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Via libera al rientro nel capoluogo: domiciliari a Bari per l’ex consigliere condannato per voto di scambio politico mafioso. Giacomo Olivieri torna a Bari. Il giudice Giuseppe De Salvatore ha autorizzato il trasferimento degli arresti domiciliari dell’ex consigliere regionale dalla residenza di Parabita, in provincia di Lecce, a un’abitazione nel capoluogo pugliese. La decisione è arrivata su richiesta della difesa, con il parere favorevole della Procura, che ha ritenuto sussistenti le condizioni per lo spostamento. Olivieri potrà quindi scontare la misura cautelare nella casa di un fratello a Bari. Il provvedimento non modifica la misura restrittiva, ma esclusivamente il luogo in cui vengono eseguiti i domiciliari a Bari. La condanna per voto di scambio politico mafioso L’ex esponente politico è stato condannato in primo grado a 9 anni di reclusione nell’ambito di un’inchiesta per voto di scambio politico mafioso. Secondo quanto ricostruito nel processo, Olivieri avrebbe stretto accordi con esponenti della criminalità organizzata per garantire un pacchetto di voti alla moglie, Maria Carmen Lorusso, candidata ed eletta consigliera comunale a Bari alle elezioni amministrative del 2019. L’accusa sostiene che l’accordo avrebbe avuto l’obiettivo di rafforzare il consenso elettorale in cambio di favori, configurando così il reato contestato. La sentenza di primo grado rappresenta un passaggio significativo nel procedimento giudiziario, che ora proseguirà nei successivi gradi di giudizio. Arresti domiciliari e sviluppi del procedimento Con il via libera al trasferimento, Olivieri rientra dunque a Bari, dove continuerà a scontare gli arresti domiciliari in attesa degli sviluppi del procedimento. Il caso resta al centro dell’attenzione politica e giudiziaria in Puglia, anche per le implicazioni legate alle elezioni comunali di Bari del 2019.

Coinvolti 20 imputati per opere contraffatte di Caffè, Schifano e altri Si è concluso con la prescrizione il processo a carico di 20 imputati accusati di far parte di un’associazione a delinquere finalizzata alla produzione e commercializzazione di falsi dipinti. In particolare, si trattava di opere d’arte falsamente attribuite al Maestro Nino Caffè e ad altri artisti contemporanei, tra cui Mario Schifano e Paolo Scheggi. L’indagine, avviata nel marzo 2013, aveva portato al sequestro di 21 opere attribuite a Caffè durante la manifestazione Expo Arte, tenutasi alla Fiera del Levante di Bari. I giudici hanno disposto la restituzione agli aventi diritto di due quadri autentici: uno di Paolo Scheggi e uno del maestro francese Victor Vasarely.

Il dibattimento inizierà il 21 giugno dinanzi al Tribunale di Bari. Rito abbreviato per tre imputati che ne avevano fatto richiesta Dodici persone tra agenti di Polizia penitenziaria e infermieri in servizio presso il carcere di Barisono state rinviate a giudizio per le presunte torture subite il 27 aprile dello scorso anno da un detenuto con patologie psichiatriche. Lo ha deciso la Gup Rossana De Cristofaro. Il dibattimento per i 12 imputati inizierà il 21 giugno. La giudice ha ammesso al processo con rito abbreviato tre imputati che ne avevano fatto richiesta: il sovrintendente Domenico Coppi, l’agente Roberto Macchia e il medico Gianluca Palumbo. Secondo l’accusa, sei agenti della polizia penitenziaria avrebbero torturato il detenuto, un uomo di 41 anni, dopo che questi aveva dato fuoco a un materasso nella sua cella. Ai poliziotti non accusati di tortura la Procura contesta di non aver fermato e di non aver denunciato le violenze. Gli infermieri saranno processati per omessa denuncia, mentre il medico è accusato anche di falso in atto pubblico per non aver refertato le ferite riportate dal detenuto.

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