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cultura giapponese

Se in Occidente abbiamo bisogno che l’altro verbalizzi continuamente ciò che prova, la cultura giapponese attribuisce un valore enorme al non detto. La scorsa sera ho rivisto Your Name. (Kimi no Na wa.). Era da un po’ che non mi immergevo nelle sue atmosfere fatte di comete luminose, cieli sconfinati e treni metropolitani che si sfiorano nella frenesia di Tokyo. Eppure il risultato è sempre lo stesso: una stretta al cuore e quella irresistibile voglia di interrogarmi su come amiamo oggi. Makoto Shinkai è uno dei più grandi narratori del cinema d’animazione contemporaneo. Da anni viene indicato come il naturale erede di Hayao Miyazaki, un’etichetta tanto prestigiosa quanto ingombrante, che lui stesso ha più volte cercato di scrollarsi di dosso. Se con il fondatore dello Studio Ghibli condivide la straordinaria capacità di costruire mondi visivamente incantevoli, il suo sguardo appartiene a una generazione diversa: quella cresciuta tra smartphone, connessioni permanenti e relazioni sempre più fragili. Ma cosa rende Your Name un manifesto così potente dell’amore contemporaneo? La risposta, probabilmente, si trova nel modo in cui la cultura giapponese vive i sentimenti. Il Musubi: quando l’amore è un filo invisibile C’è un dettaglio che colpisce fin dalle prime scene: Taki e Mitsuha, i due protagonisti, non si scambiano grandi dichiarazioni d’amore. Niente baci sotto la pioggia, promesse urlate negli aeroporti o finali costruiti per strappare l’applauso. In Giappone l’amore parla un linguaggio diverso. Nel film ritorna più volte il concetto di Musubi: il legame, l’intreccio dei fili del destino. Un’idea profondamente giapponese secondo cui le persone si incontrano, si allontanano e si ritrovano seguendo un filo invisibile che continua a unirle. I nodi possono stringersi o allentarsi, ma raramente si spezzano davvero. Se in Occidente abbiamo bisogno che l’altro verbalizzi continuamente ciò che prova, la cultura giapponese attribuisce un valore enorme al non detto. Comprendere l’altro prima ancora che parli è una forma di amore. La comunicazione passa attraverso i gesti, i silenzi, la capacità di percepire ciò che resta sospeso tra le parole. Due modi diversi di raccontare i sentimenti È qui che Shinkai si distingue anche dal cinema occidentale. Nei nostri film la distanza è quasi sempre un ostacolo da eliminare il prima possibile. In Your Name, invece, la distanza — geografica, temporale ed emotiva — diventa il cuore stesso della storia. L’assenza non indebolisce l’amore: lo rende più profondo. La nostalgia, quel natsukashii così difficile da tradurre in una sola parola, diventa la forma più autentica del desiderio. Perché Shinkai parla così bene alla nostra generazione? Forse perché racconta il nostro tempo meglio di quanto riusciamo a fare noi stessi. Siamo la generazione più connessa della storia e, paradossalmente, anche una delle più sole. Viviamo tra spunte blu, notifiche e storie che scompaiono dopo ventiquattro ore, ma spesso ci sentiamo fuori sincrono con chi ci circonda. È qui che Your Name colpisce nel segno. Non è soltanto una storia di scambi di corpo o di viaggi nel tempo. È la metafora di quella sensazione che conosciamo tutti: cercare qualcuno o qualcosa senza sapere esattamente cosa, attraversare la città con le cuffie nelle orecchie sperando che, tra la folla o nell’ennesimo vagone della metropolitana, esista qualcuno capace di riconoscerci. Se Hayao Miyazaki ci ha insegnato a sognare e a custodire il rapporto con la natura, Makoto Shinkai ci invita ad accettare la fragilità dei sentimenti in un mondo che corre troppo veloce. Forse è anche per questo che, ogni volta che scorrono i titoli di coda di Your Name, non resta solo la bellezza del film. Resta una domanda: siamo ancora capaci di aspettare qualcuno, di ascoltare il silenzio, di riconoscere un legame senza aver bisogno di definirlo?

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