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terapia genica

Il protocollo d’avanguardia di SR-Tiget e Bambino Gesù punta all’indipendenza trasfusionale dei pazienti grazie ai fondi del Pnrr. La medicina rigenerativa italiana segna una svolta cruciale grazie a un nuovo protocollo scientifico d’avanguardia che ottimizza la preparazione delle cellule staminali ematopoietiche. Un team di scienziati è riuscito ad accorciare drasticamente i tempi di coltura in laboratorio, potenziando contemporaneamente il trasferimento del gene terapeutico attraverso l’impiego di un vettore lentivirale altamente efficiente. L’obiettivo primario di questa innovazione biomedica è quello di ottenere una quantità significativamente maggiore di cellule geneticamente corrette, che siano in grado di insediarsi e attecchire in modo stabile e duraturo all’interno del midollo osseo, ripristinando così una corretta produzione di emoglobina funzionale nel tempo. Questo rivoluzionario studio clinico coinvolgerà una coorte di nove pazienti con un’età compresa tra i 3 e i 35 anni. La sperimentazione è stata progettata per svilupparsi in due momenti distinti: una prima fase vedrà il trattamento di tre pazienti adulti, mentre la seconda fase estenderà il protocollo clinico ad altri sei pazienti, tra cui bambini e adolescenti, solo dopo che un comitato scientifico indipendente avrà valutato e validato i dati relativi alla sicurezza e all’efficacia iniziale. Il processo prevede che il prelievo e la raccolta delle staminali avvengano direttamente presso i centri clinici partner, mentre la delicata produzione del farmaco biologico sperimentale verrà centralizzata all’interno dell’Officina Farmaceutica del Bambino Gesù, una struttura d’eccellenza focalizzata sulle terapie avanzate. L’intero progetto di ricerca è supportato dai finanziamenti pubblici del Pnrr stanziati attraverso il Centro Nazionale RNA & Gene Therapy. Il principale traguardo clinico fissato dai ricercatori è il raggiungimento della completa indipendenza trasfusionale, definita formalmente come la totale assenza di trasfusioni di sangue per almeno dodici mesi consecutivi a seguito dell’infusione cellulare. Oltre a questo parametro fondamentale, l’equipe medica valuterà costantemente la sicurezza generale del trattamento, la qualità dell’attecchimento, la riduzione del sovraccarico di ferro nei tessuti e l’impatto complessivo sulla qualità della vita dei pazienti e dei loro nuclei familiari. Il periodo di monitoraggio e follow-up medico prevede una prima finestra osservativa di due anni, che proseguirà successivamente fino a un massimo di quindici anni, come espressamente richiesto dalle normative vigenti per il controllo delle terapie avanzate. A spiegare l’importanza scientifica della scoperta è Giuliana Ferrari, ordinaria di Biologia molecolare presso l’Università Vita-Salute San Raffaele e responsabile dell’Unità di Trasferimento Genico in Cellule Staminali di SR-Tiget, la quale sottolinea come la riduzione dei tempi di coltura e il miglioramento della trasduzione consentano di preservare intatte le proprietà biologiche delle staminali, massimizzandone il potenziale terapeutico. Secondo Alessandro Aiuti, vicedirettore di SR-Tiget e principal investigator dello studio al San Raffaele, questo nuovo standard punta a incrementare il numero di cellule sane destinate a produrre emoglobina, elevando le probabilità di successo clinico pur mantenendo l’ottimo profilo di sicurezza riscontrato finora. Infine, Franco Locatelli, direttore dell’Area Clinica di Oncoematologia e Terapia Cellulare del Bambino Gesù, rimarca come lo sviluppo autonomo di queste terapie avanzate in ambito accademico sia l’unico modo per favorire una reale sostenibilità e accessibilità dei costi all’interno del sistema sanitario, espandendo in modo democratico le future opzioni di cura.

Effettuate con successo le prime due raccolte di cellule staminali, si attende il prodotto cellulare modificato con tecniche di ingegneria genetica per completare la procedura. Due pazienti affette da talassemia major sono state recentemente sottoposte alla raccolta di cellule staminali finalizzata ad un trattamento di terapia genica presso il Policlinico di Bari. L’infusione delle cellule avverrà nei prossimi mesi, nello stessa azienda ospedaliero universitaria, dopo che sarà stata completata la procedura di ingegnerizzazione genetica presso i laboratori di Geleen, in Olanda. Altri tre pazienti sono stati già inseriti nel programma e avvieranno a breve la procedura. “La talassemia (nota anche come “anemia mediterranea”) – ricorda Pellegrino Musto, Direttore dell’unità operativa di Ematologia con annesso Centro Trapianti del Policlinico e Professore Ordinario di Ematologia presso l’Università di Bari – è una malattia ereditaria causata da una mutazione dei geni che producono l’emoglobina. Provoca anemia severa, sovraccarico di ferro, deformazioni ossee e problematiche cliniche a carico di vari organi, in particolare cuore, fegato e sistema endocrino.  Il trattamento convenzionale prevede trasfusioni di sangue fin dai primi anni di vita, terapie che limitano l’accumulo di ferro, farmaci che stimolano la produzione di globuli rossi e, in un numero limitato di casi, il trapianto di midollo osseo da donatore compatibile, l’unica terapia che, sino ad oggi, si era dimostrata in grado di guarire questa malattia”. “La terapia genica – sottolinea Musto – si aggiunge oggi all’armamentario terapeutico per i pazienti talassemici di eta’ compresa fra i 18 e i 35 anni, con caratteristiche genetiche ben definite. Questo trattamento rivoluzionario consente in oltre il 90% dei casi di ottenere l’indipendenza dalle trasfusioni e di considerare larga parte di questi pazienti potenzialmente guariti.” “La terapia genica per i pazienti talassemici (peraltro possibile anche in soggetti affetti da anemia falciforme) – spiega Angelo Ostuni – Direttore dell’unità operativa di Medicina Trasfusionale del Policlinico di Bari – consta di diverse fasi. Dopo la valutazione della idoneità del paziente, si procede con la mobilizzazione delle cellule staminali mediante somministrazione del fattore di crescita granulocitario e infine con la raccolta delle cellule staminali emopoietiche presenti nel sangue periferico del paziente con procedure di aferesi. L’obiettivo è raccoglierne un numero elevato, il che richiede una particolare esperienza degli operatori”. “Successivamente – continua Ostuni – le cellule prelevate sono spedite presso il laboratorio di riferimento dove vengono modificate con tecniche di ingegneria genetica (il cosiddetto “gene editing”) che le rendono capaci di riattivare la produzione di un tipo diverso di emoglobina (HbF), normalmente presente solo nel corso della vita fetale”. “La fase conclusiva – aggiunge Paola Carluccio, responsabile del Programma Trapianti in Ematologia del Policlinico – prevede, dopo un trattamento chemioterapico teso ad eliminare completamente dal midollo osseo le cellule staminali “malate”, la re-infusione al paziente delle sue stesse cellule geneticamente modificate. Questo “autotrapianto” consente di sostituire l’emoglobina non funzionante del paziente e permette al midollo osseo di riprendere la produzione di una nuova emoglobina, in grado di assicurare al paziente una vita sostanzialmente normale e, soprattutto, scevra della necessità di effettuare trasfusioni di sangue.” “I tempi tecnici per la produzione delle staminali ingegnerizzate – ricorda Carluccio – sono però piuttosto lunghi e occorrerà attendere ancora qualche mese per ricevere il prodotto cellulare finito da infondere alle pazienti e valutarne l’efficacia.” “Grazie al supporto della Regione Puglia e all’impegno quotidiano di tutto il personale – conclude Antonio Sanguedolce, direttore generale del Policlinico di Bari – oggi siamo in grado di offrire ai pazienti affetti da talassemia un’opportunità di cura disponibile in pochissimi centri in Italia e, nel Mezzogiorno, unica nel suo genere. Un risultato che ci rende estremamente soddisfatti e orgogliosi”.

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