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crisi Natuzzi

La chiusura dei tre stabilimenti – su cinque – avrebbe un tremendo impatto socioeconomico. Ieri mattina il Ministro delle Imprese Urso aveva espresso un cauto ottimismo sulla vertenza. Poi la comunicazione, arrivata durante l’incontro preparatorio al tavolo dell’11 giugno al Ministero delle Imprese: Natuzzi intende chiudere tre stabilimenti, delocalizzando verso la Romania. A rischio il plesso centrale di Santeramo in Colle, e i siti di Jesce 2 e Graviscella. Decisioni che – secondo le sigle sindacali – sarebbero già state definite e considerate non modificabili dall’azienda. Una scelta che rappresenta una rottura rispetto agli impegni assunti in sede ministeriale, come l’accordo sulla cassa integrazione ridotta dall’80 al 62%, l’anticipo del trattamento salariale da parte dell’azienda, il mantenimento del perimetro industriale italiano ed un piano di incentivazione all’esodo volontario. Soprattutto ci sono circa duemila dipendenti coinvolti, alle prese da anni con una grave incertezza dovuta a cassa integrazione e rotazioni forzate. Facile quindi immaginarne lo smarrimento, altrettanto conseguente la dura reazione dei sindacati, pronti alla mobilitazione. L’azienda – affermano – ha beneficiato di sostegni pubblici e disponibilità al confronto anche da parte delle istituzioni nazionali e locali, ma continua a tradire gli impegni, con effetti pesantissimi su lavoratrici, lavoratori e comunità locali. La chiusura dei tre stabilimenti – su cinque – avrebbe un tremendo impatto socioeconomico, proprio mentre Puglia e Basilicata discutono del rilancio e della vocazione produttiva del distretto del mobile imbottito. Chiesto l’intervento immediato del governo nazionale, già al tavolo di giovedì prossimo.

Linee guida accolte con unanime soddisfazione dai sindacati, nazionali, regionali, territoriali . Esuberi zero, nessuna chiusura, investimenti reali sul territorio, nuove politiche del lavoro. Da questi pilastri la Regione Puglia è irremobile e, in estrema sintesi, sono le linee guida dettate al gruppo Natuzzi per superare la crisi e rilanciare il distretto del salotto. Accolte con unanime soddisfazione dai sindacati, nazionali, regionali, territoriali – Fenealuil, Filca Cisl e Fillea Cgil con le Rsu – che il responsabile della task force regionale, Leo Caroli, e l’assessore allo sviluppo economico e al lavoro Eugenio Di Sciascio hanno incontrato dopo l’assemblea plenaria e il confronto con l’azienda dei giorni scorsi. Quattro i pilastri, o meglio vincoli, inderogabili, su cui deve fondarsi il piano di rilancio da realizzare in due fasi. Da subito: investimenti nel processo produttivo, e quindi in innovazione e ricerca, che coinvolgano più piccole e medie imprese. A fine investimenti, poi, il saldo occupazione deve contare almeno una unità in più rispetto alle 1800 attuali, che non si toccano, così come non si toccano i siti esistenti, che non vanno chiusi. Quanto alla seconda fase: reshoring strategico con il rientro delle produzioni ora dislocate in Romania e Cina ma in un processo di aggregazione aziendale che valorizzerebbe il Made in Italy e gli impianti locali. Infine, formazione e percorsi di outplacement, che trasformino il momento di crisi in opportunità di aggiornamento professionale. “Oggi, ha aggiunto Caroli, la Regione non ha misure specifiche di sostegno alla formazione, ma c’è l’impegno a predisporla”. Pieno apprezzamento da parte dei sindacati. Il tempo delle attese è finito, hanno affermato. Ora occorre conoscere la posizione ufficiale del gruppo Natuzzi.

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