
Banca Popolare di Puglia e Basilicata: l’utile 2025 vola a 57,3 milioni
La BPPB chiude il 2025 con utile netto a 57,3 mln di euro (+39%), solida patrimonializzazione e rafforzamento delle iniziative ESG e strategiche sul territorio
Risultati 2025: crescita dell’utile, patrimonio solido, sviluppo commerciale e iniziative ESG rafforzate. La Banca Popolare di Puglia e Basilicata (presieduta da Leonardo Patroni Griffi, in foto) ha approvato il bilancio al 31 dicembre 2025, registrando un utile netto di 57,3 mln di euro, in crescita del 39% rispetto al 2024, e un ROE del 15%. L’utile ante imposte è pari a 77,4 mln, comprensivo di proventi non ricorrenti derivanti dalla cessione del ramo merchant acquiring a Nexi. Il patrimonio netto sale a 405,1 mln (+13%), mentre il margine di intermediazione primario cresce dell’1,1%, sostenuto dall’incremento del margine di interesse nonostante il calo dei tassi di mercato. La qualità del credito resta elevata, con crediti deteriorati netti pari all’1,4% e coverage al 56,6%. Performance commerciale e sviluppo La raccolta globale raggiunge 6.824 mln (+1,6%), con la raccolta diretta in aumento del 3,6%. I nuovi finanziamenti alla clientela superano i 420 mln, sostenendo l’economia locale. Gli impieghi in bonis crescono del 2,8%, oltre la media di Sistema (1,1%). Strategia e iniziative ESG Il 2025 ha visto il completamento del Piano 2023-2025 “Una Banca semplice e sostenibile”, con razionalizzazione della rete territoriale, digitalizzazione dei processi core e partnership strategica con Nexi. Sul fronte ESG, la Banca ha rafforzato efficienza energetica, iniziative sociali e governance responsabile, con l’avvio operativo della Fondazione BPPB ETS e la riconferma della Certificazione per la Parità di Genere. Dividendi e prospettive All’assemblea dei Soci del 27 marzo 2026 sarà proposta la distribuzione di un dividendo unitario di 0,20 euro per azione (+33%) e accantonamenti a riserva per 45 mln, consolidando la solidità patrimoniale e sostenendo la crescita futura della Banca.
L’Ufficio parlamentare di bilancio: Pil in accelerazione nell’ultimo trimestre grazie alla domanda interna, occupazione stabile e inflazione contenuta. L’economia italiana arriva alla fine del 2025 con segnali di rafforzamento, ma senza perdere l’equilibrio precario su cui cammina. La crescita c’è, sostenuta soprattutto dalla domanda interna, ma lo sguardo resta rivolto a un orizzonte ancora incerto, segnato dai rischi globali, dagli umori dei mercati finanziari e dagli effetti sempre più tangibili del cambiamento climatico. È questo il quadro che emerge dalla Nota congiunturale di febbraio dell’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), che fotografa un Paese in ripresa lenta, più solida nei fondamentali interni ma esposto a fattori esterni difficili da governare. Dopo una fase di quasi stagnazione nei trimestri centrali dell’anno, il Pil italiano ha accelerato nel quarto trimestre del 2025, registrando una crescita dello 0,3%. Un risultato attribuito in larga parte alla tenuta dei consumi e alla spinta della domanda interna, che ha compensato un contesto internazionale meno favorevole. Su base annua, secondo le stime preliminari, il prodotto interno lordo sarebbe cresciuto dello 0,7%, anche se il dato finale potrebbe risultare inferiore di due decimi di punto a causa dell’aggiustamento per i giorni lavorativi, tre in meno rispetto al 2024. Il mercato del lavoro offre segnali di stabilità, più che di slancio. Durante l’estate è aumentato l’input di lavoro, trainato soprattutto dal recupero delle ore lavorate per addetto, in particolare nella manifattura e nei servizi. Nello scenario previsivo dell’Upb, l’occupazione continuerà a crescere a ritmi contenuti, mentre il tasso di disoccupazione dovrebbe stabilizzarsi intorno al 6%. Resta però un nodo irrisolto: i salari. La dinamica retributiva continua a essere moderata e il divario negativo delle retribuzioni reali rispetto al periodo pre-pandemico rimane ampio. In altre parole, si lavora di più, ma il potere d’acquisto non ha ancora recuperato le perdite accumulate negli ultimi anni. Sul fronte dei prezzi, il quadro è più rassicurante. L’inflazione si mantiene contenuta, attestandosi intorno all’1,5% nel 2025, un livello inferiore rispetto alla media dell’area euro. I consumi delle famiglie crescono, ma lo fanno con cautela. L’atteggiamento prudente è confermato da una propensione al risparmio che nel terzo trimestre del 2025 ha raggiunto l’11,4%, circa quattro punti percentuali in più rispetto ai livelli pre-pandemici. Famiglie e imprese, secondo l’Upb, mantengono aspettative orientate alla stabilità, senza eccessi di ottimismo ma neppure segnali di allarme immediato. Anche gli investimenti tengono: il tasso di investimento resta intorno al 23% del Pil, un valore elevato nel confronto storico e indicativo di una struttura produttiva che continua a scommettere sul medio periodo.
. Il debito pubblico europeo oggi fa meno paura, anzi in alcuni Paesi inizia persino a scendere. Ma, avverte Christine Lagarde, la vera minaccia è un’altra: la crescita che non c’è. Lagarde, che guida la Banca Centrale Europea dal 2019 ed è stata in passato ministra dell’Economia in Francia e direttrice del Fondo Monetario Internazionale, è considerata una delle figure economiche più influenti al mondo. E proprio per questo le sue parole pesano. Secondo lei l’Europa rischia di cadere nella stagnazione, un meccanismo che frena tutto e rende più difficile anche il lavoro della Bce. E lo dice chiaramente ai governi: le nuove regole fiscali europee non servono solo a tagliare le spese, ma a investire. Serve puntare su riforme, infrastrutture e innovazione, tutto ciò che può far aumentare la produttività e permettere all’Europa di tenere il passo con Stati Uniti e Cina. Senza questa spinta, le prospettive restano deboli: l’eurozona crescerà poco più dell’1% nei prossimi anni, e l’Italia addirittura meno, nonostante lo spread in calo e i giudizi migliori delle agenzie di rating. A preoccupare Lagarde è anche il fatto che solo sette Paesi su venti stiano davvero usando gli strumenti disponibili. Così si rischia la “stagnazione fiscale”: si stringe la cinghia per mettere ordine nei conti, ma si finisce per frenare la crescita, creando un circolo vizioso. E non aiuta l’idea, sempre rispuntante nella politica, che la banca centrale debba essere usata per ridurre il debito pubblico. Lagarde difende la totale indipendenza della Bce, ricordando che ogni volta che la politica ha cercato di pilotare una banca centrale, il risultato è stato inflazione e instabilità. Tutto questo pesa sull’Europa intera, ma ancora di più sul Mezzogiorno italiano. Le regioni del Sud partono già con una crescita fragile, investimenti più lenti e un mercato del lavoro più debole. Quando l’economia rallenta, il Sud lo sente subito: meno opportunità, meno sviluppo, meno prospettive per i giovani. Ma proprio qui potrebbe nascere una chance: se l’Europa investe davvero, il Mezzogiorno potrebbe diventare un terreno fertile, tra energie rinnovabili, digitalizzazione, turismo, ricerca e grandi opere che aspettano solo di decollare. Il messaggio, dietro la complessità dei numeri, è semplice: senza crescita ci si ferma tutti. Con gli investimenti giusti, invece, l’Europa può ripartire e il Sud può finalmente diventare un motore vero, non solo una promessa.

La BPPB chiude il 2025 con utile netto a 57,3 mln di euro (+39%), solida patrimonializzazione e rafforzamento delle iniziative ESG e strategiche sul territorio

L’Upb segnala un rafforzamento dell’economia italiana a fine 2025: Pil in accelerazione, inflazione contenuta e occupazione stabile, ma restano rischi globali

Il debito pubblico europeo oggi fa meno paura, anzi in alcuni Paesi inizia persino a scendere. Ma, avverte Christine Lagarde, la vera minaccia è un’altra: