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Riflessioni sull’estetica dell’extravergine e sulla trappola del travel content nell’oleoturismo. In apertura della seconda edizione di Evolio, la fiera B2B dell’olio extravergine di oliva, la FIS Fondazione Italiana Sommelier Puglia mi ha invitato in un ricco panel fatto di comunicatori TV, giornalisti, esperti di marketing, produttori, per discutere perché l’olio extravergine di oliva “funziona” sui social media e se l’oleoturismo possa essere un antidoto al travel content omologato. La mia tesi è che l’olio sia un soggetto estremamente fotogenico.Si presta alla camera, la luce lo accarezza, il colore – dal verde all’oro – la lucentezza e la densità lo rendono perfetto per i linguaggi visivi. La camera ama le sostanze che disegnano la luce. Nel caso dell’olio, il colore è così influente che alcuni studi dimostrano come i consumatori associno colore ed aspettativa di qualità, anche se in realtà il colore non è un indicatore di qualità intrinseca. Qui nasce la prima involontaria menzogna narrativa. Sui social l’olio è un oggetto visivo prima che gustativo: non lo puoi assaggiare, quindi la mente usa scorciatoie. Entra in gioco il principio del kalòs kai agathòs: se è bello, allora è anche buono. A questo si aggiungono visual studiati, packaging, regia accurata.Ed ecco i gesti iconici: la colata sul pane, il giro sul piatto, la goccia che fa specchio. Micro-azioni ripetibili, perfette per Reel e TikTok. L’olio funziona perché si presta al giudizio rapido, nel tempo di un reel. Viviamo un’epoca in cui tutto è fotografabile, raccontabile, replicabile. E proprio per questo pochissime esperienze restano davvero esperibili.L’esperienza dell’olio extravergine di oliva, paradossalmente, è una di queste. È potente perché sembra semplice, ma non lo è. Quella goccia d’olio è un oggetto visivo perfetto, ma può diventare una trappola narrativa.L’olio non è una destinazione turistica: è un processo. Ed è in questo scarto che l’oleoturismo diventa interessante, e anche scomodo. È talmente facile da comunicare online – uliveto secolare, frantoio in pietra, pane e olio in controluce, tramonto – che diventa altamente replicabile, soprattutto in un mondo di content rapidi alla ricerca di autenticità e romanticismo. Qui scatta la trappola.Secondo ScienceDirect, l’oleoturismo rientra nello special interest tourism, ovvero un turismo a motivazione specifica: chi lo sceglie vuole capire il mondo dell’ulivo e dell’olio, non vivere una situazione instagrammabile qualsiasi. Raccontare l’oleoturismo significa raccontare la verità del processo:la verità del tempo agricolo,dell’attesa stagionale,dell’attrito con la competenza,dell’incognita del risultato. Un ulivo non collabora con l’algoritmo.Una campagna olearia non si anticipa per un reel.Un difetto sensoriale non è storytelling, è un problema reale del produttore. Questa resistenza allo spettacolo è il vero valore dell’oleoturismo. Ed è ciò che lo rende difficile da copiare.Puoi replicare un format, non una filiera fatta di scelte, errori, clima, persone, annate. Per questo l’oleoturismo, quando funziona, rompe i cliché del viaggio tradizionale.Non ti mostra qualcosa di bello: ti fa capire come funziona un luogo.Non ti dà cartoline: ti consegna un vocabolario dei sensi. Può l’oleoturismo essere un antidoto al travel content omologato?Sì, a patto che non cerchi di assomigliargli: ulivi tutti uguali, photo opportunity, pane e olio ritualizzato, tramonti sceneggiati, claim sull’autenticità che diventano autenticismo. Quando l’oleoturismo diventa un format, smette di essere esperienza e diventa scenografia.Il punto non è produrre contenuti, ma produrre contesto.Raccontare meno il prodotto e più il processo.Accettare che non tutto sia instagrammabile.Difendere la lentezza come valore. Perché il turismo esperienziale nasce come reazione al consumo rapido: se lo racconti come fast content, lo tradisci.L’olio non chiede visibilità. Chiede tempo.E il tempo, oggi, è forse l’unica vera cosa rara che possiamo offrire a chi viaggia.

“Mi mancava la tranquillità, il calore, sentirmi qualcuno, fare parte di una comunità” racconta al TgNorba, “Mi mancava uscire la mattina e sapere che quelle poche persone che incontrerai di diranno buongiorno”.. Lucia Abitante ha 30 anni, commercialista, ed è originaria di San Paolo Albanese, il più piccolo comune lucano (circa 200 abitanti). Appena 18enne si trasferì a Roma per inseguire i suoi sogni: studiare, diventare qualcuno, affermarsi nel mondo del lavoro.  Dopo 12 anni però si è resa conto che la Capitale non era più il posto in cui voleva vivere: “Qui a San Paolo c’è un’identità, la gente sceglie di vivere in un modo diverso” racconta Lucia Abitante nell’intervista al TgNorba, “Mi mancava la tranquillità, il calore, sentirmi qualcuno, fare parte di una comunità. Mi mancava uscire la mattina e sapere che quelle poche persone che incontrerai di diranno buongiorno”.  Ai suoi coetanei lancia un messaggio: “Non dovete ascoltare la gente che vi dice che siete pazzi, tornate, provateci, se avete la possibilità fatelo. Poi si può sempre cambiare” Qui l’intervista: (Lucia Abitante, commercialista)

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