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risarcimento danni

Trattamento inadeguato per cisti ovariche: il Tribunale di Bari accerta l’errore medico per l’uso di una tecnica desueta che ha causato la rimozione di tube e ovaio. Arriva dopo 17 anni la condanna in primo grado nei confronti della Asl di Bari, chiamata a risarcire con 60mila euro una paziente per un trattamento inadeguato di alcune cisti ovariche. I fatti risalgono al lontano 2008, ma la causa civile è stata avviata 9 anni più tardi, in seguito alla citazione presentata dall’avvocato Nicolò Nono D’Achille. Prima di finire in Tribunale, era stato esperito un tentativo di mediazione e un accertamento tecnico preventivo. Su consiglio della ginecologa, la donna nel mese di giugno si sottopone presso un ospedale barese a un intervento chirurgico con la tecnica dell’ago aspirato. Viene poi dimessa in giornata, senza la prescrizione di antibiotici o antinfiammatori. Ed ecco che a distanza di giorni si manifestano febbre e dolori. I postumi proseguono per alcuni mesi, con la formazione di un ematoma retroperitoneale, fino all’intervento risolutivo che ha però comportato la rimozione delle tube e di un ovaio. L’attrice — scrive il giudice — era portatrice di cisti endometriosiche alle ovaie trattate in modo errato dai sanitari mediante una metodica desueta e non suggerita dalle buone pratiche cliniche, atteso che entrambe le cisti avrebbero dovuto essere trattate chirurgicamente in via laparoscopica sin dall’inizio.

I proprietari delle unità immobiliari hanno inviato una formale richiesta alla ditta che stava effettuando i lavori, all’amministratore di condominio ed agli ingegneri che avevano redatto il progetto Servizio Linda Cappello

L’agricoltore di Castellaneta ha vinto la causa e otterrà il risarcimento danni più il pagamento delle spese legali per 56mila euro complessivi Di Alessandra Martellotti La Regione dovrà sborsare 56mila mila euro di risarcimento, incluso il pagamento delle spese legali, in favore di un imprenditore agricolo di Castellaneta per i danni subiti dai cinghiali che hanno devastato l’aranceto di proprietà dell’agricoltore. Gli animali non solo hanno distrutto il raccolto, ma hanno anche rovinato irrimidiabilmente parte delle piante e danneggiato l’impianto di irrigazione. La sentenza, emessa a gennaio scorso, è stata pubblicata nei giorni scorsi. I fatti risalgono invece alla fine del 2023. La Regione è chiamata a risarcire il danno, in quanto proprietaria della fauna selvatica. L’ente peraltro non può più fare leva sull’eventuale concorso di colpa coi proprietari terrieri, per i quali l’applicazione di una recinsione con filo elettrificato è solo facoltativa. A difendere l’agricoltore, l’avvocato Giuseppe Clemente che si è avvalso della consulenza di parte dell’agronomo Gianrocco De Marinis, già presidente dell’Ordine degli agronomi di Taranto.

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