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Si tratta di una sofisticata forma di intelligenza emotiva collettiva: la capacità di cogliere il contesto, intuire gli stati d’animo degli altri e capire cosa sia opportuno fare o dire senza che venga pronunciata una sola parola. Nei miei lunghi soggiorni in Giappone, tra un corso di lingua e una serata con amici del posto, ho scoperto uno degli aspetti più affascinanti della cultura giapponese. Esiste un’espressione che racchiude un potere sociale invisibile, ma rigidissimo: il Kûki Yomu (空気読む), “leggere l’aria”. Forse è una delle abilità che l’Occidente ha più dimenticato. Non si parla di meteorologia, ma di una sofisticata forma di intelligenza emotiva collettiva: la capacità di cogliere il contesto, intuire gli stati d’animo degli altri e capire cosa sia opportuno fare o dire senza che venga pronunciata una sola parola. Chi, invece, non ci riesce, chi si dimostra egocentrico o insensibile, viene etichettato con un acronimo impietoso: KY, abbreviazione di Kûki Yomenai, “colui che non sa leggere l’aria”. L’Occidente e il culto dell’iper-espressività Noi occidentali amiamo la chiarezza, la trasparenza, l’affermazione dell’io. Valori importanti che, nell’era dei social e dell’attenzione monetizzata, sembrano però essersi trasformati in un assordante rumore di fondo. Oggi il prestigio sociale si misura in base a quanto spazio si riesce a occupare facendo più rumore degli altri. Lo dimostrano le continue faide mediatiche che monopolizzano i trend: influencer che trasformano i propri divorzi in serie a puntate su Instagram, popstar che disseminano frecciatine nei testi delle loro canzoni. La regola è una sola: rendere pubblico il conflitto. In Giappone accadrebbe l’opposto. Un personaggio famoso che rompesse l’armonia collettiva con un attacco così plateale rischierebbe un immediato ostracismo sociale per aver “inquinato l’aria”. Da noi, invece, il conflitto è diventato un modello di business: genera clic, streaming e visibilità. L’importante non è preservare il contesto, ma capitalizzarlo. La politica come spettacolo Questo cortocircuito culturale ha inevitabilmente contagiato anche la politica. I leader non cercano più di “leggere l’aria” del Paese nel senso più nobile del termine, cioè intercettarne i bisogni profondi e i malumori silenziosi. Preferiscono agitarla. Il tweet al vetriolo, la battuta da talk show, l’attacco personale hanno spesso sostituito la diplomazia e la mediazione. Basti pensare alle continue provocazioni che caratterizzano molti confronti internazionali, trasformati ormai in veri e propri spettacoli mediatici. Donald Trump ne è uno degli esempi più evidenti: sulla sua piattaforma, Truth Social, alterna annunci, attacchi e provocazioni che finiscono regolarmente per monopolizzare il dibattito pubblico. In questo scenario il politico occidentale incarna il perfetto KY (Kûki Yomenai) giapponese: entra nella stanza virtuale dei social network e altera il clima pur di attirare i riflettori su di sé. La stabilità della comunità lascia il posto al trionfo dell’ego. Una via di mezzo è possibile? Naturalmente il Kûki Yomu ha anche i suoi lati oscuri. Portato all’estremo può alimentare conformismo, paura del dissenso e una pressione sociale capace di soffocare l’individuo. Ma proprio per questo non si tratta di scegliere tra il modello giapponese e quello occidentale. Tra il silenzio assoluto e il rumore permanente esiste una terza via. Forse il prossimo gesto rivoluzionario non sarà parlare più forte o vincere l’ennesimo dissing. Sarà entrare in una stanza, reale o virtuale, leggere l’aria e scegliere, consapevolmente, di non essere sempre il rumore. Il problema è che in Occidente abbiamo smesso di accorgerci di ciò che accade prima delle parole. In Giappone si impara a leggere l’aria. In Occidente abbiamo imparato soprattutto a riempirla.

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