti, oligodendrociti e microglia – monitorando cinque differenti aree del cervello. Se da un lato è emersa una risposta universale allo stress cellulare (con l’attivazione di particolari proteine “chaperone” deputate al corretto ripiegamento delle strutture proteiche danneggiate), dall’altro sono venute a galla divergenze di genere macroscopiche e indipendenti dalla regione cerebrale analizzata.
Le variazioni più significative hanno riguardato proprio le cellule di sostegno. Negli astrociti degli uomini è stata riscontrata un’alterazione nei geni che regolano l’attività dei mitocondri (le centrali energetiche cellulari), mentre negli oligodendrociti maschili a subire modificazioni sono stati i geni responsabili della produzione di mielina, la guaina protettiva che riveste e isola le fibre nervose. Queste scoperte aiutano a comprendere come i due sessi gestiscano in modo differente il metabolismo energetico e la protezione delle connessioni neuronali.
I risultati di questa ricerca aprono le porte alla futura transizione verso una vera medicina personalizzata, superando il vecchio paradigma che considera tutti i pazienti biologicamente identici. Gli scienziati sottolineano l’importanza fondamentale di impostare i prossimi studi clinici separando sistematicamente i dati di uomini e donne. Pur con il limite di un campione iniziale necessariamente ristretto, la strada intrapresa promette di rivoluzionare la capacità dei medici di prevedere l’evoluzione del Parkinson e di cucire le terapie sulle specifiche caratteristiche biologiche individuali.











