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grammatica italiana

Gli errori più diffusi sono noti e, ormai, quasi proverbiali: grafie come “qual’è”, “pultroppo”, “propio”. L’apostrofo risulta il primo colpevole, con il 62% degli intervistati che non ne padroneggia l’uso. Sette italiani su dieci inciampano nella grammatica italiana: è quanto emerge da un’indagine condotta da Libreriamo, un media digitale nato oltre dieci anni fa e dedicato alla promozione della cultura, della lettura e dell’educazione linguistica. La piattaforma, punto di riferimento nazionale per lettori, docenti e operatori culturali, monitora quotidianamente fenomeni legati alla lingua e ai comportamenti comunicativi online, attraverso ricerche, campagne social e contributi di esperti. Per questa indagine, Libreriamo ha analizzato un campione di 1.600 italiani tra i 18 e i 65 anni, monitorando blog, forum, social network e affiancando il tutto con il giudizio di un panel di venti tra linguisti, sociologi e letterati. I risultati raccontano un’Italia che comunica sempre di più, ma che spesso perde per strada le fondamenta della correttezza grammaticale. Gli errori più diffusi sono noti e, ormai, quasi proverbiali: grafie come “qual’è”, “pultroppo”, “propio”, “avvolte”, assieme a storpiature come “al linguine”, “salciccia”, “cortello”, senza dimenticare “c’è ne” e “c’è né”, oppure le abbreviazioni da chat come “ke fai?”, “xché”, “tt bene”, ormai talmente radicate da essere usate anche in contesti formali. L’apostrofo risulta il primo colpevole, con il 62% degli intervistati che non ne padroneggia l’uso: “un’amica” richiede l’elisione, “un amico” no; “un po’” è un troncamento, mentre grafie come “pò” rimangono errori sempre più diffusi. Subito dopo arriva il congiuntivo, che continua a rappresentare il terreno minato della lingua italiana per il 56% del campione: forme come “se andavi”, “credo che è” o “penso che lo fa” sono così frequenti da essere diventate oggetto di discussione costante nei media e persino nei talk televisivi. Seguono i pronomi sbagliati (52%), con “gli” usato al posto di “le”, la declinazione verbale confusa (50%), gli errori nella distinzione tra C e Q (48%), le incertezze tra “ne” e “né” (44%), la punteggiatura approssimativa (39%) e infine l’uso poco consapevole delle forme eufoniche “e/ed”, “a/ad” (35%). Per gli esperti, il problema è strutturale. “La lingua si indebolisce quando la rapidità sostituisce la precisione – ha spiegato Marcello Vitale, linguista e membro del panel –. Non parliamo di mancanza di intelligenza, ma di una progressiva perdita di abitudine alla cura della parola, una conseguenza diretta della comunicazione digitale continua e frettolosa”. Non a caso, tra i rimedi indicati dagli intervistati figurano la lettura regolare (66%), la scrittura a mano (43%), un uso equilibrato dei chatbot linguistici (55%), il contenimento di anglismi e neologismi superflui (51%) e il ricorso a giochi linguistici come cruciverba, anagrammi o esercizi di sintassi (47%). Sul fronte territoriale, pur non essendo forniti dati regionali specifici, gli esperti di didattica individuano differenze significative, soprattutto nel Sud. In Puglia, ad esempio, gli ultimi anni hanno visto un miglioramento sensibile nelle competenze linguistiche degli studenti, in particolare nelle province più dinamiche culturalmente come Bari e Lecce, dove biblioteche, festival letterari e reti scolastiche attive stanno contribuendo a rafforzare l’esposizione alla lettura. Tuttavia persistono difficoltà marcate nelle zone interne e rurali, dove i docenti segnalano problemi più frequenti nella punteggiatura, nella costruzione del periodo e nell’uso del congiuntivo, spesso influenzati da modelli comunicativi informali tipici dei social e da una minore disponibilità di contesti di lettura domestica. Anche il bilinguismo con il dialetto, ricco e vivace ma molto diverso dall’italiano standard, può generare qualche interferenza soprattutto nella morfologia verbale. In Basilicata, regione caratterizzata da una popolazione scolastica numericamente ridotta ma molto variegata, la situazione appare ancora più articolata. Le scuole delle aree urbane come Potenza e Matera registrano un buon livello di competenze linguistiche, mentre nei centri più piccoli emergono difficoltà soprattutto nella morfologia dei verbi, nell’uso dei pronomi e nella comprensione di testi complessi. Secondo diversi insegnanti lucani, pesa ancora la scarsa diffusione della lettura quotidiana, spesso sostituita da un uso intensivo dello smartphone fin dalla preadolescenza. Ciò non impedisce alla regione di esprimere eccellenze: negli ultimi anni il territorio ha visto crescere iniziative culturali legate alla lettura e alla scrittura, specialmente dopo la spinta data da Matera Capitale Europea della Cultura 2019, un evento che ha lasciato eredità positive anche nell’ambito educativo. “Nel Sud c’è un potenziale enorme – ha osservato la sociologa dell’educazione Anna Ruggieri – ma servono continuità, investimenti e una vera cooperazione tra scuole, famiglie e istituzioni culturali. Dove questi tre attori collaborano, le competenze linguistiche migliorano in modo evidente”. I linguisti concordano: la grammatica non è un dettaglio di stile, ma una competenza che incide sulla qualità del pensiero e sulla credibilità personale. “Curare la grammatica non è un vezzo – conclude Vitale – ma un modo per essere più chiari, più precisi e più consapevoli. Una società che si esprime meglio è anche una società che pensa meglio”. In un Paese che parla tanto e scrive sempre di più, la sfida è riscoprire lentamente la bellezza della precisione, senza rinunciare alla velocità della comunicazione moderna ma imparando a non sacrificarvi la qualità.

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