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Camillo Ruini

Per quasi vent’anni alla guida della Cei, Ruini ha ridisegnato il rapporto tra fede e politica dopo la fine della Prima Repubblica, lasciando un’eredità divisiva ma indiscutibilmente influente. Con la morte di Camillo Ruini si chiude qualcosa che va oltre la biografia di un singolo cardinale. Si chiude un modo di intendere il rapporto tra la Chiesa e il potere, un modello che per quasi vent’anni ha attraversato la storia repubblicana italiana, plasmandola più di quanto si sia disposti ad ammettere. Ruini non è stato semplicemente un pastore. È stato un architetto. Quando nel 1991 Giovanni Paolo II lo nominò presidente della Conferenza episcopale italiana, la Democrazia Cristiana stava già scricchiolando sotto il peso di Tangentopoli. Il vecchio collateralismo, cioè quel patto implicito tra Chiesa e partito cattolico che aveva garantito per decenni una rappresentanza politica diretta dei valori religiosi, stava morendo assieme alla Prima Repubblica. Ruini capì prima di altri che quel modello non sarebbe tornato, e ne costruì uno nuovo: una Chiesa capace di parlare direttamente alla società civile, ai media, all’opinione pubblica, indipendentemente da chi stesse al governo. Fu un atto di intelligenza politica e pastorale non comune capire che la fine di un mondo non doveva significare la fine dell’influenza della Chiesa, ma l’inizio di un modo diverso di esercitarla. Il merito più grande, forse, fu proprio questo: aver tenuto la Chiesa italiana rilevante nel discorso pubblico in un’epoca di secolarizzazione crescente, quando in molti altri paesi europei le istituzioni religiose erano già scivolate ai margini. La stagione dei “valori non negoziabili” – e parliamo di vita, famiglia, bioetica – nacque da questa strategia. Il caso più emblematico fu il referendum del giugno 2005 sulla legge 40 in materia di procreazione medicalmente assistita: i quesiti chiedevano di abrogare alcuni dei divieti più restrittivi della legge, ma Ruini guidò con decisione la linea dell’astensione, convinto che ogni modifica avrebbe peggiorato, non migliorato, una normativa che la Chiesa riteneva comunque imperfetta ma accettabile. La strategia funzionò: il quorum non fu raggiunto e la legge rimase intatta. Resta il monumento più evidente di quella capacità di mobilitazione, costruita con coerenza e visione di lungo periodo, capace di trasformare un’astensione in una vittoria politica. Ruini è stato anche un fedelissimo custode della linea dottrinale, in un tempo in cui molti vescovi europei cercavano accomodamenti. La sua difesa della vita nei casi Englaro e Welby, per quanto controversa e divisiva, nacque da una convinzione profonda e mai negoziata e non da calcolo politico. Chi lo ha conosciuto da vicino racconta di una fede solida, vissuta fino all’ultimo istante con una serenità che impressionava chi gli stava accanto. Resta, naturalmente, una domanda aperta: se quella stagione di presenza pubblica forte abbia anche contribuito, insieme a fattori più ampi e indipendenti dalla sua azione, a un graduale allontanamento di una parte della società dalla Chiesa istituzionale. È un interrogativo legittimo, ma non sminuisce il valore di una scelta coraggiosa: quella di non arretrare, di non scegliere l’irrilevanza silenziosa come prezzo per essere meno divisivi. Dopo di lui la Chiesa ha scelto strade diverse, più pastorali, meno politiche, con Francesco prima e Leone XIV oggi. Ma è anche per merito della stagione di Ruini, che ha mantenuto viva la presenza pubblica della fede in Italia, che oggi la Chiesa può permettersi di scegliere un registro diverso senza temere l’irrilevanza. Si eredita sempre qualcosa, anche quando si cambia strada.

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