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Il nuovo focolaio nell’Est del Congo non è solo un’emergenza sanitaria: le guerre e i milioni di sfollati rendono impossibile il tracciamento del virus. Una nuova epidemia di Ebola sta colpendo le regioni orientali della Repubblica Democratica del Congo e dell’Uganda. Questo nuovo focolaio, tuttavia, non è una semplice emergenza sanitaria: si tratta del punto di arrivo di una drammatica catena di crisi economiche, sociali e politiche che da anni flagellano l’Africa centrale. Il fattore ambientale: la foresta tropicale come serbatoio del virus L’Ebola è una zoonosi, ovvero una malattia trasmessa dagli animali all’uomo. Il virus ha il suo habitat naturale nei pipistrelli della foresta equatoriale, da cui può passare alle scimmie. “Eradicare l’Ebola è impossibile. Come si può controllare la presenza dei pipistrelli in una foresta equatoriale vastissima?”, spiega Giovanni Putoto, responsabile della programmazione sanitaria di Medici con l’Africa Cuamm. A causa della povertà estrema e dell’insicurezza alimentare, aggravate dai cambiamenti climatici, la popolazione locale è spesso costretta a spingersi all’interno della foresta e a nutrirsi di carne di animali infetti, avviando così il contagio. Per questo motivo, l’unico vero obiettivo realistico è il contenimento tempestivo del virus. La guerra dell’Est del Congo blocca la prevenzione Il vero ostacolo al contenimento non è la preparazione dei medici africani, giudicata ottima dagli esperti, ma l’instabilità geopolitica. Le province congolesi più colpite (Ituri, Nord Kivu e Sud Kivu) sono zone di guerra dove decine di gruppi armati si contendono il controllo di minerali preziosi come coltan, oro e cobalto. Il conflitto genera due enormi problemi per la sanità: Impossibilità di tracciamento: La presenza di milizie rende pericoloso l’accesso delle équipe mediche e delle Ong nelle aree rurali. Milioni di sfollati: La fuga costante della popolazione dalle violenze favorisce la mobilità forzata, che sposta inevitabilmente il virus oltre i confini nazionali, come già accaduto in Uganda. L’allarme degli esperti: il ceppo Bundibugyo e l’assenza di vaccini A rendere la situazione ancora più critica è la natura stessa del virus. L’attuale focolaio è causato dal ceppo Bundibugyo, una variante diversa rispetto al ceppo Zaire (responsabile della grande strage in Africa Occidentale del 2014-2016). La minaccia principale è legata agli strumenti a disposizione: Mancano test diagnostici specifici e rapidi. Non esistono vaccini pienamente efficaci per questa variante. I sintomi iniziali (febbre, spossatezza, diarrea) vengono spesso scambiati per malaria o febbre tifoide, ritardando l’isolamento dei pazienti. Secondo Ali Mahamat Moussa, direttore dell’Istituto nazionale di sanità pubblica del Ciad, la soluzione non è solo economica. È necessaria una forte volontà politica degli Stati africani per creare reti di sorveglianza permanenti, laboratori decentrati e una logistica capace di raggiungere i villaggi più isolati prima che il contagio diventi incontrollabile.

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