Le misure arrivano al culmine di una vasta indagine coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce e dalla Procura di Taranto.
“Tuo fratello prima manda i soldi e poi diamo il nulla osta“. Promettendo visti, permessi di soggiorno, lavoro sicuro in Italia hanno fatto arrivare illegalmente centinaia di uomini e donne, da Pakistan, Bangladesh, India, facendosi pagare 6500 euro per documenti e occupazione ma finendo col lavorare in nero.
Tra promotori, imprenditori, mediatori, 30 le persone arrestate nella notte dai carabinieri del Nucleo Incestigativo di Taranto. 16 in carcere, 14 ai domiciliari, tra Taranto, Lecce, Foggia, Matera, e ancora, Campobasso, Milano, Ragusa, Latina e Verona. Ai 16 è contestata l’associazione a delinquere aggravata, per il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
Stando alle indagini della DDA di Lecce e della procura di Taranto, ci sarebbero 2 tarantini al vertice: l’avvocato Michele Cervellera, 63enne e e il 52enne Antonio Damiano Milella, titolare del caf, base logistica dalla quale partivano gli incartamenti, passando perfino tramite la piattaforma ministeriale con cui si chiedono i permessi.
Usando chat protette, parole in codice come regali, caffè, mandarini, per indicare le cifre da corrispondere; e tutto tramite il caf, aggiravano il decreto Flussi, con un metodo ormai sistematico, che andava avanti da anni. Dalle ricostruzioni gli indagati facevano leva sul bisogno economico e sociale dei lavoratori, che con grandi sacrifici, prima pagavano e poi potevano arrivare.
La cifra veniva spartita: 5mila euro al datore di lavoro compiacente (ristoratori, operatori turistici, imprenditori agricoli); 1000 se li intescavano i promotori, 500 gli intermediari. I candidati finivano col pagare il datore di lavoro e non viceversa.